Nudità è felicità

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Il mondo si divide in due grandi categorie: quella di coloro ai quali piace essere scoperti e quella di coloro che lo detestano (spesso perchè non si piacciono ‘nature’). Questi ultimi non sono da biasimare. Viviamo costantemente circondati dalla paura del nudo. Fuori. A casa. Dal ginecologo. All’ospedale. Durante il sesso. Soprattutto durante il sesso. Pensiamo che la visione di ciò che ai nostri occhi è un difetto, possa influenzare l’eccitazione dell’altro. Ho scoperto tardi la bellezza della nudità integrale perchè mi vergognavo e non ero sicura del mio corpo. Poi ho capito che l’unico modo per accettarlo era scoprirlo. Più si trova il coraggio di guardarsi allo specchio, più si impara ad accettare come si è fatti. Il petto, i fianchi, il sedere, le gambe. I punti nevralgici del dispiacere in una donna o in un uomo. Tutto troppo o troppo poco.

È arduo denudarsi quando la società non lo accetta. Ciò che è naturale si trasforma in innaturale. Non ci si vergogna solo del corpo in sè ma anche del giudizio degli altri, che in casi off limits si trasforma in opinione pubblica, come è accaduto a fine luglio alla ragazza di Bologna che girava nuda per strada. Un atto infrangitabù nel nome di un briciolo d’autostima. È stata sanzionata di 3.300 euro, a dimostrazione del fatto che la nudità su suolo pubblico è nemica della civiltà. Per questo nel passato la nudità è stata spesso usata come strumento politico di protesta ed offesa. Lady Godiva nel Medioevo cavalcò nuda su un cavallo per far abbassare le tasse al marito, il duca Leofrico di Coventry, che impressionato dal suo coraggio obbedì. Forse da lei deriva la pratica britannica dello “streaking” (muoversi velocemente nudi in una data direzione), adottata in seguito nelle colonie inglesi. Il termine fu coniato però negli anni Settanta quando in diversi college americani fu adottato come rito di passaggio o burla. Un giornalista locale di Washington D.C. assistette nel 1973 ad una corsa nuda di massa all’Università del Maryland. È ricorso spesso negli eventi sportivi, per scherzo o pubblicità. A tuttoggi ci sono gruppi che rivendicano il diritto di essere nudi, come Urbanudista (Brasile), Apnel (Francia), Naktiv (internazionale), o di essere a seno scoperto per le donne, come Top Freedom. A questo proposito, FEMEN ne ha fatto la sua arma di protesta distintiva. In Africa il denudarsi delle donne serve a maledire gli avversari, dato che il sesso femminile può donare e riprendersi la vita.

Essere nudi disturba perchè ci rende vulnerabili ad occhi sconosciuti e rende vulnerabili a loro volta le persone che ci stanno di fronte. Siamo abituati ad associare la nudità ad una situazione sessuale e la percepiamo come sbagliata in sè. Dobbiamo coprirci perchè sessualmente appetibili ed in quanto tali in perenne pericolo d’aggressione. La gente può essere automaticamente autorizzata ad abusare di noi perchè indifesi senza vestiti, e così il contrario. Un pensiero comune in chi non ha spezzato le catene della logica sociologica. Quelli di noi invece che passano l’estate o l’inverno a gironzolare nudi per casa comprendono che la nudità non è una mera provocazione sessuale. È libertà. Il potere di essere al di sopra dei codici e delle convenzioni. Se non ci vergogniamo, siamo propensi a rilassarci e ridere di più, ma in particolare ad essere sicuri di noi stessi. Una sfida che dobbiamo accettare almeno dentro casa.

Il nudo è un infallibile strumento di seduzione, pur se ci hanno sempre detto che è più eccitante coprire, che scoprire. “Ormai il nudo è ovunque, un corpo nudo è noioso.”, una frase spesso ripetuta in pubblico dai qualunquisti che non amano la natura e l’essere umano in quanto animale. La nudità ha fatto sempre conquiste. Il re Davide si innamorò di Bathsheba cogliendola mentre faceva il bagno nuda. Elena di Troia si spogliò nuda davanti il marito Menelao per avere salva la vita ricordandogli la sua bellezza. Il corpo nudo ha potere perchè nonostante la mania moderna di spogliare fino all’osso, difficilmente è rappresentato nella sua innocenza. Questa è più provocante di una reale provocazione. Inaspettata, pura e sfrontata come una donna, un uomo e un transgender nudi.

Nudi si dorme meglio: favorisce l’abbassamento della temperatura corporea. La pelle diventa sana, l’abbigliamento ottura i pori.  Addirittura stare nudi al sole stimola la produzione di vitamina D che riduce il rischio di attacchi di cuore (protezione solare alla mano). I genitali respirano, le mutande portano solo batteri che possono incentivare infezioni micotiche e candida. Secondo alcuni studi, gli uomini che non indossano intimo di notte, presentano uno sperma con un DNA meno danneggiato rispetto a quelli che ne indossano uno stretto. La nudità insegna a rispettare il proprio corpo e quello degli altri, cancellando i pregiudizi estetici. A livello sessuale, essere nudi permette di amarsi e amare il partner rilasciando ossitocina grazie alla diminuzione dello stress. Essere nudi ci rende felici, in pace e connessione col mondo. La natura è nuda (animali, piante, terreno) e non si è mai dovuta mettere dei vestiti per essere magnifica.

