Una menopausa da Papessa, ascesa e caduta di Olimpia Maidalchini Pamphili

Era furiosa. Iniziò ad urlare come un’ossessa molto prima che la sua portantina toccasse il suolo della sala delle udienze del Quirinale. Il cardinale Panciroli e papa Innocenzo X fissavano sbigottiti Olimpia Maidalchini Pamphili, la cognata del pontefice, sbraitare in mezzo a tutti abbandonato il senso di ogni decoro. Ad un certo punto Innocenzo si alzò dal suo scranno e tuonò: – Zitta! Stai zitta! Se non taci, ti butto in un convento, chiudo a chiave le porte dietro di te e non verrai più vista. – A quelle parole la donna gelò serrando automaticamente la bocca. Lui era l’unico uomo sulla faccia della terra ad avere il potere reale di segregarla in quel posto buio fuori dal mondo. Ma non avrebbe mai pensato che andasse proprio a minare il suo punto debole. La odiava così tanto? Proprio lei che l’aveva messo sul trono papale e aveva contribuito alla sua prosperità, ora veniva minacciata come una bambina isterica qualunque senza dote. Una fredda rabbia la invase mentre si riposizionava sulla sua portantina, il viso solo all’apparenza calmo. Si sarebbe vendicata.

Olimpia Maidalchini Pamphili era una donna che non si faceva mettere i piedi in testa. Aveva iniziato col padre, Sforza Maidalchini, che voleva per forza inviarla in convento per non rovinarsi con la sua dote. Il Concilio di Trento aveva stabilito che i parenti non potevano costringere in alcun modo le figlie a farsi suore e chi era colpevole veniva scomunicato. Quindi la ragazza aveva scritto al vescovo di Viterbo, sua città natale, riferendogli la situazione ed aggiungendo che il prete teatino che doveva convincerla a cambiare vita aveva tentato di molestarla sessualmente. Una tipa astuta. La sua lamentela fu accolta dal tribunale dell’Inquisizione del Sant’Uffizio, il prete imprigionato a pane ed acqua, e al genitore fu proibito di forzarla. Rimasta vedova del primo ricco marito, Paolo Nini, si sposò una seconda volta a vent’anni con un uomo di cinquanta, Pamphilio Pamphili. Conobbe suo fratello, Giovanni Battista, trentotto anni, e fu intesa a prima vista. I due diventarono inseparabili, scarrozzavano insieme ovunque, e il marito chiudeva un occhio perché lei era quella col patrimonio cospicuo e avrebbe pagato per la candidatura a cardinale di Gianbattista.

Olimpia era decisa, amante della matematica, della scienza, degli affari e del gioco d’azzardo. Gianbattista era istruito e gentile ma indeciso fino al midollo, era a proprio agio con le donne perché non era in competizione con loro e forse vedeva in Olimpia una madre surrogato, visto che aveva perso la sua a sei anni. L’uomo chiedeva di continuo consiglio a sua cognata per qualsiasi decisione, tanto che quando fu inviato in missione in Spagna le scrisse: “Lontano da te sono come una nave senza timone, abbandonato all’incostanza del mare senza speranza per la propria felicità”. Sembra quasi una dedica romantica. Non è mai stato chiaro se, come riportavano numerose dicerie a Roma, i due dormissero insieme sul serio. Quando Gianbattista diventò papa, ad Olimpia fu vietato di prendere gli appartamenti adiacenti ai suoi nel Quirinale. Tutti sapevano del loro stretto rapporto, tanto che all’elezione di Innocenzo il cardinale Alessandro Bichi disse: “Abbiamo appena eletto un papa femmina”. Olimpia, non scoraggiata dal divieto, passava ogni notte per il giardino del palazzo papale, e ci restava da mezzanotte all’alba. Era noto che il pontefice fosse un lavoratore notturno, ma possibile che in sei ore parlassero solo di affari?

Alcuni dicono che Gianbattista abbia scelto il nome Innocenzo per dichiarare la sua estraneità alla relazione sessuale con Olimpia. Scrisse però un testamento in cui lasciava tutti i suoi beni alla donna, nominandola sua ereditiera, cosa piuttosto inusuale. Lo scandalo era anche generato dal fatto che nessuno dei due nascondesse il loro legame. La cognata si dirigeva in Vaticano in carrozza e portantina. Le dicerie sul loro conto erano talmente diffuse che alla corte del lord protettore di Inghilterra, Oliver Cromwell, era stata presentata la commedia “The Marriage of the Pope” che narrava la storia dei tentativi del papa di sposare la cognata. C’erano state già in passato cortigiane papali come Giulia Farnese, amante del cardinale Rodrigo Borgia, poi Alessandro VI, e la contessa di Turenne Cecilia, amante di Clemente VI tra il 1342 e il 1352, anche lei la mente dietro al suo amante, ma le loro figure erano state più nascoste. Queste vicende erano state rese possibili perché ciò che preoccupava la chiesa di allora non era il sesso ma l’istituzione del matrimonio che avrebbe potuto avanzare diritti di eredità sulla proprietà ecclesiastica. Fino all’undicesimo secolo, almeno quaranta papi erano stati figli di preti e alcuni figli di papi, e fino al 1917 i cardinali non dovevano essere preti ordinati.

La popolarità di Olimpia, che amministrava le finanze del papato, ordinava cardinali e curava le relazioni con le potenze straniere, crebbe talmente tanto durante il Giubileo del 1650 che Innocenzo iniziò ad essere irritato e a discostarsi da lei avvalendosi di altri consiglieri, come il cardinale Panciroli. Erano accaduti troppi episodi di scorno verso la sua autorità. Il picco massimo era stato toccato quando la scritta “Innocenzo X, Pontifex Maximus” nella chiesa di San Giovanni in Laterano, era stata parzialmente sostituita da “Olimpia I, Pontifex Maximus”. Olimpia diede in escandescenze e non trattò il cambiamento in maniera diplomatica, forse per gelosia più che per menopausa. Nel passato si entrava in quest’ultima anche prima dei cinquant’anni. L’ultima scenata fu quella che interruppe momentaneamente il suo rapporto col papa con la minaccia di rinchiuderla in convento. Pochi mesi dopo, esiliata a San Martino, ricevette il perdono papale perché la situazione politica ed economica senza di lei stava andando rapidamente a rotoli.

