INTERVISTA | Morena e Ivano trasformano i sex toys in teneri personaggi dei fumetti nel loro libro ‘Sex Toys – Alla Scoperta degli Oggetti del Piacere’. Obiettivo? Farli accettare da più persone possibili

Foto copertina: Morena Nerri e Ivano Messinese di Le Sex en Rose, foto: Ivano @imtheph.

Morena Nerri e Ivano Messinese del blog Le Sex en Rose hanno sfornato il primo libro italiano completo sui sex toys edito da Odoya a luglio 2020: Sex Toys – Alla Scoperta degli Oggetti del Piacere. Una fatica a due mani che è molto di più di un semplice manuale. Le sezioni, piacevoli e scorrevoli da leggere, sono divise per storia, percezione mainstream e della community sex positive sui giochini, istruzioni su come sceglierli, acquistarli, usarli, mantenerli e trasportarli, schede su quelli più innovativi e all’avanguardia.

Il capitolo storico è breve ma curioso e simpatico. “Abbiamo cercato di non annoiare”, confessa Morena, “Per esempio la parte sull’isteria l’abbiamo tagliata fuori perché è proprio quella di cui si parla di più. Abbiamo approfondito invece altre parti meno note”. Per smorzare il tono serio della narrazione, Ivano ha scritto i sottotitoli dei vari paragrafi storici. La filosofia di Morena e Ivano è descrivere sex toys senza genere che sono in grado di rivoluzionare la ricerca con forma, tecnologia, materiale, pensiero dietro il progetto, interpretazione della sessualità sempre nel segno della qualità. E non solo. Ogni giochino è accompagnato da un excursus sulla sua origine, che racconta suo sviluppo e ricezione del pubblico. Ci sono sex toys iconici, fashion, di legno, ceramica, vetro, cristallo, acciaio, elettrostimolatori, a forma di testina di spazzolino, limone, microfono o gelato, e, udite udite, di canale vaginale. La particolarità delle recensioni del duo, inoltre, è quella di essere schiette e sincere. Le foto sono scattate da Ivano, fotografo professionista, e la tenera art direction è di Morena, lei stessa art director. Nella loro visione i giochini diventano divertenti personaggi da fumetto come le sfere anali che si trasformano in una ballerina hawaiana.

Lo scopo è raccontare in modo preciso, puntuale, utile un mondo di cui ancora si conosce ben poco, persino all’interno della comunità sex positive. I sex toys sono un argomento serio. Questi oggetti hanno spesso risolto patologie di persone che non potevano fare sesso e provare piacere. È bello che spesso dei giochini nati per uno specifico problema poi spesso si sono rivelati validi per tutti. Sono fiera che degli italiani abbiano finalmente scritto un libro approfondito e meritevole a riguardo che dovrebbero leggere anche gli esperti perché scoprirebbero chicche sulle quali sono all’oscuro.

Copertina del libro di Morena e Ivano

Come vi siete organizzati per scrivere il libro?

Morena: La struttura l’abbiamo buttata giù piuttosto presto ad agosto 2019 perché avevamo già le idee chiare su cosa dovesse esserci nel libro e per fortuna non l’abbiamo mai cambiata. Ci siamo chiusi in casa a novembre e abbiamo scritto per qualche mese.

Ivano: Abbiamo finito di contattare gli ultimi brand dopo Erofame (ad ottobre 2019) e abbiamo ritirato lì la Cowgirl, di un’azienda americana che non poteva spedire in Italia per il costo proibitivo.

Quali sono state le parti più difficili nel corso della scrittura?

Morena: La scrittura è stata devastante. Due sono stati i punti più complicati: scrivere a due mani e dividersi il lavoro rendendolo allo stesso tempo un’opera unitaria. Una fatica creativa non facile dato che siamo una coppia nella vita e quando litighiamo sappiamo dove andare a colpire. Inoltre nei progetti per blog e aziende abbiamo mansioni fortemente diverse ed è la prima volta che abbiamo lo stesso compito: scrivere.

Ivano: Negli anni abbiamo imparato molto a distinguere le vite professionali da quelle private e a trovare un equilibrio. Quando invece si tratta di fare lo stesso lavoro è come se un artista dipingesse un quadro e poi lo facesse finire ad un altro.

Morena aggiunge: Un altro aspetto difficile è stata la responsabilità nei confronti dei lettori e della community sex positive. Dovevano ritrovarci nelle informazioni che fornivamo ed essere all’altezza delle loro aspettative. Avevamo moltissimo l’ansia da prestazione.

Chi è più bravo a scrivere tra voi?

Morena indica Ivano: Lui! Scrive bene, la scrittura è il suo pane. Sta lavorando anche ad un suo libro autobiografico: un quadro della vita degli anni Novanta ambientato a Torino con storie di ragazzini, bullismo, difficoltà in famiglia. Però io sul tema sessualità sono più preparata perché svolgo maggiore ricerca.

Ivano: Morena è molto brava, ha affinato nel tempo il suo stile soprattutto grazie al blog che l’ha aiutata a sbloccare questo lato di sé. Lei è artista a 360 gradi: sa disegnare, scrivere ed è…povera perché artista! (ride) Per il libro che sto scrivendo, vorrei concluderlo entro quest’anno.

Dal 2017 quando avete aperto il blog, come percepiscono adesso i vostri amici più scettici la vostra professione di blogger e sex toys tester?

Ivano: Sono scomparsi! Gli amici che ogni tanto si facevano sentire e poi ci infamavano su Facebook, hanno smesso di fare anche questo. Quelli invece che erano scettici ma rimanevano, ci hanno preso gusto.

Morena conferma: Anche gente che ci è stata vicinissima per un sacco di tempo, poi è scomparsa. La prima reazione di un sacco di amici davanti al blog è stata: “Ok ti stai vendendo il culo perché non sei riuscito a fare i soldi con il tuo lavoro”, (frase che ci hanno pure detto). Con la seconda categoria che ha nominato Ivano al contrario adesso c’è un bel rapporto.

Sneak peek dell’inizio delle schede con legenda del libro di Morena e Ivano, foto: Ivano Messinese @imtheph

Sicuramente se si intraprende la strada di food blogger, si fa prima a fare successo in Italia. La sessualità è sempre un genere di nicchia e malvisto.

Morena: Ci stiamo investendo tanto tempo ma dire che viviamo di questo…non so quando potremo dirlo. Ora non è così , è ancora una parte marginale. Stare in coppia, essere sposati, ci aiuta nella visibilità perché ci dà una dimensione famigliare e questo andrebbe benissimo se non ci spogliassimo, della serie: “Ma tuo marito ti fa fare queste cose?!”. Ci siamo accorti anche di essere tagliati fuori da eventi organizzati da donne per donne e riviste “femminili” perché Ivano è un uomo.

Ivano: Sono anni che investiamo nel blog, pur se guadagniamo da altri lavori. Ci piacerebbe dire che facciamo solo questo perché ci abbiamo puntato le nostre risorse. Per il resto, non sanno come prenderci in Italia dato che il pubblico femminile di riviste ed eventi non è abituato a vedere una figura maschile. Non ha senso dividersi per compiacere il target di riferimento, è segregazione di genere e andare contro quello per cui stiamo lottando.

Nell’introduzione raccontate dell’anello vibrante per pene non funzionante e di come abbiate scritto alla casa produttrice per riportare la mancanza per poi vedervi recapitati un pacco pieno di giochini in segno di scusa. È proprio così che si diventa tester?

Morena: No! Per noi è stato un regalo.

Ivano: Così si diventa rompipalle.

Morena: In realtà abbiamo deciso di diventare tester quando abbiamo aperto Le Sex en Rose, ispirandoci ai blog americani. Avevamo iniziato a comprare diversi sex toys (ne avevamo meno di dieci) e ci siamo detti: proviamo!

Ivano: Volevamo vedere se fosse divertente. Abbiamo bussato a due aziende per uno scambio di visibilità, ci hanno risposto positivamente e…

Morena: …poi ci abbiamo provato gusto! Ai brand piace molto la nostra recensione personalizzata che non riguarda solo il corretto funzionamento di un sex toy ma cerchiamo di costruirci attorno una narrazione un po’ più ricca.

Avete contato negli anni i sex toys che avete testato?

Ivano: Ne abbiamo provati più di quelli che abbiamo recensito. Per il libro ne abbiamo testati sulla settantina. In questo momento in studio ne abbiamo più di 170. E non li abbiamo ancora finiti di contare.

Morena: Alcuni non ne abbiamo ancora fatti vedere. Abbiamo diverse recensioni inedite pronte che stiamo pensando di fare formato video su YouTube.

È stato un rischio selezionare delle aziende specifiche rispetto ad altre?

Morena: No, sono tutti brand con cui abbiamo contatti e abbiamo incontrato fisicamente. Abbiamo scelto in modo accurato i sex toys che noi riteniamo rivoluzionari. Questa è stata la nostra filosofia. Sono stati tutti disponibili e aperti.

Morena e Ivano

Le sezioni sono ben congegnate divise per materiali da scegliere, lubrificanti da applicare, pulizia per la manutenzione ed eventuale trasporto in giro per aereo. L’unica cosa che forse manca è: quando un sex toy diventa fuori uso dove si butta?

Ivano: Non l’abbiamo specificato perché ogni sex toy è fatto di un materiale diverso.

Morena: Non è facile indicare quali siano riciclabili o meno. Dipende dal processo di produzione. Per essere certi, bisogna contattare l’azienda produttrice. Quelli dotati di motore possono essere smaltiti nei centri appositi di smaltimento rifiuti. Sono oggetti talmente personali che spesso non si buttano ma si riciclano in casa, come abbiamo fatto noi con quelli più vecchi (tranne il primissimo matterello la cui gomma si è sciolta ed è stato buttato per evidente impossibilità di conservazione – ne parlano nella prima pagina del libro, ndr).