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Ingoierò il tuo demone

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“Ho un demone dentro.”

Ricordo ancora il viso stralunato della mia amica quando le confessai una strana sensazione che mi ottenebrava il cervello da qualche settimana. Ero stata per un breve ma intenso periodo con un ragazzo che aveva dei problemi relazionali. Non stavo attraversando una bella fase e di sicuro la “negatività” mi si attaccava facilmente addosso, però percepivo pensieri non miei e un rimuginio esagerato su ogni minimo evento, caratteristiche insite nell’individuo con cui ero stata. Essendo neopagana, non fatico a credere a concetti fuori dall’ordinario, se plausibili, quindi all’ennesimo pensiero di amarezza non giustificata, ho fatto due più due e ho sparato la frase sopra riportata all’unica persona che sapevo non mi avrebbe riso subito in faccia. Ero convinta che l’unico modo per averlo inglobato fosse stata la via orale, tramite lo sperma. Ci volle un mese tondo per smaltirlo. Per fortuna iniziava l’estate e il mare mi ha aiutato molto nell’eliminare un effetto collaterale estremamente negativo. Oggettivamente parlando, c’era di sicuro un fondo di delusione verso una persona che credevo simile a me. Il “demone”, come lo chiamavo, nel senso di spirito maligno, un “jinn” del deserto mentale nel quale ero sprofondata, sparì prima del termine della stagione estiva e non ci pensai più. Fino a questa settimana. Allorchè la mia sopracitata amica, memore della mia passata disavventura, non mi ha inviato un articolo di uno studio di qualche tempo fa (2012) su un fenomeno che si avvicina pericolosamente all’episodio che vi ho appena raccontato: il microchimerismo maschile.

È il classico caso in cui la realtà batte la fantasia. La notizia shock è questa: ogni uomo dal quale si assorbono gli spermatozoi diventa una parte vivente della nostra vita. Gli scienziati stessi che hanno effettuato questa ricerca, dell’Università di Seattle e del Centro di Ricerca per il Cancro Fred Hutchinson, hanno faticato ad ammettere nella  lista di cause di questo fenomeno, che quella principale fosse il sesso (piazzato all’ultimo posto). Le altre, aborto spontaneo non riconosciuto, gemello maschio scomparso, fratello più vecchio trasmesso dalla circolazione sanguigna materna, si applicano ad una piccola percentuale delle donne esaminate. Il microchimerismo era già noto nei primi anni 2000 ma lo si bollava come “fetale”, ovvero trasmesso tramite gravidanza. Solo c’era un errore fondamentale. Il DNA maschile si unisce con quello femminile per creare un individuo dal codice genetico unico. Questa operazione fa sì che il DNA del padre non sia presente nel cervello. La ricerca che vi descrivo si è imbattuta per “sbaglio” nel microchimerismo perchè stava tentando di determinare se le donne che sono state incinte con un figlio sono più predisposte a certe malattie neurologiche che capitano più spesso negli uomini. Quando gli scienziati hanno analizzato il cervello femminile, hanno trovato DNA maschile nascosto al suo interno. Il 63% delle donne aveva “microchimerismo maschile”, e coloro sulle quali è stata eseguita l’autopsia erano anziane, l’avevano trasportato con sè per cinquant’anni.

La mia fervida fantasia ha iniziato a viaggiare. Questo fenomeno sembra avere delle affinità con il principio della telegonia, teorizzato da Aristotele: partner precedenti che influenzano le caratteristiche della prole di una donna. Stracciato dai principi genetici del Ventesimo secolo, questo antico concetto è stato riscontrato però nelle mosche. I figli della mosca femmina presentano somiglianze di DNA con la prima mosca maschio con cui è stata accoppiata piuttosto che la seconda. Sull’uomo non si sono mai fatti esperimenti simili per motivi etici. Pensate se la nostra progenie avesse non solo il DNA del padre ma anche quello dei nostri precedenti uomini! Oops! Di quella persona, di quell’altra, e dell’altra ancora del quale ricordavamo poco o niente.

Ok, ma la domanda fondamentale dopo tutta questa dose di conoscenza scientifica è: il microchimerismo maschile può influenzare il nostro comportamento o quello dei nostri possibili figli? Non si sa. È un terreno vergine ancora da scoprire ed esplorare. A me piace pensare che prendiamo sempre il meglio dalle persone con cui facciamo l’amore, anche se qualche volta può capitare qualche piccolo effetto collaterale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il potente richiamo del sedere

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Non mi sono mai preoccupata del mio sedere. Sembrerà strano, ma non ho avuto i classici complessi che alle donne mette in testa la pubblicità e lo stesso genere femminile. Forse perchè sia mia madre che mio padre mi hanno sempre ripetuto fieri che avevo un bel sederino. I complimenti dei genitori sono sempre importanti in fase di crescita. Aiutano ad avere meno complessi. Però, personalmente, solo negli ultimi due anni ho acquisito la piena consapevolezza di avere un “culetto” niente male. Inutile dire che l’approvazione maschile è una componente non trascurabile dell’autostima. Sono stata fortunata. Per la maggior parte di noi femmine, non è così. “Non mi fa impazzire il mio sedere, lo vorrei più sodo”, “Non mi piace, è piatto”, “È pieno di difetti ma dato che vedo di peggio in giro, mi consolo”, e a seguire.

