Sex Toys, questi sconosciuti – Coccole e design, Parte 4

Quando fu scoperto il virus HIV negli anni Ottanta i sex toys finirono di nuovo sotto il mirino dei detrattori. Gli opuscoli per la sua prevenzione spesso li dipingevano come armi pericolose, in particolar modo se li si condivideva con un partner. Alcuni educatori sanitari invece dicevano che i sex toys fossero una pratica sessuale sicura che aiutava a prevenire la malattia. Addirittura la comunità gay americana organizzava spesso delle feste della masturbazione, che esistevano già prima della scoperta dell’HIV, come attività meno temuta del sesso penetrativo.

Questa campagna incoraggiava l’uso ed il lavaggio dei sex toys. Foto: Wellcome Library, London.

Nei primi anni Ottanta in Giappone comparve un sex toy rivoluzionario: possedeva un fallo vibrante ed uno stimolatore clitorideo in un unico prodotto. Era il Rabbit della Vibratex, che a fine anni Novanta sarà reso famoso dalla serie Sex & The City di HBO. La caratteristica simpatica era che lo stimolatore clitorideo fosse a forma di animaletto proprio per evitare un riferimento sessuale, dato che la legge giapponese vietava di riprodurre l’esatta fattezza dei genitali. Quello del Rabbit era un coniglietto, i dispositivi di altre marche avevano castori, tartarughe, canguri e geishe. Quando furono importati negli States, riscossero subito successo, accanto ad un grande classico, l’Hitachi Magic Wand, che assomiglia in tutto e per tutto ad un massaggiatore.

Rabbit, Vibratex, 1984

Nel 1995 il sex shop di San Francisco, Good Vibrations, dichiarò maggio il mese nazionale della masturbazione per supportare il chirurgo generico Jocelyn Elders, licenziata per aver affermato che la masturbazione “forse doveva essere insegnata” e figurare tra le informazioni sul sesso sicuro. Nel 1999 lo stesso store lanciò la masturbate-a-thon, una maratona a scopo benefico. Funziona così: un partecipante chiede ad un amico di sponsorizzarlo per ogni minuto che si masturba durante la giornata nazionale della masturbazione (prima era il 7 maggio, adesso il 28). Good Vibrations dona il 100% del ricavato alla prevenzione contro l’HIV.

foto: goodvibes.com

I sex toys adesso nel mondo occidentale si trovano anche in grandi catene di supermercati o beni generali (negli States Wallmart). In Italia purtroppo, a parte alcuni sex stores a Roma e Milano, l’oscurantismo è sempre presente nel mondo reale e virtuale. Questi dispositivi si sono evoluti tantissimo nel tempo e sono diventati dei veri e propri oggetti di design. Sono così quasi irriconoscibili che a volte è difficile indovinare a primo colpo la loro funzione. La designer ceca di Whoop.de.doo, Anna Marešová, ha creato un set di sex toys bianchi per togliere le donne dall’imbarazzo di comprarli o semplicemente “vederli”. Sono bellissimi e chic, di manifattura locale con silicone medico. Ramblin’ Brands ha confezionato vibratori Smile Makers ognuno rappresentante uno stereotipo sexy riconoscibile dai colori e dalle funzioni diverse: The Fireman, The Millionaire, The Frenchman, The Tennis Coach. Ognuno stimola una zona erogena differente. L’adult kit di Michael Reynolds (editor del magazine Wallpaper) e Jeff Zimmerman è fatto di vetro soffiato nero e comprende vari butt plugs (tra cui uno che può reggere una candela), dildo e soffocatore (gag). Tuttavia, parola degli stessi creatori, “meglio usarli come soprammobili”. Altri bizzarri sono la fleshlight d’arredamento The Satyr progettata da Bastiaan Buijs che può essere pure montata come se si fosse a cavallo di una sella, la lampada Love the bird di Marc Dibeh che nasconde un uccellino-vibratore su un lato, il dildo di vetro soffiato con diffusore che raccoglie le ceneri dell’amante estinto del designer olandese Mark Sturkenboom. I più fashion sono Vesper di Crave, un vibratore ciondolo lungo più di nove centimetri in acciaio inossidabile, la serie Horoscope di Bijoux Indiscrets con pietra del segno zodiacale, balsamo riscaldante per il clitoride e finger vibrator (vibratore da dito). L’anno scorso (2018) Rihanna, appassionata di BDSM, ha disegnato degli accessori per il piacere (e non dei sex toys nel senso stretto del termine come è stato erroneamente riportato) per la sua collezione di lingerie Fenty X Savage, chiamati Xcessories a prezzi abbordabili: ci sono manette, copricapezzoli neri, frustino in pelle, lacci in seta per essere legati, maschere di pizzo.

Whoop.de.doo di Anna Marešová
Adult kit di Michael Reynolds e Jeff Zimmerman
Vesper di Crave

Quasi tutte le persone che hanno partecipato al mio sondaggio su uso ed utilità di sex toys hanno risposto per la maggior parte in modo positivo. Molti li adoperano per il proprio piacere ed ammettono siano strumenti che aiutano ad esplorarsi. Io stessa devo ammettere di essere rimasta sorpresa dal Twenty One Vibrating Diamond di Bijoux Indiscrets ed abbastanza soddisfatta del pulsatore Stronic Drei di Fun Factory (anche se devo ancora trovare la mia velocità dello zen). Il succhiaclitoride del Sona della Lelo mi ha lasciato perplessa, forse perché non sono abituata alle onde soniche. Tuttavia ci sono ancora molte remore, almeno ufficiali, verso l’uso di questi oggetti tecnologici all’avanguardia. Si pensa sempre di avere un problema, un po’ come quando qualcuno inizia ad andare dallo psicologo. Non c’è nulla di male nel volersi scoprire con altri mezzi differenti dalle proprio dita. Vivere nel mondo di oggi è fantastico da questo punto di vista perché c’è una schiera di sviluppatori e designer che si impegna in un grande lavoro umanitario: donarci piacere. Nessuno ci insegna come masturbarci sin da piccoli, da una parte perché è tabù, dall’altra perché solo noi siamo in grado di sapere i movimenti che ci portano all’orgasmo, quindi se adottiamo un “espediente” in più per approfondire l’argomento ci stiamo solo coccolando e facendo del bene. Sapete già cosa regalarvi per il vostro prossimo compleanno, vero?