Nonostante la grazia ricevuta, alla morte del papa ebbe la sua vendetta non pagandogli il funerale e rubando al pontefice tutto l’oro presente nella sua camera da letto. Il Seicento era un secolo dove regnava la cleptocrazia, tutti rubavano quello che c’era da rubare, i nobili venivano risparmiati dalla giustizia, i poveri no. Essere una vedova senza protezione significava essere in balia di ogni vento contrario da parte della società e soprattutto non essere in autorità di possedere niente. Per questo Olimpia aveva accumulato denaro fino allo sfinimento, non solo per avidità. Con il papa Alessandro VII dovette anche rispondere di appropriazione indebita in un processo, restituendo parte delle sue somme. Morì anche lei qualche anno dopo di peste bubbonica con tre diamanti celati dentro la sua bocca, che bruciarono insieme a lei.

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Whatever Tilda, il progetto di pubblicità genderless che abbatte i confini tra i generi

Erika Leserri è la creatrice del progetto di pubblicità genderless su Instagram dal nome Whatever Tilda, fondato il 28 aprile 2018. Nello stesso giorno ha realizzato il primo shooting in cui i modelli erano Denise D’Angelilli di Due Dita nel Cuore, e Gianluca (@deepeyes85) e Francesco con le magliette del brand Nin Handmade di Sara Ninni. Erika è stata ispirata da un’esperienza di discriminazione sul lavoro.  L’idea genderless l’aveva già in mente da due anni ma non aveva avuto il tempo di realizzarla. Il nome Tilda deriva dalla madre che la chiama Matilda per l’abitudine di mettersi un fazzoletto anni Cinquanta in testa quando fa le pulizie, “è un nome puramente casuale”.
Sul suo profilo Instagram ha sviluppato quattro shooting a tema provocatorio con l’aiuto della fotografa Francesca Romana Abbonato. “Per il momento è un progetto fotografico però l’obiettivo è farlo diventare remunerativo con la creazione di pubblicità inclusive”.

Qual è il messaggio che desideri trasmettere?

Lo scopo è sovvertire le convenzioni alle quali siamo abituati ogni giorno, come l’abbigliamento da uomo sponsorizzato esclusivamente da uomini e viceversa quello da donne. Anche se adesso l’alta moda sta cambiando e fa sfilate miste senza più rigide separazioni. Il messaggio che voglio far passare è che il potere persuasivo della pubblicità può essere usato in maniera educativa. Cerco di realizzare realmente delle pubblicità progresso, nelle quali più persone possano identificarsi in un prodotto.

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Erika Le Serri aka Whatever Tilda

Quali sono gli step per creare un genderless advertising?

Non ci sono degli step perché la realtà italiana non è pronta. Bisogna comunicare e cercare di farsi capire purtroppo. Oltralpe e oltreoceano la pubblicità inclusiva sta già diventando un trend, in Italia probabilmente lo diventerà tra non meno di dieci anni.

Secondo te finché non cambia l’opinione della società verso questo ‘mostro’ che viene chiamato gender non cambierà il modo di fare pubblicità?

Sì, però vorrei sovvertire questo modo di vivere. La pubblicità arriva ovunque, quindi mi piacerebbe fosse utilizzata consapevolmente per promuovere quelle che sono le diversità ed abituare le nuove generazioni a queste. Anche perché i giovani d’oggi sono molto più open minded di come eravamo noi alla loro età.

La pubblicità potrebbe essere pure una sorta di educatore sessuale?

Credo di no, vorrei invece ci fosse nelle scuole e che le persone non si basassero su un prodotto commerciale. Ciò che l’advertising può fare è veicolare un messaggio educativo e di sensibilizzazione sociale verso la società.

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Erika Le Serri sul set del primo shooting FAIRYGENDERLESS con @dueditanelcuore, @deepeyes85 e Francesco

Che tipo di riscontro hai ottenuto?

Propongo immagini pubblicitarie forti per urlare 100 ed ottenere 10. Come per esempio nel caso del secondo shooting in cui una ragazza mangia profilattici. La Control mi ha contattata, mi ha fatto enormi complimenti, e si è giustificata dicendo che i preservativi non vengono sponsorizzati da donne perché sono prodotti maschili acquistati da uomini. Io ho risposto che esiste anche il profilattico femminile, anche se è utilizzato in modo nettamente inferiore, e c’è una fetta di donne corrispondente al 73% che compra preservativi maschili per la propria sessualità. In generale, ho avuto un bell’impatto, da maggio ad adesso ho raggiunto 3000 followers, nonostante io sia una realtà molto piccola. Ho ricevuto molti apprezzamenti, ricevo ogni giorno dozzine di direct messages, ma ho avuto anche tante critiche.

Di che natura?

Un ragazzo questa estate in DM mi ha detto ‘come pensi di poter fare pubblicità con questi numeri perché i numeri che fanno differenza sono quelli della Ferragni’. È un paragone che non sta in piedi visto che il mio target è diverso dal suo. Ricevo spesso messaggi da ragazzi giovani che seguono il progetto in modo appassionato ma sono molto spaventati dall’atteggiamento della donna femminista nel mondo. Il femminismo però non è un punto di vista dittatoriale che pone solo la donna al centro ma lotta per la parità legale, sociale ed economica tra i due generi e quello intersezionale si occupa dei diritti LGBTQI e dei più deboli. Quello che vorrei far comprendere a questi giovani uomini è che siamo tutti vittime del patriarcato, solo che le donne sono sempre state più discriminate.

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Denise e Gianluca nello shooting FAIRYGENDERLESS, t-shirts by Nin Handmade

Hai mai pensato di tradurre i tuoi post in inglese?

Sì, ci ho pensato ma la mia battaglia desidero consumarla in Italia, dato che ho bisogno di cambiare le cose qui. Io voglio parlare ai grandi e piccoli brand che abbiano una visibilità nel nostro Paese. Anche all’estero comunque le pubblicità inclusive sono ancora molto poche, esclusi alcuni tentativi da parte di marche di bellezza come i rasoi Billie, che mostravano peli su ascelle, pancia e gambe delle donne, e le stories di Nyx Cosmetics, in cui gli uomini si truccano. Il problema è che le fette di mercato esistono ma le aziende non sanno comunicare con queste.