Ma perchè gli uomini sono tanto fissati col sedere? “È piacevole a vedersi, dato che è morbido e accogliente”, “È sinonimo di virilità”, “Chimicamente mi eccita, come annusarsi il sedere tra cani. Comunque ognuno ha la sua idea di bel sedere”. Hanno tutti ragione. Uno dei motivi infatti inconsci che hanno a che fare con la parte primitiva del nostro cervello è la riproduzione. Uno studio pubblicato dal dott. David Lewis il 7 Febbraio 2015 ha stabilito che l’uomo è molto attento alla curvatura lombare del fondoschiena. Durante la gravidanza le donne hanno una massa corporea che scivola in avanti, con un grado di curvatura lombare più grande sono in grado di ristabilire il centro di equilibrio senza un enorme spreco di energia. Per questo è stato ipotizzato che gli uomini si sono psicologicamente adattati nel preferire questo tipo di donne come compagne d’accoppiamento. Ogni sedere femminile è diverso e non per forza bello ma in genere è più rotondo rispetto a quello maschile per gli estrogeni che depositano grasso su natiche, fianchi e cosce. Nonostante siano ormoni presenti pure nel corpo maschile, nell’uomo l’accumulo di grasso in queste zone è frenato dal testosterone (pure presente nelle donne ma spesso convertito in estrogeni). Le natiche ricche di tessuto adiposo segnalano fertilità, capacità d’allattamento, forma e dimensione del bacino.

Diverse donne pensano che l’uomo a cui piaccia più il sedere che il resto sia gay. Questo è sinonimo purtroppo di una cultura sessuale ignorante di stampo bigotto che stigmatizza tutte quelle pratiche che non abbiano a che fare col davanti e la procreazione. Il sedere piace all’intero universo maschile e non in primis per la presenza dell’ano. Anzi, spesso non ci pensano nemmeno. Sembrano più attratti, quasi in maniera ossessiva, verso il fondoschiena nella nostra società piuttosto che in quella antica perchè lo scopriamo solo d’estate completamente. Indi per cui diventa un qualcosa di “proibito” da esplorare. Le natiche sono tabù e il “prendere da dietro” una donna sia per vagina che per ano diventa un’azione estremamente eccitante, rivelando un motivo di possesso, quasi di comando. Nulla di strano, la specie umana di norma si congiunge da dietro. Inoltre, è stato attestato che quando un uomo avvista un sedere, gli si attiva la stessa parte del cervello stimolata da droghe ed alcool.

Il sedere non passa mai di moda come attrattiva sexy. Nell’antica Grecia era celebrato nelle statue di ninfe e dee, e addirittura esisteva un sostantivo, ἀνάσυρμα (anasyrma), che si riferiva al sollevamento della veste per scoprire le natiche. Un rituale legato ai culti di Demetra e Dioniso e alle loro feste. Esempio famoso di questo gesto è la Venere Callypigia, “La Venere dalle Belle Natiche”, la cui copia è esposta a Napoli. A Roma l’ano in particolare era associato alla fortuna, dato che i Sanniti quando sconfissero i Romani fecero passare gli sconfitti sotto le forche caudine sodomizzandoli: provava meno pena chi aveva un ano più grande. Nella dinastia Ming il deretano era comparato alla bellezza della luna piena e anche l’Islam prevede che le natiche ideali siano bianche in celebrazione del pianeta celeste. Nella castissima Era Vittoriana era evidenziato dalla tournure, che ne aumentava il volume sotto la gonna, chiamata demi crinoline. Nel nostro secolo, a parte minigonna e hot pants ideati da Mary Quant, il sedere è stato evidenziato negli abiti da sera stretti ed aderenti alla figura. Persino l’Haute Couture ha reso omaggio all’armonia di questa parte anatomica con l’abito di Guy Laroche indossato da Mireille Darc in “Le Grand Blond avec une Chaussure Noire” (1972) e quello sfoggiato da Violeta Sanchez di Thierry Mugler nel 1995 che incorniciava il sedere con stoffa e giri di perle. Negli ultimi anni il fondoschiena è tornato prepotentemente alla ribalta nella cultura pop col “twerking” di Miley Cyrus, che riprende la danza jamaicana Dembow (reggaeton + dancehall), già ampiamente esplorata da Sean Paul e Major Lazer (Watch Out for This). E poi Nicki Minaj, Jennifer Lopez, Jason Derulo con Swalla e Iggy Azalea con Mo Bounce.

Un amore infinito, dunque, quello di cui è oggetto il sedere che sembra aver intaccato il simbolo dell’amore romantico per eccellenza, il cuore. Tuttavia, è molto probabile che la notizia sia una bufala. Indicherebbe semplicemente una foglia (edera o fico), trasformatasi poi in metafora d’amore attorno al tredicesimo secolo. Il cuore non è emblema recondito del sedere. Siamo quasi sollevati. L’amore e il sesso rimangono due pulsioni distinte. O forse no.

