Cunnilingus, chi lecca dimostra la propria intelligenza

Il cunnilingus è una pratica che adoro. È di sicuro la strada più sicura per far venire una persona con vagina. SE si sa come farlo. Sì, perché, oltre a dare le direzioni, non è facile mantenere un certo ritmo con la lingua. C’è chi si eccita subito sul clitoride, a chi serve essere penetrat* dentro e mangiat* e a chi necessita di entrambe le azioni come me. Ci vuole pazienza e costanza, e chiedere se si è effettivamente venute senza fidarsi di rumoretti e strilli di piacere. Anche se, diciamocelo, quando siamo bagnate potrebbe potenzialmente continuare all’infinito!

Menade e satiro, tardo Novecento, artista sconosciuto

Il cunnilingus, a partire dal nome, non mostra subito una “bella faccia”. Ha mantenuto un nome latino misterioso così come fellatio per non famigliarizzare col “nemico”. In un giro di domande su Instagram e Facebook, ho scoperto che gli italiani, oltre a leccata, chiamano questo atto “andare in immersione”, bidet, colazione, pigiamino. Quest’ultimo, mi diceva Gea Di Bella di Valentina’s Room, è molto usato a Palermo ed un follower mi ha detto che nel film Corda Tesa (1984) il personaggio di Clint Eastwood, Wes Block, dice a Beryl Thibodeaux (Geneviève Bujold) che vorrebbe provare a farle un pigiamino di saliva. In realtà, si tratta di un’invenzione del doppiaggio italiano. Nell’originale domandava solo se potesse leccare il sudore dal corpo della donna. Addirittura c’è una parola, “pennellessa“, che non si riferisce ad un pennello grande, ma in gergo indica l’azione di leccare prima il “culo” e poi la “fessa”(vagina). Bisogna però ricordarsi in quest’ultimo caso che è meglio non fare le due cose contemporaneamente per rischio di infezioni in vagina.

Tightrope (Corda Tesa, 1984)


Come il pompino, e anche di più, il cunnilingus ha subito lo stigma di appartenere ad una categoria che è stata maltrattata e mortificata nel corso della storia: quella femminile. Gli antichi romani, che avevano una società fortemente patriarcale, pensavano fosse disdicevole per un uomo abbassarsi ad affondare la faccia nella vagina. È una dimostrazione di debolezza e di essere al servizio di un essere che non dovrebbe valere così tanto. Questo atteggiamento è ricalcato ancora oggi da certe società chiuse patriarcali e dalla criminalità organizzata. Come mi è stato gentilmente segnalato da Nicola Vitiello di Radio Deejay (DeeNotte), la nona puntata della prima serie de I Soprano, dal titolo “Boca”, dimostra che il cunnilingus è malvisto dalla comunità dei mafiosi italoamericani. La pratica è la specialità di Corrado Junior Soprano (zio Junior) che applica sull’amante Roberta.  Quest’ultima ha affidato le sue confidenze all’estetista dove va un’amica di Carmela, la moglie di Tony, che lo dice al marito dopo grandi risate. Tony ne approfitta per punzecchiare l’anziano e prenderlo in giro, dicendogli che gli piace “la passera di mare”. Zio Junior capisce e dice a Roberta di non volerla vedere più spiaccicandogli in modo violento in faccia la torta di meringa al limone che lei gli aveva comprato. In un discorso che hanno i due a metà episodio, Corrado le rivela il motivo per cui non deve trapelare la sua abilità nel leccare (qui, minuto 1:42).

Roberta: Perché questo gran segreto?

Zio Junior: Su cosa?

R: Sul sesso orale. Cosa c’è di così terribile nel saper soddisfare una donna?

ZJ: C’è bisogno di parlare di questa cosa?

R: Ma io voglio sapere perché.

ZJ: È complicato.

R: Ah, lo vedo. Ma perché?

ZJ: Perché per noi se uno lecca la patata, lecca tutto.

R: Oh, stai scherzando.

ZJ: È un segno di debolezza e anche un segno che sei un finocchio.

R: Haha, un finocchio? È ridicolo, Corrado. Come si possono legare le due cose?

ZJ: Cosa vuoi che ti dica? Non le faccio io le regole.

Boca, 1×09, The Sopranos


Un sondaggio di PornHub, abbastanza di parte, nel 2016 diceva che gli italiani che guardavano video di sesso orale su una donna erano il 52% in meno rispetto alle statistiche mondiali (i più interessati sono gli americani). Io penso che se vuoi vedere un porno, cerchi o ciò che ti fa eccitare seriamente o ciò di cui non hai esperienza, quindi la percentuale è relativa. Tuttavia, su questi dati, Cosmopolitan Italia aveva fatto un sondaggio e confermato che i maschi eterosessuali non amano la pratica per cattivo odore, peli, troppa intimità e sottomissione. Dalle mie esperienze con gli uomini posso dire che la percentuale è abbastanza vera ma non assoluta. Spesso il problema non è l’atto in sé oggi, ma la quantità di peli che circonda la vulva. Che sia bella o meno, se non piace il pelo e si è schizzinosi, per alcuni potete pure buttarla via. L’assenza di peli aumenta il rischio di malattie infettive perché irrita i follicoli piliferi e lascia microscopiche ferite aperte (fonte). Ma nessuno sembra saperlo, anzi spesso i peli sono associati ad una scarsa igiene e la superficie glabra alla pulizia. Questa tendenza al disgusto del pelo non è da far risalire esclusivamente al porno ma ai cambiamenti di costume nel corso dei secoli, di cui l’industria pornografica ne è uno specchio. Per fortuna qualcosa sta cambiando e pure l’intrattenimento porno mainstream sembra stia tornando ad una maggiore varietà, anche grazie all’ascesa del porno femminista ed inclusivo.

Apodyterium, scena quarta, Terme Suburbane, Pompei

Anche i portator* di vagina non sono sempre dei fan della leccata. Per una serie di motivi: non sono abituat* a pensare ai loro bisogni (ma adesso si sta cambiando), si fanno problemi sull’odore e si imbarazzano per il proprio stesso organo. Abbandonarsi completamente ad una persona…è più facile di quanto crediate. I giovani di oggi sembrano averlo compreso bene, dati recenti riportano che l’80% di loro preferisce fare sesso orale piuttosto che avere un rapporto sessuale canonico (tipo patatine e popcorn invece della pizza). Per accogliere il cunnilingus, basta rilassarsi ed essere curiosi. Non fingete di essere venut* per fare presto. Se sentite che si sta sforzando invano, date qualche indicazione utile. Cunnilingus is caring. Il sesso orale deve essere uno scambio reciproco. Non esiste sottomissione. Ci abbassiamo perché i genitali si trovano sotto l’ombelico. Per godere bisogna ficcare le mani nella pasta, imbrattarsi, comprendere, comunicare, guardarsi negli occhi quando necessario. Non arrendersi per l’estetica (a meno che non ci siano segnali evidenti di sporcizia o cattivi odori). Il cunnilingus così come il pompino è un atto di cortesia, affetto, amore, gentilezza generica. Chi lecca nonostante i propri gusti e preferenze, dimostra molta più intelligenza di chi nemmeno si abbassa a provarci, schiavo delle proprie credenze.

Uonnabi, il posto dove ogni trasformazione è possibile

Uonnabi, dall’inglese wannabe (vorrei diventare, aspirante), è nato come un magazine online su Medium di argomenti LGBTQI+ legati alla sfera della letteratura, del cinema, della fiction e della musica. Giovani contributors hanno messo la loro penna a disposizione della rivista creata da Giovanni Mauriello e Flora Ciccarelli tre anni fa a Torino. Col passare del tempo, il progetto si è trasferito su Instagram ed è stato tradotto nella realtà attraverso iniziative fresche e divertenti: Tarot of the Pops, Sissy That Talk, Kissoni. Nel loro account Instagram sulle Storie in Evidenza c’è anche un curiosissimo ABC Drag, sulle parole più usate nel gergo delle drag queen. Oggi hanno presentato su Instagram il progetto Trans of Turin, dedicato ad otto persone transgender che abitano, studiano e lavorano nella città in mostra dal 19 al 27 novembre ad Off Topic, hub culturale del TYC, centro di protagonismo giovanile. I ragazz* sono una fucina di idee creative e ne stanno preparando delle belle, lo scoprirete nel corso dell’intervista.

