La serietà del costume da coniglietta di Playboy

Molte di noi vorrebbero vestirsi da coniglietta di Playboy, per un party di carnevale o un appuntamento sexy. Diverse l’hanno già fatto. Una mia follower ha detto di averle sempre ammirate, “quelle donne mi sono sembrate sempre forti ed emancipate“. Un’altra invece ha commentato “troppo maschilismo in giro per farlo con serenità e senza pregiudizi“. Hanno entrambe ragione. Quando ci vestiamo ad una festa o per un partner stiamo giocando per un giorno, ma se dovessimo indossare un costume del genere per lavorare in un bar sarebbe tutta un’altra storia. Non ci sentiremo sicure o rispettate. Accuseremo di sessismo il datore di lavoro e ce ne andremo perché, a meno che non si tratti appunto del Playboy Club, non ne varrebbe la pena. Questo è il mondo di oggi. Quello di ieri invece era nettamente diverso.

Hugh Hefner

Non si può approfondire la conoscenza sulle conigliette di Playboy, le Playboy bunnies, senza conoscere il fondatore della rivista più famosa d’America: Hugh Hefner. La sua vita al college cambiò nel 1948 quando uscì il rapporto Kinsey sul comportamento sessuale nella donna e nell’uomo. Scoprì che le apparenze della società erano piene di ipocrisia e capì che era ora di iniziare a parlare liberamente di sesso. Prima trattò l’argomento sul suo giornale universitario, Shaft, e dopo essersi sposato e licenziato da Esquire, mise insieme nella sua cucina a Chicago con due suoi amici la rivista Stag Party (festa dello scapolo). Il nome però era già preso ed il suo amico Eldon Sellers suggerì Playboy dal nome della casa di produzione di automobili in cui aveva lavorato sua madre a Detroit, la Playboy Company. Invece di un cervo (stag), la nuova mascotte fu un coniglio (non si sa bene il motivo, forse per il fatto che il titolo ha due Y che ricordano le orecchie del coniglio). La rivista uscì ufficialmente nel dicembre del 1953. Il logo fu creato per il secondo numero dal grafico Art Paul, che divenne la costante di ogni copertina in una curiosa caccia al coniglio. Playboy registrò subito uno straordinario successo per il connubio tra lifestyle e nudo di classe in carne ed ossa (fino ad allora c’erano solo pin-up disegnate sulle riviste).

Norma Jean (Marilyn Monroe)

All’inizio una mano sulla via della popolarità gliela diede la foto nuda di una giovane Norma Jean (Marilyn Monroe), capelli lunghi, sfondo rosso, braccio alzato a scoprire il seno, ma era noioso affidarsi a fotografie già pronte. Quindi Hugh assunse il fotografo Vince Taijiri e creò le playmates, le ragazze della porta accanto, una per ogni mese, e più tardi i famosi paginoni che si aprivano per avere un’esperienza quasi 3D della donna. Ma Playboy non fu solo fatto di ragazze senza veli. Sin dal principio seguì il credo della libertà d’espressione, sulle sue pagine trovavano posto neri e bianchi in maniera paritaria all’epoca del segregazionismo. Le sue famose interviste approfondite interpellarono uomini come Miles Davis, Malcolm X, Marthin Luther King. Era sempre in prima linea per i diritti civili (tanto da fondare a difesa di questi la Playboy Foundation nel 1965) e per quelli delle donne. Promosse la contraccezione, l’aborto, la libertà sessuale e il femminismo, nonostante fosse la rivista nemica numero uno delle femministe radicali americane. Hugh Hefner tentò di confrontarsi con queste in un’intervista prima con Gloria Steinem e poi in tv al Dick Cavett Show. Andò male in entrambi i casi perché una parte del movimento femminista attaccava l’immaginario sessuale stereotipato di cui Playboy era suo malgrado portabandiera.