Le pubblicità genderless che sogni di fare.

Vorrei rifare quella dei profilattici ma non nel modo provocatorio di quella su Instagram, che era progettata per sottolineare una grossa diversità rispetto alla realtà dei fatti. Mi piacerebbe crearne una sull’abbigliamento per abbattere lo stereotipo della divisione tra maschile e femminile in nome di chi ha un’entità sessuale differente rispetto a quella biologica. Voglio inventarne una sulle mestruazioni in cui ci sia una mescolanza tra genere maschile e femminile, includendo persone che sono state sempre escluse dal discorso come i disabili.

Quali piani hai per Whatever Tilda?

Desidero registrarla come società all’anno nuovo e far partire delle collaborazioni con realtà che già conosco. Inoltre voglio avviare una capsule collection brandizzata Whatever Tilda che spero serva a sensibilizzare alla pubblicità consapevole ed inclusiva.

Gli shooting genderless di Whatever Tilda li trovate tutti sul suo profilo IG: https://www.instagram.com/whatevertilda/. Tutte le foto sono di Francesca Romana Abbonato.

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Francesco nel primo shooting FAIRYGENDERLESS

La pubertà repressa delle vere streghe adolescenti di Salem

“Come può una persona innocente essere colpevole”. Martha Cory era stanca e sfiduciata. Era seduta nella sala delle assemblee, circondata da persone ostili ed un gruppo di bambine e ragazze invasate che l’accusavano di stregoneria e frequentazioni col diavolo. Faceva a meno di guardarle perché erano uno spettacolo raccapricciante di corpi contorti, saltellanti, lingue penzolanti e il sangue colante dalla bocca. Dicevano che era colpa sua se erano in quello stato. Assurdo. Era sempre stata dalla parte della luce, aveva pregato e non aveva mai disertato un’assemblea (messa, ndr). Il mercante e magistrato John Hathorne perseverò con le domande chiedendole se fosse possibile che le bambine fossero state stregate e lei rispose: “È possibile per quel che ne so io, ma io non c’entro”. E sospirò: “Siete tutti contro di me e io non posso farci nulla”. Si appoggiò alla spalliera della sedia e le ragazze gridarono per un dolore lancinante alle viscere. Martha alzò gli occhi al cielo. Le prime tre accusate erano donne sospette, ma lei cosa aveva fatto di male al Signore per meritarsi questo?

Questo è in sintesi una parte dell’interrogatorio somministrato a Martha Cory, una dei duecento accusati di stregoneria dalle ragazzine di Salem Village, Massachusetts, nel 1692. Abigail Williams (11 anni) ed Elizabeth Parris (9 anni) erano rispettivamente nipote e figlia del reverendo Samuel Parris, pastore puritano della canonica del villaggio, uomo ossessionato dal peccato e dalla sua posizione sociale. Si dice che le bambine diventarono strane dopo una previsione del futuro andata male con le amiche che sarebbero state vittime di crisi isteriche come loro: Ann Putman (12), Elizabeth Hubbard (17), Mary Walcott (17), Mercy Lewis (17). Volevano sapere quali sarebbero state le professioni dei loro mariti, quindi ruppero un uovo, ne gettarono l’albume in un bicchiere d’acqua e ne osservarono la forma. Abigail aveva guardato con terrore il suo filamento trasformarsi in bara. Qualche giorno dopo, la ragazza ed Elizabeth iniziarono ad avere convulsioni, infilarsi in buchi, assumere posizioni contorte, a provare dolore per aghi invisibili conficcati nella carne, pronunciare frasi sconnesse e senza senso. Furono visitate dal dott. Griggs che le dichiarò ufficialmente nelle mani del demonio. Una vicina suggerì alla serva di casa Parris, Tituba, di confezionare una torta con le urine di Abigail e Betty e darla in pasto ad un cane per verificare se anche l’animale si fosse comportato in modo anomalo. Il reverendo venne a conoscenza dello stratagemma e rimproverò i responsabili perché ora il diavolo era stato veramente chiamato in mezzo a loro tramite un piatto stregonesco.

Le crisi isteriche delle ragazze peggiorarono talmente tanto che iniziarono a vedere i responsabili dei loro tormenti, bollati come streghe. Le prime ad essere accusate furono la serva Tituba e le due mendicanti Sarah Osborne e Sarah Good. In seguito toccò all’insospettabile gente pia come Martha Cory, membro della chiesa puritana. Poi alle bambine piccole ed ai mariti delle streghe e a persone completamente estranee al villaggio. Dei duecento accusati, diciannove furono dichiarati colpevoli ed impiccati. La caccia si placò solo ad inizio ottobre di quell’anno per l’intervento di illustri autorità del Massachusetts. L’escalation era iniziata a marzo.

Le vere streghe di Salem erano le stesse bambine in preda a crisi isteriche. Le ragazze erano vittime della società puritana che non riconosceva il passaggio dell’adolescenza ai bambini. Dai sette anni bisognava abbandonare i pochi giochi a disposizione ed aiutare dentro o fuori casa. Esistevano solo la religione e la preghiera, e alle donne non era concesso alcun tipo di creatività. Le isteriche erano adolescenti con pulsioni sessuali represse perché peccaminose al di fuori del matrimonio, al massimo potevano avere visioni di angeli (si spera per loro, erotiche). Le ragazze sfogavano i propri ormoni tramite le crisi isteriche e facendo finta di essere possedute. Non è una teoria aliena, le sensazioni represse infatti possono dare origine a sintomi fisici. Quando le emozioni e i desideri di una persona sono soffocati completamente dalle esigenze della società, quei sintomi possono diventare gravi fino a portare alla paralisi ed all’isteria. Le ragazzine in questione, a parte due, non avevano riferimenti genitoriali. Il loro risentimento, tipico della fine dell’infanzia, non veniva manifestato sulla madre ma era riversato sugli altri, come Tituba ed il resto della gente presa di mira. Nell’isteria, inoltre, c’è sempre una duplice consapevolezza come dicono Freud e Breuer in Studi sull’Isteria. Una persona isterica è consapevole dell’attacco anche se non è in grado di controllarsi. È anche emblematico notare che le vittime di isteria sono per la maggior parte donne e appena sono aumentate le libertà per il genere femminile i casi sono andati piano piano scomparendo. Per fortuna, non siamo più obbligate a reprimere le nostre emozioni.