Con l’ondata Covid quali accortezze in più bisogna prendere quando si usa un sex toy?

Morena: Nessuna in particolare perché in teoria non va ad inficiare il rischio. La masturbazione è la pratica più sicura piuttosto che altre interazioni con individui. Covid e non, bisogna sempre lavarsi le mani e pulire i sex toys dopo l’uso con acqua o sapone. Vietato anche scambiarsi i giochini.

Ivano: Abbiamo fatto tantissima consulenza su questo argomento specifico. Durante la quarantena c’è stato un incremento di utilizzo e vendita dei sex toys, soprattutto di quelli a distanza.

E non bisogna metterli in lavastoviglie.

Ivano: C’è questa immagine virale dei sex toys in lavastoviglie ma lo sconsiglio.

Morena: Meglio di no perché anche nel caso della ceramica e altri materiali, se non si sa come sono stati prodotti, bisogna evitare.

Secondo voi adesso in Italia i sex toys sono più sdoganati?

Morena: Sì, ma sempre e solo all’interno di alcuni ambiti. Se ne parla ancora in maniera scandalistica.

Ivano: O goliardica.

Morena: Quindi non è cambiata molto la narrazione. Se ne vedono di più ma se ne discute sempre male.

Ivano: Probabilmente delle nicchie stanno accrescendo la loro influenza e stanno provando ad aggregare più persone però la strada è veramente lunghissima.

Morena: Va di pari passo con la sessualità di cui ancora non si parla bene a livello di massa.

Che tipo di riscontro ha ricevuto il libro da quando l’avete pubblicato?

Morena: Davvero positivo! Ci sono arrivati i feedback dei followers più vicini che abbiamo condiviso. Alcuni l’hanno preso solo per sostenerci.

Ivano: Siamo rimasti molto colpiti dall’affetto che tanti ci hanno dimostrato.

Morena: Da un lato però c’è questa idea che un argomento del genere non sia interessante e culturale. Le persone pensano che il nostro sia un manuale divertente o una sorta di catalogo, ma in realtà ci sono moltissime informazioni che vanno al di là della forma e dell’utilizzo dei sex toys, come lo sdoganamento dei tabù, l’anatomia dei genitali, la sessualità e la community di blogger che ci gira intorno.

State già progettando un nuovo libro?

Morena: Sappiamo di persone che entrano in libreria e chiedono se ci sono altri nostri libri (ridono). Se dovessero richiederci di scrivere un libro, non diremo di no.

Ivano: Abbiamo almeno tre argomenti da proporre. Adesso però non abbiamo le forze, ci servirebbero almeno sei mesi a maggese. Magari l’anno prossimo in questo stesso periodo potrebbe essere quello giusto.

Morena: Il nostro primo libro sta andando bene, considerando che siamo emergenti e non ci conosce nessuno. Ma da qui a diventare un fenomeno di massa è difficile per l’argomento. A livello economico, scrivere un libro non è assolutamente un’avventura commerciale.

Ivano scherza: Se faremo il film del libro forse sì!

Nuovi progetti alle porte?

Morena: C’è una traduzione in dirittura d’arrivo di un libro inglese che sarà edito da Odoya e uscirà a gennaio e poi un podcast che ci hanno proposto, per quest’ultimo credo riusciremo ad averlo pronto ad autunno inoltrato.

Morena e Ivano

AAA Cercasi Dominatore – No perditempo

foto copertina: costume Asos, maschera Get Man Jewelry, collare Absidem, bracciali manette Bijoux Indiscrets

Avvertimento: in questo post semiserio si parla di dominazione e sottomissione nel contesto esclusivo della camera da letto, non nella vita quotidiana. Non è un annuncio per farmi trovare da un vero dominatore, ma una riflessione su questa figura. Per praticità ho usato il maschile e il femminile ma vale per tutt*.

Il mio interesse per il BDSM è iniziato con un’intervista proprio come è successo ad Anastasia Steele con Christian Grey, in Cinquanta Sfumature di Grigio, che avrei letto più tardi (mi sono fermata a pagina 100, anche in inglese è scritto troppo male) e visto il film con grandi sbadigli e giri di nervi. Sono abituata a leggere prodotti del mondo delle fanfiction da quando avevo sedici anni e la storia di E.L.James è una fantasia erotica piuttosto infantile su come dovrebbe essere un rapporto BDSM, come ne giravano milioni targate NC-17 su Hermione e Draco/Lucius Malfoy (saga Harry Potter) o Buffy e Angel/Spike (serie tv – Buffy The Vampire Slayer). Una cosa sola è vera: se non hai padronanza della materia puoi comportarti all’inizio come Anastasia, con estrema ingenuità, davanti ad un uomo affetto da seri disturbi patologici che fa passare come parte integrante del suo essere dominatore.

Cinquanta Sfumature di Grigio (2015)

Dopo aver intervistato questo uomo eterossessuale cisgender che vi dicevo sopra, lui incominciò a scrivermi coinvolgendomi in giochetti erotici interessanti, inerenti alla dominazione/sottomissione e scoprii di trovarmi a mio agio nel ruolo di schiava. Come mio solito, iniziai a documentarmi (avevo già il blog), a leggere libri di persone competenti (Ayzad, Valerie Steele sul fetish), film (Secretary, Il portiere di notte) e romanzi (Histoire d’O, Venere in pellicia). Solo che come al solito, quando mi scontrai con la realtà questa fu molto deludente. Il tizio in questione sapeva fare il dominatore solo a parole. E nemmeno. Non aveva idea di che meccanismo avesse innescato in me e non sapeva gestirmi con le fantasie. Lui stava soltanto sfogando il suo narcisismo patologico su di me e io mi innervosivo e annoiavo. Abbandonata questa psicologicamente devastante situazione dalla quale però non mi sono fatta soggiogare, incontrando comunque altre persone e facendo esperienze diverse, mi sono imbattuta in altri due tipi dai quali mi sarebbe piaciuto essere dominata per un po’ ma poi non è andata così. C’est la vie! Nella mia NON esperienza, o esperienza morta sul nascere, ho compreso che spesso il desiderio non è accompagnato da una voglia di concretezza. E pur se si vuole sperimentare, non si sa bene da dove cominciare e quindi, in mancanza di una guida, si lascia perdere. Anche perché sfugge un concetto importante del BDSM, che Ayzad esprime bene nel suo libro I Love BDSM: “Con BDSM ci si riferisce a centinaia di differenti giochi erotici accomunati da un’unica caratteristica: uno dei partner si mette a disposizione dell’altro impegnandosi ad assaporare ed accettare tutto ciò che accadrà; quest’ultimo si prende invece la responsabilità di gestire la situazione e decidere quali sensazioni ed emozioni proveranno entrambi”.

Secretary (2002)

Prendersi la responsabilità con un bagaglio di sapienza tecnica, comunicare e provare affetto per l’altro sono tre condizioni imprescindibili del BDSM. Interrogato da me sulle caratteristiche di un buon dominatore, Ayzad mi ha risposto così: “Le caratteristiche di un buon dominatore sono quelle che fanno stare bene te – e che possono essere diverse da quelle che piacciono ad altre persone. Io però direi che dovrebbe avere introspezione, empatia, competenza, trascendenza. In quest’ordine“. Non esiste che qualcuno faccia come si pare solo per – volgarmente- svuotarsi i testicoli. Il BDSM è un’arte che va imparata con umiltà. Io ho compreso la dignità e il rispetto per me stessa così. Essere gentili e accomodanti a volte ti fa passare per fesso e in situazioni sessuali trascinate può portarti all’autolesionismo o peggio. Anche nel sesso si dà e riceve. Se ci si accorge di essere solo delle piacevoli cavità umide per l’altra persona, bisogna scappare a gambe levate e smettere di idealizzare rapporti deleteri.

Lo schiavo è la vera star in un rapporto BDSM ed è probabile che sia il più esibizionista dei due. Si abbandona completamente e trasferisce in modo temporaneo il proprio potere all’altro. La parola trascendenza vale anche per questa figura. Significa annullare il proprio io e godersi le sensazioni che si provano senza pensare a nulla. Proprio come fanno gli asceti. Oltre a ciò, il sottomesso deve navigare sulla stessa lunghezza d’onda del dominatore, essere affidabile. E ultimo ma non ultimo, deve essere stuzzicante, sensuale. Una cosa che adoro fare è accendere l’eccitazione ed è sicuramente la parte del gioco in cui sono più ferrata. Per me il BDSM è un divertimento in più e non la condizione sine qua non per fare sesso. Essendo abituata a gestire nella vita reale il mio lavoro completamente da sola, a letto ogni tanto mi piace staccare. Sono molto curiosa e disposta ad imparare nuove cose, decidendo in seguito se una pratica mi piace o meno e con chi. Perché non è detto che se una pratica ti piace con una persona, poi automaticamente ti garbi con tutti. Anzi.

Il mio problema nel trovare un partner dominatore non è così raro, anzi è molto più diffuso di quanto si pensi. Come ho detto prima, pochi sanno che esiste un set di regole specifiche, e le prime rientrano nella serie SSC: sano, sicuro e consensuale. Sesso sano di mente, che rispetti i limiti del corpo e della fisica, e il consenso che è il principio fondamentale da rispettare sempre. Quando si intraprende un gioco estremo bisogna essere consapevoli dei rischi e di quello che può succedere. Non si prova tutto subito portandolo al massimo. Ci si può fermare in qualsiasi momento o esprimere la safeword con una parola o gesto. Gli incidenti devono essere prevenuti con una buona conoscenza di fisiopatologia e, perché no, pure di primo soccorso non fa mai male. È un gioco di squadra. Il sottomesso non è passivo ma partecipa attivamente. Spesso e volentieri è lo schiavo a condurre veramente le danze in modo quasi impercettibile: tramite l’accettazione delle pratiche che il dominante gli propone. Come dice Ayzad, c’è uno scambio di potere continuo tra dominatore e sottomesso. Ricapitolando: è necessario che il dominatore si diverta a comandare, si assuma le proprie responsabilità, sia competente, comunicativo, onesto e protettivo. Ovvero, un principe azzurro! Anzi, meglio, come mi piace chiamarlo: un principe nero.