Come avete deciso di creare Uonnabi?

Siamo stati entrambi adottati dalla città di Torino, e in un periodo in cui la voglia di esprimerci era tanta ma le occasioni per farlo erano poche, abbiamo pensato di creare qualcosa di nostro per poter lavorare ai progetti che davvero ci interessano senza filtri imposti da altri.

Una delle vostre iniziative che mi ha attirata subito è Sissy That Talk, in cui trasformavate gli intervistati in splendide drag queen, con quali criteri avete scelto le persone e ripeterete il formato a breve?

Sissy That Talk è un format che è nato dall’esigenza di parlare del mondo drag senza soffermarsi sull’aspetto artistico ma tirandone fuori il potenziale “introspettivo”: la maschera, la trasformazione come sfida al pregiudizio collettivo. Per fare questo percorso abbiamo scelto tre persone diverse (l’illustratore Mattia Surroz, la scrittrice Giuli Muscatelli e la regista Irene Dionisio) ma con una sensibilità comune al tema della pluralità delle identità e alla rappresentazione della diversità.

Mattia Surroz in Sissy That Talk

Perché è importante diffondere la cultura drag e cosa ci insegna questo mondo secondo voi?

Siamo certi che la performatività del genere sia alla base dell’egemonia del sistema patriarcale nella nostra società. L’arte drag concede a chi la pratica e anche a chi assiste di prendersi una pausa da questa ossessione per il binarismo di genere; se ne prende gioco con finalità artistiche che possono però condurre a delle riflessioni più serie sull’arbitrarietà di alcune imposizioni sociali. Il nostro piccolo esperimento ci ha permesso di renderci concretamente conto del processo di emersione della cosiddetta “femminilità” in dei soggetti che sono soliti viverla con delle modalità ordinarie, o comunque meno socialmente stigmatizzate. Questa per noi è un po’ una controprova di quanto sia penetrante la cultura nella costruzione dei comportamenti legati al genere. In più, c’è una forte compatibilità tra il nostro modo di vivere l’attivismo (in senso lato) e l’ironia alla base dell’arte drag. Già solo per questo l’amiamo molto. 

La Mila, presentatrice di Sissy That Talk

Che cosa sono i Tarot of the Pops, quali sono le carte più particolari e li metterete a disposizione per la vendita prossimamente?

I Tarot sono un mazzo di carte composto dai 22 arcani maggiori dei tarocchi ma reinterpretati attraverso l’uso di icone della cultura pop italiana ed internazionale: da Beyoncé a Franca Leosini; da Tina Cipollari a Dawson’s Creek. Li abbiamo scritti noi (sembra strano ma va scritto anche un mazzo di tarocchi) e li ha illustrati con la tecnica del collage Elisa Botticella, una scrittrice e collagista di Torino. Ogni personaggio rappresenta al meglio (secondo noi) l’arcano che è stato chiamato ad interpretare. Le carte sono tutte belle e forse la nostra preferita è Tonio Cartonio, che rappresenta la Temperanza: un invito a resistere nonostante tutto e tutti. La peggiore è Mariah Carey: se esce Mariah non vuol dire niente di buono. Per quanto riguarda la vendita, ce l’hanno chiesto in molti ma purtroppo per rendere sostenibili i costi di produzione dovremmo trovare un finanziamento iniziale o un produttore. Quindi se c’è qualcuno interessato potete scriverci a uonnabi.redazione@gmail.com .

Tarot of the Pops

Quali sono i generi di articoli che presentate sulla vostra rivista Medium e ne state preparando qualcuno che uscirà presto?

Al momento sul lato editoriale siamo un po’ in fase di stallo. Come dicevamo, siamo partiti dalla scrittura ma poi i nostri orizzonti si sono ampliati e non riusciamo più a curare la rivista con la stessa frequenza con la quale lo facevamo all’inizio. Siamo anche molto selettivi, il che, come in ogni cosa, rallenta un po’ i processi. Va da sé che chi avesse una proposta editoriale da farci può scriverci alla stessa mail che è nella risposta precedente!

Cosa rende un articolo veramente uonnabi?

Cerchiamo sempre di proporre punti di vista non scontati. Ci piace la buona scrittura, anzitutto; talvolta su internet si tende a preferire il sensazionalismo, mentre per noi è importante che il versante editoriale di uonnabi resti uno spazio coerente con l’idea iniziale di far circolare contenuti che ci piacciano davvero. Non sentiamo la necessità di diventare virali né di essere sempre sul pezzo. È però fondamentale che restino pezzi di qualità.

Le categorie tematiche sono suddivise da nomi di persone famose come Fabio Volo o Vincenzo Mollica, perché questa scelta?

Si tratta di un ulteriore indizio del nostro approccio scherzoso alla cultura contemporanea: chi scrive recensioni è un “aspirante Mollica”, dunque un “uonnabi Mollica”, mentre chi punta alla fiction darebbe un rene per fare le tirature di Fabio Volo, e dunque andrà nella sezione “uonnabi Fabio Volo”. Semplice ed intuitivo, no?

foto: Simone Reali

Quali saranno le vostre prossime iniziative?

In questo periodo stiamo lavorando soprattutto offline ad eventi e mostre. Per il 3 novembre abbiamo preparato “Game of Queers”; un game-show in collaborazione con Casarcobaleno (la rete di associazioni LGBTQI torinese) e l’associazione Emporium, con la quale siamo in contatto dall’inizio di quest’anno. Cercheremo di sensibilizzare sul tema dell’omofobia ma lo faremo a modo nostro ed all’interno di una cornice d’eccezione che è Club Palazzo, la domenica di festa organizzata dal festival ClubToClub. Sempre sui temi LGBTQI, e in particolare sulla T si concentra il secondo progetto che abbiamo in cantiere: il 20 novembre si celebra infatti il Transgender Day of Remembrance, la giornata in ricordo delle persone transgender vittime di violenza. Noi non apparteniamo alla comunità T ma in quanto suoi sostenitori abbiamo voluto realizzare un progetto foto-narrativo che rimettesse la narrazione delle persone transgender nelle loro stesse mani, senza apporre etichette dall’esterno. Il risultato sono 8 ritratti che raccontano la comunità trans di Torino e il suo rapporto con la città, che si potranno vedere dal 19 Novembre all’Off Topic di Torino. Ultimissimo progetto a cui stiamo lavorando, invece, è Dear Sansa. Sarà una posterzine che racconterà il quartiere di San Salvario in collaborazione con l’Associazione Emporium ed alcuni ex studenti della Scuola Holden. Per ora non possiamo dire altro ma si troverà al market di San Salvario Emporium nel mese di dicembre.

Logo Uonnabi

Il Diavolo, la Donna e il male assoluto che non esiste

Qualche anno fa apprezzai molto la revisione Disney della storia di Malefica, la fata “cattiva” che lancia una maledizione mortifera su La Bella Addormentata. Mi piaceva il fatto che invece della gelosia e dell’odio, scegliesse la strada dell’amore, prima verso la figlia di re Stefano, Aurora, e poi nei confronti della sua ex fiamma. Viene dimostrato che il diverso anche se può far paura perché ancora sconosciuto, non è negativo e da emarginare. Un messaggio sempre attuale e nulla affatto scontato. Se il femminismo avesse un sinonimo, sarebbe quello di “diversità”, “pluralismo”, “inclusione”. Quando ad ogni genere viene domandato “perché lottate ancora, avete già ottenuto i vostri diritti”, bisogna rispondere che la storia si ripete sempre uguale a sé stessa ed ogni conquista può essere persa per uno sconvolgimento di qualsiasi tipo. In fondo non è passato tanto tempo da quando il genere femminile era considerato inferiore e la nostra vagina era paragonata ad un pene interno. È trascorso solo poco più di un secolo dall’ultimo caso ufficiale di stregoneria. E la donna ancora oggi viene associata spesso al diavolo nel suo aspetto di seduttrice insaziabile. Il mito di Adamo ed Eva che ci addita come causa della presenza del male sulla Terra non ci aiuta.