A parte i motivi personali di crescita delle ragazzine, i veri motivi della caccia risiedono nella faida politica ed economica tra due famiglie opposte, i Putnam e i Porter. Sono stati i Putnam ad orchestrare l’intera vicenda attraverso l’isterica Ann Putnam, figlia del ricco possidente Thomas, che era sempre la prima ad avere visioni dopo le prime tre accusate. Il villaggio fino ad allora non aveva un’autorità legale o religiosa per appianare conflitti interni, quindi questi finivano irrisolti e si incancrenivano. Buona parte dei bersagli della caccia erano persone abbienti o di potere che davano fastidio ai Putnam, famiglia vendicativa e crudele. Le persecuzioni finirono quando anche gli ecclesiastici iniziarono ad esserne colpiti.

L’elisir di lunga vita di Lady Bathory, la contessa serial killer più sanguinaria della storia

Bussarono con violenza alla porta della sala del castello. Ad ogni rimbombo il suo cuore batteva forte. Sapeva sarebbero venuti a prenderla prima o poi ma la consapevolezza non rende liberi. La nobile dai capelli rosso carota fu toccata lievemente sul braccio di velluto da una piccola donna rugosa che la guardava interrogativa, il volto spaventato. La donna tirò un fermo sospiro. “Fateli entrare”, ordinò ai suoi servi, voltandosi verso l’entrata. Il conte Palatino George Thurzó irruppe nella sala squadrandola da capo a piedi con i suoi occhi neri. L’uomo fece un cenno e due suoi soldati si staccarono dagli altri e le andarono incontro per scortarla fuori. “Vi preghiamo di seguirci, contessa Erzsébet Báthori”. Elisabeth assentì non staccando lo sguardo schifato da Thurzó, vestito come la notte, un lieve guizzo di trionfo sulla sua espressione riservato solo a lei. La donna non osservò per l’ultima volta le stanze del suo castello mentre ne usciva. Non aveva paura di cosa la aspettasse. Dentro covava solo rabbia ed indignazione per essere stata usurpata dei suoi averi.

La contessa Elisabeth Báthory è protagonista di una delle leggende più sanguinarie nella storia dei vampiri e dell’Ungheria. Rimane poco nota fino agli anni Settanta del Ventesimo secolo quando esce un film dal titolo Countess Dracula (La Morte va a braccetto con le vergini) nel 1971. Da questo momento in poi si cerca di riesumare la sua storia interamente costruita sul sangue di vergini e donne innocenti. La sua figura mitica è simile alla strega cattiva di Biancaneve, Grimilde, che interrogava lo specchio sulla sua bellezza. Elisabeth, invece di consegnare mele avvelenate, andava direttamente all’energia vitale delle ragazze giovani: il sangue. Nel processo contro Elisabeth risalente al 1611 furono raccolte più di un centinaio di testimonianze, necessarie per accusare un nobile di alto rango, che le attestavano le peggiori nefandezze compiute per ottenere questo elisir di lunga vita. Avrebbe frustato a sangue le sue domestiche fino ad inzuppare le pareti dei sotterranei ed i suoi vestiti; le avrebbe legate e battute finché i loro corpi non si fossero aperti e fossero morte. La contessa, aiutata dai suoi servi più fedeli, avrebbe torturato le ragazze con aghi ed ortiche. Avrebbe inserito ferri caldi all’interno dei genitali, che poteva anche bruciare con candele o lacerare con aghi. Avrebbe tolto pezzi di pelle alle vittime e costretto a mangiarsele. Avrebbe fatto salsicce con la carne delle donne morte. Avrebbe schierato un plotone di ragazze nude davanti a sé, le avrebbe frustate sulle mani, punto con degli aghi mani e dita, private d’acqua fino ad assetarle, ed infine bevuto l’urina rimasta. Avrebbe spezzato e tagliato braccia per il solo gusto di farlo. Avrebbe legato una ragazza all’aria aperta, cosparsa di miele e lasciata in balia di api e vespe. Un prete confessò che Elisabeth si immergesse in bagni di sangue. Nelle confessioni si trovano parafilie da snuff movie (film porno su tortura e omicidio per eccitare), feticismo, sadismo, tendenze lesbiche e cannibalismo.

Ma per quale motivo esagerare col sangue? Il defunto marito della contessa, il conte Ferenc Nádasdy, era chiamato il Bey Nero d’Ungheria, per la sua imbattibilità e spietatezza contro i turchi, i principali nemici del regno austro-ungarico. Probabilmente il popolo pensava che la stessa intransigenza e severità regnasse tra le mura domestiche e si trasferisse per traslato su Elisabeth. Un’altra principale questione era che Elisabeth apparteneva alla nobiltà dei visi bianchi e pallidi, scevri da ogni fatica fisica, a differenza di paesani e servi con la pelle cotta dal sole per il lavoro nei campi. Al popolino sembrava straordinaria una superficie lucida e levigata, ottenuta sicuramente secondo loro con qualche artificio speciale, ovvero il sangue. Non era poi così strano per l’epoca usarlo per scopi cosmetici o curativi. I salassi erano comuni metodi per far star bene le persone, il sangue di maiale era usato in salse e zuppe, e il goulash di sangue, il pörkölt, è uno dei piatti della regione. Quando il nutrimento era scarso, era costume bere il sangue degli animali, soprattutto tra le società di pastori e quelle nomadi. Le apoteche avevano il sanguis draconis, il sangue di drago, un balsamo e una tintura una volta fatto di sangue di serpente. Il bagno nel sangue sarebbe impossibile se estratto da un cadavere morto naturalmente perché tende a coagularsi. Se invece la vittima è stata colpita da morte violenta, questa pare produca in eccesso la fibrinolisina, un potente anticoagulante, così da far rimanere il sangue liquido. Per non parlare poi del potere erotico-tabù del sangue, che nel caso della contessa, dati i suoi cinquant’anni al momento dell’arresto, potrebbe pure riferirsi al cessare delle sue mestruazioni col sopraggiungere della menopausa e la necessità di compensare la sua “aridità” nel versare il sangue di vergini. Meno probabile ci fosse una fascinazione a livello erotico, dato che il vampirismo è una parafilia comparsa nell’epoca moderna.