Twenty One Vibrating Diamond, Bijoux Indiscrets
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Rosita Maugeri spiega il meraviglioso mondo del sex coaching e del contatto indispensabile con le persone

Rosita Maugeri è una consulente sessuale, in inglese sex coach, dal 2017. “Preferisco definirmi sex coach perché, avendo vissuto tre anni negli Stati Uniti, so che lì questa figura è molto rinomata e con questa etichetta la gente capisce bene di che ti occupi”. Dopo essersi laureata in Mediazione linguistica e culturale a Milano, ha pensato di andare a New York per trovare delle risposte alle proprie domande. “Avevo voglia di esplorare il mondo e di non stare chiusa in università. L’Italia mi stava stretta e non avevo quelle scadenze che tutti avevano: trovarsi un lavoro, fidanzarsi, fare figli”. Giovane e malleabile, ha ottenuto le sue risposte nella Grande Mela. “La canzone New York, New York di Frank Sinatra dice ‘If you can make it here, you can make it anywhere’ ed è proprio così”. A New York è entrata casualmente in un sexy shop, Babeland, ed ha scoperto che era un mondo completamente diverso rispetto a quello italiano. “All’inizio non capivo cosa fosse perché era pieno di libri, ho parlato con le meravigliose commesse che mi hanno spiegato il concept”. Babeland è stato aperto da una coppia di donne di Seattle che facevano fatica ad acquistare i sex toys ad inizio anni Novanta ed hanno avuto l’idea di aprire un sex shop women-friendly con addette alla mano in grado di spiegare il funzionamento della merce. “Sono rimasta talmente affascinata dal loro approccio positivo che quando sono tornata a casa ho intrapreso il percorso della sessualità”.

Ha lavorato per La Valigia Rossa per quasi tre anni. “Avevo voglia di mettermi un po’ in gioco e di riuscire meglio a capire le abitudini sessuali delle italiane e di relazionarmi con loro”. La Valigia Rossa è perfetta per questi scopi perché mostra sex toys e prodotti per il piacere a folti gruppi di amiche. “È un’educazione alla sessualità in maniera ludica e divertente”. Questo lavoro ha fatto comprendere a Rosita che la sessualità era la sua strada ma sentiva che le mancavano ancora alcuni strumenti, quindi si è iscritta al corso AISPA (Associazione Italiana Sessuologia Psicologia Applicata) di Milano ed ha ricevuto il diploma di consulente sessuale.

Dentro e fuori La Valigia Rossa ha preso parte ad un primo progetto importante con la Lila – Lega Italiana per la Lotta contro l’AIDS in cui parlavano di affettività e sessualità consapevole alle donne del carcere femminile di San Vittore di Milano. “Ci indirizzavamo a donne responsabili di reati minori, che sarebbero uscite tra qualche mese o anno. Con me c’erano una sessuologa clinica, Paola Ploia, ed una infettivologa specializzata in malattie infettive a trasmissione sessuale, Alessia Carbone”.

Ha collaborato con un locale milanese per delle serate nelle quali cercava di creare una condivisione sui temi della sessualità. “Più delle consulenze one to one, il mio desiderio principale è di instaurare dialogo e condivisione negli eventi che organizzo. Penso che le persone debbano imparare a parlare di sessualità perché sono spesso bloccate”. Rosita prepara incontri particolari dove introduce l’argomento a livello scientifico ed umano e poi fa in modo che i presenti interagiscano tra di loro. “Un po’ come nel programma La Mala EducaXXXion”, trasmesso dal 2011 al 2014 su La7d.

Su questa scia ha modellato tre format, il più recente è Il Salottino dei Tabù, che riprenderà dopo l’estate. “Si svolge all’interno del coworking Lascia La Scia ed è un vero e proprio salottino in cui i temi sono aperti. Si parla di tutti quei tabù che inibiscono una sessualità libera e consapevole alle persone”.

In collaborazione con il sexy shop online My Secret Case organizza da un anno gli AperiGodo. Un evento in chiave giocosa costruito in tre macromomenti: introduzione del mestiere di Rosita e lancio del tema della serata, domande con risposte dei partecipanti scritte su una lavagna per instaurare interattività, l’oca jouer. “Quest’ultimo è un gioco dell’oca versione sexy. Dividiamo le persone in due gruppi, il capogruppo lancia il dado e per ogni casella devono ad esempio presentare un sex toy, inventarsi una poesia erotica e così via”.

L’ultimo si chiama Sex F.A.Q. con le specialiste che ha conosciuto nel progetto LILA. “Da F.A.Q., frequently asked questions. Adesso è un po’ in stand-by”. Si incontravano in una saletta appartata del locale Ghepensi M.I., davano un tema e facevano passare una scatola in cui i presenti inserivano in forma anonima domande inerenti all’argomento della serata o a 360 gradi.

Il pubblico in genere è costituito da Millennials e Generazione Z (ventenni), molto aperti a tante tipologie di sessualità. “Un ragazzo una volta ha parlato disinvolto al pubblico di partecipanti della sua transizione da donna a uomo. Per le generazioni precedenti, non sarebbe stato così facile”. Secondo Rosita, per le nuove generazioni il vanilla sex è superato, il sesso anale e il rimming lo mangiano a colazione. “Dei ragazzi alla domanda dell’oca jouer su che cosa li facesse eccitare di più a letto risposero il knife play, ovvero farsi tagliare con le lame”. Invece nella generazione primi anni Ottanta e Settanta Rosita ha notato molta paura del giudizio altrui, soprattutto nei confronti di sé stessi e del partner.