La danza del ventre risveglia il serpente che è in voi

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Belly Dance – A way of living

La danza del ventre, chiamata internazionalmente belly dance e raqs sharqi (danza orientale) nei paesi Mediorientali, è una disciplina ormai consolidata nelle palestre ed ogni anno le scuole su di essa spuntano come funghi. Tuttavia, pochi conoscono le sue origini ed i suoi benefici, in particolare nel campo del benessere sessuale. Questo perchè prevalgono pregiudizi su di essa legati ai suoi paesi di provienienza e al tipo di immaginario che suscita i suoi costumi. Soprattutto, non è considerata una danza a tutti gli effetti, in fondo cosa ci vuole a “scuotere il sedere”? Non è solo ignoranza, ma non saper distinguere i fianchi dai glutei.

La danza del ventre è un’evoluzione delle antiche danze pelviche della fertilità. Chi nega oggi che non abbia un contenuto erotico, non sa cosa sta ballando. I rituali della fertilità infatti terminavano spesso con l’accoppiamento, considerato un aspetto sacro perchè garantiva il continuo della specie. Il concetto di fecondità era strettamente legato alla terra, per questo le movenze rimandavano verso il basso e si formavano cerchi sia con il corpo che con le persone. Si credeva che i bambini nascessero dalla terra, provenissero da caverne, grotte, paludi e corsi d’acqua e che quando una donna passava per questi luoghi, lo spirito di un bimbo entrasse nel suo corpo. Il concetto che i poteri creatori della donna fossero estesi alla natura e che fosse capace di far crescere i semi, diede origine al culto della Dea Madre. Strano ma vero, il Medioriente è stato la culla di questa divinità, sono state infatti ritrovate statuette risalenti a 70.000 anni fa. La Ka’ba, la Pietra Nera della Mecca, era il simbolo della dea del deserto, Al-Uzza, venerata dallo stesso Maometto prima di distruggere i suoi simulacri. I suoi custodi attuali recano tracce della sua antica progenitura, chiamandosi “Beni Shaybah”, “figli della Vecchia Donna”. Vecchia è un attributo che si riferisce alla luna nella triade associata alle fasi della vita di una donna.

Un ballo bisogna sentirlo scorrere nelle vene, trovarci un’affinità spirituale per eseguirlo in modo espressivo. Non per nulla la parola “danza” deriva dal sanscrito “tanha”, “gioia di vivere”. Le danze primitive esprimevano i principi della vita e della morte e se ne trovano tracce in ogni parte del mondo perchè connesse ai riti religiosi che scandivano la vita quotidiana. Servivano per sfogare l’energia accumulata nel corso della giornata e rafforzare l’identità in un gruppo sociale. Molte di queste erano danze “estatiche”, ovvero attraverso dei movimenti ripetitivi, come ruotare in cerchio testa o corpo, si scivolava in uno stato di trance in cui si viaggiava fuori dall’essere fisico o si permetteva a un’entità di entrare nel proprio involucro di carne. Con l’avvento delle religioni monoteistiche, questi balli furono soppressi e sopravvissero nei secoli quasi esclusivamente sotto forma di intrattenimento.

La danza del ventre è un viaggio alla scoperta di se stessi e della propria sessualità, e la sua storia moderna inizia precisamente con un viaggio. Quello del popolo degli zingari, tribù che si spostarono nel V secolo d.C. dalle regioni del Rajasthan e del Punjab a nord dell’India fino in Egitto per sfuggire alle carestie e cercare lavoro. A prova di ciò, nei villaggi egiziani le danzatrici professioniste sono chiamate “ghawazee” (gauazi), “invasori, forestieri”. I Roma non si sono adeguati completamente alla cultura dei paesi ospitanti e hanno potuto conservare la credenza nello spirito della Madre Terra. La loro danza portava ancora con sè qualche frammento della rappresentazione mimica della nascita che rielaborarono in forma di spettacolo.

Un tempo, e nei paesi islamici purtroppo ancora oggi, la danza era malvista dalla regolare società perchè era praticata da emarginati e poveri, ma soprattutto acuiva i sensi e annullava le inibizioni. In una parola, faceva perdere il controllo di sè. Ma per lasciarci andare dobbiamo prima sapere chi siamo.

Quest’arte aiuta a conoscersi nel profondo. Attraverso la sua pratica comprendiamo i nostri punti di blocco ai quali dobbiamo spezzare i sigilli. Si danza scalze per eseguire correttamente i movimenti e connettersi con la terra. La respirazione è addominale per rilassarsi e non irrigidire la muscolatura. Ogni gesto di questa danza ruota attorno all’ombelico, i fianchi, il pube ed il seno tramite l’isolamento dei movimenti, anche se in realtà si azionano la maggior parte dei muscoli del corpo. In particolare si risveglia il psoas, un muscolo su entrambi i lati della colonna vertebrale, che si estende dalle vertebre toraciche a quelle lombari e le collega alle gambe. Ha una connessione diretta col cervello rettile, la parte interna più antica del tronco encefalico e del midollo spinale. Uno psoas rilassato esegue in maniera fluida una danza che può essere allo stesso tempo languida ed energica, rendendoci silenziose lucertole e scattanti serpenti a sonagli.

La danza del ventre non è stata bandita a caso dal Cairo più volte nel corso della storia e che l’Islam abbia paragonato le sue danzatrici a delle prostitute trasformando “ibn raqissa”, figlio di danzatrice, in un insulto. Nei suoi movimenti, passi e gesti si azionano bacino, torace e seno seguendo linee sinuose ed ovali che richiamano l’utero.