Elisabeth Báthory fu accusata di omicidio di massa (più di trecento vittime) e tradimento. Non fu mai presente al suo processo e fu confinata nel suo stesso castello per crimini che non aveva commesso. Difatti, non ci sono prove o evidenze delle sepolture delle donne in questione o testimonianze delle donne ancora vive maltrattate. I testimoni che sono stati sentiti sono il suo entourage personale, torturato due volte per farlo confessare, gente del villaggio di Čachtice (ora Slovacchia), dove viveva, e abitanti limitrofi di varia estrazione che ripetevano particolari per sentito dire. Le testimonianze sono molto precise su chi accusare ma vaghe sulle vittime e sulla loro identità. Elisabeth molto probabilmente è stata condannata per questioni politiche. Era la vedova più potente d’Ungheria, oltre ad appartenere ad una delle famiglie più antiche del Paese. Aveva possedimenti terrieri di una vastità superiore a quella dell’imperatore asburgico e del conte Palatino, che faceva le sue veci nel regno assoggettato. Una vedova non era autorizzata a possedere nulla perché non aveva più un ruolo ufficiale nella società dopo essersi sposata ed aver figliato. Inoltre, due suoi fratelli avevano appoggiato la rivolta di Bocskaiper proteggere l’indipendenza della vicina Transilvania, che aveva scatenato una breve guerra civile qualche anno prima. L’unico sistema per liberarsi di un avversario temibile, era accusarlo di reati capitali. E George Thurzó lo sapeva bene. I suoi servitori furono bruciati sulla pira, alla contessa fu risparmiata la morte per il servizio reso da suo marito alla nazione, i suoi beni e terre furono confiscati. Qualche anno dopo una storia simile si ripeterà con l’aristocratica Anna-Rosina Listhius, vedova, che però riuscirà a fuggire in Polonia senza subire una condanna. A dimostrazione del fatto che nel passato il potere e la ricchezza nelle mani delle donne, qualsiasi fosse la loro classe sociale, fosse fluido ed effimero senza un “guardiano”.

 

 

 

 

La sessualità sacra di Giorgia e Chandani, sacerdotesse della dea dell’amore Rhiannon

Il Sacer è energia creativa e creatrice e una Sacer-dotessa in quanto tale è colei che incarna, irradia, esprime e radica questa energia”.  – Chandani Alesiani

Il rosso è il colore della vita, della nascita, del sangue ed è il primo colore che vediamo nell’utero di nostra Madre. Rosso è il colore di Rhiannon, Dea dell’Amore e della Sessualità Sacra e delle Sacerdotesse che percorrono il suo sentiero iniziatico, come Giorgia Giacomini e Chandani Alesiani. Questo è un percorso spirituale, di tradizione pagana, facilitato da Katinka Soetens, Sacerdotessa di Rhiannon e di Avalon, chiamato Her Path of Love. Uno dei benefici che si possono ottenere in questo tipo di cammino è quello di liberarsi dalle inibizioni e dai condizionamenti sociali e culturali per raggiungere una piena consapevolezza personale e relazionale, che riconosce il corpo come sacro e porti a vivere la sessualità in modo più autentico e libero.
Giorgia, di Senigallia, si definisce una Sacerdotessa delle Spirali Rosse. Ha scoperto la spiritualità della Dea nell’esperienza della Nascita che assisteva come ostetrica libera, a domicilio. Come ostetrica e come donna ha sentito l’esigenza di reclamare la sacralità della Sessualità e del Corpo, nel lavoro di Katinka ha trovato gli strumenti e l’ispirazione necessari per farlo.
Chandani è nata e cresciuta a Force, un piccolo borgo tra i Monti Sibillini. Il training di Katinka Soetens è stato per lei la chiave di svolta e la principale porta di ingresso alla spiritualità della Dea e ad una relazione profonda e libera con il corpo e la sessualità. Si è rivelato, inoltre, fondamentale per esplorare e approfondire la sua speciale connessione con la Sibilla, alla quale si sentiva fortemente chiamata e a cui si è dedicata come Sacerdotessa.
Le due ragazze stanno preparando insieme il Festival della Dea Sibilla, che ci sarà il 5, 6, 7 luglio 2019, a Force, in provincia di Ascoli Piceno, sui Monti Sibillini. Un evento curato e realizzato da alcune delle Sacerdotesse italiane di Rhiannon che si riuniranno per raccontare e ri-membrare la Dea Sibilla, il Suo Consorte, e tutte le creature che appartengono al suo mondo e che ritroviamo nei tanti miti e leggende sui Monti Sibillini.

Chi è Rhiannon?

Rhiannon è la Dea dell’Amore e della Sessualità Sacra, conosciuta in Europa come Epona, la Dea dei cavalli o, nel corrispettivo italico, come Afrodite/Venere. Rhiannon nella tradizione avaloniana è celebrata a maggio, nel tempo di Beltane o Calendimaggio, festività che onora la fertilità e la sessualità, dedicata alla Dea nel suo aspetto e archetipo di Amante. Katinka Soetens ha sviluppato la Ruota di Rhiannon ispirandosi alla storia del Mabinogion e ad altri miti legati ad Essa.

In che cosa consiste il percorso della sacerdotessa sessuale?

Mescola un grandissimo lavoro di caccia alle ombre, guarigione psico-spirituale ed emotiva. Svela i condizionamenti patriarcali nelle relazioni, scioglie le memorie limitanti impresse nel corpo e unisce pratiche simili a quella che può essere la tradizione tantrica orientale.

Qual è il senso di un tale percorso?

Guarire le ferite che riguardano la sfera relazionale e sessuale e reclamare la sacralità della sessualità, imparando a vivere il corpo come il primo tempio dove possiamo sperimentare i sensi e goderne. Molte donne crescono con l’idea che non sia permesso loro di godere del piacere in ogni sua forma. In generale è un lungo lavoro di ricerca su se stessi che ti permette di esplorare i lati ombra per integrarli e di accedere e liberare la tua Natura autentica, in tutte le sue espressioni.