Maleficent (2019)

In verità, il concetto di male puro è assente dal mondo antico fino a che non arriva il profeta Zoroastro che fornisce una visione dualistica della realtà: il dio ermafrodita (intersessuale) Zurrah origina Ahura Mazda, il Buono, e Ahriman o Angra Manyu, il Cattivo. Trasforma le divinità precedenti in demoni e attua una riforma del pantheon pagano per dare nuovo potere alla casta sacerdotale dei magi che aveva bisogno di principi assoluti per riaffermare la solidità dei suoi poteri. Ahriman è il diavolo e nasce in Iran attorno al sesto secolo a.C. Non si sa da dove con esattezza gli ebrei abbiano preso la loro versione di Satana (har shaitan = l’avversario) ma di sicuro hanno subito la grande influenza dei loro oppressori babilonesi che vedevano demoni ovunque. Nel Vecchio Testamento il demonio è alleato di Dio, nel Nuovo è suo nemico. Tutti i vangeli degli apostoli hanno adottato l’idea del diavolo essenico (Esseni, antica setta fondamentalista ebrea): la venuta del regno di Dio sarà accelerata solo lottando contro il Diavolo. Furono i Padri della Chiesa a dargli un’origine: un angelo che con altri si era ribellato a Dio e aveva creato una gerarchia invertita del cielo. Il motivo della caduta? Passione carnale. Il Quarto Concilio Lateranense nel 1215 legittima l’esistenza del Diavolo per la Chiesa. Ma il terribile pasticcio è compiuto da San Tommaso D’Acquino e il suo amico Bonaventura da Bagnoregio nel Duecento che danno dei corpi veri ai demoni. Ciò dà il via ad una lunga serie di trattati teologici volti a dimostrare la loro reale esistenza sulla Terra. L’unico modo per verificarla è tramite la testimonianza della stregoneria riconosciuta dai teologi cristiani, che si basa sul sesso con i demoni. La licenza di uccidere è data dalla bolla di Papa Innocenzo VIII Summis Desiderantes Affectibus del 1484 che ufficializza la stregoneria come un fenomeno reale da condannare e combattere. Tre anni dopo uscì il testo-star a riguardo: il Malleus Maleficarum (Martello delle Streghe, 1487).

Malleus Maleficarum (1487).

La maggior parte degli studiosi attribuiscono l’exploit più serio della misoginia verso le donne al Malleus ma non è così. L’associazione delle donne ai demoni è presa dagli ebrei che la ereditarono dai mesopotamici durante la loro schiavitù a Babilonia. Nella sua mitologia le dee sono tutte megere. Anche Ishtar, la più grande tra loro, è solo una vagina con cervello che molesta il puro e nobile Gilgamesh. Così nel Vecchio Testamento piano piano la figura della donna scompare e viene declassata. Connessa ad Ishtar, era Astarte, la Grande Madre della fertilità e dell’amore, e nei testi demonologici il Diavolo viene spesso chiamato Astaroth probabilmente perché sono entrambi due esseri cornuti. Infatti la dea è spesso rappresentata col suo copricapo di corna di toro che simboleggiavano l’energia creatrice della luna e la accomunano all’egiziana Hathor. Le corna sono sempre positive nell’antichità: quelle di cervo rappresentano l’albero della vita, quelle di capra l’abbondanza, quelle d’ariete la Dea della Terra incinta. L’idea che i demoni abbiano le corna è stata presa dal capitolo tredici dell’Apocalisse di Giovanni, l’ultimo libro del Nuovo Testamento. Le corna del Diavolo sono state “prestate” dal dio cornuto maschile egiziano Banebdjed con la testa a forma di montone ma sono caprine perché si basano su una descrizione errata di Erodoto di tale divinità nelle sue Storie.

Astarte dalla necropoli di Hillah vicino Babilonia, Louvre.

Tornando al Malleus, il suo autore, Heinrich Kramer, disse che le donne erano moralmente predisposte a cercare il sesso con i diavoli. Questa frase probabilmente proveniva da due fattori. Il primo è quello che nel Medioevo la donna era considerata sessualmente insaziabile e per questo la sua voglia poteva essere soddisfatta solo da esseri soprannaturali. Il secondo fa riferimento a Jean Vineti che nel suo Tractatus contra daemonum invocatores (1450-70 circa), facendo l’esempio di un caso allora recente, pretende di dimostrare la possessione demoniaca. Cito: “Alcune donne mentre erano tormentate dai demoni furono interrogate sui segreti delle Sacre Scritture da un gruppo di uomini educati di lettere, e loro risposero come se fossero state immerse nella letteratura sacra per tutta la loro vita”. Vuol dire che era raro che le donne avessero una formazione teologica, invece i demoni avevano un’esperienza diretta della realtà che discute la teologia. Quindi, secondo Vineti, per forza i demoni avrebbero suggerito o pronunciato queste risposte. Per quanto stiate ghignando a leggere questo concetto, ricordatevi che la caccia alle streghe che fomentarono questi testi fece dalle 30 alle 60.000 vittime di tutti i generi in più di trecento anni (sono dati approssimativi) e scoppiò effettivamente nel Rinascimento. E il tema centrale dei processi contro le streghe dal 1400 al 1700 fu proprio la fornicazione con i demoni.

Giovane strega nuda con demonio nella forma di drago, Hans Baldung Grien (1515)

Per quale motivo c’era questa ossessione col sesso soprannaturale? Mi piacerebbe dirvi che tutti fossero dei maniaci, particolare che di certo caratterizzava diversi di loro, ma non è esatto. Fu la crisi di fede. Gli stessi teologi non credevano pienamente a ciò che scrivevano e come succede sempre nella cristianità cattolica cercavano prove dell’esistenza dei demoni e di conseguenza, di Dio, dato che sono sue creature. La riforma protestante, inoltre, vide un inasprirsi dell’intransigenza della Chiesa verso il diverso e l’anomalo, facendole serrare i ranghi. Tutto ciò che deviava dalla normalità dei suoi ristretti principi era demoniaco e condannabile. La colpa del Malleus è di rendere le streghe degli esperti testimoni col quale il libro traduce le definizioni metafisiche in concetti e categorie legali. I corpi vengono violati in cerca di indizi, si setaccia ogni buco perché il Diavolo ha un pene a tre denti per penetrare vagina, ano, e bocca e per unirsi alle sue fila è necessario avere un rapporto sessuale con lui. E le confessioni del sesso con i demoni arrivano spessissimo sotto tortura o spontaneamente nel vano tentativo di evitare il dolore e il processo davanti il tribunale dell’Inquisizione.

Incubo di Nicolai Abraham Abildgaard (1800).

Il dettaglio sorprendente che induce riflessione è che furono proprio degli intellettuali a far diffondere la credenza della stregoneria e la conoscenza dei demoni al popolo. Il latino era conoscenza di pochi e i teologi fecero scuola, istruendo gli “ignoranti”. Così come il Diavolo è stato usato come strumento politico per risollevare la casta decaduta dei magi in Iran, e in seguito per affermare poteri centralizzati, così lo spauracchio delle streghe ha mantenuto unito il cattolicesimo per vari secoli. A farne le spese sono stati gli emarginati, come le donne indipendenti o sole, chi non si conformava, gli appestati. Questo è l’unico tratto che accomuna il Diavolo al sesso femminile: l’emarginazione, l’essere entrambi outcast. Per il resto, il bene e il male sono due concetti che non esistono, così come non esistono persone interamente buone o cattive. In noi albergano equilibrio e distruzione allo stesso tempo. Proprio come le care e vecchie divinità pagane.