Mi sembra già di udire i vostri sospiri e domande: “Ma si trova davvero da qualche parte uno così?” Non lo so. Le persone perfette non ci sono, però cercare qualcuno che abbia almeno la metà di queste caratteristiche is the way! Magari non incontreremo individui già esperti perché è più difficile al primo colpo, però è bello conoscere qualcuno disposto a percorrere un percorso di scoperta insieme e spero di trovarlo un giorno. Il segreto è lasciare che le cose scorrano senza farsi dominare da fissazioni e ossessioni. Nel frattempo, per neofiti e non consiglio come libro che è di più di una guida, I Love BDSM di Ayzad, per imparare ad apprezzare e comprendere un’arte ancora troppo sconosciuta e travisata.

Hot Talk sul Lettino – Resoconto delle dirette dell’Estate di Fiore Avvelenato

Non avevo mai fatto una diretta prima dell’avvento del coronavirus. Ho deciso di provare, dato che sembrava essere diventata più che la moda, lo sport del momento. E mi è piaciuto avere un interlocutore (la diretta da sola ancora mi mette a disagio perché sembra che debba intrattenere le persone per forza). Così, dopo averci preso la mano, è nata una serie di dirette nel mese di luglio chiamata Hot Talk sul Lettino. Sesso in spiaggia, amori, flirt, situazioni scomode, costumi sexy e non e bagni di notte erano i punti focali della conversazione fatta con: La Chiave di Gaia, Claudia Ska, Clitoridea, Vida di Bi, La Camera di Valentina e Hello_Policose. Quella che poteva essere una conversazione frivola si è sempre trasformata in una riflessione profonda o uno scambio culturale tra persone che vivono distanti ma hanno modi di pensare simili. Anche i followers hanno partecipato attraverso sondaggi sui temi sopra indicati, dei quali leggevo le risposte in diretta. Non mancava l’aperitivo che non sempre è stato alcolico per condizioni climatiche avverse (troppo caldo).

Sara di La Chiave di Gaia mi ha raccontato della libertà delle Tenerife dove vive, in cui è possibile andare in spiaggia come si vuole senza restrizioni. Mi ha nominato un brand australiano molto interessante che produce dei microtanga perfetti da mostrare sulle spiagge spagnole, Wicked Weasel. Abbiamo convenuto che il mare della Spagna è molto più libero e privo di giudizio rispetto a quello dell’Italia. “Nel mio Paese non mi sento a mio agio a stare in topless”, ammette Sara. Alle Canarie il sedere è un simbolo ed è normale che ragazze molto giovani indossino tutte il tanga. Sara mi ha accennato anche di una sua avventura hot in una spiaggia brasiliana al chiaro di luna. “Lui era un italiano, io uscivo da una fase di fidanzamento a sedici anni e avevo bisogno di fare esperienze. È stato bellissimo”.

Sara de La Chiave di Gaia che mi mostra un tanga Wicked Weasel

I primi baci di Claudia Ska sono stati dati a dei ragazzi non sardi conosciuti sulle spiagge della Sardegna, sua terra d’origine. Il primo in assoluto è stato a dodici anni con un ragazzo di Belluno imboscandosi dietro a un condominio vicino al mare: “È stato superventolato”. Abbiamo condiviso memorie di persone che nascono sul mare: a Ferragosto non succede nulla come a Capodanno e fino all’adolescenza abbondante bisogna nascondere le proprie scorribande al mare per la presenza di famiglia o parenti in spiaggia. Una volta di notte si è dovuta rifugiare con un tizio nell’acqua per l’arrivo improvviso dei cinghiali. “Sono una che rimpiange il sesso scomodo, come quello in macchina“, confessa e una delle sue macchine preferite dove farlo è la Ford Mondeo station wagon. Claudia mi ha mostrato su una foto in posa da body builder un costumino sexy leopardato modello Ursula Andress in 007 con un simil cinturino di pelle nella fibbia laterale che gli avevano regalato i suoi colleghi del teatro a Roma!

Claudia Ska che mi fa vedere la sua foto col costume leopardato

Ketty di Clitoridea mi ha parlato molto di costumi e mi ha fatto vedere il suo bikini nuovo bianco a pois neri recentemente comprato da Tezenis. Adesso osa di più nello swimwear mentre in passato si copriva per mancanza di autostima nel proprio corpo. Si è posta una domanda fondamentale al quale in seguito ho trovato risposta in un sondaggio generico sui social: ma è possibile fare sesso dentro l’acqua? E ancora: come si fa con il preservativo? Se l’è chiesto perché ancora non aveva provato l’esperienza e voleva pareri a riguardo. Ho scoperto che diverse persone si sono tuffate nella pratica ma il problema più grosso per i portatori di vagina è l’attrito che si crea e non fa scivolare con fluidità organi sessuali e movimenti. L’uso del preservativo non è pervenuto, tranne per un ragazzo che è uscito apposta dall’acqua per infilarselo. Purtroppo la diretta non è stata salvata da IGTV e non abbiamo foto o altre memorie a riguardo.

Benedetta di Vita di Bi e io che ridiamo a crepapelle

Benedetta di Vita di Bi ha risposto anche lei nella diretta successiva alla domanda del sesso in acqua e ha ricordato che oltre a fare attrito, l’acqua marina brucia per il sale al suo interno. L’unico elemento comodo è che ti rende più leggero e si possono affrontare posizioni diverse rispetto alla terraferma. Bi ha ammesso di non avere simpatia per insetti o animali allo stato brado, almeno in montagna. “Mi ricordo la gita in parrocchia a tredici anni in un posto in Trentino a guardare le stelle. Ci dissero: ‘Occhio ragazzi a passare tra una casa e l’altra perché ci sono i lupi’. Sono rimasta traumatizzata”. In compenso però tutte le esperienze sessuali ed emotive le ha fatte al mare. “La cabina è l’avventura sessuale più scomoda. Mai più nella vita. La gente che passa fuori, i ragazzini che strillano nella cabina a fianco, un caldo micidiale e l’aria che manca”. Negli ultimi anni Bi ha migliorato il rapporto col suo corpo e compra per sé costumi seducenti ma non particolarmente rischiosi.

Gea de La Camera di Valentina e io ridiamo per le tovaglie

Gea de La Camera di Valentina mi ha condotto in un viaggio culinario di tutto rispetto nella spiaggia siciliana. Oltre al classico Cocco Bello e i venditori di bevande, in Sicilia si mangiano le pannocchie bollite, che in palermitano si chiamano pollanche. “La cantilena del signore con la pentolaccia è la seguente: Signora Maria, la pollanca più bedda solo da mia!”. Le famiglie si portano al mare teglie enormi di pasta al forno con gli anelletti, il ragù e tutto ciò che è commestibile (uova, carote, piselli e altro). Immancabile da mangiare fuori dal mare e negli stabilimenti balneari è il “coppo”, un cartoccio col pesce fritto, per non parlare del rituale iniziatico del cibo di strada assolutamente da provare nel capoluogo della Sicilia. Non sapevo che il secondo nome di asciugamano fosse “tovaglia” in siciliano…e finalmente ho trovato il posto giusto dove fare il perfetto bagno di notte: Palermo! L’acqua è un brodo e quando esci non senti freddo perché il caldo è asciutto. “L’aria è un phon automatico”, ha garantito Gea.

Dania di Hello_Policose mi racconta della sua improvvisa avventura con un figo

Dania di Hello_Policose mi ha raccontato un episodio superscomodo ma divertente sulla spiaggia di Mazagón in Andalusia accampata con gli amici in una tenda in cima ad una duna di sabbia. Dopo aver fatto il bagno e aver bevuto, è stato per lei faticosissimo risalire per arrivare alla meta, “l’ultimo tratto l’ho fatto strisciando”. E non solo: “Il giorno dopo ci hanno detto che c’erano gli squali nel posto in cui avevamo fatto il bagno!”. Anche lei ha vissuto le prime esperienze, amori e avventure al mare. “Due anni fa stavo guardando le stelle con i miei che vivono in un bosco. Ad un certo punto a mezzanotte sento la notifica del match su Tinder da parte di un tizio fighissimo che era al mare e l’ho raggiunto!”. Ha inforcato la Uno senza servosterzo del nonno e ha percorso la facile distanza di tre chilometri. In spiaggia non si poteva, quindi Dania ha portato il tizio in un posto speciale sopra ad un promontorio e hanno guardato l’alba nudi: “Una sensazione liberatoria con questa persona totalmente sconosciuta…ed è stato uno dei momenti della mia vita in cui mi sono sentita più connessa con il creato”. Inoltre, abbiamo affrontato il problema di stare a capezzolo nudo in spiaggia: il giudizio sta nell’occhio di chi guarda e non solo!

Grazie ancora a tutte per essere intervenute in questa piacevolissima ape-chiacchierata. Hot Talk sul Lettino si chiude con questo post e forse, chissà, tornerà la prossima estate!

SEXPOP| Cardi B e Megan Thee Stallion tornano smaglianti e vogliose nel nuovo video-singolo WAP!

Benvenut* su Sex Pop, la mia rubrica su canzoni e artisti di qualsiasi genere musicale che hanno dei testi sessualmente espliciti o che alludono a sesso ed erotismo. Sono appassionatissima del frullato musica, video e moda e spero piaccia pure a voi!