Hugh Hefner con Bonnie Jo Halpin, la coniglietta-icona delle pubblicità del Playboy Club

Le conigliette erano di sicuro uno dei motivi per cui Hefner non veniva preso sul serio. Ma indovinate un po’ chi fu a lanciare l’idea? Una ragazza con cui usciva Hugh Hefner, Ilsa Taurins, un’immigrata lettone. Non che Hefner non ci avesse pensato, ma aveva lasciato perdere perché il coniglio di Playboy era un maschio. Il suo braccio destro, Victor Lownes, invitò invece Taurins a lavorare sul design con sua madre, una sarta. Venne fuori un costume di satin con la coda a pon pon e il cerchietto con le orecchie soffici da coniglio. Hefner suggerì di sgambarlo, aggiunse colletto e polsini, e bustino con lacci laterali da stringere. Il prototipo fu rivelato nello show tv Playboy Penthouse, indossato da Cynthia Maddox, fidanzata di Hefner. La stilista Renée Blot fu reclutata successivamente per apportare modifiche. È l’unica uniforme da servizio che ha ricevuto un brevetto. I colori più popolari erano il rosso, il blu pavone e il verde smeraldo. Le misure delle coppe erano troppo grandi e molte ragazze le imbottivano. I tacchi delle scarpe erano alti all’incirca sette centimetri. Le divise diventarono elemento di moda negli anni, nei Sessanta c’erano le fantasie di Emilio Pucci sui bustini e motivi psichedelici nei Settanta.

Anni Sessanta

Il primo Playboy Club aprì a Chicago il 29 febbraio del 1960 in 116 E. Walton Street. Ogni socio aveva delle chiavi con il logo del coniglio sopra e l’iscrizione costava cinquanta dollari ma i prezzi al bar erano stracciati, 1.50 dollari per cibo, bevande e un pacchetto di sigarette con l’accendino, proprio per fare gola anche ai giovani scapoli più attenti. Ai membri veniva data una chiave col simbolo del coniglio ed erano chiamati keyholders. Le conigliette guadagnavano molto di più in una settimana che in un normale mestiere da cameriera grazie alle laute mance che inserivano dentro il loro costume. Se lo Stato in cui il club era lo prevedeva, le bunnies ricevevano anche una paga minima ad ora. Nel libro The Bunny Years tante conigliette intervistate dichiarano di aver svolto questo lavoro per la sua alta rimuneratività. Si incontrava il jet-set cittadino ed internazionale, si imparava ad intrattenere relazioni pubbliche e ovviamente il mestiere da cameriera. Playboy prendeva ragazze che frequentavano college, non solo per la politica della ragazza della porta accanto, ma anche per avere donne intelligenti e argute. Assumeva pure modelle, aspiranti attrici e ragazze madri. All’epoca la rivoluzione sessuale doveva ancora avere inizio. Certo, il requisito base era essere carine, con estrema flessibilità, se scorrete le foto di quegli anni. Tutte le etnie potevano inserirsi nella squadra. Col tempo, venne la disciplina.

Hefner con le Bunnies nel Playboy Club di Chicago, 1960, credit Playboy

Ancora una volta, fu una donna a consigliare di inserire un training di base: Alice Nichols. Coniglietta del club di Chicago, aveva commesso due figuracce con Hugh Hefner: non l’aveva riconosciuto chiedendogli insistentemente la chiave e gli aveva rovesciato addosso i drink. Alice sviluppò assieme al fratello di Hefner, Keith, responsabile del portamento delle bunnies una specie di corso di formazione. Non si poteva uscire con clienti, ospiti, visitatori, manager, direttori di sala, barman, musicisti, performer e aiuto camerieri, dare i propri cognomi, indirizzi di casa o numeri di telefono. L’eccezione alla regola dell’uscita era fatta solo per membri di una stretta cerchia di dirigenti del giornale, tra cui Hefner e Lownes, che si chiamava No. 1 Keyholders. Ma non si era costrette ad andare con loro. Fidanzati e mariti si incontravano ad almeno due isolati dal club. Per aggiungere maggiore controllo, un’agenzia di detective teneva sotto sorveglianza il comportamento delle conigliette nel club.