Movimento a spirale. Di primaria importanza per lo spostamento da una movenza all’altra, la spirale è circolare, attrae e respinge forze, a seconda che sia in senso orario e antiorario. Si ottiene con il “cerchio” del torace. Per gli Egizi era simbolo della speranza di reincarnarsi, per Greci e Romani proteggeva dal male, nella cosmogonia rappresenta la luna e il divenire, nell’erotismo la vulva e la fecondità.

Movimento dell’omphalos. L’omphalos, “ombelico” in greco, è il centro misterioso attorno il quale si concentra questa danza. Nell’antichità il centro era l’inizio e la fine di tutte le cose. Per molti miti della creazione, l’universo si è originato da un ombelico. Gli omphalos erano delle pietre preistoriche a volte decorate da un serpente, che richiamava il cordone ombelicale, o da due serpenti come simbolo dell’unione tra i due sessi. L’ombelico è coinvolto anch’esso nella figura del cerchio, dell’8 dell’infinito, nelle ondulazioni di pancia e ventre.

Movimento del serpente. Braccia e mani ondeggiano come serpenti nell’acqua. Lo sguardo di una danzatrice è ipnotico come quello di una serpe. Lo scorrere, il girare, il sollevarsi ed abbassarsi dei fianchi imprimono una sensuale “S” sulla colonna vertebrale che si snoda come quella di un serpente. Questo animale è simbolo di vita e racchiude nell’Ouroburos (“serpente che mangia la coda”), l’emblema primordiale della creazione, sia il fallo maschile sia il grembo femminile. Perciò i serpenti si trovano su copricapi, bastoni, capelli e corpo di Dee e Dei.

La danza del ventre è una danza della fecondità con un intento di liberazione sessuale rivolto più verso la singola persona che l’accoppiamento. Chi la pratica scioglie le tensioni, rilascia le emozioni e risveglia l’energia latente sopita. Fa guadagnare in autostima e cammina eretto con le spalle aperte verso il mondo. Intossica, infine, lo spettatore come il veleno di un serpente sinuoso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Amore libero contro fede, l’universo peccaminoso del nuovo libro di Leonarda Morsi

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Non sono un’amante del genere erotico moderno. Nella maggior parte dei libri che mi sono capitati tra le mani non c’era trama con dello spessore. Tante scene acrobatiche di sesso e poca sostanza.

Leonarda Morsi mi è stata consigliata da un’amica nel settore del piacere che stimo e mi sono incuriosita. Ho letto la sua ultima fatica, “2031. Amore Peccaminoso”, uscito questo aprile (collana I Libertini, Pizzo Nero Editore, lo trovate qui), e mi sono meravigliata. Ho scoperto che un libro erotico può essere serio e porre interrogativi importanti sulla libertà sessuale e d’espressione. Il mondo distopico nel quale si muovono i protagonisti delle tre storie principali è governato dallo Stato Pontificio, al potere dall’attentato omicida al Papa a Roma. Il terrorismo islamico è il grande nemico da combattere e sembra non esserci altra strada che la dittatura cattolica. Un assurdo ritorno al passato, ad un governo non laico, che mette a repentaglio gli affetti e la sopravvivenza quotidiana dei personaggi. Sara, fotografa bolognese professionista e aperta, decide di adibire un vecchio casale restaurato della campagna romagnola ad albergo d’incontro per il sesso libero delle coppie: il Casale dell’Amore. In questo universo parallelo i personaggi cercano di estraniarsi per poche ore dalla realtà esterna, dando sfogo alle loro perversioni. Tuttavia la mano dello Stato irromperà nella loro intimità come una furia distruttrice fino al sorprendente epilogo.

Come sei approdata alla letteratura erotica e hai deciso di scriverne?

Leggo da sempre moltissima letteratura di questo genere e per molto tempo ho scritto racconti erotici che poi facevo leggere alle mie amiche. Nel 2014 ho seguito un corso di scrittura creativa con Gianluca Morozzi, un autore che stimo moltissimo. Lui mi ha spinta a partecipare ad alcuni concorsi e visti i buoni riscontri, nel 2015 ho scritto il mio primo romanzo, “La colpa sulla pelle”, uscito per Damster Edizioni.

Parliamo della tua recente uscita,”2031. Amore Peccaminoso”, perché scrivere di un universo distopico religioso?

La situazione geopolitica internazionale ci porta a farci delle domande. Prima tra tutte: le forti pressioni e le limitazioni delle libertà personali che vivono i cittadini dei Paesi governati da regimi confessionali islamici sono da ascrivere all’Islam o piuttosto alla rinuncia ai valori della laicità? Un regime confessionale cattolico sarebbe tanto diverso? Io credo di no. Penso che nel momento in cui peccato e reato finiscano per sovrapporsi si scivoli in un sistema che inevitabilmente interferisce con i valori della persona, le libertà sessuali, l’espressione delle arti, il riconoscimento del ruolo della donna, l’indipendenza della Giustizia e della ricerca scientifica, l’autodeterminazione del corpo e infine anche con l’amore. Per questo ho immaginato un universo distopico non troppo lontano nel tempo. La paura diffusa dei migranti, gli attacchi sempre più colpevolmente tollerati nei confronti degli omosessuali, il terrore della perdita di identità nazionale e religiosa, il linguaggio utilizzato per parlare della donna e le rinnovate polemiche su aborto e fine-vita sono segnali inquietanti nella società odierna. Forse dovremmo tutti riflettere su quanto è breve il passo che ci potrebbe portare a rinunciare a tutte quelle libertà personali che anni di lotte ed emancipazioni ci hanno dato.