*** Vi avverto che il post contiene materiale esplicito. ***

Oggi è uscito il nuovo singolo e video della rapper del Bronx Cardi B assieme alla rapper texana Megan Thee Stallion dal titolo WAP, acronimo per Wet-Ass Pussy. Letteralmente significa una fichetta che scopa un cazzo bagnato”, secondo Urban Dictionary, che riporta la dicitura Wet Ass Fuck Cunt. Il brano inizia con un campionamento del pezzo del 1992 “There’s Some Whores in This House” di Frank Ski. Come potete immaginare il testo è un bel po’ esplicito – Parental Advisory: Explicit Content! – e parla di vagine talmente bagnate che Cardi invita a prendere un secchio e un mocio per l’occasione! La stessa cantante ha dichiarato a Hot 97 che la canzone è “zozza” e nessuno poteva renderla più “zozza” di Megan. Ad esempio, scopriamo che a Cardi B non piacciono i peni piccoli che paragona a serpenti giarrettiera e preferisce il cobra reale (vi ricordate Anaconda di Nicki Minaj? ;)).

Cardi B e Megan Thee Stallion

Allude anche al deep throat, quando dice che vuole che l’uomo le tocchi “quella piccola cosa penzolante sul fondo della mia gola”, ovvero l’ugola.  “Quando cavalco il cazzo voglio scandire il mio nome” si rifà alla battuta-consiglio sessuale 2019 “spell coconut with your waist” (scandisci la parola noce di cocco con il tuo giro vita). Mentre le donne cavalcano un uomo, dovrebbero scandire con i loro fianchi la parola noce di cocco. Un certo Daniel Marven (Ke Sharp) avrebbe dato il consiglio su Twitter. L’espressione “Macaroni in a pot” (maccheroni in una pentola) riferito al suono della vagina potrebbe richiamare un video di Vine del 2014 dove un certo Mohamad Zoror dice alla madre che mescola la pasta nel piatto: “ecco quale dovrebbe essere il suono di una buona fichetta”. Ovviamente è subito stato ripreso dalla madre!

Cardi B inserisce anche particolari sulla sua vagina. È talmente dolce da rendere il suo uomo diabetico e nella rima “My head game is fire, punani Dasani” contrasta l’elemento fuoco nell’avere sesso orale con lei con l’elemento acqua del sesso vaginale. Dasani è infatti il nome della marca d’acqua prodotta dalla Coca Cola e punani è un termine slang delle Indie Occidentali per vagina.

Frase topica del testo: “Put this pussy right in your face, Swipe your nose like a credit card” – “Metti questa fichetta davanti alla tua faccia, trascina verso l’alto il tuo naso come una carta di credito”.

Kylie Jenner

Il video è diretto da Colin Tilley, in cui ci sono molte apparizioni americane famose. Da noi le più conosciute sono Kylie Jenner e Normani (le altre: Rosalía, Mulatto, Rubi Rose e Suki Hana). Kylie appare perché è molto amica di Megan. Il videoclip è girato in un maniero fantastico dagli esterni riprodotti al computer. All’interno c’è un lungo corridoio con diverse stanze in cui si trovano tutte le special guest, che assomiglia nel concept a Haunted di Beyoncé (2014). Il corridoio è decorato da busti di seno (dai capezzoli sprizza dell’acqua) e sedere di Cardi B. In una stanza la rapper si contorce con i serpenti insieme a Megan, in un’altra ha un top porno con i seni all’aria e i capezzoli coperti da pasties leopardate con borchie dorate. Gli elementi moda che spiccano sono corsetti, strascichi attaccati a body, stivali cuissards. Gli stylist sono: Kollin Carter (Cardi B) e EJ King (Megan). Gli outfit ci hanno messo molto ad arrivare causa coronavirus.  I look iniziali fucsia e giallo sono di Nicolas Jebran. Nella scena industriale neon viola e lime portano Mugler, caro allo stylist di Cardi B. In quella dei serpenti indossano Bryan Hearns. Lo stile è Camp, ovvero esagerato ai limiti dell’impossibile.

Capi iconici: body suit leopardata di Cardi B by Thierry Mugler e body zebrato su misura di Megan di Zigman. La coda a forma di catena di Cardi B è un omaggio a Left Eye delle TLC che portava code sempre diverse negli anni Novanta.

Cardi B

Indumento impossibile: calzamaglia a rete tagliata in diagonale. Lascia scoperta gamba sinistra, spalla destra e sopra del busto.

Materiale più visto: latex, nelle ospiti del video, firmato Venus Prototype Latex.

Cardi B si è unita al sito OnlyFans per rilasciare materiale esclusivo solo per i suoi fan.

Megan e Cardi B

L’imprenditrice vulcano Evelyne di Nappytalia sfata i miti sulla sessualità nera e mi spiega come ha imparato ad amare il suo corpo

foto copertina: Giuseppe Circhetta

Evelyne Sarah Afaawua è la fondatrice di Nappytalia e nel tempo è diventata modella curvy grazie alla conoscenza con Laura Brioschi, creatrice di Body Positive Catwalk e designer di The Body Positive Bikini. Nappytalia è un’azienda e community di prodotti eco biologici per capelli ricci afro che è diventato molto famoso in questi ultimi anni. Il profilo Instagram personale della giovane imprenditrice è vivace con foto in outfit colorati, shooting fotografici e gustosi piatti del Ghana, paese di origine della sua famiglia. In un post in particolare, la ragazza racconta di sua nonna che proveniva da Breman Asikuma, una città vicino la capitale Accra, e discendeva da una stirpe matriarcale, tipica del gruppo etnico ghanese Mfante.

Evelyne è nata in Francia e vive in Italia, è una ragazza briosa, piena di voglia di fare e che non si perde d’animo. Non ha nemmeno peli sulla lingua quando si parla di sesso, quindi ho colto l’occasione per fare una chiacchierata con lei sugli stereotipi sulle persone nere a letto, sulla body positivity e l’empowerment femminile.

Sui giornali si leggono spesso le testimonianze di ragazzine nere che vengono fermate e scambiate per sex worker con la classica domanda: ‘quanto vuoi?’. Mi puoi dare conferma di questo fatto?

Esatto. Ho un post in programma sull’argomento dal titolo proprio “Quanto vuoi?”. Mi succede ancora adesso. Anche se lavoro da casa, mi piace vestirmi bene come se andassi in ufficio perché mi aiuta a concentrarmi ed esco così se devo fare commissioni nei dintorni. Solo per essere vestita in modo ‘formale’ le persone o mi danno del “lei” o gli uomini pensano di essere in dovere di fare delle battutine sul mio essere formosa. Alcuni si sentono legittimati dal domandarmi ‘Quanto vuoi?’ e io spesso e volentieri gli ho risposto: ‘Se vuoi chiamo i carabinieri e lo chiedi a loro’. Poi se gli comunico che faccio l’imprenditrice mi guardano come se si aspettassero dei mestieri più umili. E gli interlocutori di questi scambi non sono solo uomini ma anche ragazzini.

Foto: Fabio Vizz

Qual è lo stereotipo contro il quale ti imbatti più spesso?

Tantissimi. Da quelli che riguardano il colore della pelle al mio corpo al lavoro. Pensano sia africana, ignorante e senza un percorso di studi in un incasellamento retrogrado. Il fatto di essere donna di trentadue anni, indipendente mi mette in contrasto con mia madre che alla mia età era già sposata e aveva quattro figlie. Quando incontro uomini agli appuntamenti e li informo che sono single per scelta, si apre un abisso. Io amo la mia libertà, e questa cosa è difficile da far capire a molti rappresentanti del sesso maschile. Negli anni ho cambiato completamente la mia prospettiva di relazione. Sono una donna consapevole, decisa su quello che vuole e non perde tempo: questo fatto ai maschi etero non va bene perché per diversi di loro il sesso femminile è da proteggere. Questo non vuol dire che io non abbia attraversato delle situazioni relazionali difficili.

Sì, ho letto il tuo post a riguardo sul tuo ex amore senegalese Abdou.

Sono stata insieme a lui per due anni e l’ho dovuto mantenere economicamente per il primo anno. Dovevo tenere un registro per tutte le corna che mi ha messo. Avevo 22 anni e fino a quell’età credevo nell’amore. Nonostante io sapessi dei suoi tradimenti, continuavo a stare con lui: era una relazione tossica. Alla fine ho scelto me stessa e il mio bene.

Altri cliché sessisti?

Nel lavoro vengono messe in dubbio le mie capacità e competenze. Spesso mi viene chiesto due volte chi sia il titolare della mia azienda perché non credono sia io stessa. Non ci faccio più caso ormai, dato che ho capito che non sono quella che pensa la gente ma quella che reagisce ai loro pregiudizi. So come rispondere.

Fufu e Tilapia, piatto ghanese preferito della nonna di Evelyne, foto: @menscookgh

A proposito del campo sessuale, sei stata vittima di pregiudizi o stereotipi colonialisti come i classici ‘la donna nera ha la vagina più larga’ e ‘l’uomo nero il pene più grande’?

Per esperienza personale di donna che è uscita sia con bianchi che neri, dico che lo stereotipo su questi ultimi è una miscredenza. Ci sono uomini neri col pene piccolo. L’unica cosa in cui possono differire dai bianchi (e non tutti) è nella circoncisione che è più diffusa. Secondo me, anche avendone parlato con le mie amiche, questa caratteristica porta a un migliore grado di qualità nell’atto. Infatti è una delle domande che pongo spesso è proprio: ‘Scusa ma per caso sei circonciso?’ Per la vagina non ho termini di paragone perché quella bianca non l’ho mai vista. Non sono sicura sulla maggiore elasticità per quanto riguarda me stessa, visto che capiti abbia dei rapporti dolorosi.