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Bunny Dip, da Inside the Playboy Paradise, 1966

C’erano delle pose distintive da assumere: Bunny Stance, Bunny Dip, High Carry, Bunny Crouch, Bunny Perch. La prima era una posa da modella con un piede dietro l’altro e il fianco leggermente spinto fuori. La seconda, molto famosa, era una graziosa arcata all’indietro a ginocchia unite impiegata quando si servivano i drink per evitare che il seno uscisse fuori dal costume. La terza era necessaria per portare un vassoio pieno di bevande sul palmo piatto della mano alto sopra la testa. La quarta era obbligatoria nel prendere gli ordini al tavolo durante gli spettacoli, prevenendo le bunnies dal piegarsi su un cliente ed esporre se stesse. La quinta era per far riposare le conigliette quando non servivano drink (non potevano sedersi, dovevano stare sempre in piedi), potevano appoggiarsi erette sul retro di una sedia o su un corrimano. La coniglietta doveva accogliere i clienti con un sorriso caldo, mettersi in Bunny Stance, posizionare in Bunny Dip i tovagliolini da cocktail col logo in bella vista dalla parte del cliente, chiedere di vedere la chiave e prendere le ordinazioni partendo dalla signora (se c’era, altrimenti l’uomo a destra del Keyholder). Il vassoio era organizzato con un ordine preciso e bisognava conoscere a memoria i nomi di 143 bottiglie di alcolici (31 scotch, 16 bourboun e 30 liquori). Alla fine del training c’era un quiz con diciotto domande di verifica. Erano divise in mansioni: Door Bunnies, Coat Check Bunnies (guardaroba), Cigarette Bunnies, Roaming Camera Bunnies (fotografe serate), Gift Shop Bunnies, Floor Bunnies (cameriere), Pool Bunnies (biliardo). Guardate questo vecchio video per un riassunto del training: https://www.youtube.com/watch?v=XqBBsN8jxi0.

Victor Blackman, Stringer, Getty Images

Meglio come gioco che come lavoro la coniglietta, eh? Eppure Gloria Steinem quando scrisse nel 1963 su Show della sua esperienza da bunny per una settimana a New York non vide serietà e disciplina ma solo quello che voleva vedere. Donne sfruttate in vestiti degradanti che le esponevano come pezzi di carne. È vero, il Playboy Club era una fantasia maschile divenuta realtà ma le conigliette venivano trattate bene e si emancipavano grazie ai cospicui guadagni. Non era un mestiere che si poteva fare tutta la vita, pur se c’è chi lo fece per quattordici anni tra le testimonianze di The Bunny Years, ma sviluppava indubbio savoir faire e spigliatezza nelle donne, impensabile in un’epoca in cui il nostro unico scopo era partorire figli e avere un mestiere rispettabile (da abbandonare una volta sposate). Le Playboy Bunnies di quel periodo sono diventate donne in carriera nello spettacolo e in altri settori come quello immobiliare o letterario. Molte ragazze mi hanno detto che vorrebbero indossare quel costume per acquisire confidenza con il loro corpo. Il bustino è uno strano strumento di tortura democratico assieme alle coppe. Ci fa tutte belle, filiformi e seno dotate.

Reese Witherspoon in Legally Blonde (2001)

Io non ci vedo niente di male in questo stereotipo sexy. È elegante e sofisticato, non volgare o trash come le magliette a fil di seno e i pantaloncini sopra al sedere. In realtà mi piacciono entrambi ma perché sono convinta che ognuno dovrebbe andare in giro come si sente, senza venire multato o invitato a coprirsi. Quando mi sono vestita da coniglietta con un costume semplice e non uguale all’originale, mi sono sentita desiderabile pur senza coppe. Immaginate come doveva essere con quello vero, ancora di più incoraggiante in questa direzione, con la sensazione del raso morbido contro la pelle e la percezione di essere una performer sul palco. Si può sempre argomentare che lo scopo ultimo non fosse nobile, ma c’è della genialità nel far sentire bene una persona in un costume imbarazzante (per l’epoca) e allo stesso tempo avviarla verso una carriera lavorativa che non è quella della strada.