Dove risiede l’energia sessuale?

L’energia vitale è energia sessuale. Gli organi sessuali sono un potente interruttore per attivarla ed intensificarla, però in realtà l’intero corpo è sessuato. L’energia pervade ogni fibra, molecola, cellula. Quando si risveglia, qualsiasi zona può essere erogena.

Avete un tempio o vi riunite nella natura?

Per il momento non c’è un tempio fisico, ma ogni volta che proponiamo un evento, un rituale o un seminario, noi creiamo uno Spazio Sacro adibito ad essere Tempio, che sia in Natura, nei luoghi sacri della nostra Terra delle Marche o in un altro contesto.

Le Sacerdotesse della Sessualità Sacra sono tutte pagane o anche di altri culti?

Le Sacerdotesse dedicate a Rhiannon sono pagane. Chi si avvicina a questo percorso, però, può essere di qualunque credo, culto o tradizione, in quanto il lavoro proposto si rivela essere sempre un percorso personale di crescita, trasformazione e guarigione.

Nelle varie fasi del Path of Love di Katinka è spesso usata la parola “menarca”, il termine per riferirsi alla prima mestruazione, cosa vuol dire?

Il Ciclo Femminile è sacro per la spiritualità della Dea. Il menarca è la prima iniziazione che ciascuna riceve e che trasforma la Fanciulla in Donna, aprendola ai misteri del proprio Potere Creativo ed alla propria natura ciclica.

Qual è stata la parte più difficile del percorso?

Da quando è iniziato ci sono stati importanti mutamenti nelle nostre vite. Non è difficile accettare il cambiamento, ma gestire la conseguenza del vivere pienamente la propria natura trasformativa e trasformante. Questo, anche nelle relazioni, può portare o ad una crescita condivisa o ad un allontanamento sano. È un sentiero che porta sempre a mettere tutto in discussione e ad andare oltre la comfort zone. Non si accettano più compromessi, si perdono le maschere e si abbraccia sempre di più la responsabilità delle proprie scelte e della propria felicità.

Sul sito del corso c’è scritto che è riconosciuto in Inghilterra dall’Institute for Complementary Therapists (ICCT). Siete abilitate come terapiste sessuali?

No, in Italia non esiste la figura della terapista sessuale. In Gran Bretagna il significato di questo mestiere è diverso ed è regolamentato in maniera differente. Noi accompagniamo le persone nel fare dei passi a livello spirituale: lavoriamo su corpo, chakra, energie, attraverso meditazioni, trattamenti, danze, sia all’interno di un gruppo che individualmente. Siamo operatrici spirituali. Se si ha bisogno di un intervento professionale terapeutico, si opta per un sessuologo o altre figure competenti.

Come venite percepite all’esterno? Le persone sanno ciò che siete?

Nel nostro lavoro ci presentiamo sempre per quello che siamo, Sacerdotesse dell’Amore e della Sessualità Sacra. Nella vita quotidiana, ovviamente, dipende dalla persona che abbiamo davanti. A volte può essere sfidante ma, scegliendo questo percorso e approfondendolo nel tempo, impari a prenderti tutta la responsabilità e la libertà dell’essere quello che sei. Le persone possono non comprendere, incuriosirsi oppure scappare a gambe levate ma noi scegliamo di non farci governare dalla paura. Perché l’opposto dell’amore è proprio la paura!

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Giorgia e Chandani a Creta

Artemisia Gentileschi impresse su tela il suo stupro in un #MeToo ante litteram

La donna stava dipingendo il bambino della sua amica. Avrebbe voluto fosse più naturale, ma la madre, Tuzia, le aveva detto che non avrebbe mai appeso un quadro nella sua stanza con suo figlio che si esplorava le camere. Rise di divertimento con Tuzia alle spalle che la osservava. Rumore di tacchi decisi sul legno e non furono più sole. Artemisia respirò profondamente nell’intingere il pennello nella tavolozza senza voltarsi. Sperava che l’uomo andasse via. Questi, invece, si avvicinò e con un colpo di mano le fece volare via la tavolozza con i pennelli. La pittrice si alzò dalla sedia davanti al dipinto con disappunto mentre Agostino Tassi ingiungeva a Tuzia di andarsene via. Artemisia scrutò con sguardo deluso la sua amica ed accompagnatrice, che si era dimostrata troppo complice dell’uomo che la voleva circuire. L’artista la invitò a passeggiare per la sala e dopo tre passeggiate alla donna parve di sentirsi male ed avere la febbre e l’uomo le rispose: “Io ho la febbre più di voi”. Agostino si accostò alla camera da letto, spinse Artemisia dentro e serrò la porta a chiave.

“Mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le coscie ch’io non potessi serrarle et alzandomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntatomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro che io sentivo che m’incedeva forte e mi faceva gran male che per lo impedimento che mi teneva alla bocca non potevo gridare, pure cercavo di strillare meglio che potevo chiamando Tutia. E gli sgraffignai il viso e gli strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una matta stretta al membro che gli levai anco un pezzo di carne, con tutto ciò lui non stimò niente e continuò a fare il fatto suo che mi stette un pezzo addosso tenendomi il membro dentro la natura e doppo ch’ebbe fatto il fatto suo mi si levò da dosso et io vedendomi libera andai alla volta del tiratoio della tavola e presi un cortello e andai verso Agostino dicendo: ‘Ti voglio ammazzare con questo cortello che tu m’hai vittuperata’. Et esso aprendosi il gippone disse: ‘Eccomi qua’”. Artemisia gli tirò il coltello che lo scalfì appena sul petto facendogli uscire una punta di sangue. Agostino con noncuranza si riallacciò il gippone e vedendola piangere le promise di sposarla. Con questa promessa la pittrice si calmò e gli permise di approfittarsi di lei numerose volte.