Il Salottino dei Tabù prossimamente diventerà un corso con più incontri, una sequenza di workshop “per aiutare le persone a fare un percorso di cambiamento”. Rosita vorrebbe fornire gli strumenti adatti per migliorare la loro consapevolezza sessuale.

Trovate Rosita su Instagram come rosita.sexcoach e su Facebook come Rosita Maugeri.

Sex toys, questi sconosciuti – Parte 3

Il merito sopra tutti che deve essere riconosciuto ai sex toys è di aver regalato i primi veri orgasmi alle donne di trenta e quarant’anni che non erano in grado di raggiungerlo da sole o col partner. Tuttavia negli anni Settanta solo una frangia femminista, quella meno radicale, riconosceva questa qualità ai suddetti dispositivi e la promuoveva per la masturbazione. La maggior parte sentenziava che erano prodotti del capitalismo e che per questo dovevano essere combattuti. I conservatori li consideravano solo degli aiuti per migliorare la vita di coppia. Ed in generale in quel periodo non erano visti di buon occhio perché non “naturali”.

Ron Braverman, e suo figlio, Chad Braverman, proprietari attuali di Doc Johnson, foto: Robyn Beck di AFP, Getty Images

Negli adult store l’affluenza, almeno negli States, era quasi esclusivamente maschile. Quindi Reuben Sturman, il più grande distributore americano di materiale porno, insieme al figlio David e Ron Braverman creò nel 1976 una linea mainstream di sex toys sia per donne che per uomini chiamata Doc Johnson (ancora esistente). Si inventarono un pupazzetto dottore dai baffoni rassicuranti per infondere un senso di fiducia ed autorevolezza come le grandi catene di fast-food. Venivano però venduti in modo tradizionale come “dispositivi medici” ed “aiuti coniugali” e si rivolgevano soprattutto ad eterosessuali monogami. Furono comunque la prima azienda a creare un brand attorno ai sex toys. Più tardi anche Gosnell Duncan formò una ditta per i suoi dildo per disabili, la Scorpio Products. Tuttavia, la prima ad ammettere concretamente entrambi i sessi dentro il suo store di San Francisco fu nel 1977 Joani Blank con il suo Good Vibrations.

Dell Williams, proprietaria di Eve’s Garden, fece un sondaggio tra i suoi sostenitori per capire quale aspetto per loro dovesse avere un dildo e se dovesse per forza somigliare ad un pene. I suoi clienti dissero che non gli importava della taglia ma della sostanza. Duncan, che faceva dildo su misura per Williams, creò sotto sua ordinazione il Venus di color rosa pallido e marrone cioccolato che assomigliava più a un dito storto che ad un organo sessuale maschile. Il messaggio che doveva passare era che i dildo non fossero imitazioni di peni ma solo oggetti per stimolazione e penetrazione.

Moderni sex toys colorati che assomigliano poco a peni specifici.

Grazie alla nuova produzione di attrezzatura di pelle di Pleasure Chest, il sex shop iniziò a diventare famoso tra i punk che sfruttavano molto l’immaginario sadomasochista nel loro modo di vestirsi. Tanto che Joan Jett comprò la famosa cintura di Sid Vicious ornata da anelli di metallo sadomaso proprio in uno dei suoi negozi e si fece una foto davanti a quello di Los Angeles. Anche Freddie Mercury incluse il nome dell’adult store nella sua famosa canzone del 1978 “Let me entertain you”.

Joan Jett davanti The Pleasure Chest di Los Angeles.

Gli home parties per vendere sex toys iniziarono nello stesso periodo di diffusione degli adult stores ma c’erano già dagli anni Quaranta negli Stati Uniti, quando l’amministrazione dell’elettrificazione rurale li promuoveva per elettrificare le case degli americani. Lo scopo di quelli moderni era di incentivare un atteggiamento più sex positive nelle persone. Erano sia per donne che per uomini ma in modo separato. La più famosa organizzatrice di questo tipo di party in Europa è Ann Summers, catena di intimo e sex toys inglese, che li ha lanciati nel 1981, e adesso è arrivata alla cifra annuale di 4.000 organizzati in tutta Inghilterra. Ora nei paesi anglosassoni lo scopo è solo commerciale ma in quelli latini prevale oltre a questo una sorta di approccio educativo, in particolar modo promosso dalla spagnola La Maleta Roja, in Italia La Valigia Rossa nelle riunioni a domicilio.

Foto in copertina: Pulsatore Stronic Drei di Fun Factory.

Il contenuto de La Valigia Rossa

Nei meandri di Tinder con il primo libro di Match and the City, un supporto fondamentale per tutti i sessi per capire i risvolti sessuali ed emozionali delle dating app

foto copertina: Ale Di Blasio

Match and the City è un sito, un blog, una community e pagina Facebook, ed un profilo Instagram molto attivo creata dalla social media manager Marvi Santamaria, siciliana trasferita a Milano. Nel suo nuovo libro Tinder and the City edito da Agenzia Alcatraz racconta come è iniziata la sua avventura sulle dating app nel febbraio 2014 e traccia un profilo sociologico ed antropologico delle relazioni contemporanee estremamente aderente alla realtà. La fatica di Marvi si divora in un giorno. La sua scrittura è brillante, spiritosa ma soprattutto induce a riflettere su certe dinamiche fisse che si innescano nelle dating app.