Immagine correlata
Renée Zelwegger in Bridget Jones’s Diary (2001)

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Le foto erotiche di Paola Malloppo scoprono la bellezza interiore delle donne

Paola Malloppo è una fotografa originaria di Foggia che è diventata famosa per i suoi ritratti di donne, seminude e nude, che mostrano il proprio potere sensuale in ogni tipo di corpo. Ogni modella, spesso non professionista, ha la sua anima e il suo modo di porsi di fronte all’obiettivo. Paola fissa alcune in faccia, altre le guarda solo in specifiche parti del corpo. Nella sua storia in evidenza su Instagram intitolata “Come lavoro” avverte: “Non mi interessa la bellezza, preferisco il carattere. Tendo a non fotografare ragazze che posano solo ed esclusivamente per vanità: non sono qui per farvi sentire belle se già non lo credete da sole”. La fotografia di Paola è spontanea, naturale, non invasiva e fornisce un ritratto inedito della persona. Nel 2016 ha iniziato un progetto rivoluzionario in Italia sulla masturbazione femminile, Self-Control, ancora in corso, in cui ha chiesto a delle ragazze di mostrarle il loro modo di masturbarsi.

Come sei arrivata alla fotografia erotica?

Una delle prime foto che ho scattato era una fotografia erotica, quindi evidentemente il desiderio c’è sempre stato. Per tanto tempo ho fotografato un po’ di tutto e poi sono ritornata all’erotico perché avevo sempre voluto provare a fare meglio in questo campo. Quando mi sono trasferita a Bologna, sono riuscita a trovare più modelle disponibili, a creare una rete e ad avere più successo.

Paola Malloppo

Le modelle si proponevano da sole?

All’inizio erano poche le volontarie e altrettanto poche quelle che mostravano il viso in foto. Quest’ultimo particolare mi ha fatto creare il mio primo progetto, Censored, foto di nudo in cui non si vedevano i volti delle ragazze. Lo esposi a Foggia perché mi parve la città giusta; rispetto al nord, ha una mentalità più ristretta che si adatta bene al senso della mostra.

Nel tempo hai identificato uno scopo ben preciso da mostrare in fotografia?

Col tempo ho capito che non si arriva mai pienamente ad una risposta, c’è sempre una parte dello scopo che si riesce a carpire ed una istintuale che sfugge. Sicuramente l’intento è sdoganare il nudo, far spogliare più gente possibile (ultimamente cerco di fotografare anche uomini, anche se non è semplice). Mi piacerebbe che la nudità diventasse una “cosa da tutti i giorni”. Poi ci sono tanti piccoli motivi, che ho iniziato a collezionare nel corso del tempo e che variano un po’ anche a seconda del periodo o della situazione.

Sono più disinibiti gli uomini o le donne?

Dipende dalla personalità del soggetto. A volte può capitare, addirittura, che sia più disinibita io, e che quindi debba “aiutare” il soggetto a venire fuori.

Paola Malloppo

Ottieni subito la fiducia delle modelle?

Molte delle ragazze che ho scattato mi hanno detto di avere più fiducia in me che in un fotografo uomo. Questa è una cosa che mi dispiace perché utopicamente mi piacerebbe che tutti avessero fiducia in tutti. Nel mio caso, comunque, si tratta spesso di ragazze che non hanno mai scattato e si sentono più a loro agio e sicure nel farlo con una donna la prima volta.

Cosa fai per metterle a proprio agio?

Non ci sono strategie particolari. Valgono le regole del buon senso civile: non essere invadenti e non forzare una persona a fare qualcosa che non vuole. Lasciarsi il tempo per parlare, prima di cominciare, credo sia importantissimo (per il mio tipo di foto, ovviamente).

C’è qualche tabù che hai in comune con le tue modelle?

Sono una persona molto diversa dalle ragazze che ritraggo. Non appaio mai in foto per una questione pratica, per separare la vita fotografica da quella privata. In generale, non sono mai stata una fan delle foto a me stessa, non mi sono mai dedicata all’autoritratto, ho sempre invidiato nelle modelle che fotografo quella capacità di mettersi davanti all’obiettivo, anche in maniera un po’ sfrontata. Forse scattargli delle foto è un modo per partecipare a questa disinibizione. Più che un tabù, mi sembra un feticcio.

Paola Malloppo

Le tue foto aiutano le modelle ad abbattere i tabù?

Sì, a volte hanno delle insicurezze che cerchiamo di superare insieme. Spesso me lo dicono apertamente, prima o dopo. Mi confessano spesso che le foto le hanno aiutate a vincere tabù personali. Scattando in analogico, ottengo foto reali, non ritoccate: brufoli, smagliature, pelle d’oca sono ben visibili. Le modelle vedono nella vecchia pellicola una foto bella ma reale, in cui vengono a patti con le loro imperfezioni.