Un power outfit di Evelyne

Tu sei specializzata nella cura del capello, hai qualche episodio di seduzione legato alla tua chioma? 

No, maggiori situazioni strane legate al portare extension o parrucche. All’inizio è faticoso far capire ai propri partner che non è il massimo toccare i capelli di una donna nera. Oppure ci guardano con stupore quando andiamo a dormire con la cuffia per proteggere la chioma. Molte di noi dicono: “Finché non ti ha visto con quella cuffia, lui non ti ha visto veramente”.

Ti senti più sicura con capelli che non sono tuoi?

Una volta ti avrei risposto che mi sarei sentita più convinta col protective style, invece adesso è il contrario. Mi sento più sicura con i miei capelli al 100%. Mi faccio le trecce per stare più comoda sul lavoro ma ho imparato ad apprezzare e amare i miei capelli.

Da destra Evelyne con Laura Brioschi e Benedetta De Luca, foto: NonnaLellaa

Come sei arrivata nel mondo delle modelle curvy?

A 18 anni avevo provato a fare la modella ma mi hanno detto che ero troppo grossa e sono capitata pure in un’agenzia truffaldina. Ho mollato perché ho avuto sia problemi di anoressia che di obesità. Sono arrivata a pesare 40 chili per 1 metro e 71 cm. Non era dovuto solo al rifiuto dell’agenzia ma anche alla mancanza di autostima e al fidanzato che avevo all’epoca che mi consigliava di mettermi a dieta. Due anni fa sono stata intervistata da Freeda e dopo di me c’era l’intervista a Laura Brioschi. Ci siamo scritte su Instagram e lei ha pensato di unire i nostri discorsi di accettazione tramite capelli e corpo in uno shooting fotografico insieme che è stato una bomba. Ho partecipato ad un concorso di bellezza curvy a Roma e qualche mese più tardi le mie foto sono state viste da Pompea che mi ha contattato per uno shooting fotografico.

Ti sentivi a tuo agio?

No, anche se ero in intimo. Con Laura ci sono voluti quaranta minuti per convincermi che fossero delle foto normali: mentalmente non riuscivo a staccarmi dall’idea ‘oddio sono nuda’. Il blocco che avevo non era tanto l’insicurezza verso me stessa ma più la preoccupazione del giudizio degli altri, compreso il fatto di essere imprenditrice. In seguito questi servizi fotografici mi hanno aiutato a farmi sentire più sicura del mio corpo e sono stati un bel messaggio per le mie followers.

Pre-shooting di Body Positive Catwalk

Il vestito a rete è un fuoco da aizzare con cura

foto copertina: vestito Asos, fotografa Ale

Mi sono imbattuta nei primi vestiti a rete (in inglese “fishnet dress”) nel reality Siffredi Hard Academy e non mi piacevano. Nello specifico si trattava di vestitini con rete a forma di ovale dai colori fluo, gli stessi che poi avrei ritrovato in diversi porno mainstream: li trovo volgari e ad effetto insaccato. L’anno scorso però vidi una foto di Kourtney Kardashian assieme alle sorelle che mi piacque. Portava un vestito a rete lungo metallizzato e scintillante con sotto della lingerie nera, mentre Khloé indossava una tutina sullo stesso genere. Non male, in quella versione mi garbava assai. Anche se non sono state loro le prime Kardashian ad indossarla, ma Kim in un modello a righe nel 2016. Inutile dire che è stato il primo di una lunga serie per la star del reality show Keeping Up with the Kardashians (Al passo con i Kardashian). Non è un vestito facile da indossare al di fuori della spiaggia, soprattutto in un Paese come il nostro, l’Italia in cui tutti sono pronti a giudicare l’abbigliamento degli altri. Questo ci ha reso aridi nelle sperimentazioni, se non nelle grandi città, che però non offrono la stessa temerarietà che si può vedere a Londra, Tokyo, New York o Los Angeles.

Da sinistra Kendall Jenner, Kourtney Kardashian e Khloé Kardashian

Il vestito a rete ha origini remote. Era indossato dalle antiche egizie e non è chiaro in che modalità. Queste “armature” a rete fatte di perline disposte in un motivo a losanga rinvenute nelle tombe come sudari erano troppo pesanti per essere infilato da persone vive. Gli archeologi e gli studiosi del costume credono che le donne ne portassero una versione più leggera messa sopra alle abituali tuniche di lino o cucita ad esse, pur se sulle statue quest’ultime non sono affatto visibili. Anzi sembra evidente il contrario: vestiti a rete colorati senza nulla sotto. Tuttavia non possiamo basarci sulle raffigurazioni pittoriche e statuarie perché la maggioranza dell’arte egiziana era religiosa-funeraria era creata da artisti maschi che idealizzavano le donne rappresentandole sempre giovani e filiformi con vestiti troppo aderenti non corrispondenti alla realtà. Queste forme convenzionali servivano ad affrontare l’eternità e nelle tombe la moglie era raffigurata nel fiore della vita per eccitare al meglio l’uomo nella vita dopo la morte. Altroché Photoshop! In Egitto il costume era legato alla posizione sociale ed i primi esemplari di vestiti a rete risalgono all’Antico Regno. Elisabeth Wayland Barber nel libro Prehistoric Textiles dimostra che c’è una lunga storia di corsetti di rete o corda nelle culture europee e del vicino oriente con significati strettamente legati alla loro idea di sessualità. I dubbi sulla presenza di vestiti di lino sotto la rete salgono anche per il fatto che quelli egiziani avevano le maniche staccabili non presenti quando l’abito a rete è raffigurato. I vestiti di perline erano spesso con fermagli o coppe per coprire i capezzoli, un altro indizio che potrebbero essere stati indossati direttamente sulla pelle, ma il loro peso e l’impossibilità di sedercisi hanno fatto dubitare gli esperti. Nel Medio Regno questi indumenti diventano di tessuto e corda. Il papiro Westcar “I racconti delle Meraviglie” narra la leggenda del re Sneferu che fa remare la sua barca da donne in vestiti a rete per puro sollazzo.

Vestito di perline, Antico Regno, 2323–2150 d.C., Giza (1933), Museum of Fine Arts Boston
Antico Regno, circa 2400 a.C., Petrie Museum of Egyptian Archaeology, Londra. Foto: University Colleg of London

Nonostante i numerosi studi, per il momento non ci è dato sapere se le Egiziane, danzatrici, sacerdotesse o principesse, indossassero nude o vestite queste elaborate reti. Sta di fatto che nella storia il vestito a rete così come lo intendiamo noi sparisce fino al Ventesimo Secolo, dove ricompare nella forma delle calze a rete su flappers e showgirl. Il termine originariamente si riferiva a tutte le calze leggere in cui fosse visibile la trama e in realtà fa capolino per la prima volta sui primi dell’Ottocento nel mondo anglosassone. Negli anni Cinquanta le calze a rete sono state messe da Bettie Page, Jane Mansfield ed Elisabeth Taylor, negli anni Sessanta da Audrey Hepburn e Brigitte Bardot, negli anni Settanta dal movimento punk e Vivienne Westwood, negli Ottanta da Madonna, sottocultura gotica e glam rock, negli anni Novanta da Courtney Love ed il movimento grunge. Hanno sempre rappresentato l’ideale di una donna lasciva, sfrontata, ribelle. Madonna in particolare ha mostrato top a rete che si avvicinano al concetto di abito. Sulle passerelle, Dolce & Gabbana dopo aver proposto il loro vestito lungo in pizzo nero, hanno trovato nel 1995 una variante: l’abito a rete che poi è stato riproposto più volte tra il 2010 e il 2020. Nel 2013 molti designer lo hanno riportato alla ribalta come Marc Jacobs, Chanel (nella versione egizia tessuta), Temperley London, Erickson Beamon su Solange Knowles (sorella di Beyoncé) e nel 2016 Valentino su Zoe Kravitz (figlia di Lenny Kravitz). Ora è completamente sdoganato nel campo della moda, probabilmente per la complicità di celebrities come in primis Kate Moss nel 2011 con una sottoveste color crema, Miley Cyrus in Marc Jacobs (ne aveva messo anche un altro orrendo), Rihanna nel 2014 (un abito da 26mila Svarowsky di Adam Selman) e a seguire Kardashian e Jenner negli ultimi anni.

Rihanna nel vestito di Adam Selman 2014
Dolce&Gabbana SS 2010

Il vestito a rete non è un pezzo di “abbigliamento” facile da gestire. In un incontro sessuale è di sicuro semplice da trattare non indossando nulla sotto (e spesso è preferita la tutina), però se si vuole portare fuori è un altro paio di maniche. In spiaggia è adattissimo anche per una cena in un ristorante o chalet: sotto oltre al costume bikini o intero, si possono adattare un reggiseno a fascia, un top, una culotte a vita alta, dei pantaloncini di colore nero, dello stesso colore della rete o opposto se vi sentite a vostro agio per l’estate; una veste lunga, pantaloni o jeans e maglia/camicia per l’inverno. Il grande problema di una rete estesa su tutto il corpo è che ne evidenzia ogni caratteristica, soprattutto quella non gradita dal nostro cervello. Se vi crea disagi ma il vestito a rete vi piace comunque, potete prendere la versione nera o di una tonalità scura. Io l’ho comprato bianco metallizzato ma rivedendomi nelle foto ho notato che evidenzia la pancia e nel muoversi non fa un bellissimo effetto. I classici rischi del bianco che aumenta il volume invece che diminuire. Eppure è molto sexy, anche meglio nella versione corta, perché emana il classico effetto “vedo non vedo”, nascondendo e sottolineando allo stesso tempo le forme del corpo, suscita desiderio nell’occhio di chi guarda. La rete può diventare in un attimo esagerata e volgare se si appesantisce di accessori o si osa un completino intimo troppo rischioso. Giocate col fuoco con cautela per non rivelare subito tutti voi stessi!

vestito Asos, foto: Ale

Prima del patriarcato non c’era il matriarcato: un excursus nella società mutuale descritta da Il Calice e La Spada di Riane Eisler

Foto: Laura Sheridan Art

In questo periodo di incertezza mondiale dove un virus ci mette in ginocchio e si torna a fatica ai vecchi sistemi pur riconoscendo quanto obsoleti essi siano, c’è bisogno di leggere “Il Calice e La Spada – La civiltà della Grande Dea dal Neolitico ad oggi” di Riane Eisler come di respirare l’aria buona di montagna. Ringrazio tantissimo le sacerdotesse Giorgia Giacomini e Chandani Alesiani per avermi segnalato quest’opera.