Questa sopra è la prima deposizione che Artemisia fa il 28 marzo del 1612 nella sua casa in via Santo Spirito in Sassia, a Roma. Il padre, Orazio Gentileschi, grande amico del Caravaggio, ha denunciato al papa Paolo V il suo compagno di lavoro ed amico, Agostino Tassi, chiamato lo Smargiasso probabilmente per i suoi trascorsi in galera e per il suo temperamento irruento. Gli aveva chiesto di insegnare alla figlia la prospettiva e lui per tutta risposta l’aveva insidiata fino a che non aveva ottenuto ciò che desiderava con la forza. Il giorno della Santa Croce (forse 3 maggio del 1611, altri dicono 5 o 6 maggio) la stupra e la illude di prenderla in moglie consegnandole successivamente pure una fede in segreto. Tuttavia, Artemisia apprende che Agostino ha già una sposa a Livorno, che molti insinuano abbia fatto ammazzare da alcuni sicari, per essere scappata con un altro, dato che era stata tradita prima dal pittore con la cognata Costanza. Bel giro, eh? D’altronde, le fedine penali degli artisti sono raramente pulite e le loro vite raramente facili tra il Cinquecento ed il Seicento, come ci insegna quella del rivoluzionario Caravaggio. Insospettisce anche il motivo per cui Orazio abbia denunciato lo stupro della figlia solo a fine commissione con Agostino (stavano completando gli affreschi della loggetta Casino delle Muse nei giardini del palazzo del cardinale Scipione Borghese a Monte Cavallo), nonostante Artemisia gli abbia confessato l’accaduto qualche giorno dopo. Un risarcimento di soldi? Un tentativo di rubare un quadro in casa di Orazio, una Giuditta di media grandezza? Non si saprà mai. L’unica cosa certa è che il padre non stava inseguendo gli interessi della figlia, ma i suoi.

In quegli anni infatti lo stupro era un reato contro la proprietà (sarà contro la persona solo nel 1996 in Italia). Era ancora definito “rapporto sessuale CON una donna contro la sua volontà”. La violenza veniva denunciata solo se nuoceva alla reputazione o agli affari dei suoi famigliari o di chi le era vicino. I colpevoli si facevano pochi giorni di prigione o nemmeno uno, il danno era risarcito in denaro. Ed è probabile, anche se non è riportato, che pure la vicenda di Artemisia si sia risolta in questo modo (forse costituendo la dote per il matrimonio con Pietro Antonio Stiattesi un mese dopo il processo). Non senza gravi conseguenze per la salute mentale della vittima. Fare il pittore era considerato un mestiere per uomini e una donna che si avventurava su una strada del genere era di sicuro promiscua e ribelle. Il furiere Cosimo Quorli, anch’egli interessato alle grazie di Artemisia, le dirà riferendosi al suo amico Agostino: “N’havete dato a tanti ne potete dar’anco a lui”. Le persone mormoravano ed essere una donna che poteva vivere in modo indipendente del proprio pane era l’equivalente all’essere una puttana priva di padroni. Inoltre, quando una donna si lasciava stuprare, significava che non aveva opposto abbastanza resistenza. E per l’epoca “fare resistenza” significava opporsi sino alla morte. Artemisia fu trattata dal tribunale ecclesiastico come una colpevole. Prima, due levatrici le esaminarono la vagina per confermare lo sverginamento, poi, la donna si sottopose volontariamente alla tortura della sibilla per dimostrare che dicesse la verità. I suoi polsi furono legati e le dita delle mani furono avvolte da cordicelle che un randello stringeva fino a stritolare. Le dita si gonfiavano per la non circolazione del sangue. Artemisia sacrificò la sua arte per essere creduta. Aveva pagato cara la sua libertà in un mondo di uomini. Tutti erano suoi nemici: il padre, l’amante e l’amica Tuzia. Agostino diede ripetutamente della puttana alla diciottenne deflorata, negò sempre la sua colpevolezza ed ottenne solo una testimonianza a suo favore. Forse se Cosimo non fosse morto prima del processo, ne avrebbe avute tre. Il pittore rimase in prigione nel periodo del processo e dopo la scarcerazione fece pace con Orazio e ridiventarono amici.

Artemisia si trasferì a Firenze dove iniziò la sua singolare carriera di pittrice. Diventò talmente famosa che Carlo I d’Inghilterra la volle nella sua corte. Ma il ricordo dello stupro sarà immortalato per sempre su una tela che dipingerà nella città toscana: Giuditta che decapita Oloferne (1612-1613, Museo di Capodimonte, Napoli). Giuditta è l’eroina che nella Bibbia libera la città ebrea di Betulia dagli invasori assiri, uccidendo il generale Oloferne con la sua scimitarra. Nel quadro Giuditta vestita di nobile blu (era una vedova molto ricca) taglia la testa ad Oloferne con un pugnale aiutata dalla sua domestica in abito rosso che tiene fermo l’uomo come se stessero scannando un maiale. Le due donne sono impassibili perché stanno compiendo la giustizia divina. Oloferne gira la testa quasi in segno di supplica verso degli immaginari spettatori. Il sangue schizza e cola copioso dal suo giaciglio come quello perso da Artemisia in pieno ciclo al momento dello stupro, tanto che confessò: “quando lui mi violò la prima volta io havevo li miei tempi et veddi che il mestruo era più rosso dell’altra volta”. È possibile che Artemisia abbia contratto le labbra per non farlo entrare e sia uscito del sangue in più per il feroce sfregamento. Secondo molti critici, tra cui Roland Barthes, la sua vendetta è stata consegnata a quella rappresentazione, seguita da un’altra versione più particolareggiata, che si è trasformata in un #MeToo più efficace di mille racconti.