Il tuo libro tratta argomenti seri, come la limitazione delle libertà sessuali e sociali sotto una dittatura, non tipici di questo genere. Secondo te, è necessario dare fiducia all’erotico e allargare le sue potenzialità?

Non è davvero semplice rispondere. Dal momento che il fatto stesso di avere scene di sesso descritte in maniera esplicita identifica un libro come appartenente all’erotico, si è finiti per avere la stragrande maggioranza di letteratura di questo genere che non tratta argomenti di politica o sociali. Penso che dare fiducia all’erotico potrebbe far avvicinare a questi romanzi lettori che ora si concentrano su libri di diversa natura. Rimane però difficile trovare un editore per generi di confine. Io sono stata fortunata ad incontrare il nuovo direttore editoriale di Pizzo Nero che coniuga un’accurata selezione sulla qualità dei manoscritti con una visione aperta e innovativa.

Per molti scrittori descrivere scene di sesso è un’autentica tragedia. A te viene naturale? Ci sono delle tecniche per evitare di scendere nel ridicolo?

A me piace molto scrivere scene di sesso e non lo trovo per nulla faticoso o complicato. Mi piace concemtrarmi sull’atto, ma anche sui particolari dei corpi, soprattutto femminili. Sono sempre stata attratta dalla femminilità e anche nella vita quotidiana amo osservare quei gesti involontari che tradiscono pensieri audaci. Per essere il più realistica possibile, cerco di immedesimarmi in quello che i protagonisti stanno provando, con grande rispetto anche per le situazioni più anticonvenzionali.

Com’è visto uno scrittore erotico dagli scrittori di generi diversi e dalle persone in generale?

Devo dire che gli scrittori che conosco e che ho la fortuna di frequentare hanno sempre dimostrato grande rispetto per questo genere. Battute e risatine sono più comuni tra amici e i parenti.

Mio padre ha letto 2031. Amore peccaminoso e ha avuto commenti positivi, ma ha impiegato davvero pochissimo tempo a finirlo. Così gli ho chiesto se l’avesse davvero letto tutto e lui ha risposto: “Ecco amore, diciamo che ho letto di sfuggita e con un solo occhio aperto tutte le parti di sesso esplicito!”

Una cosa che mi ha davvero stupita è stato invece l’atteggiamento di alcuni librai indipendenti che conosco, che si sono rifiutati di farmi fare una presentazione da loro e hanno dichiarato la loro avversione totale per il genere erotico.

Per alcuni aspetti la sessualità in Italia è ancora vissuta in maniera colpevole, e accadono situazioni simili a quelle riportate nella tua storia, se non peggio. Di cosa ha bisogno il nostro Paese per respirare una sessualità più aperta?

L’Italia avrebbe davvero bisogno di ridare rispettabilità alla cultura laica. Occorrerebbe forse rivalutare l’individuo a discapito della nuova mistificazione della famiglia cattolica più conservatrice. Questo permetterebbe di ridare dignità alla donna e scoraggerebbe la colpevolozzazione delle forme di amore non riconosciute dalla dottrina.

La sessualità che racconti nei tuoi libri rispecchia esperienze personali o di persone che conosci, oppure si ispira a fantasie?

Gianluca Morozzi, il mio maestro, dice sempre che gli scrittori sono buoni ascoltatori perchè vampirizzano le esperienze vissute per poi trarne ispirazione, seppure rielaborate.

In effetti, anche a me capita di trarre ispirazione dai racconti di vita vissuta; poi utilizzo le mie fantasie, i miei desideri e anche le mie paure.

Le situazioni non sono autobiografiche ma le sensazioni che i miei personaggi provano nascono da ciò che io ho provato, anche se in contesti spesso diversissimi.

Sei a lavoro su qualche nuovo progetto?

Sto lavorando a un romanzo noir con forti connotati erotici. È un approccio molto diverso da quello che ho sperimentato fino ad ora e diciamo che mi rilasso proprio a scrivere le venature erotiche.

 

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Se odorassimo di fiori, saremo tutti dei saponi

©Manuela Nunù Giarelli

Facendo una breve ricerca su Google se inserite la dicitura “odori genitali”, sia in italiano che in inglese, vi accorgerete che le donne e le riviste si preoccupano più dell’odore di una vagina che di quello di un pene. Quante volte abbiamo fermato un uomo nel donarci un cunnilingus proprio perchè non sicure al cento per cento delle emanazioni della nostra vulva? Tante. La percentuale degli uomini che ci ha bloccato nello scendere per una fellatio? Pari allo zero. La vecchia questione maschilista dell’uomo “deve puzzare”, è probabile rientri in questo sbilancio di comportamenti, ma non ne è la sola causa. Siamo sempre spinte verso un’igiene intima immacolata, soprattutto per il periodo mestruale, ma molte di noi non sanno nemmeno com’è fatto il loro organo. Non ci guardiamo e non comunichiamo con la vagina, a differenza degli uomini che arrivano pure a dare un nome proprio al loro pene. Come facciamo a lavarci bene se facciamo finta di non vederla?