Project: Fiore Avvelenato, Artwork: @fabitattooer

Il mistero sensuale ed oscuro delle creazioni di Ludovica Martire

Ho conosciuto Ludovica Martire, fashion designer e pellettiera, per caso su Instagram per un post sulle body chain l’anno scorso. Mi sono innamorata a prima vista delle sue creazioni originali, oscure, potenti realizzate per il suo brand Ludovica Martire – Made in Pain, fondato con la sua socia Petrana Colesanti, che cura il lato economico. Non si tratta di semplici choker (collare), cuff (polsino) o harness (imbracatura) di pelle. La magia è data dalle decorazioni di gioielli e dal design ricercato della manifattura che rende unici i suoi pezzi. La sua donna è un fiore notturno intossicante, sia schiava che dominatrice. I nomi delle collezioni dedicate a lei evocano le divinità e i personaggi dell’antica Grecia: Athena, Aphrodite, Briseide, Calypso, Circe, Esperides, Hecate, Hera, Hippolyta, Medea, Persephone, Psyche, Tea.

Maschera di Hecate, modella Olga De Mar, foto Marta Forgione

Quando è iniziata la tua avventura nel campo della moda?

Mi sono diplomata all’Accademia Koefia a Roma nel 2006 , ho inizialmente lavorato come stilista di calzature da donna per poi passare alla progettazione e realizzazione di ricami ed infine approdare alla pelletteria, che è la mia grande passione in cui riesco a far confluire tutto ciò che ho appreso nel corso degli anni.

Come ti sei appassionata al mondo BDSM?

Più che il BDSM in sé per sé, sono sempre stata attratta molto dal fetish, di cui adoro il modo in cui  normalissimi oggetti vengono privati del loro significato comune e rivestiti di una nuova magica  identità a tal punto carica di desiderio da renderli veri e propri oggetti di adorazione. Il BDSM è il codice, il gioco delle parti dove le persone assumono ruoli e regole ben codificati nei quali è sempre presente un accessorio feticcio, ma dove poi l’adorazione e la sottomissione vengono rivolte ad una controparte precisa…e non è questa forse la trama di tutte le storie d’amore? Il mio approccio al mondo del BDSM è molto emotivo e intimo, lo capisco bene perché racchiude tutta la mia psicologia affettiva. In fondo quale donna non è mai stata  almeno una volta ‘schiava’ di un uomo padrone o adorata come una Dea? Quale donna non sa essere un’inflessibile dominatrice o non ama languire nel dolore di un amore impossibile? Il BDSM è un po’ il Decamerone di tutte le mie storie d’amore.

Collezione Tea, modella: Madame Provocateur, foto Igor Gentili

Secondo te mancava un contenuto d’alta moda o di classe all’abbigliamento BDSM ed è per questo che hai deciso di imbarcarti in questo viaggio?

A dire il vero il viaggio è iniziato in modo casuale. Quando ho iniziato a lavorare la pelle, una mia amica mi  ha chiesto di realizzare per il suo Master una frusta, che ho semplicemente adorato fare, è stato qualcosa di estremamente catartico. Da qui ho pensato che in qualche modo quella fosse la strada per me e che sì, in tutto il settore mancasse moltissimo l’estetica, la bellezza, e un aspetto delicato, prezioso, che rendesse omaggio al dono di fiducia che intercorre tra i ruoli nel BDSM. Una parte si affida e l’altra se ne prende cura, anche se  apparentemente c’è solo l’uso violento di una frusta, è qualcosa comunque di tanto prezioso ed è questa l’idea che voglio rendere quando mescolo i miei ricami di pietre dure a collari di costrizione o fruste.  La moda è qualcosa che deve restare molto lontana da questo settore, veicola un momento storico, un trend, mentre un ‘accessorio erotico/bdsm trasmette l’intera anima di una persona. Ho provato ad unire moda e bdsm ed è stato un flop totale!

Come realizzi le tue creazioni?

Realizzo personalmente a mano ogni pezzo/prototipo, lavoro e supervisiono costantemente la produzione. Non disegno mai perché il disegno imprigiona “troppo” l’idea in un’unica immagine, invece ho scoperto che se faccio direttamente le cose, vedendo semplicemente come le forme e i materiali si armonizzano meglio tra loro, nasce sempre qualcosa di bello con una sua estetica ben precisa. Inizio facendo il cartamodello sul manichino, poi lo passo su pelle, dopodiché vedo se è il caso di impreziosirlo con un accessorio o un ricamo. Nel caso del ricamo uso lo stesso sistema: metto insieme le pietre fino a che nn si incastrano in un “bel modo”, non cerco neanche in questo caso un disegno preciso.  Ad esempio, il ricamo a forma di cuore del  mio collare Afrodite è uscito proprio così, solo dopo ho visto che era un cuore perfetto. In seguito, passo alla rifinitura e tintura dei bordi a mano, da me è vietato usare macchinari di alcun tipo, è tutto fatto rigorosamente a mano e possibilmente ad occhio, ossia senza l’uso di maschere o linee guida e questo vale soprattutto per i ricami. Cerco di mantenere una lavorazione d’alta moda, dove non sono solo i materiali a fare il prezzo ma soprattutto le ore di lavoro. La mia squadra di artigiane, pellettiere e ricamatrici  è composta unicamente da donne, gli uomini hanno una mano più forte e meno raffinata .

Maschera di Medea, Briseide choker e cuff Modella: Francesca Polverini, foto Igor Gentili

Che cosa le contraddistingue dai prodotti in commercio?

Sicuramente i ricami e la lavorazione artigianale. C’è un richiamo ai simboli del BDSM ma in realtà gli accessori sono anche molto slegati da essi. Li definirei più erotici e questo li rende spesso più delicati e femminili di altri prodotti simili in commercio.

Oltre al BDSM, a quale altro immaginario ti ispiri per progettare i tuoi gioielli?

A tutto il mio immaginario interiore a partire da quello di bambina, che affonda nella mitologia greca, di cui ho sempre adorato le figure femminili: dee , ninfe, arpie. Un femminile fortemente archetipico, passando per il mio immaginario adolescenziale gotico/romantico in cui prevalgono femme fatale letterarie come la lamia e la belle dame sans merci di John Keats, donne bellissime che si nutrono della carne e dello spirito degli uomini. Adoro questo tipo di femminile oscuro, inquietante, molto potente e divorante, che spesso noi donne dimentichiamo di possedere. Per finire, tutto confluisce nel mio immaginario erotico d’adulta, dove  attorno ad ogni oggetto mi piace costruire un’atmosfera, visualizzare una storia d’amore ed eros che si sta per consumare. Cosa accende la passione di lui? Che tipo di desiderio lo divora? Da questo spesso visualizzo un pezzo nuovo.

Psyche harness, modella: Olga De Mar, foto Marta Forgione

Nel BDSM che ruolo ti si addice di più?

Chi mi conosce poco ti direbbe la dominatrice, io dico 50 sfumature di switch.

Quali personaggi di questo mondo e di altri, come quello vip, hanno indossato le tue creazioni?

Nell’ambito del fetish/bdsm la mia musa e modella è la bellissima Lady Jane, conosciuta anche come Madame Provocateur, una delle mistress mondialmente più seguite e apprezzate. Nel mondo del burlesque collaboro con alcune tra le perfomer più famose e ammirate come Miss Miranda e Miss Donna Hood in USA, Miss Jolie Papillon  e Missy Fatale in Inghilterra, ed ho anche altre collaborazioni in corso. A livello di vip, Janet Jackson ha indossato un mio choker agli scorsi MTV Awards.

Miss Miranda con il choker Afrodite, produzione Tease If You Please, foto Spike Marble (@spikeandthecamera)

Dove si possono trovare i tuoi gioielli?

A breve sul nostro e-commerce, online su Xenses e Brigade Mondaine e in varie boutique di lingerie erotica come Darling Fatale a Monaco.

Prossime collaborazioni o progetti?