Credi che ci sia del voyeurismo nei tuoi ritratti?

Sicuramente. Credo sia una cosa implicita nel mezzo: la lente della macchina fotografica è come il vetro di una finestra o il buco di una serratura.

Dal 2013 senti che c’è stata un’evoluzione nella tua fotografia, ciò che cercavi prima è lo stesso di adesso?

Da quando ho iniziato sono cambiate tante cose. Per quando riguarda il pensiero che c’è dietro, è sicuramente maturato, la parte conscia diventa sempre maggiore e si aggiungono dei piccoli tasselli mano a mano che trascorre il tempo. A livello di mezzi o stile (se così si può chiamare), sono passata dal digitale all’analogico e questo mi ha portato a ripensare la mia fotografia. Adesso sono più limitata, soprattutto nei tagli e nella postproduzione.

Paola Malloppo

Come mai hai fatto questa scelta?

Per una questione pratica. Ho notato che quando scattavo in digitale, mi concentravo troppo su quello che veniva fuori. Ogni volta guardare lo schermo era come interrompere un processo. Su un set fotografico c’è una certa aura tra te e il soggetto, un contatto visivo continuo che non dovrebbe essere spezzato. L’analogico ti permette di focalizzarti su quello che sta succedendo lì in quel momento, mentre il digitale ti distrae molto. È come avere un cellulare sul tavolo mentre sei ad un appuntamento importante.

Tre cose che in ordine rappresentano per te sensualità, erotismo e pornografia.

Onestamente non le ho queste tre cose perché trovo questi tre termini aleatori. Sensualità ed erotismo mi sembrano due sinonimi. La pornografia è un termine che ognuno riempie un po’ come vuole, per molti è una degenerazione dell’erotismo e questo mi dispiace perché sembra porre un limite al nudo, e per me quest’ultimo non dovrebbe avere nessuna linea di demarcazione.

Che progetto ti piacerebbe intraprendere che non hai già fatto?

Sto ancora portando avanti il progetto Self-Control sulla masturbazione femminile, in cui fotografo il modo che le donne hanno di masturbarsi. Ho tanti progetti in testa che spero di poter realizzare. Non sono tipa da iniziative di ‘pancia’, quando rifletto su un lavoro mi chiedo il motivo per cui lo faccio e come lo voglio organizzare, ma a volte questo porta anche ad un periodo di stasi.

In Self-Control hai scoperto qualcosa di nuovo sulla masturbazione femminile?

Ho scoperto tantissime cose che non sapevo nel fotografare così tante ragazze e nel parlare così tanto con loro di certi meccanismi, si arriva ad avere una prospettiva molto ampia del fenomeno, spesso ridotto ad uno stereotipo da internet o da mondo del porno. Fotografando queste ragazze credo di aver ottenuto una narrazione – quasi – completa.

È difficile trovare volontarie per questo progetto?

Sì, soprattutto perché è l’unico progetto in cui mi rifiuto di coprire il volto (il taglio diventa una scelta mia). Ho bisogno che la masturbazione venga accolta come un’azione naturale, spontanea e diffusa e credo sarebbe un controsenso se le modelle si vergognassero. In un certo senso diventano delle testimoni.

Paola Malloppo

Il Vagina Museum avvia il crowdfunding e scopro che conoscere la propria vagina significa conoscere se stessi

Una settimana e mezzo fa è uscita la notizia che il Vagina Museum ha avviato il crowdfunding per aprire un museo temporaneo al Camden Market di Londra. Dato che seguo la vicenda sin dal 2017, ho comunicato contenta l’iniziativa alle donne reali e virtuali che conosco. Soprattutto da conoscenti e amiche, non c’è stato tanto entusiasmo, alcune non mi hanno nemmeno risposto, e chi mi segue su Instagram ha avuto bisogno di una story di incoraggiamento per esprimere il proprio parere sul museo. Un uomo sulla pagina Facebook del blog ha detto che gli sembrava addirittura una “boiata”. Purtroppo quando si parla di parti intime, sia femminili che maschili, la risatina è dietro l’angolo. A cosa serve sapere come sono fatti? Io mi conosco già, mi sembra inutile, ci sono cose più importanti, magari ci vado per divertimento: sono questi i pensieri e le risposte più frequenti da parte delle persone, senza distinzione. Certo, la maggioranza dei miei follower ha detto di essere incuriosito e vorrebbe andarci, ma sono di parte visto che seguono un blog sul sesso. Significa che hanno già un atteggiamento positivo verso la sessualità.