Su Tinder si incontrano tanti uomini, in una sorta di “catalogo del bestiame”, come aveva preso a chiamarlo Marvi agli inizi. Ma “quantità non è qualità“, giustamente afferma l’autrice. One night stand e sparizioni sono all’ordine del giorno e spesso succede che ci si ritrovi solo a chattare o parlare con il tizio di turno trasformati in “psicologi dilettanti“. Perché l’obiettivo principale è fare sesso. Soprattutto per gli uomini, stando ad un sondaggio anonimo condotto dalla stessa Marvi. Non solo, il 50% dei ragazzi su Tinder è riluttante ad usare i preservativi, scansati con le solite scuse (mi dà fastidio, toglie la magia). Molte le storie assurde vissute, tra cui quella in cui per andare ad un festival viene ospitata da un ragazzo che la fa dormire nel letto matrimoniale dei suoi genitori preparato da loro stessi. La blogger si busca addirittura una febbre improvvisa per l’aria condizionata al massimo nell’appartamento degli amici di un musicista campano che l’aveva invitata a mangiare qualcosa. Si affrontano fantomatici (per fortuna) problemi sessuali e veri, come il fatto che una buona percentuale degli uomini che si incontrano su Tinder abbia difficoltà d’erezione (confermo). Sono illustrati gli effetti collaterali dell’app: sindrome dell’abbandono, perdita dell’aderenza con la realtà, dipendenza. Emergono i contro negativi come l’accentuarsi degli stereotipi maschili e femminili e il non conoscere mai veramente le persone. Insomma, “la vita sulle dating app non è una favola”. Ma ci sono anche i pro di Tinder. Aumenta la consapevolezza su ciò che si vuole e non si vuole, aiutano a scoprire il proprio corpo, i propri desideri e la propria sessualità: “sono come una palestra”. D’altronde, “non sono le dating app a dover funzionare, ma le persone“. Alla fine del libro c’è un glossario fenomenologico in cui vengono spiegate frasi topiche come “Cosa cerchi qui?” e strani fenomeni “atmosferici” come il ghosting e lo zombeing. Vi consiglio fortemente il suo libro per avere una finestra su questo mondo, se non ci siete ancora entrate, o ritrovarvi nelle sue esperienze, come è successo a me, se l’avete provato per breve o lungo tempo.

Volete sapere quanti fidanzati ha trovato Marvi su Tinder? Uno. Su 42 ragazzi con cui è uscita e 413 match. A giugno 2018 ha organizzato il primo AperiTinder d’Italia a Milano, al quale hanno partecipato più di 60 persone ed ha intenzione di preparare altri eventi sotto nuovi e scoppiettanti format.

Cosa ti ha dato la spinta ad aprire il blog?

La mia community nasce nel momento in cui mi sono resa conto che non ero l’unica a vivere il disagio da dating app e che questo tipo di disagio poteva unire le persone. A cavallo tra il 2016 e il 2017 ho aperto il blog assieme alla pagina Facebook, poi sono arrivati Instagram, il gruppo Facebook di confronto per sole donne Match & City Cafè, gli eventi e il podcast prodotto da Querty. Infine, lo scorso 9 maggio, il mio libro “Tinder and the City” edito da Agenzia Alcatraz. Sono passati poco più di due anni eppure ho raccolto tante soddisfazioni, esperienze, incontri umani che mi hanno donato tantissimo.

La tua prima esperienza in assoluto con le dating app è stata Tinder oppure prima ne frequentavi delle altre?

Il primo piede nel mondo del dating online l’ho messo proprio tramite Tinder, come racconto nel libro. Un mio amico me ne aveva parlato ad una cena, era il febbraio del 2014, l’applicazione esisteva da un paio d’anni ma non era ancora esplosa in Italia, com’è accaduto in seguito. Poco dopo ho cominciato ad usare a pieno regime parallelamente a Tinder anche Happn, e queste sono le due dating app che ho usato maggiormente, con risultati simili tutto sommato (ossia gioie e dolori).

Il tuo blog ha un nome affine alla celebre serie Sex & The City, ti piaceva?

Sì, è un tributo a Sex and the City, serie tv che ho scoperto tardivamente, devo ammettere. Prima di allora – ossia poco prima di aprire il blog – l’avevo snobbata pensando fosse una serie frivola, invece dopo me ne sono innamorata come molti altri fan, scoprendo che non parlava solo di sesso e relazioni, rompendo già allora dei tabù (vedasi l’apparizione del mitico Magic Wand e del vibratore Rabbit, primi sex toys in una serie tv) ma anche del valore dell’amicizia e della coesione femminile pur nella diversità di carattere delle protagoniste. Amo molto il personaggio di Samantha, ma mi ritrovo ancora di più in Miranda, per il suo cinismo, seppure anche lei alla fine ceda all’amore (e alla maternità, ops spoiler!).

Eventi di Match and The City

La comunità Match & the City Café (solo donne) ti ha dato la spinta per scrivere un libro sulle tue esperienze nelle dating app?

Senz’altro. Ogni giorno nel mio gruppo scrivono decine di donne, che si scambiano altre decine di commenti sotto alle loro storie, in un flusso e una narrazione collettiva senza sosta. Posso dire di aver scritto il libro immaginando loro come mio pubblico ideale, seppure non esclusivo. Può essere letto anche dalle neofite delle app o da chi non sa ancora se provarle o meno, ed anche gli uomini per ritrovarsi in certi racconti oppure cercare delle dritte, per quanto non sia un manuale: rifiuto l’idea, sarebbe in qualche modo normativo e non sarebbe nel mio stile.

Che tipo di feedback stai ricevendo per Tinder and the City?

Vicinanza, condivisione di una “sorte comune” e ringraziamenti per aver dato voce a questi sentimenti legati ad esperienze del genere. La cosa che mi dà particolare soddisfazione, poi, è riceverli anche da uomini, dato che cerco di portare avanti un discorso sulla “Tinder generation” che abbracci tutti i generi e gli orientamenti sessuali, provando a metterli in comunicazione.