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Giuditta decapita Oloferne, Artemisia Gentileschi (1612-1613), Museo di Capodimonte, Napoli

La carne è debole: inquisizione e processo di suor Giulia di Marco – 2a Parte

Don Alfonso Suarez, luogotenente della Camera regia, ospitò la suora all’interno del suo palazzo. Era visitata spesso con un via vai di persone, spesso facoltose, tra cui la viceregina contessa di Lèmos, Caterina Gomez de Sandoval y Rojas, che entrò nella sua congrega sessuale. La stessa fonte loda l’azione benefica di Giulia sulle persone: “ridusse molti dalle cattive alla buona strada, e li faceva lasciare molti pubblici vitii e peccati”. La suora bramava fondare un nuovo ordine di cui aveva già istituito la regola. Lei e Giuseppe aprirono il loro santuario in una villa a Vico Fonseca. Giulia era la Madre dei Figli e pretendeva che per diventare sacerdoti e sacerdotesse seguissero un percorso specifico. Li divise in congregazioni con numero pari di uomini e donne senza che parenti vicini e lontani potessero incontrarsi mai. Ognuno a rotazione visitava Giulia a partire dalla domenica. L’iniziazione si compiva attraverso il passaggio in due stanze: i novizi discorrevano con Giulia di argomenti spirituali in una e, quando li riteneva affidabili, li consegnava alle congregazioni in un’altra. Gli adepti di natali illustri provenivano da ogni dove per entrare nella sua selezionatissima congrega.

Come succede a volte alle madri, Giulia crebbe delle serpi in seno. Quattro discepoli, stanchi degli eccessi, come i cavalieri dell’Apocalisse, si ribellarono contro i suoi insegnamenti. Don Roberto, Francesco, Vincenzo e Giuseppe scapparono dai padri teatini e si affidarono a padre Benedetto Mandina. Avvertendo il pericolo, nel 1614 Giulia e De Vicariis cercarono protezione dai gesuiti, acerrimi nemici dei teatini, nella chiesa del Gesù Nuovo.

Per quanto sembrasse all’avanguardia o trasgressivo il suo pensiero, Giulia era pur sempre una suora. E durante la sua permanenza a Napoli si era circondata di donne pie con cui aveva fatto opere di carità e che la adoravano, seguendola dappertutto. Queste vivevano con lei ovunque andasse e una di loro l’avrebbe tradita. Giulia non aveva raccontato l’altra faccia della medaglia del suo “culto” alle sue bizzoche e suor Francesca Jencara era convinta di avere delle visioni notturne con corpi nudi eccitati che si agitavano e si intrecciavano tra loro. Giulia l’aveva affidata ad esorcisti per scacciare i suoi demoni e la semplice ragazza si era spesso rassicurata così. Ma i guai iniziarono ad arrivare quando Francesca conobbe al capezzale di un moribondo padre Mandina, che prese come suo confessore. La relazione spirituale tra i due crebbe veramente tanto che la suora gli svelò le sue visioni diaboliche ed il padre scoprì che corrispondevano alle confessioni dei quattro pentiti. Francesca diventò una spia. La goccia che fece traboccare il vaso fu la notizia che stessero scrivendo già una biografia della presunta santa vivente in castigliano. A quel punto gli ex Figli confessarono.

I racconti scardivano la morale sessuale vigente: orge tra uomini e donne in cui tutto era lecito. Giulia fu denunciata alla Sacra Congregazione del Sant’Uffizio. Giuseppe scongiurò più volte i padri teatini di perdonarli ma senza esito. I teatini scrissero per esteso l’eresia erotica della suora che approdò sul tavolo dell’Inquisizione romana. I religiosi seguirono qualsiasi pista e torchiarono chiunque gli capitasse sotto tiro per avere più elementi possibili contro Giulia. La lettera di risposta del sommo inquisitore, il cardinale Aldobrandini, offriva agli eretici pentiti quattro condizioni per salvarsi con assoluzione: presentarsi spontaneamente al vescovo di Calvi, mons. Maranta, che trattava la loro questione; farlo immediatamente; confessarsi; rivelare tutti i fatti. Il vescovo di Calvi diede ordine al viceré di proibire a sua moglie di vedere la suora incriminata. Il conte di Lèmos temeva un’insurrezione davanti all’inversione di corrente, dato che nella vicenda erano coinvolti fino al collo governanti, militari e religiosi, quindi accusò Maranta di averlo ingannato. Per tutta risposta il vescovo gli consegnò il carteggio del processo per provargli la verità dei fatti e il viceré lo fece sparire. Ma a questo punto della storia intervenne il principe Camillo Borghese, Papa Paolo V.

Rimosse Maranta dal ruolo di commissario e lo convocò a Roma per riferire il proprio lavoro, delegò la causa di nuovo a Diodato Gentile ed infine scrisse una breve lettera al conte di Lèmos per farlo desistere dal proteggere suor Giulia. Il governo di Spagna se ne lavò le mani. Le guardie spagnole furono ritirate dalla casa dove era nascosta la donna, il palazzo di Bernardino Montalvo del Collaterale. Padre Aniello fu incarcerato a Roma e Giuseppe arrivò nella capitale su una feluca del Sant’Uffizio ferrato a collo, mani e piedi. Monsignor Gentile inviò delle guardie per catturare Giulia, lasciata sguarnita di protezione anche da Montalvo, e pronunciò la sua scomunica. La donna fu imbarcata con i ferri alle mani su una feluca per Roma. Sette giovani si recarono nella città nel disperato tentativo di difendere la loro Madre ma i maschi furono messi in prigione e le femmine in conservatorio. Le loro famiglie non seppero che fine avessero fatto fino al giorno del processo finale in cui comparvero per confessare i loro peccati.

I tre condannati si presentarono nella chiesa della Minerva a Roma nel 1615 per confessare ed abiurare la loro dottrina. È bene farvi notare che le confessioni venivano raccolte con la tortura e non sono da prendere alla lettera. I motivi frequenti che ricorrevano spesso sono: il patto col diavolo, le orge, l’omosessualità, l’incesto, l’adorazione dei genitali, congreghe segrete. Aciero premise di essere stato ingannato dal diavolo nel compiere atti peccaminosi, aveva fatto sesso con suor Giulia gridando “Gesù mio!” nella convinzione di vedere Dio e con un sacerdote del suo ordine, e di aver persuaso di Marco a creare una dottrina basata su di lei. Giuseppe ammise, oltre ad aver partecipato alle orge, di essersi inventato la virtù della Carità Carnale baciando “le parti segrete” della suora e procurando proseliti. Giulia di Marco confessò di aver copulato con molti suoi devoti, essere rimasta incinta “cinque o sei volte” e di aver avuto sempre al suo fianco l’Angelo Ribelle. Si suppone che Giulia sia stata rinchiusa nelle prigioni di Castel Sant’Angelo e lì abbia finito i suoi giorni.