Una collaborazione in vista è quella con il brand di gioielleria Angostura. Riguardo ai progetti sto pensando di elaborare una capsule di oggetti veri e propri di BDSM, ossia resistenti e funzionali ma con un design estremamente prezioso e carico in stile “Mille e una notte”, nel quale ogni oggetto racconta una “tappa” erotica dell’iniziazione sessuale di una giovane vergine (come una moderna Justine).

copertina: Maschera di Hecate, modella Olga De Mar, foto: Marta Forgione

Ludovica Martire

Adattabilità nel sesso significa essere curiosi dell’altro

Sono sempre stata una tipa adattabile. Con gli amici, i compagni di scuola, coinquilini all’università, colleghi di lavoro. E anche nel sesso. Sono curiosa e ogni volta scopro qualcosa di nuovo anche nelle persone a cui normalmente non si darebbe un centesimo per ottusità e mente divisa a compartimenti stagni. Certo, molto dipende dalle fasi della vita, se tornassi indietro con la mentalità che ho ora, avrei fatto armi e bagagli con una o due persone. Sono pure pigra a volte, se non sono nel mood o ispirata, faccio innervosire gli altri. Ma non importa, non siamo burattini o oggetti agli ordini di tutti. Spesso il problema non è derivato dalla cosa richiesta da esplorare ma dall’individuo che ci si trova davanti. E la domanda non è “se ci piace abbastanza” ma se ci sentiamo a nostro agio nel farla con lui/lei/*. L’adattabilità nella sua migliore espressione significa essere curiosi. Ovvio che bisogna “stare comodi” in una situazione.

Frammento di video di IGTV in cui mi sono messa indumenti di natura diversa addosso per dimostrare adattabilità.

Mi ricordo di un tizio che si eccitava nel dirmi “puttana”, “troia”, a me faceva ridere, dato che mi sembrava fosse troppo influenzato dal porno mainstream e non si accorgeva che parlando continuamente freddava la situazione. Alla fine ho voltato pagina dato che era un narcisista che in realtà voleva fare sesso solo con sé stesso. Nota importante su questa categoria: sono pericolosi e tossici perché per loro va sempre tutto bene basta che vi fate sentire voi. Un altro invece mi ha morso il piede a tradimento, non mi ha fatto male, ma anche volendo non avrei potuto fermarlo: lui stava sopra, io sotto ed lo guardavo tra lo sbalordito e il divertito. Avrei dovuto capire la sua preferenza quando mi disse “lo sai che hai dei bellissimi piedi?”. Un altro disse due o tre volte “ti scopo” e *puff* eccitazione spenta. Altri sono i grandi classici della vulva “glabra”: non la leccano pelosa però la sua vista gli fa comunque un effetto positivo anche se non lo ammetterebbero mai. Forse il peggiore è stato uno che si “emozionava” col suono della mia pipì in una soffitta freddissima. La prima e l’unica volta in cui mi è venuta una bella cistite.

slate.com

Vi snocciolo questi episodi per farvi comprendere che purtroppo nel sesso la flessibilità non è un requisito che hanno tutti (sempre da distinguere dagli atti forzati che sono sbagliati e non fanno bene a nessuno). Gli uomini elencati sopra non hanno chiesto e non sono stati aperti ad essere adattabili. Come la mente vecchio stile di un uomo impegnato che fa sesso con te a pecora perché con il partner fisso non può. E non domanda se va bene pure per te, che sei adattabile ma non irrispettosa. Adattabilità non vuol dire stupidità. Di frequente mi sono rifiutata di esaudire richieste perché l’atteggiamento dell’uomo in sé non mi andava a genio. Non è tanto quello che uno dice o come si muove, é il come lo fa. Le persone migliori sono quelle che comunicano per procurare benessere anche all’altro e quelle che tornano indietro sui propri passi se capiscono che l’approccio iniziale non era stato fantastico (me ne è capitato uno in tutta la mia vita ma non sono poi così rari).

Girls, 2012

Detto questo, sfatiamo l’ennesimo mito. Non è vero che chi è adattabile fa più sesso con tanta gente. Come il fatto che tu sia scambista, non ti rende automaticamente re/regina/* di un’orgia! Anzi, tutto il contrario. Si può essere flessibili e non sentire sempre il bisogno di andare con qualcuno. Non è necessario essere sempre performanti, nella paura che gli amici ci bollino come “single che non vedo mai con nessuno o che non scopano”. Quando sei veramente libero, non te ne importa nulla di orologi biologici o di quello che la società pensa sia giusto per te. Segui solo la tua corrente, come un bel salmone!

Provare posizioni o pratiche nuove fa bene, pur se magari dopo non ci piacciono o non ci interessano particolarmente. È come acquisire una conoscenza in più e soprattutto nel sesso nulla è mai detto fino all’ultimo. Ogni esperienza con una persona è diversa dall’altra. Quello che non ci è piaciuto con X, potrebbe piacerci con Y. La mente è in continua evoluzione (o involuzione). Non fatevi fregare dalla routine, se c’è qualcosa che vi incuriosisce, ditelo, provate. Spesso la sola idea di qualcosa di fisico, non è uguale alla sua attuazione pratica. L’adattabilità è di sicuro la strada per raggiungere la piena consapevolezza del nostro corpo. È una sfida che fa sorridere, non piangere. Ci rende più convinti a letto, e di conseguenza più sensuali.

Foto link video IGTV: https://www.instagram.com/tv/B34KI-ToIPR/?igshid=1rmu6ahglmmi6.

Frammento di video di IGTV in cui mi sono messa indumenti di natura diversa addosso per dimostrare adattabilità.

Il blog Le Sex en Rose è l’estensione naturale dell’amore di una coppia verso se stessa e gli altri

Le Sex en Rose è uno dei blog di sesso ed erotismo più famoso d’Italia al momento. Morena e Ivano (@imtheph), moglie e marito che vivono tra Torino e Bristol, hanno iniziato il loro viaggio alla ricerca del piacere a gennaio 2017 e non si sono più fermati. Recensiscono sex toys, trattano di autoerotismo, cura e conoscenza del proprio corpo e di sessualità. Morena ha celato il suo volto fino ad aprile 2019, rivelandolo poi in un video per i motivi che saranno spiegati in questa intervista. Insieme ad Ivano, che cura fotografia, marketing e pr, sono riusciti in soli due anni a crearsi uno spazio di tutto rispetto nel mondo dei sex blogger italiani con il loro approccio solare, sincero ed affettuoso e sono molto apprezzati nel nostro ambiente perché sono una coppia alla mano e spontanea. Hanno lanciato quest’anno con Nalakoala (Giulia Muscatelli) un’iniziativa geniale: #Millemodidi, dove qualsiasi donna è invitata a raccontare in maniera personale come vive la masturbazione e la sua maniera di masturbarsi attraverso l’hashtag sopra indicato per dimostrare che la masturbazione femminile esiste, è tangibile e molto praticata. Morena ha tradotto e scritto la prefazione di Generazione Slut edito da Odoya di Karley Sciortino (Slutever, 2018), un libro che consiglio soprattutto a chi vive la sessualità liberamente per sentirsi in pace col mondo. Per gli eventi dal vivo di recente hanno creato una scatola del piacere chiamata appunto Piacere in Scatola – Consumare con Consenso che fa provare sensazioni meravigliose tramite l’occultamento della vista con una benda. Sul sito di Le Sex en Rose vanno alla grande le Interviste Nude, lunghe chiacchierate in cui i protagonisti sono senza vestiti e parlano di libertà ed onestà ciascuno nel proprio settore. Particolarmente interessante è la parte Viaggi e Cultura in cui i nostri si avventurano per festival del porno e del cinema erotico, “giardini” BDSM, spiagge per nudisti e sex shop. Divertente ed esilarante è il podcast Pottenrose, una “lettura frivola delle fanfiction erotiche di Harry Potter” che da fan spero riprendano presto!

Come è nata l’idea del sito?