Quantità non è qualità affermi nel libro, in cui dici che hai conservato diversi messaggi degli uomini con cui ti sei incontrata, sapresti fare una stima più o meno quanti ti hanno lasciato un segno positivo?

Il fatto che il libro contenga storie per lo più deludenti o quanto meno “amare” e solo una che ha qualche punta di dolce (ri-spoiler!) la dice già lunga. Il computo finale non è dei più entusiasmanti. Quello che mi resta però è una maggiore consapevolezza su ciò che mi piace e soprattutto su quanto sia importante, in primis per noi donne data la storia di oppressione del nostro genere, imparare a comunicare con l’Altro, non solo il nostro consenso ma anche il nostro dissenso, i nostri desideri, anche quelli sessuali, e mettere sul tavolo aspettative e intenzioni prima che si tramutino in paranoie capaci di scrivere su WhatsApp.

Secondo te, quali sono i difetti e i pregi di una dating app?

Più che di pregi e difetti del dating online, ampliando il campo, mi viene da parlare di opportunità e rischi. Le opportunità sono sterminate sia in termini prettamente numerici – facendo swipe tra i profili le tue probabilità di match e di incontri salgono esponenzialmente e in un modo che non potresti ottenere se dovessi andarli a cercare nella vita offline – sia qualitativamente, a volte: le dating app hanno aumentato i matrimoni misti in USA, ad esempio. In Italia la situazione è differente (ma abbiamo un problemone con l’integrazione in generale) però, ecco, le app ci permettono di incontrare il “diverso” da noi, ed il diverso è una ricchezza. Difficile che questo succeda se frequentiamo sempre lo stesso giro d’amici. Le dating app costituiscono poi anche una opportunità per riscoprire il proprio potere seduttivo, la propria femminilità in certi casi, e conoscere più a fondo come funziona il nostro corpo e i nostri desideri sessuali.

Eventi di Match and The City, foto: Lorenza D’Alessio

Quali rischi si corrono?

Oltre a quelli affettivi che possono derivare da relazioni che non partono mai o falliscono nel ghosting, aspettative deluse e così via. Ci sono anche quelli legati alla salute: aumenta la promiscuità e, se non ci si protegge, aumentano anche le malattie sessualmente trasmissibili. Ma questo non è un fattore imputabile alle dating app: la promiscuità può attuarsi anche tramite tante altre modalità e per me non è in sé un male, mai, seppure il bigottismo e maschilismo ancora imperanti ci vogliano far sentire in colpa o “sbagliate” (per non dire altro) se viviamo una sessualità libera. Basta essere responsabili e consapevoli nelle proprie azioni. Poi c’è anche il rischio della “addiction”, che io stessa ho vissuto e racconto nel mio libro: ma anche questa si somma a una rosa di dipendenze protagoniste dei nostri tempi. Con questo non voglio sminuirla, anzi, nel libro concludo che se la dipendenza da dating app comincia a renderci schiavi ed infelici nella vita, non si deve aver vergogna a cercare anche un supporto psicologico per svincolarsi da queste dinamiche.

Qual è la migliore dating app in circolazione?

Questa domanda non può avere risposta. Come dico sempre: le dating app sono solo un mezzo, non hanno un rating certo di successo o funzionamento. Sono le persone a “dover funzionare”. Ciò che può variare è il target e la meccaniche dell’app: oggi se ne contano decine e decine differenti sul mercato, per tutti i gusti come si suol dire. Il mio approccio è sempre stato quello di provarle e vedere come va. Per fortuna non ce le ha prescritte il medico.

Sei ancora iscritta a Tinder?

Sì, e attendo mi diano la cittadinanza onoraria. Praticamente ho le chiavi di quei posti: ne ho viste, lette e sentite di tutti i colori!

Cosa ti ha insegnato condividere le tue esperienze sulle dating app con altre donne della community?

La mole di storie e opinioni condivise nel gruppo, così ricorrenti nei loro copioni, mi ha dato ulteriore prova di quanto il fenomeno e i sentimenti correlati alle vicissitudini e disavventure da dating app siano un’esperienza trasversale e diffusa. E quanto ci sia bisogno e voglia di parlarne, soprattutto tra donne, dove spesso vige anche del maschilismo interiorizzato che ci porta a giudicarci e suddividerci in “sante e puttane”, col risultato spesso di sentirsi isolate e “sbagliate” anche nel proprio giro di amicizie. Anche se a me non è mai successo – per fortuna le mie amiche non mi hanno mai giudicata ma anzi, pur alcune non apprezzando le dating app né “praticandole”, mi hanno sempre ascoltata e hanno raccolto le mie lacrime negli anni – leggo di donne che non possono sfogarsi con amiche e amici proprio per paura di essere giudicate.

Nuovi progetti?

Voglio organizzare eventi con format inediti e continuare a sviscerare le dinamiche delle dating app, di fatto essendo il mio posizionamento, e continuando a incuriosirmi anche se ora non vi sono immersa fino al collo come anni fa. Ma anche spaziare in campi correlati come la sessualità consapevole ed, ancora, le tematiche e le istanze del femminismo, oggi come non mai urgenti e fondamentali per non perdere terreno sotto ai piedi e difendere e acquisire sempre maggiore parità tra i sessi.

Sex toys, questi sconosciuti – Parte 2

I cataloghi americani di prodotti venduti via posta del 1870 pubblicizzavano “dildo o peni artificiali” senza eufemismi. Ma la pacchia durò poco perché nel 1872 fu creata la Commissione della Soppressione del Vizio che credeva che la masturbazione fosse pericolosa e il sesso per il solo scopo del piacere fosse peccato. Questa proibì la vendita postale di sex toys, compresi quadri erotici, facendola diventare un’industria underground.