L’ambiente in cui viviamo ci ossessiona nella detersione continua delle parti intime pure per un motivo di autodifesa. Molte di noi si presentano dal ginecologo solo quando c’è un problema serio. Rifiutiamo talmente il nostro bel apparato che non sappiamo nemmeno come funziona e ci sembra totalmente assurdo che una studentessa e ricercatrice universitaria del Wisconsin abbia potuto fare uno yogurt con la sua flora vaginale. Eppure è successo. The Order of Yoni (genitali femminili in sanscrito), un birrificio polacco, ha creato la birra Bottled Instinct con la flora della modella ceca Alexandra Brendlova e stanno cercando fondi per la distribuzione su Indiegogo. Un motivo esiste sicuro. Ed è quello che la nostra vagina è un ricettacolo di batteri, presenti in maggioranza nella forma probiotica (viva) di lactobacilli. Il lactobacillo fermenta gli zuccheri in acido lattico che la mantiene leggermente acida, col pH di 4.5. Il suo odore naturale è stantio in modo lieve per il sudore che si sviluppa nei suoi angoli e fessure.

Dopo tutto ciò, nel suo già miglior giorno, la mia fica puzza come un piccolo animale da cortile, ok? Non come un grande, fottuto lama, che mastica, sputa e puzza. No! Piccolo. Come una capra. Le compri le crocchette, sai, e la nutri e lei *lecca la mano* – AAh, l’ha mangiata! – Non ti disgusta, ma vai alla ricerca di un lavandino. Piuttosto presto. Sarebbe bene piuttosto presto. Perchè puzza. Questo nel suo giorno migliore.
Nel suo giorno peggiore, dopo una perdita di sensi, è l’ISIS. È ridotta di merda, ragazzi.È pessima. Ma sapete una cosa? Va bene.
Questa è la natura di una fica. Vero?” – Amy Schumer, The Leather Special, Netflix

Il suo “profumo” non dipende soltanto dai batteri ma anche dall’igiene quotidiana, dalla dieta seguita, dagli indumenti indossati (naturali o sintetici). L’odore inizia a distinguersi nella pubertà. Le ghiandole apocrine, che sono sudoripare, si attivano e secernono una sostanza lattiginosa e spessa, inodore, ricca di grassi, che si mescola con i batteri. Questa è svuotata nei follicoli piliferi che ne accrescono l’odore. Un “effluvio” vaginale normale può sentirsi a un metro di distanza. L’aroma standard fa impazzire gli uomini a causa dei feromoni, che devono generare interesse sessuale. Inoltre il nostro apparato si autopulisce con le fuoriuscite di colore bianco e giallino che espellono batteri e germi. La vagina è un organo in continua funzione che non può odorare e sapere di Cif per essere a posto. Deve sapere ed odorare di qualcosa per essere vivo. Ma a parte la composizione, ogni vagina ha la sua essenza caratteristica. Perchè molto dipende da ciò che mangiamo. Ogni odore è il risultato del metabolismo dell’essere umano e di quello che metabolizzano i batteri. Preoccupatevi solo se sa di pesce (possibile vaginosi) o di marcio (tampone o residui di tampone rimasti al suo interno).

Così come il pene. Può sapere di salsiccia (non scherzo), unito a un gusto metallico, di sudore, un po’ salato, di pelle. Anche l’organo maschile è costituito da ghiandole apocrine e in fatto di odore e sapore valgono le stesse informazioni sviscerate per la vagina, ad eccezione delle caratteristiche che rendono unico ciascun organo.

Allo stato naturale puzziamo. Ciò non significa che dobbiamo lasciarci andare come il relitto di una nave pirata fantasma. O vendere le nostre mutande usate online come fanno i giapponesi (ora di moda pure negli USA), soprattutto le ragazze dai diciotto in su, sfruttando i feticismi di particolari consumatori. Bisogna lavarsi, sì, e spesso. Non fino allo sfinimento perchè salviette detergenti intime, imbevute di alcool, irritano vulve e peni, ed è meglio non profumarsi di nulla se non di saponi dal pH stabile. Ma non siamo delle saponette in mezzo al bucato lindo e pinto. Il nostro odore, quando sano, è distintivo. Con un partner fisso ci abituiamo a quel tipo di odore fino ad adorarlo ed identificarlo come suo “riconoscitivo”. Dobbiamo farlo anche con noi stessi. Amiamo, rispettiamo e “guardiamo negli occhi” i nostri organi, prendendo atto del nostro essere animali.