Lesexenrose.com è il frutto di un percorso di coppia o, per meglio definirla, una sorta di risveglio sessuale sul quale abbiamo lavorato iniziando a farci delle domande che non riuscivano a trovare una risposta tanto nelle persone intorno a noi, quanto nelle risorse online. È sempre complicato, e lo è stato anche per noi, iniziare a parlare di determinate tematiche, perché entrano inevitabilmente in gioco i condizionamenti acquisiti più o meno consapevolmente nel corso della vita e ci si ritrova a dover mettere in discussione i modelli di relazione e i ruoli di genere che la società ci invita caldamente a seguire impedendoci di personalizzare l’esperienza della sessualità e adattarla al nostro corpo, alla nostra identità e ai nostri peculiari desideri. La reiterazione di stereotipi non fa altro che allontanare le persone le une dalle altre e anche dal piacere che potrebbe essere ricercato e vissuto con molta più naturalezza. Ecco che Le Sex en Rose nasce con l’intento di creare un luogo inclusivo e accogliente nel quale la sessualità viene riportata a una dimensione naturale e dove poter trovare informazioni e spunti di riflessione ai quali ognuno dovrebbe poter accedere senza pregiudizi o estremismi.

Uno degli obiettivi principali del blog è la ricerca del piacere. L’avete avviata seriamente quando vi siete conosciuti come coppia oppure era già iniziata prima?

La ricerca del piacere è quello che ci muove ogni giorno più o meno da quando Morena ha deciso di mettere nero su Bit i primi sei articoli per il blog. La nostra avventura inizia come coppia tanti anni fa e nel tempo ci siamo conosciuti, piaciuti e innamorati, per poi cambiare e crescere insieme, scoprirci, riscoprirci e innamorarci nuovamente. Oggi non diamo nulla per scontato e proviamo a vivere ogni giorno volendoci bene e sostenendoci l’un l’altro.

Valutazione del pavimento pelvico nello studio dell’ostetrica Violeta Benini, foto: Ivano, @imtheph

Per diverso tempo, soprattutto Morena, non si è mostrata nelle foto per i post del blog e su Instagram. Era una questione pratica per mantenere un velo di mistero o esiste un altro motivo?

Diversi anni fa abbiamo avviato un’attività nella comunicazione in Italia come liberi professionisti e abbiamo avuto la fortuna di lavorare prima con aziende medie e poi anche molto grandi. Questo lavoro ci ha portati all’estero, dove successivamente è nato Le Sex en Rose che ha cambiato drasticamente le nostre vite, private e professionali. Un cambio repentino di rotta non sarebbe stato tollerato dai nostri clienti e noi non avremmo potuto permetterci di perdere la fonte dei nostri guadagni per seguire un sogno. Ecco perché siamo andati cauti con l’ufficializzazione di questo progetto. Oggi la situazione è differente e, complice anche l’affermazione mediatica delle nostre attività, è finalmente possibile lavorare senza quest’ansia aggiuntiva.

Una delle rubriche più geniali del vostro blog è quella delle Interviste Nude. Cercate di concentrarvi sulle persone che non sembrano scandalizzarsi all’idea oppure gli lanciate la proposta come una sorta di sfida? E come le mettete a proprio agio?

All’inizio è stato più difficile perché non avevamo esempi da mostrare e la prima intervista, ad esempio, è stata fatta ad un artista che già aveva una certa consapevolezza del proprio corpo e viveva la nudità con naturalezza. Quando selezioniamo le persone da intervistare lo facciamo per l’arricchimento che secondo noi possono portare nel discorso sulla sessualità, senza sapere come potrebbero reagire alla proposta o che tipo di relazione abbiano con la nudità. Inizialmente è anche bello lanciare l’invito come una bomba nella stanza, per capire i pensieri che attraversano la mente del prossimo. Poi, con calma, dopo qualche imbarazzo iniziale (che comunque non è detto ci sia), raccontiamo per bene l’esperienza e le motivazioni. A quel punto di solito la curiosità prende il sopravvento e quando si unisce anche un pizzico di fiducia nei nostri confronti allora il mix è completo per dare avvio alla Naked Interview. Noi, da parte nostra, quando conduciamo l’intervista, cerchiamo sempre di trovare un equilibrio tra l’approccio professionale e quello più umano e creare le condizioni tali per cui l’esperienza possa trasformarsi in una piacevole chiacchierata e uno scambio piuttosto che un freddo botta e risposta. Ma è davvero la nudità che fa il resto nel mettere a proprio agio le persone, per quanto questo possa suonare bizzarro, e che diventa una scorciatoia per connetterci insieme. Due corpi nudi, messi uno di fronte all’altro, non sono nient’altro che corpi, liberi e pari, che per conoscersi devono attivare la mente. La cosa bella è presentarsi agli interessati prima dell’intervista come semi-sconosciuti che si palesano con dell’attrezzatura video/fotografica e salutarsi a intervista ultimata come amici.

Ultima intervista nuda con la scrittrice, regista, produttrice di porno indie femminista Lidia Ravviso, foto: Ivano, @imtheph

Vi piace anche praticare nudismo. Secondo voi qual è la corretta maniera di viverlo nel migliore dei modi possibile?

Il Naturismo è un mezzo per svincolarsi dai tanti stereotipi estetici imposti dalle sovrastrutture culturali: ogni giorno prepariamo il nostro corpo per presentarlo al mondo in un modo che sia appropriato alle varie situazioni di vita sociale che dobbiamo affrontare, e lasciamo che siano stili, etichette, marchi a definirci ancora prima della nostra personalità. Non si tratta solo di spogliarsi dei vestiti ma di raggiungere uno stato di serenità con il proprio corpo e presentarsi con onestà alle persone e all’ambiente circostanti. Ognuno ha i propri tempi di maturazione e acquisizione della consapevolezza di sé e sicuramente per noi ha giocato a favore il fatto di affrontare insieme anche questa esperienza la prima volta che abbiamo abbracciato il naturismo. Noi ci abbiamo trovato un tipo di libertà, rispettosa e sincera, che difficilmente si riesce a chiudere nel cassetto e a dimenticare una volta provata, e ora è un’esperienza che quando possiamo ricerchiamo.

#Millemodidi è una bellissima iniziativa lanciata da voi e Nalakoala sulla masturbazione femminile. Che tipo di riscontro avete ricevuto e la continuerete in futuro?

#Millemodidi sta silenziosamente crescendo e ci sarà un rilancio nei prossimi mesi, al quale stiamo lavorando da prima dell’estate. La risposta è stata coraggiosa da parte di molte donne e ragazze che si sono esposte partecipando e condividendo i racconti di masturbazione personali, ma vorremmo includere più persone e con questa versione, chiamiamola 2.0, sarà possibile raccontarsi più semplicemente. Siamo molto fieri di aver lanciato questo progetto e vorremmo portarlo avanti con sempre maggiore coinvolgimento della comunità perché crediamo che il tabù della masturbazione femminile sia ancora una delle principali cause di sensi di colpa e vergogna che ostacolano la creazione di un rapporto positivo e soddisfacente con il proprio corpo e con la sessualità, e uno dei maggiori ostacoli nel percorso alla ricerca del piacere.

#Millemodidi, foto: Ivano, @imtheph

Siete anche degli assidui recensori di sex toys. Vi è mai capitato che qualcuno di questi non vi piacesse su tutta la linea e come vi siete comportati con i produttori?

Anche questa è una bella domanda, grazie per averla fatta. Selezioniamo con accortezza i sex toys da recensire sul blog tra quelli prodotti dai marchi che sappiamo usano una cura particolare nei confronti delle forme, dei materiali e/o della tecnologia, ed esclusivamente tra quelli sicuri per il corpo. Ci è già capitato di rifiutare di recensire prodotti di brand che secondo noi non rispettavano degli standard di sicurezza o di eticità. Talvolta capita che alcuni toys, seppur con una progettualità importante alle spalle e una filosofia condivisibile, non soddisfino i risultati promessi in fase d’uso e in quel caso lo diciamo chiaramente. Sentiamo una grande responsabilità nei confronti dei nostri lettori e ci teniamo a consigliare come farebbe un’amica, con cura e amorevolezza.