I primi vibratori tecnologici iniziarono a comparire a fine Ottocento in Inghilterra, Francia, Germania, Cina, Giappone ed USA, potevano andare ad acqua, aria compressa o vapore. Il primo vibratore elettrico fu inventato dal medico inglese Joseph Mortimer Granville per curare la stitichezza, il mal di schiena ed il diabete in uomini e donne. Credeva che i nervi del corpo avessero un equilibrio naturale con vibrazioni salutari e che quando questo venisse a mancare per malattie, doveva essere ristabilito tramite vibrazione. I vibratori erano usati per curare tutti i tipi di disturbi meno che la masturbazione. Stessa storia per i dilatatori rettali, in genere di gomma, metallo o vetro, che erano pubblicizzati su riviste mediche e di salute, spacciati per curatori di diversi mali, tra cui anche la masturbazione maschile. Esistevano pure dilatatori vaginali usati per curare il vaginismo.

Prodotti venduti da Beate Uhse, foto: spiegel.de

In Germania nel frattempo l’ex pilota della Luftwaffe Beate Uhse vendeva alle casalinghe tedesche il suo Volantino X, una brochure dove spiegava alle donne il metodo anticoncezionale Ogino-Knauss, oggi considerato non efficace. Parlava anche di frigidità femminile ed impotenza maschile. La sua azienda di opuscoli si chiamava Betu e ben presto iniziò a confezionare scatoline con condom, che nel dopoguerra scarseggiavano, e libri come Amore senza paura di Eustace Chesser ed Il Perfetto Matrimonio di Theodoor Hendrik van de Velde, in base alle richieste delle sue clienti. Nel febbraio del 1951 fondò una società di vendita per corrispondenza ed assunse un dottore per rispondere alle domande dei clienti. Per sfuggire alla censura ed al carcere, si finse su carta “Salvatrice di matrimoni”. Quando la Germania a fine anni Sessanta si fece più libera di pensiero, iniziò a vendere preservativi chiodati, pillole erotiche ricoperte di zucchero, négligée per la notte. Nel Natale del 1962 Uhse aprì il suo primo “negozio specializzato per l’igiene matrimoniale” a Flensburgo. Ha creato un impero di sex shop durato sessant’anni, che dopo la sua morte nel 2001, è andato in rapido declino e nel 2017 è fallito. Nel 1989 ha ricevuto dal suo Paese la Croce Federale di Merito per aver aiutato i tedeschi a ritrovare una sessualità più rilassata.

Biancheria Sexy dal catalogo di Beate Uhse, foto: spiegel.de

Nel frattempo nell’America di metà anni Sessanta l’ex ventriloquista Ted Marche insieme all’imprenditore John Francis creavano protesi per uomini impotenti, dildi in cloruro di polivinile cotti al forno in una cucina di Los Angeles. Furono loro ad inventare il colore rosa carne e la vagina strap-on: spacciavano i dildi per “aiuti matrimoniali”. È grazie al dildo se William Masters e Virginia Johnson scoprirono nel loro celebre studio del 1966, in cui osservarono oltre diecimila rapporti sessuali, che la donna poteva avere orgasmi multipli, molto più intensi che durante l’atto con un’altra persona. Il paraplegico Gosnell Duncan di Chicago scelse il silicone come materiale ideale per i dildo. A differenza del cloruro, non si scioglieva anche se esposto ad alta temperatura, non era poroso, poteva essere sterilizzato in acqua bollente e non aveva un odore chimico forte. Aiutato dalla General Eletrics ne creò un modello che non fosse irritante per il corpo. Di origini caraibiche, rese disponibili i dildo in tre gradazioni differenti di nero ed uno bianco. Erano venduti come protesi strap-on per aiutare i disabili: i dildo e i vibratori infatti sono molto utili perché aumentano le possibilità di erezione. Duncan li faceva a mano su misura, non erano vuoti ma solidi, e potevano essere attaccati all’osso pubico lasciando testicoli e pene liberi.

Vagina strap-on

In Inghilterra furono aperti una serie di sex shop negli anni Sessanta da Carl Slack a Soho. Nel 1971 aprì a New York, nove anni dopo Beate Uhse, il primo negozio di sex toys gay e women friendly, Pleasure Chest, gestito da Duane Colglazier e Bill Rifkin. Inizialmente era un negozio di soli materassi ad acqua, i sex toys furono aggiunti per attirare l’attenzione, dato che i prodotti erano su ordinazione. A Milano aprì il primo lo stesso anno in Piazza Sempione, Basta Problemi di Ercole Sabbatini e sua moglie Angela Masia. Con la rivoluzione sessuale a cavallo di Anni Sessanta e Settanta i sex toys furono considerati uno strumento per la rivoluzione politica e perciò sempre più femministe americane iniziarono ad interessarsene, una di queste, Dell Williams, aprì il primo sex shop femminista dedicato alle donne Eve’s Garden a Manhattan nel 1974. Tuttavia, il più grande distributore di materiale pornografico e sex toys negli States rimase per lungo tempo (nonostante i numerosi problemi legali) Reuben Sturman, che aveva cominciato il suo business nei primi Sessanta.