Più che scrivere una recensione, voglio commentare liberamente ciò che ho letto con impressioni e riflessioni personali. Non siamo di fronte ad un libro femminista sul matriarcato che mette in cattiva luce il patriarcato. No. Scoperte archeologiche alla mano, la sociologa Riane Eisler, ebrea austriaca che è scampata per un soffio ai campi di concentramento nazisti, dimostra che nel Neolitico esisteva una società egualitaria dove uomini e donne avevano lo stesso peso, chiamata “gilania”, termine coniato dall’archeologa lituana Marija Gimbutas, che riunisce le radici greche “gy” per donna (gyné, greco antico) e “an” per uomo (andros).

È possibile tornare a questo stato di cose cancellato dalla storia ufficiale non per complottismo ma perché “la storia la scrivono sempre i vincitori”? Sì, tramite la teoria della trasformazione culturale sostenuta da Eisler, secondo la quale la storia è il risultato dell’interazione tra due movimenti evolutivi. Il primo è la tendenza dei sistemi sociali a svilupparsi da uno stato primitivo verso forme organizzative più complesse, attraverso fasi legate a cambiamenti tecnologici; il secondo è il movimento di cambiamenti culturali generati dall’interazione tra due modelli fondamentali alla base dell’organizzazione di un sistema sociale ed ideologico definito da Riane androcrazia (di dominio) e gilania (mutuale o di partnership). Il cambio di direzione verso un modello di collaborazione può contribuire ad una svolta e ad un significativo cambiamento del sistema attuale.

Incisioni preistoriche Cup and Ring in Northumberland, Inghilterra.

Gilania

Le prime rappresentazioni della divinità avevano forma femminile. Quando gli antichi si accorsero che la donna era fonte di vita perché in grado di crearla iniziarono a venerare il genere femminile. Per la grande quantità di statuette con le sembianze di donna rinvenute nel XIX secolo, rappresentanti la Dea Madre, si è pensato automaticamente che prima dell’attuale società patriarcale, ci fosse un matriarcato. Le prove però non supportavano questa teoria, quindi gli studiosi tornarono al loro pensiero originario: il dominio maschile era presente anche prima delle civiltà antiche che conosciamo. Tuttavia, i dati archeologici sull’era neolitica dimostrano che esistessero delle società matrilineari in cui le donne avevano un ruolo centrale ma gli uomini non erano subordinati e repressi, anzi la loro posizione era ugualitaria. Riane analizza il sito neolitico di Çatal Hüyük in cui si evince che nei templi c’erano sia sacerdoti che sacerdotesse, anziani di tutti e due i sessi erano importanti e rispettati. Gimbutas, importantissima negli studi sulla cultura neolitica e l’età del bronzo dell’Europa antica, scrive che “il mondo del mito non era polarizzato in maschile e femminile come avveniva tra gli Indoeuropei e le altre popolazioni nomadi delle steppe dedite alla pastorizia. I due principi si manifestavano l’uno accanto all’altro. La divinità maschile, con l’aspetto di un giovane o di un animale maschio, sembra affermare e consolidare le forze della femmina attiva e creatrice. L’uno non è subordinato all’altra: completandosi reciprocamente il loro potere raddoppia”. Una minuscola placca in pietra di Çatal Hüyük mostra un uomo e una donna abbracciati e a fianco il risultato della loro unione, una madre che tiene in braccio un figlio. Le civiltà neolitiche capivano l’uguale importanza dei due sessi per la procreazione.

La Dea dei Serpenti di Creta al Museo Archeologico Heraklion

Creta

Un grande esempio di cultura gilanica è la Creta minoica. Era una società progredita e complessa, nella quale sono assenti statue, rilievi o ritratti di chi sedesse sul trono di Cnosso, così come non si trovano scene di battaglia o caccia. In soldoni, non compare l’idealizzazione del potere distruttivo e della violenza maschile. Infatti Creta visse millecinquecento anni di pace in un periodo di guerre in tutto il mondo antico. Sull’isola c’era un modello di società mutuale, il governo rappresentava gli interessi delle persone molto tempo prima della comparsa della democrazia in Grecia (nata per non far litigare i demos, le tribù di Atene). Il fatto che le donne avessero una condizione sociale elevata, non significava che quella degli uomini fosse inferiore. “L’essere sessualmente liberi dei cretesi ha ridotto e sublimato la loro aggressività”, riferisce l’archeologa inglese Jacquetta Hawkes in Dawn of the Gods (1968). Riane Eisler ci avverte che gli storici, anche se riconoscono le osservazioni precedenti fatte sulla cultura minoica, le fanno passare come marginali e le attribuiscono poca importanza. Il motivo? Hanno adattato all’ideologia prevalente ciò che osservavano. Solo Jacquetta Hawkes, guarda caso una donna, ha definito la civiltà minoica “esplicitamente femminile” perché “il ruolo preponderante svolto dalle donne nella società è dimostrato dal fatto che esse prendevano attivamente parte a tutti gli aspetti della vita dei secondi palazzi”. Anche lei però non indaga ciò che implica la sua importante affermazione. L’influenza del patriarcato è ancora troppo pesante all’inizio della rivoluzione femminista.

Statuina neolitica di 7.000 anni fa, ritrovata a Çatal Hüyük

Il passaggio al patriarcato

Dal V millennio a.C. sono state ritrovate tracce di disgregamento delle culture neolitiche del Vicino Oriente e dell’Antica Europa: invasioni e catastrofi naturali sono la causa della loro distruzione. Un periodo di limbo e stagnazione culturale che durerà duemila anni fino alla comparsa della civiltà sumera ed egizia. Ci furono tre ondate migratorie principali dei pastori delle steppe chiamati Kurgan determinate dalla dendrocronologia e dalle radiazioni al radiocarbonio: la prima ondata fu tra il 4.300-4.200 a.C., la seconda tra il 3.400 e il 3.200 a.C., la terza tra il 3.000 e il 2.800 a.C. I Kurgan erano del ceppo linguistico indoeuropeo o ariano, provenivano dal nord-est asiatico ed europeo (non erano “indiani”). Il termine indoeuropeo connota infatti una lunga serie di invasioni di popoli nomadi provenienti da queste regioni. Ciò che unisce queste popolazioni è la struttura dei loro sistemi sociali ed ideologici: patriarcale. Una struttura gerarchica a dominio maschile. I Kurgan acquisivano la ricchezza materiale con tecnologie non di produzione ma di distruzione. Usavano i metalli, già conosciuti dai neolitici per fabbricare attrezzi o oggetti ornamentali, per offendere i loro simili fondendo armi. Il processo di passaggio da una società mutuale ad una “dominatore”, come la definisce Riane, fu complesso e graduale ma la guerra è stato uno strumento essenziale per il suo cambiamento definitivo. Tra i Kurgan la spada era il loro dio, come dimostrano le incisioni nelle loro caverne: i loro simboli erano la daga e l’ascia, i loro Dei maschili, eroici e virili. Questo tipo di mutamento è raccontato in molte mitologie europee, come nella guerra tra Aesir (Dei provenienti dall’Asia) e Vanir (gli Dei indigeni della Scandinavia) nella tradizione norrena. Questi ultimi sono tutti pacifici mentre quelli nuovi, uomini, sono divinità del controllo, della guerra e piuttosto violente. Dalle testimonianze archeologiche sembra che lo schiavismo abbia tratto origine dalle incursioni armate dei Kurgan. Questo insieme di popoli si appropriò delle culture già presenti in Europa e Medioriente e della loro simbologia mutando per sempre il volto della storia.

Millennial Gaia Earth Mother Goddess, statua di Oberon Zell Decor

La rimitizzazione del mondo antico

Ogni invasione generava un impoverimento culturale. Si crearono delle culture ibride, miste tra antichi Europei e Kurgan, che allevavano soprattutto bestiame ed erano tecnologicamente indietro rispetto alle culture precedenti. L’ultima civiltà a cadere fu quella della Creta minoica, 3.200 anni fa. Nell’era neolitica le nuove tecnologie venivano usate per rendere la vita più piacevole, nel nuovo ordine causavano distruzione. Nell’Orestea di Eschilo la madre di Oreste, Clitemnestra, viene uccisa dal figlio e questo viene assolto per il delitto. Oreste è graziato da una divinità femminile, Atena, per legittimare con diplomazia culturale chi fosse in quel momento in poi a comandare: il maschio. La matrilinearità era nulla in confronto alla patrilinearità. La Bibbia fu riscritta da una casta sacerdotale di uomini che voleva consolidare e mantenere il suo potere, le numerose influenze dei miti precedenti delle popolazioni semitiche furono letteralmente “rappezzate” in una serie di episodi che presentano notevoli discrepanze l’uno dall’altro. In tutti i passi biblici c’è scritto “figlio di suo padre”, “figlio del Dio padre” e “generato dal padre”. Le menti dei popoli sono state trasformate dalla logica del patriarcato nel corso di diversi millenni attraverso la distruzione degli idoli, la coercizione personale, dimostrazioni sociali di forza: il controllo tramite la paura andava forte. Uno degli strumenti più importanti per il condizionamento sociale furono gli antichi sacerdoti con la loro “educazione spirituale”. Appartenevano a caste sacerdotali al servizio delle élite maschili che governavano i popoli. I sacerdoti erano spalleggiati da eserciti, tribunali e boia, e il tutto era giustificato dal fatto che rappresentassero l’autorità divina in Terra. Si diffuse una società gerarchica, oligarchica (in mano a pochi), dove le donne erano allontanate da tutte le posizioni di responsabilità e potere.