Dopo averne provati diversi, secondo voi quali sono le caratteristiche che un sex toy da uomo e da donna deve assolutamente avere?

Sai, per ogni persona le caratteristiche del sex toy perfetto possono essere molto diverse e anche molto distanti tra di loro. Sicuramente non si può prescindere dalla sicurezza, dopodiché ogni corpo ha una sua anatomia e reagisce in modo unico a determinati stimoli/materiali/gesti, ed ogni persona ha desideri e fantasie propri da soddisfare. Il sex toy perfetto è quello che in un certo momento, in una certa situazione, riesce a generare o a contribuire a uno stato di benessere/soddisfazione/piacere.  Personalmente a me (Morena) piacciono i sex toys ben progettati con un occhio di riguardo al design e, nel caso vibrino, che abbiano un certo tipo di vibrazione, anche se non è sempre necessaria. Io (Ivano) invece non capisco proprio l’utilità dei sex toy rigidi e vibranti per testa di pene, fino ad oggi non ne ho trovato uno che facesse quanto promesso.

Lelo Anniversary Collection – Suitcase Pink 18k, foto: Ivano, @imtheph

Il mistero in cui era immersa l’identità di Morena fa pensare che non tutti gli amici e i parenti sapessero del vostro blog. La vostra vita e le vostre relazioni con persone strette sono cambiate dalla rivelazione del volto di Morena?

Le persone che ci gravitano intorno per legami di sangue hanno vite e vissuti molto diversi dai nostri e crediamo facciano fatica a capire le motivazioni che ci spingono a fare quello che facciamo. Ma questo riguardava anche le nostre scelte di vita professionale pre-blog. Per quanto riguarda gli amici, nel momento in cui li abbiamo messi di fronte al nostro progetto, quando Le Sex en Rose consisteva ancora in qualche articolo sul blog e una manciata di foto su Instagram, hanno dovuto fare i conti con una nuova immagine percepita di noi – come coppia e come singoli individui – diversa da quella con cui si erano sempre relazionati. Questo ha portato molti ad allontanarsi e altri, al contrario, ad avvicinarsi di più e ad aprirsi con noi, portando l’amicizia su un nuovo livello di connessione. La rivelazione del volto non ha avuto un impatto tanto sulle relazioni preesistenti quanto quelle virtuali/digitali con le persone che già ci seguivano e con le quali ci siamo sentiti improvvisamente più vicini.

Avete un rapporto speciale che vi lega che traspare da post e social e molte sex blogger single come me vi prendono come esempio di relazione ideale. Qual è secondo voi il collante che vi tiene uniti e, in più, potete spiegare ai profani in poche semplici parole che avere un sex blog non significa essere inaffidabili su tutti i livelli?

Ahaha, ci fai arrossire Dona. Il segreto tra di noi è che parliamo tantissimo, non del tempo, non degli impegni di lavoro, ma di cose davvero importanti. Siamo trasparenti l’uno con l’altra e sappiamo in un secondo se c’è qualcosa di storto. Noi parliamo tanto di kinky quanto di avere dei figli e per conciliare queste cose devi per forza avere una consapevolezza totale di te e dell’altro che fa parte di te. È un rapporto costruito con lacrime, sudore e sangue, e tanto tanto amore. Senza quello nulla si può fare. Il blog in generale è per noi una naturale estensione del nostro amore, verso gli altri. Chi scrive di sessualità per passione, come te anche, in qualche modo prova a esprimere i propri sentimenti condividendoli con il mondo e cerca di creare una comunità affine. Parlare apertamente di sessualità può essere visto come una trasgressione perché l’immagine stessa che abbiamo del sesso è viziata da una visione limitata e negativa, povera di informazioni ma ricca di pregiudizi, che lo inquadra come qualcosa di trasgressivo o provocatorio o proibito che tutti fanno ma di cui nessuno parla. Quasi mai si parla del sesso come naturale fonte di piacere, ma spesso se ne parla come mezzo per la procreazione, come dovere all’interno di una relazione o come potenziale fonte di “rischi” da cui proteggersi, che siano una gravidanza o una malattia. A monte della condivisione di opinioni ed esperienze personali su un blog c’è un interrogarsi su tanti aspetti della sessualità e una ricerca di informazioni da poter mettere a disposizione di una comunità. Questo significa approcciarsi al sesso e alla sessualità con una nuova consapevolezza che è il contrario di inaffidabilità. Una persona inaffidabile è quella che non si fa domande e non cerca risposte e che lascia la propria vita e il proprio benessere sessuali nelle mani di altre persone, senza ascoltare il proprio corpo e i propri desideri. Ma per arrivare a questa presa di coscienza bisogna prima decostruire l’idea che ci viene propinata del sesso e non tutti sono disposti a farlo perché significa scontrarsi con i giudizi delle persone e accettare di non essere accettati da tutti.

Prossimi progetti che state preparando dei quali potete accennare?

Abbiamo in cantiere il rilancio di #millemodidi e due interviste nude molto particolari, una per la quantità (e qualità) degli intervistati e l’altra per il lavoro peculiare dei due soggetti. In generale stiamo cercando sempre più occasioni per portare Le Sex en Rose fuori dal mondo digitale, per incontrare dal vivo le persone che ci seguono e che ci vogliono bene.

Le Sex en Rose al Paralia Beach Club di Cap d’Agde, baluardo naturista/scambista francese, foto: Ivano, @imtheph

Le sirene fanno parte di questo mondo

Il mio primissimo film Disney che ho visto al cinema è stato La Sirenetta (1989). Prima che arrivasse Belle de La Bella e La Bestia, era lei la mia preferita, oltre che ad essere il primo cartone animato Disney in assoluto che vedessi sul grande schermo. Crescendo, l’ho sempre rivista con piacere, identificandomi con lei, soprattutto nei periodi in cui mi sentivo intrappolata: routine, relazioni, vita in generale. La canzone intitolata La Sirenetta aveva una particolare presa sulla mia anima da curiosa esploratrice: “Ma un giorno anch’io, se mai potrò esplorerò la riva lassù, fuori dal mar, come vorrei vivere là”. Mi immaginavo di uscire fuori dal guscio e camminare nel mondo con le mie gambe. E così è successo…ma sono rimasta sirena!

Moneta con raffigurazione di Atargatis, conosciuta in Grecia come Derketo

La figura della sirena non è sempre stata negativa nella mitologia. Le creature pesce non erano estranee all’antichità. Il dio mesopotamico della fertilità, Dagon, era un tritone. Nello stesso contesto, gli Apkallu erano semidei dalle sembianze di uomini-pesce che insegnarono civiltà e saggezza agli uomini. Atargatis, dea dell’amore siriana, aveva le sembianze di donna-pesce. Nell’antica Grecia la sirena era metà donna e metà uccello, come il demone babilonese della notte Lilit (la “giovane vento”). Poteva avere zampe o testa di volatile a seconda delle rappresentazioni ed essere femmina o maschio, ma all’epoca non ci si curava del genere sessuale di semi-umani. Le sirene erano creature del mondo infero, non a caso erano a guardia di Persefone, e Demetra le punì trasformandole in creature metà animali per non essere state in grado di proteggere sua figlia da Ade. Per altri la loro natura sarebbe frutto della vendetta di Afrodite, disprezzata dalle sirene per i suoi amori. Erano spesso raffigurate nelle tombe perché avevano il compito di consolare i morti ed accompagnarli nell’Ade. Nella storia di Ulisse viene descritto il loro canto micidiale. Quando appaiono il mare si calma, l’atmosfera si silenzia e la loro voce è una calamita, per questo motivo l’eroe si lega all’albero maestro della sua imbarcazione. Il loro nome deriva probabilmente dal greco corda (seirà) ed éiro (legare): imbrigliano a sé con note seducenti il povero malcapitato, che in genere è uomo, e divorano la sua carne (consultare etimologia qui). In questo ambito sono viste come creature ammaliatrici, predatrici più della mente che del corpo. Quando non cantano, suonano strumenti come cetra e flauto. Nelle Argonautiche di Apollonio Rodio si racconta che la sirena Partenope si sia suicidata sugli scogli assieme alle sorelle Leucosia e Ligeia per l’insensibilità di Ulisse al loro canto e la creatura abbia galleggiato fino alla foce del fiume Sebeto, dove i Cumani fondarono Neapolis, o all’isoletta di Megaride (su cui sorge Castel dell’Ovo). Napoli è l’unico posto in cui una sirena divenne dea protettrice di una città.