To be continued

Foto copertina: Pulsatore Stronic Drei di Fun Factory

I proprietari di Basta Problemi Sex Shop di Milano

Franco Trentalance, l’ex pornodivo eclettico che stupisce sempre

Di recente Franco Trentalance è stato nella mia cittadina per presentare la sua nuova graphic novel Bloody Park. Ho sempre voluto intervistare un pornodivo o una pornodiva e lui si è reso gentilmente disponibile. Ha lasciato il mondo dell’hard nel 2017, ed essendo una persona eclettica, non si è limitato a fare tv ma ha esplorato l’universo della scrittura, del coaching e dell’enogastronomia. Non si tratta della prima star del porno che si dà alla parola scritta, come Sasha Grey, o dedita alla scrittura, come Stoya. Tuttavia, sembra essere uno dei pochi continuativi e particolarmente bravo a scrivere. È discreto anche nella recitazione, caratteristica non scontata per un ex porno attore. Si è fatto conoscere al grande pubblico con la partecipazione nel 2008 alla terza edizione del programma La Talpa di Mediaset. Negli anni ha vinto diversi premi sia come porno attore che scrittore: Premio alla Carriera (BMB Festival IV Edizione, Milano, 2011), Miglior Testimonial dell’Hard Italiano e Personaggio dell’Anno ( Premio Hard Channel TV, 2012, 2014), Accademia Res Aulica Scrittori in gusto per Tre giorni di buio (2015) e Premio FiPiLi Horror Book Festival per Il guardiano del parco (2017).

La graphic novel Bloody Park è tratta dal suo ultimo romanzo horror Il Guardiano del Parco (2017), scritto con il regista, sceneggiatore e autore tv Marco Limberti. Alba Scott è una studentessa americana in visita a Mozzano, un paese vicino Lucca, per completare la sua tesi universitaria. La sua bellezza non passa inosservata e finisce sulla strada di un serial killer sparendo in modo misterioso. Il fumetto è stato realizzato da Andrea Cavalletto e prodotto da Edizioni Inkiostro.

Perché hai deciso di fare l’attore porno?

Al pari di un musicista, un ballerino, un cantante, un dentista o un ingegnere, volevo fare della mia passione che era il sesso un mestiere. Desideravo diventare un professionista della cosa che mi divertiva di più. Poi ci è voluta una buona dose di coraggio perché più di venti anni fa quando ho iniziato essere un attore o attrice hard non era la cosa più pop del mondo.

In vent’anni di carriera hai attraversato due epoche diverse dell’industria del porno. Come hai vissuto questo cambiamento?

Bene perché alla fine un professionista si concentra sulla scena di sesso pura e la partner piuttosto che sui cambiamenti. Però è vero che siamo passati dal VHS al DVD ai video di Internet, dalle telecamere giganti con i cassettoni dentro a quelle HD con i nastrini alle ultime digitali con la scheda.

Sei passato anche dalla trama alla non trama.

Sì, anche se in realtà il mercato commerciale funzionava così: le case di produzione vendevano dei pacchetti di film. Al loro interno c’erano due prodotti di punta con la trama ed una serie all sex, dove c’era solo sesso, e tutti venivano presentati alle fiere internazionali. Io ho sempre fatto entrambi. La clip di Internet ha determinato la fine della trama.

In un’intervista al giornale Il Tempo dichiari che fare hard ‘non è un lavoro qualunque per l’ansia da prestazione, soprattutto per i maschi’. Quali sono le difficoltà che si devono affrontare in questo mestiere?

È come essere un campione sportivo. Hai un grande valore ed il tifoso si aspetta sempre che tu giochi al cento per cento. Questa è l’ansia iniziale che accomuna uno sportivo ad un attore hard. Ad un campione qualche sconfitta gliela puoi concedere, il porno attore invece non può fare mai cilecca. Siccome non è prevista, il doverci riuscire per forza mette pressione su un set. Quando i ragazzi vogliono fare dei provini in Europa, e sottolineo che in Italia non ci sono, prendono delle pillole per risolvere l’assenza di erezione. Ma se sei nervoso o sotto stress ed il motore non lo accendi, l’aiuto non scatta.

Dici spesso che ti piace andare al sodo, perché allora hai pubblicato un manuale di seduzione (Seduzione Magnetica, 2018)?

Per andare al sodo (ride). Il manuale vale anche per il sesso femminile. Se una donna dedica un mese di tempo ad un uomo che le piace, poi ci finisce a letto e scopre che non è capace, hanno perso tempo tutte e due. Non è per andare a letto insieme subito però se va in porto, avrai guadagnato un mese in più nello stare bene, se va male avrai risparmiato un mese buttato. Il libro non è un manuale di rimorchio. Ci sono dei suggerimenti tattici ma il concetto fondamentale è diventare persone migliori. La seduzione si basa su serietà, affidabilità, disponibilità e preparazione culturale. E questo vale non solo con le donne, ma con tutta la gente che si conosce.

Che cosa ti dà lo scrivere di thriller che il porno non ti ha mai dato?

Mi è sempre piaciuto comunicare: ho fatto l’istruttore sportivo nei villaggi turistici, il barman in discoteca. Mi sono sempre trovato in contesti affollati. L’esaltazione della comunicazione è la parola. Nel porno c’erano tante sensazioni forti ma la comunicazione era parziale. Il poter scrivere rende al meglio ciò che uno percepisce e pensa.

I migliori racconti erotici online si trovano su Clitoridea, molto più di una semplice raccolta

Clitoridea è un sito di racconti erotici nato ufficialmente nel dicembre del 2016. L’ideatrice è Ketty Rotundo, originaria di Catanzaro e residente a Cosenza, che qualche mese prima ad agosto aveva avuto la stimolante illuminazione. La scelta del nome è stata casuale. “Ero a letto con un tipo con il quale mi frequentavo all’epoca e si stava parlando del mio essere ‘clitoridea’ e non vaginale (o almeno non sempre), lui mi rispose che sarebbe stato un bel nome per un blog”, ricorda, “Da lì ho iniziato a pensare al significato che avrei potuto dargli io, concentrandomi sul gioco di parole. Clitor- idea. Dopo qualche mese dalla sua nascita ho ricevuto la proposta di curare la raccolta di racconti erotici, Red, per una casa editrice di e-book di Cosenza, Teomedia”.