La lettura del passato

Il passato però non è costituito da un continuo regno del patriarcato incontrastato come possiamo leggere sui libri di storia androcentrici che vengono ancora propinati nelle scuole. C’è stata un’alternanza di periodi di supremazia gilanica e di regressione androcratica. G. Rattray Taylor, storico precursore dell’analisi storica vista come lotta tra valori maschili e femminili, nel suo libro Sex in History, dice che alla base dei cicli di oscillazioni storiche da atteggiamenti sessualmente tolleranti ad atteggiamenti sessualmente repressivi ci sono i mutamenti dei valori identificati con il padre o con la madre. Nel XIX secolo ci fu la crisi del dominio maschile con l’arrivo della Prima Guerra Mondiale. Nel frattempo avvenne la prima ondata di femminismo che sfidava i valori fondamentali del nostro sistema attribuiti alla donna, gli stereotipi sessuali convenzionali. Purtroppo però ad un periodo di “caos” (più libertario) sembra seguire sempre uno di richiamata all’ordine (conservatore) in un sistema patriarcale, perciò le guerre sono state sempre una scusa per riaffermare lo stereotipo virile. Gli studi hanno dimostrato che “i periodi di guerra e repressione si possono prevedere in base all’indebolimento dei valori gilanici di affiliazione o di unione e al contemporaneo rafforzamento dei valori androcratici di potere aggressivo o di gerarchizzazzione sostenuta dalla forza. Dietro ai mutamenti della storia documentata si nasconde l’ostacolo maggiore della nostra evoluzione culturale: un sistema sociale in cui la metà femminile dell’umanità viene dominata e repressa”.

Mia conclusione

Il Covid e le trasformazioni climatico-ambientali che sta attraversando la Terra potrebbero dare la spinta per il cambiamento? È probabile. Anche se non è detto. Spesso e volentieri l’umanità deve essere rassicurata in periodi di profonda crisi a vari livelli. Non abbiamo bisogno né degli anni Cinquanta né dei ruggenti anni Venti (in cui il cambiamento è stato effimero) né della rivoluzione sessuale di fine anni Sessanta. Il cambiamento di cui stiamo parlando è più profondo e sistemico. Dalla nostra abbiamo che mai come adesso c’è stato un fenomeno senza precedenti nella storia: un alto tasso di persone istruite e l’informazione senza confini. Tutti siamo coscienti di soprusi e avvenimenti che accadono nel mondo. Ciononostante le maglie del sistema dominatore si insinuano nella rilevanza delle notizie che ci distraggono da altre di più peculiare importanza. Il patriarcato è connesso a tutti gli “ismi” negativi (capitalismo, razzismo, fascismo, maschilismo) e sta logorando sempre di più il nostro equilibrio mondiale con leader politici pericolosi come Trump, Putin o Bolsonaro, per nominarne alcuni, che traghettano a passo spedito l’umanità verso la propria rovina. Abbiamo bisogno di un sistema sociale ed economico completamente diverso che comprenda i bisogni di tutti, non solo uomini, bianchi, eterosessuali cisgender. La società mutuale viene chiamata da Riane Eisler “partnership” e dalla fine degli anni Ottanta sono partiti tanti studi influenzati dal suo libro. Nel 1987 è stato fondato il Center for Partnership Studies, un’impresa senza scopo di lucro dedicato alla ricerca, all’educazione, alla consulenza legale, alla difesa e promozione dei diritti umani per accelerare il cambiamento dal modello dominatore alla partnership nel mondo. In Europa c’è il Partnership Studies Group, composto da studiosi di università e centri di ricerca internazionali (in Italia è all’università di Udine). È giunto il momento di far conoscere la società mutuale a più persone possibile per la sopravvivenza dell’umanità. Acquistate il libro della Eisler e parlatene a più gente possibile, sperando di formarne sempre di più come agenti di cambiamento del potere dominante senza farsi inglobare da un sistema che sembra più grande di loro ma non lo è.

Men-An-Tol di Helen Dixon. Pietre antiche sulla West Penwith Moor in Cornovaglia, Inghilterra.

Spettinate sostiene i sex workers e il loro mondo culturale attraverso le storie di personaggi gioiosi e sgargianti

Spettinate è il progetto lanciato due mesi fa da Giulia Zollino, antropologa, educatrice sessuale ed ex operatrice di strada, e Francesca Ceccarelli, designer editoriale, illustratrice e creatrice della rivista indipendente di cultura sessuale e femminismo Frisson Magazine. L’obiettivo è raccontare la pluralità e la complessità del mondo del sex work attraverso le storie dei sex workers. Spettinate ha partecipato alla raccolta fondi di Covid 19 – Nessuna da sola! , campagna per aiutare i lavorator* sessuali in condizioni di povertà durante la quarantena, che ha raggiunto la cifra di 21.693 euro.

Il nome Spettinate è saltato in mente a Giulia da una poesia di Alda Merini “Nessuno è felice, come chi sa di essere amato”, in cui la poetessa dice: “Nessuno mi pettina bene come il vento”. La scelta è stata azzeccata perché “spettinate sono le persone che si ribellano o trasgrediscono le regole“, commenta Giulia. La “e” finale del verbo non è il femminile ma una sorta di neutro che si riferisce alla parola “persone” spettinate per includere tutt*. La parte visiva del concept di Giulia è stata elaborata da Francesca. Le storie rappresentate nelle immagini sono un mix dell’esperienza dell’ex operatrice di strada. “Dietro ad ogni ritratto di sex worker c’è una cultura e un immaginario diverso”, spiega Francesca. Brenda è una transgender argentina e Antonia una sex worker rumena, ciascuna con pose e vestiti specifici. Le loro immagini sono stampate su t-shirt, tazze, taccuini e shopper e in vendita su Worth Wearing. La campagna è finita ma la raccolta fondi continua, quindi le ragazze continueranno a far uscire personaggi anche nelle prossime settimane.

Finita la quarantena, i sex worker sono riscesi in strada. “Sono aumentati gli annunci per gli incontri in casa come conseguenza del Covid”, racconta Giulia, “Alla paura delle multe sulla strada si è aggiunta quella del virus. In Argentina e Spagna sono stati redatti dei vademecum dai sex worker per ridurre il rischio di contagio come fare sesso a pecorina, tenere i guanti, lavare i vestiti a 60° gradi”. L’emergenza ha reso solo più visibile un problema che già c’era, quello della precarietà economica del lavoro sessuale. “Anche se la quarantena, secondo me, ha colpito le persone che erano più marginalizzate e vulnerabili. Ne hanno sofferto di meno quelle che hanno la partita IVA e hanno potuto chiedere il bonus all’INPS oppure quelle che lavorano online in cam”. Quest’ultimo fenomeno si è saturato durante il lockdown, dato che nessuno poteva stare in strada, il lavoro si è riversato sul web.

Per evitare che situazioni di povertà si verifichino, lo Stato dovrebbe avere un modello legislativo diverso. “Il migliore è quello della depenalizzazione e decriminalizzazione del sex work, che la maggior parte dei sex worker vuole”, suggerisce Giulia, “E una legge più inclusiva per altre forme di sex work”. Georgina Orellano, sex worker, femminista e segretaria generale AMMAR (Asociación de Mujeres Meretrices de Argentina) ha detto nei PutiTalks di Giulia, dirette Instagram in cui lavoratrici e non si raccontano , che la legge sì è importante ma prima serve la battaglia culturale: fare informazione, educazione e sensibilizzazione. Sono diversi i miti da sfatare sui sex worker uniti spesso in un unico stereotipo: l’essere donne straniere giovani e innocenti. “Ci sono divers* lavorator* della terza età, al contrario”, riferisce Giulia, “Il cliente poi non è sempre uomo, vecchio, brutto e pervertito come vuole il senso comune”. Last but not least, i sex worker non vogliono essere salvat*. “Alcuni non si identificano nemmeno nella categoria e non si autodefiniscono sex worker”.

Le parole sex work e sex worker vengono spesso salutate dai profani con uno storcere il naso generale perché gli sembra un termine radical chic o cool. “È un termine ombrello per comprendere più realtà”, interviene Francesca, “Bisogna far capire alle persone che serve per identificare un lavoro e comprendere più sessi”. Il tema del sex working dovrebbe essere inserito all’interno dell’educazione sessuale a scuola. “Bisogna infilarlo dove può essere inerente”, dice Giulia, “Ad esempio, può diventare un sottotema all’interno del macrotema del safer sex”.

Il prossimo personaggio Spettinato sarà un ragazzo, “ispirato ad un nostro idolo”, ride Francesca. Uscirà a brevissimo sul profilo Instagram di Spettinate, non vedo l’ora di scoprire il suo design e la sua storia! Spero che questo progetto cresca sempre di più per dimostrare agli italiani che il sex work esige rispetto, considerazione e diritti come tutti i lavori.