Ulisse e le Sirene di Herbert Draper, 1909

Il passaggio da uccello a pesce è stato forse segnato dai bestiari medievali cristiani, dato che nei racconti precedenti erano volatili (Omero non le descrive). Plinio il Vecchio descrive le ninfe Nereidi come metà donne e metà pesci. San Girolamo traduce in latino la versione greca ed ebraica della bibbia (Vulgata) e sostituisce alle parole “sciacalli” e “civette” quella di “sirene” come allegoria. Paragona le sirene anche a dei serpenti, caratteristica che verrà ripresa da altri manoscritti del tempo. Questa confusione ha determinato la crisi d’identità della sirena che nei secoli successivi si trasformerà in una oscura tentatrice. Nel Rinascimento diventa l’epiteto delle cortigiane munite di doti canore. Cantante e single? Sventura sicura! I pericoli dei mari triplicati dopo la scoperta dell’America contribuirono a trasformarla in una virago marina dallo “sguardo di basilisco” (Cornelius a Lapide). Nonostante ci sia un esempio nel folclore del Rio delle Amazzoni di un delfino della specie boto che si trasforma in uomo per irretire le donne e farle rimanere incinte, la malia nei secoli cristiani è esercitata sempre dalla femmina-pesce. Una metafora della condizione della donna oppressa e impedita come la coda di un essere che può nuotare solo nell’acqua, ovvero in un altro mondo.

Kongelike Bibliotek

Nell’Ottocento il mito della sirena diventerà indimenticabile grazie alla storia de La Sirenetta di Hans Christian Andersen (1837). Nel giorno del passaggio all’età adulta alla Sirenetta viene concesso di salire in superficie, vede una nave con un principe e se ne innamora. Lo salva da un naufragio e sparisce prima che possa vederla. Per entrare nel regno degli uomini chiede aiuto alla Strega del Mare che le strappa la lingua in cambio delle gambe per camminare sulla terraferma. Se il principe si innamorerà di lei e la sposerà, otterrà un’anima (secondo Andersen queste creature non la posseggono); se invece sposerà un’altra, la ragazza morirà il giorno dopo di crepacuore trasformandosi in schiuma marina. Il principe però quando la incontra non si infatua di lei perché non ha la voce e si sposa la ragazza che l’ha ritrovato sulla spiaggia dopo il salvataggio della Sirenetta. Questa può riavere la sua pinna solo uccidendo il principe e bagnandosi i piedi nel suo sangue ma non ne ha il coraggio e si butta in mare diventando schiuma. Per la sua bontà, le viene concesso di diventare una figlia dell’aria, un essere invisibile, ed ottenere un’anima dopo trecento anni di buone azioni. Sembrerebbe una metafora dell’adolescenza di quel periodo con una morale: frenare gli istinti passionali e fare le brave bambine obbedendo a ciò che la società aveva in serbo per le donne, il matrimonio combinato con un buon partito. Ma non é così.

Sea maid, Harry Clarke, 1916

Andersen era bisessuale. E molti dicono che probabilmente non sfogò mai questa sua inclinazione rimanendo sempre “vergine”. Una sua biografia del 2005 di Jens Andersen rivela che il suo diario era pieno di croci, che indicavano ogni qualvolta si masturbasse. La Sirenetta rappresenta sé stesso. Fu infatti scritta dopo il fallito corteggiamento di Edvard Collin, di differente ceto sociale, che si sposò con una donna e respinse le sue avance in quanto eterosessuale. Dicono tutti che non ci siano prove scritte che abbia consumato carnalmente sia la sua omosessualità che eterosessualità ma questa è la maledizione che cade spesso sugli scrittori di fiabe come Lewis Carroll. Vengono considerati asessuati o al massimo “strani” adoratori di bambini. Io penso che non necessariamente tutto quello che ci accade nella vita dobbiamo scriverlo. Le sue fiabe parlavano del diverso, che non viene mai accettato ma sempre respinto, che si adatta ad ogni tipo di genere sessuale o discriminazione.

Memoirs of a Mermaid, Amiyah Scott

Forse è anche per la storia dietro al creatore de La Sirenetta, che negli ultimi anni la comunità LGBTQI+ si è appropriata della sua figura. Il parallelismo accade in particolare per le persone transgender, dato che il sesso della sirena è sconosciuto proprio per la sua coda di pesce. I trans, sia femmine che maschi, attraversano la curiosità morbosa per i propri genitali, sono considerat* la metà di qualcosa e di sedurre automaticamente gli “eterosessuali” per la loro natura considerata ambigua. La star tv transgender americana Amiyah Scott ha scritto apposta un libro intitolato Memoirs of a Mermaid (Memorie di una Sirena), dove parla della sua transizione da uomo a donna all’età di quindici anni senza il sostegno dei suoi genitori. Nel 2000 è uscito in Italia con una tematica simile Il volo della Sirena – La vera storia di Diana Casas di Liliana Giménez. Mermaids è un’associazione di beneficenza inglese creata nel 1995 da dei genitori che volevano sostenere i loro bimbi trans e che opera ancora per supportare la loro solitudine e ridurre i rischi di suicidio. Jazz Jennings, ex teen star, autrice di I am Jazz e protagonista del documentario fatto dalla sua famiglia I am Jazz: a family in transition, in cui è spiegato come crescere un bambino transgender, è appassionata di sirene ed ha prodotto code in silicone per raccogliere fondi per la sua fondazione TransKids Purple Rainbow. Le sirene come espressione di libertà di essere chi si vuole sono usate nella Mermaid Parade di Coney Island (New York), che ogni sabato prima del solstizio d’estate dal 1983 sfila come una sorta di carnevale estivo per celebrare i nomi delle vie Mermaid e Neptune Avenue e mostrare i lavori degli artisti locali.

Coney Island Mermaid Parade, foto: huffingtonpost.com

Le sirene sono pure un feticismo. Una sex worker ha raccontato di un cliente che voleva fosse una sirena incapace di respirare per poi arrivare lui a salvarla. L’avrebbe pagata per diversi mesi per inscenare sempre lo stesso gioco. Eric Ducharme diventa un tritone infilandosi una coda e nuotando in una sorgente d’acqua naturale tre volte a settimana in Florida. Eric ha fondato un brand di moda di bellissime code, The Mertailor, che collabora con Project Mermaids – Save Our Beach della fotografa Angelina Venturella. Il progetto di beneficenza consiste nell’immortalare persone vestite da sirena e devolvere il 50% del ricavato alla salvaguardia di spiagge e oceani. Col trend delle sirene scoppiato nel 2017, la gente vuole sempre di più diventare una creatura dell’acqua. Il mermaiding è l’attività che indica la sirena di professione. Nuotano con code brevettate o finte per spettacoli, party o servizi fotografici. Purtroppo ricevono spesso attenzioni indesiderate dai pervertiti di questo mezzo-animale (in inglese merverts). Voyeurismo, stalking, richieste di foto porno o di iniziare una relazione sono all’ordine del giorno, soprattutto, pare, per le donne. Alcuni molestatori online inviano addirittura dick pic. E qui noto un inquietante parallelismo con l’universo delle sex blogger. Anche noi subiamo il tema del diverso, di chi va fuori dai binari dritti della società, per parlare di sessualità nella maniera che più ci si addice.

Le sirene fanno parte di questo mondo. Sono la diversità che ci contraddistingue nelle abitudini, nel modo di esprimerci, nel genere e nelle inclinazioni sessuali. Le sirene appartengono alla variegata e variopinta umanità.