Nella sua raccolta si trova ogni tipo di racconto, l’importante è che sia scritto bene. Le storie sono profonde ed intense, semplici e delicate. I racconti dei suoi autori sembrano frammenti di romanzi più grandi presi nei loro momenti migliori.

Ketty sapeva fin dall’inizio che non si sarebbe fermata ai racconti erotici. Infatti sul suo sito ci sono diverse sezioni: Racconti e Poesie, Handjobs – Storie a quattro mani, Voyeur – I tuoi occhi le nostre mani, Dirty Talk – La letteratura che parla sporco, Clitoridea&Friends. Se volete inviarle qualcosa, scrivetele a clitorideaweb@gmail.com.

Su Instagram conduce spesso sondaggi su letteratura e sessualità, dirette, dibattiti e pubblica sue poesie o riflessioni: https://www.instagram.com/clitoridea/. Recentemente ha subìto una sospensione del profilo da parte di Instagram seguita il giorno dopo da Le Sex en Rose (storia qui su Vice), è riuscita a ripristinarlo ed è tornata più carica di prima.

Logo Clitoridea

Quale tipo di selezione applichi ai racconti che ti arrivano?

Bella domanda. Inizialmente pubblicavo qualsiasi racconto mi venisse inviato. Avevo meno esperienza, anche a livello di lettura di questi. Oggi mi baso su più parametri. La modalità con il quale viene scritto, la grammatica e la punteggiatura.

Secondo te, cosa fa un buon racconto erotico?

Non mi interessa la storia in sé. Ognuno può avere una sua idea di cosa sia un racconto erotico. Sicuramente guardo la forma e la modalità con la quale si arriva ad una scena di sesso. Non che queste facciano di un racconto un racconto erotico. Ci sono casi in cui questo può definirsi erotico anche senza rapporto sessuale. Però, mi soffermo spesso sul come vengono raccontate certe situazioni. È difficile da spiegare. Non c’è una regola precisa in realtà, dipende sempre dalla storia che si vuole raccontare. Alcune necessitano di poetica, altre di pathos, altre ancora di attesa. Se mi viene mandato un racconto nel quale si descrive solamente una scena di sesso, per me non può definirsi tale e quindi non lo pubblico. C’è differenza tra un racconto erotico ed un episodio sessuale che ti è successo e questa sta nei dettagli: possono essere delicati o forti, ma devono esserci.

È stata dura all’inizio acquisire la fiducia dei lettori?

Onestamente no. Sin dalla prima pubblicazione il sito ha avuto diverse visualizzazioni e letture. Dipende anche da quanto viene pubblicizzato. Quindi ciò cambia anche dalla persona che lo scrive ed eventualmente non ha timore a farlo leggere e pubblicizzarlo.

Ci sono dei racconti che ti hanno particolarmente colpita?

Ovviamente sì, ma preferisco non menzionarli!

Il sito ha degli scrittori assidui, i cui racconti si possono trovare spesso?

Sì, qualcuno che scrive spesso c’è. Come Giovanni Canadè , Ensa Fagnano e LolaMa.

@Clitoridea

La tua rubrica Clitoridea&Friends è la più famosa del sito, com’è nata?

È una rubrica nata dall’esigenza dei miei followers di raccontarsi. Non è stata una mia idea (tranne il nome), ma è venuta fuori in modo spontaneo. Raccontare le proprie esperienze è fondamentale. Un po’ perché parlarne aiuta, un po’ perché confrontarsi con gli altri ci fa capire che “non siamo soli”.

Quali sono le altre rubriche?

Oltre a quella dedicata ai racconti ed alle poesie erotiche, c’è la rubrica Voyeur, nella quale vengono pubblicate fotografie di un/una fotografo/a accompagnati da un testo di qualsiasi persona voglia scrivere, facendosi ispirare dalla fotografia appunto. Un’altra rubrica è HandJobs, che raccoglie racconti erotici scritti a quattro( o più) mani. Poi c’è DirtyTalk, delle recensioni su romanzi erotici curate da Giovanni Canadè.

Quanto sei cresciuta col blog e cosa di te è riuscito a cambiare negli anni?

Negli ultimi mesi la pagina Instagram è cresciuta molto ma il mio progetto si estende anche fuori dai social. Per esempio, da qualche mese faccio parte del collettivo Fem. In (Cosentine in lotta) e con loro organizziamo le Chiacchiere sulla sessualità, degli incontri nei quali si sceglie un argomento e se ne parla liberamente ( o almeno proviamo a farlo!). Ho organizzato anche un evento nel quale si gareggiava con la scrittura e lettura di racconti. È stato molto interessante, lo rifarò sicuramente.

Nomina libri di racconti o romanzi erotici fondamentali per la letteratura erotica.

Innanzitutto Paura di Volare di Erica Jong, fondamentale poiché parla di sessualità e femminismo. Consiglio tutto quello che hanno scritto Anaïs Nin ed Henry Miller. In realtà, tutta la letteratura erotica che non fa parte di quella attuale. Purtroppo, spesso, vengono spacciati come “erotici” romanzi che invece sono ‘romance’. La differenza fondamentale che distingue i due generi è che il romance è una storia d’amore (che spesso ha un lieto fine) nella quale ci sono scene di sesso (vedi la trilogia di Cinquanta Sfumature), nei romanzi o racconti erotici non è così, o comunque non è un elemento necessario.

A quale ultimo progetto stai lavorando?

A tantissimi. Vorrei pubblicare un e-book nel quale raccogliere fotografie e scritti sul corpo. Ma è ancora embrionale. In più c’è il progetto Culinaria, che vorrebbe raccogliere ricette descritte però in modo erotico. Prima o poi partirà! Ne ho anche altri in mente, ma ci vogliono tempo ed energia. (E anche soldi volendo!)

@Clitoridea