Uniporn.tv, la prima piattaforma italiana di porno etico ed indipendente che dà voce a tutt* senza discriminazioni

Uniporn.tv è la piattaforma di porno etico indipendente rivolta a tutti i generi e orientamenti sessuali che ancora mancava spaventosamente in Italia. Il baby unicorno è nato la seconda settimana di giugno 2020 e presenta già una selezione di film interessanti: Insight di Lidia Ravviso con Slavina (Miglior Corto all’Hacker Porn Film Festival 2017); Charlie G Fennel (italian*, si autodefinisce un mostro versatile) con Phito Amore e Monstera Deliciosa (due esperimenti di porno artistico); Nicky Miller con Romance (video musicale sull’incontro di due ragazzi a Berlino) e Porn Warriors; Alyx Fox e il collettivo post-porno queer Klitters con la fantasia horror True = Crypt; Colin Rowntree (veterano dell’industria di intrattenimento per adulti e fondatore di Wasteland.com) con Succubus e Into the Mist, una serie soprannaturale drammatico erotica di nove episodi e due stagioni con protagonisti vampiri e umani.

Il motto di Uniporn.tv è: se non posso godere non è la mia rivoluzione. Il sito mette in chiaro cosa vuol dire porno indipendente etico: film con attori che hanno ricevuto un adeguato compenso economico e hanno lavorato in condizioni di rispetto e sicurezza nella loro produzione e post produzione. Sono banditi video che presentino discriminazioni di qualsiasi tipo e video amatoriali. Per questo i porno possono essere guardati con il pagamento di un prezzo equivalente a quello di una rivista.

Insight, Lidia Ravviso

Come è nata l’idea dietro Uniporn.tv?

Siamo un collettivo di persone e attivist* che lavorano nel mondo della produzione culturale e condividevano l’urgenza di colmare questo vuoto assordante che c’è in questo Paese rispetto alla pornografia. Abbiamo quindi scelto di mettere insieme le nostre diverse professionalità per posare una prima pietra a colmare questo vuoto.  All’interno della piattaforma ognuno di noi ha specifici ruoli: chi si occupa della scelta dei contenuti, chi della selezione dei film, della gestione tecnica del sito, dell’immagine. Lavoriamo però in costante comunicazione fra noi e condividendo tutte le scelte, il più orizzontalmente possibile.

Per quale motivo avete scelto il simbolo dell’unicorno?

Innanzitutto perché nell’immaginario contemporaneo è un’icona dell’identità queer, la cromia arcobaleno rimanda alla rainbow flag e al percorso di rivendicazione di visibilità delle identità non eteronormate. Non poteva non essere un unicorno. E poi è un simbolo “pop”, facilmente comprensibile e condivisibile anche da un pubblico più giovane, e l’accessibilità è uno dei nostri obiettivi primari.


In base a quali criteri selezionate i film da far vedere?

Ai criteri di “realizzazione tecnica” (che comunque cerchiamo di mantenere) preferiamo i criteri della professionalità e delle scelte di contenuto. Un primo criterio imprescindibile è la tutela dei diritti delle persone che hanno realizzato il film, per questo chiediamo ai regist* di sottoscrivere una sorta di ‘garanzia di eticità’ all’interno del contratto. Al criterio più economico-sindacale si affianca anche quello contenutistico: pur se scegliamo di non praticare nessuna censura, non manchiamo di rifiutare lavori che contengano scene di stupri o rappresentazioni pedo-pornografiche, ecc.

Monstera Deliciosa, Charlie G Fennel


Nel manifesto presente nel blog del vostro sito dite che ‘ogni linguaggio verrà celebrato’. Qual è la categoria porno di cui eravate più all’oscuro e avete scoperto con la vostra piattaforma?

La categoria più interessante in cui siamo incappati e che non conoscevamo è quella del “knitting porn” che prevede la presenza di lavori a maglia, fili di lana utilizzati per fare bondage, e così via.


Avete scelto di non accettare porno amatoriali. Che cosa pensate di questo trend controverso dell’industria mainstream?

Il porno amatoriale ha rivoluzionato l’idea di pornografia: lo spettatore diventa performer, sperimenta l’eccitazione legata al voyeurismo, si fa lui stesso desiderio e sceglie quali pratiche erotiche performare e come esprimerle. E questa è stata una grandissima forma di liberazione. La controparte rischiosa (definendola eufemisticamente) è che essendo totalmente delegata la realizzazione del contenuto alla sfera del privato, non vi è alcuna forma di controllo e quindi spesso quelli che vengono presentati come porno amatoriali sono vere e proprie violenze sessuali, abusi su minori, filmati girati senza la consapevolezza della persona che viene ripresa, oppure sono materiale condiviso privatamente e diffuso poi online come forma di umiliazione e revenge porn.

Porn Warriors, Nicky Miller


Qualche anticipazione sui titoli e i progetti che arriveranno nei prossimi mesi.

Usciremo settimanalmente con nuovi film, stiamo iniziando nuove collaborazioni e proporremo a breve anche delle serie. Per quanto riguarda il blog, abbiamo appena inaugurato anche una nuova sezione di approfondimento dedicata alla divulgazione di alcuni temi più specifici, una sorta di cassetta degli attrezzi. Seguiranno poi nuovi articoli sulla storia del cinema porno ed erotico, sull’autocostruzione di sex toys e molto altro.

Into the Mist, Colin Rowntree

Il Marche Pride è un evento giovane, frizzante e pieno di voglia di fare: quest’anno sarà online il 27 giugno

Nel 2019 si è tenuto il Marche Pride, primo evento legato al Pride della regione in cui vivo, che ha riscosso una grande affluenza di persone per le vie di Ancona. L’ho accolto con molto entusiasmo perché nelle Marche in genere non avvengono molti eventi LGBTQI+ friendly. Al massimo i locali ne organizzano a numero chiuso oppure sono le associazioni studentesche che lanciano party come nel caso di GAP Urbino (che ho intervistato in questo post).

Marche Pride Facebook

Il Marche Pride è stato preparato da otto associazioni: A.GE.D.O. Marche (associazione di genitori, amici, parenti e conoscenti di persone omosessuali, bisessuali e transgender), Arcigay Agorà di Urbino, Arcigay Comunitas di Ancona, Gap Urbino, Esna Consulenze di Genere, Rebel Network (associazione femminista), UAAR Ancona (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti), Teekanne Associazione di Ancona. “È il frutto del lavoro di conoscenza e di rete tra queste associazioni sviluppato nel corso di anni”, informa Giacomo, uno degli organizzatori, responsabile scuola di Arcigay Agorà Urbino e segretario del Marche Pride, “In precedenza c’erano state manifestazioni importanti, come una del 2016 a sostegno della legge Cirinnà quando ancora non era stata approvata. Questa ha rappresentato la nostra svolta per fare fronte comune”. Ancona è stata scelta come città non solo per il fatto di essere capoluogo, ma anche a ricordo dell’iniziativa del 2016. La presidente del Marche Pride ricopre la stessa carica nell’A.GE.D.O. Marche, si tratta di Maria Cristina Mochi. “Siamo contenti del risultato dell’anno scorso perché le istituzioni hanno dimostrato una certa vicinanza. Siamo stati patrocinati da tantissimi comuni delle Marche, a partire dal mio, quello di Fermignano. Pure i comuni di centro-destra ci hanno spalleggiato e questo dimostra quanto la lotta per i diritti sia trasversale“. Nel 2019 ha partecipato alla sfilata il doppio delle persone previste. “C’erano moltissimi giovani che non ci aspettavamo, anche da fuori regione”.

Marche Pride Facebook

Il Pride non è solo la parata di un giorno. Attorno ad esso ruotano diversi eventi collaterali per sensibilizzare le persone. Le associazioni di Marche Pride nei mesi precedenti alla data della sfilata del 2019 ne hanno lanciati circa trentacinque di stampo culturale e ludico in tutte e cinque le province della regione. Quest’anno per le restrizioni dell’emergenza coronavirus l’evento è online e l’attenzione è stata ridotta solo al mese di giugno. La parata sarà il 27 giugno alle 17 fino alle 18:30 in una live della sua pagina Facebook, proprio nel giorno in cui avvennero i Moti di Stonewall a New York (la notte del 27). Lo slogan è “Sarà sempre Pride” per far intendere che “qualunque cosa succeda, noi continueremo a combattere per i diritti LGBTQI+”, spiega Giacomo. Durante il suo corso interverranno tutte le associazioni organizzatrici con diversi stacchi divertenti come ballerini di vogueing ed esibizioni di cantanti. Gli ospiti saranno a sorpresa. Prima dell’evento principale, in questa settimana si faranno tre dirette: due culturali e una ludica.

Marche Pride Facebook

Il focus sarà sulla legge contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia che sanziona le persone che commettono crimini contro le persone LGBTQI+. “Non bisogna solo punire i responsabili che tirano il pugno ma fare in modo che questi non lo tirino più con una politica educativa differente”. Se ci fosse stata la parata per le vie, il percorso sarebbe cambiato rispetto al 2019. “Avremo scelto di passare nei quartieri più difficili della città, dove vivono anche gli immigrati, perché vogliamo che la battaglia per i diritti civili ed umani si avvicini a chi viene messo al margine della società“. Un altro argomento pungente, è che la quarantena ha obbligato molte persone LGBTQI+ a stare con le proprie famiglie e non sempre è un aspetto positivo. “I numeri di supporto psicologico di Arcigay nazionale hanno subito una certa impennata di richieste”. Per chi ne avesse bisogno, si può chiamare il servizio Gay Help Line di Gay Center e Speakly la corrispettiva app.

Marche Pride Facebook

Avranno uno spazio anche i rifugiati LGBTQI+, che l’anno scorso hanno sfilato al Pride. “Cerchiamo sempre di far parlare gli interessati in diretta persona”, conclude Giacomo. Dopo l’estate le associazioni si riuniranno per preparare il prossimo Marche Pride, sperando di essere per quel tempo “tutti vaccinati” e che si possa fare dal vivo.