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Il seno è un tesoro da preservare

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Tuttiminnitutti – IVISTUDIO – 2016

“Molte donne vorrebbero le tette grandi ma non sanno che rottura di cazzo rappresentano. È stata la parte del corpo che ho accettato di meno per la maggioranza della mia vita. Non si addicono alla mia personalità. Non mi sento caratterialmente donna con le tette. Io sono più da look androgino. Le tette stanno bene ad Elettra Lamborghini o a quelle tipo moglie perfetta anni Cinquanta. Queste sono donne che portano il seno grande con orgoglio. Io no.”, un’amica

Il seno non corrisponde alla nostra identità. Da quando ci sono i canoni estetici, quindi dall’età della pietra a seguire. Se ci riflettete, le statuette del Paleolitico, come la Venere di Willendorf, indicano un modo preciso di pensare il corpo ideale di una donna. Prosperoso e rigoglioso come la Madre Terra. Seni grandi e ventre enorme. Tanto latte e tanti bambini. La donna asciutta è sterile e non attraente. Siamo l’unica specie nella quale il petto ha avuto non solo un’evoluzione funzionale ma anche sessuale. Il seno grande è stato sempre trattato meglio del seno piccolo perchè sinonimo di prosperità. Le antiche egiziane credevano che cospargersi di sangue mestruale avrebbe aiutato la crescita dei seni. Si adoravano divinità dalle multiple mammelle come Artemide Efesia (di Efeso) in Asia Minore, il quale tempio era una delle sette meraviglie del mondo antico. Dietro di essa probabilmente si celava Cibele, dea frigia, signora della montagna e degli animali, adottata come Magna Mater dai Romani durante la Repubblica. Addirittura si dice che Abramo abbia incontrato la prima volta dio nel suo nome di El Shaddai, dall’accade shadu, montagna, e dall’ebraico shad, seno, forse una divinità femminile della montagna.

La tetta grossa piace. All’arte, alla pubblicità, alla tv. Il mondo dell’immagine ci fa sentire in dovere di avercele sode, ritte in sù come se indossassimo un naturale push-up. Nel caso ne avessimo poche o ci sentissimo di scarseggiare in misura, allora ricorriamo alla chirurgia estetica. Due meloni maturi finti ed è fatta, siamo pacificate con la società e le sue fugaci ossessioni. Fugaci perchè le preferenze attorno alla circonferenza delle mammelle si è alternata nel corso della storia. Il seno è sempre stato lo specchio di un periodo storico. Seni grandi come un pugno per i Greci, grossi ma non troppo per Romani e popolo Han (Cina), a sfera con le punte dritte per gli Indiani, minuscoli e forzati ad esserlo nel Medioevo e nel Cinquecento, enormi abbastanza da afflosciarsi nell’era Edo in Giappone, da coppa B nel Seicento, in bella vista fino a mostrare le lune dei capezzoli nel Settecento, coperto nell’Ottocento, piccoli però con areole pronunciate nel Novecento. Nel ventesimo secolo le mode si sono succedute al ritmo di decenni. Negli anni Dieci a prua di nave, nei Venti e Trenta tavola da surf, nei Quaranta e Cinquanta abbondante e a punta come un missile, mini nei Sessanta. Il seno enorme si afferma come status symbol negli anni Ottanta. Nei Novanta i seni delle top model lottano contro quelli di modelle come Kate Moss. Nei Duemila la scollatura generosa è tornata in auge, ma se siete stati attenti, avrete capito che le tendenze sono capricciose.

Alla fine rimaniamo noi e i nostri seni, che ci ammiccano o si nascondono nei nostri reggiseni. La crisi di rigetto finisce in età matura, non termina o non inizia mai. Anch’io vivo un rapporto conflittuale col seno influenzata dagli stereotipi della moda e da scarsa autostima personale. Pensavo le mie tette fossero comode, rotonde al punto giusto quando ci ho fatto pace, intorno alla ventina, ma non mi piaceva come “cadevano” sui vestiti. Perchè in realtà non cadevano, rimanevano lì a mimetizzarsi col vestiario, invisibili. Per sentirmi più sicura di me, ho cominciato a comprarmi reggiseni prima col ferretto, poi con le coppe imbottite. Mi rendevano sicura e combattiva. Sempre comiche le facce degli uomini che scoprivano la verità d’inverno. Adesso mi rendo conto che portare un intimo costrittivo tutto il giorno maltratta la salute del seno e sono passata a dei comodi bralette di pizzo. Se non c’è sicurezza interiore, un’armatura esterna non serve a nulla. Ho imparato così ad apprezzare il mio seno non come piatto e timido ma come dolce e tenero.

Spesso le donne imparano a capire la bellezza e l’importanza di un seno sano nella maniera più traumatica. Con un tumore al seno. Adesso lo ricostruiscono subito per alleviare l’impatto psicologico ma è come togliere un’unghia del piede. Non ricrescerà mai uguale alla precedente. Bisogna pensare a preservarlo per apprezzare di più ciò che si ha. Il seno non è una parte da nascondere ma da valorizzare e tenere come un tesoro. Preoccupiamoci della sua salute. Palpiamocelo per verificare se c’è qualcosa che non va (link utile qui), controlliamocelo ogni tre mesi con la mammografia (o l’ecografia). Andiamo fiere del nostro seno. Non ci curviamo a riccio negli spogliatoi, cercando frettolose il cambio. Mostriamo il petto nudo dritte senza vergognarci di ciò che la natura ci ha dato. Perchè assumendo un atteggiamento colpevole, siamo le prime a mortificare i nostri organi ghiandolari. Rispettiamo i nostri doni e prendiamocene cura come facciamo per qualsiasi altra parte del corpo che ci piace, come se fossero delle splendide minne di Sant’Agata.

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