La vagina è un organo che da secoli viene nascosto, rinnegato e trasformato in qualcos’altro pur di non ammettere la sua unicità. In televisione si possono dire tutte le parolacce del mondo, ma “fica” no e il termine “vagina” viene nominato solo nelle trasmissioni anatomiche a tema. Anche noi portatrici facciamo finta che non esista finché non mestruiamo o non ci troviamo con un pene all’interno o a desiderare di incastrarci con altre vagine. Prima, il deserto. “I bambini non devono toccarsi o esplorarsi i genitali”. No, non si fa, eh. Poi diventiamo adulti e a malapena siamo consapevoli delle fattezze esteriori ed interiori del nostro corpo. Scopriamo tardi di che pasta siamo fatti. Quando ho chiesto alle donne che mi seguono se amassero o odiassero il proprio organo genitale, spesso mi è stato risposto: “Prima la odiavo, adesso la amo”. Si odia sempre ciò che non si conosce. Oppure, peggio, siccome non se ne capiscono i meccanismi, scatta l’indifferenza.

The Great Wall of Vagina, Jamie McCartney (2008).

Non stimiamo la vagina per infezioni, malattie o il suo aspetto. Siamo abituate alla perfezione dell’antica Grecia basata sulla simmetria. Nessuno ci dice che sono le imperfezioni a costituire il vero bello; se siamo fortunati, lo impariamo col tempo. “Imparare ad amarla mi ha permesso di volermi bene a 360 gradi. Il rapporto col mio corpo è complicato a causa della mia insicurezza, di brutte esperienze e problemi di salute. Era come se non mi appartenesse per fattori esterni. In questi ultimi anni ho smesso di vergognarmi della mia sessualità e delle mie voglie, di pensare ai giudizi altrui e mi sono riappropriata del mio corpo”, ha confessato una follower. “Odiata per tanto tempo per la forma diversa delle piccole labbra. Ora ho capito che è naturale e la amo così com’é”, ha detto un’altra. Spesso il confronto con il partner, che avviene per le donne in particolare nel sesso, aiuta ad accettarci per quello che siamo e ci impreziosisce. “La odio, non ha una forma che mi piace ma il mio ragazzo la trova perfetta”; “Ho imparato ad apprezzarla tramite il mio ultimo ragazzo. Diceva che era avvolgente e quella parola mi ha fatto cambiare idea su di lei. Le ho iniziato a volere bene”. Spesso riflette il nostro carattere o i sentimenti che proviamo verso noi stesse. “Credo di odiarla un po’, probabilmente l’odio che provo per me stessa si riflette anche lì”; “È sempre in linea con la mia mente e mi fa provare sensazioni magnifiche”. E poi c’è chi la ama incondizionatamente, anche se fa i capricci o non collabora. “Mi piace. È accogliente e mi dà piacere”; “È bella carnosa e ai maschi piace. È da mordere”; “La amo immensamente. È la cosa più bella che la natura abbia donato a noi donne”; “Siamo grandi amiche, ci capiamo e possiamo contare l’una sull’altra”.

Come è fatto un clitoride, foto: Medicina Online

Per fugare ogni dubbio su noi stesse, il Vagina Museum nel suo futuro di museo fisso ospiterà un’esposizione permanente su anatomia interna ed esterna. In quello temporaneo ci saranno altrettante mostre a rotazione dedicate a forma, salute, mestruazioni, sesso, storia, società, arte e design. Sosterrà l’educazione sessuale e relazionale in modo inclusivo ed intersezionale con il supporto di dottori ed altri professionisti medici. Ci saranno eventi di ogni genere, dai seminari alle comedy nights! L’autrice di questa geniale idea è Florence Schechter, divulgatrice scientifica con un suo canale YouTube. Nel 2017 stava conducendo una ricerca per un episodio sulla top ten di dieci vagine animali ed ha scoperto che non c’erano abbastanza foto e studi a riguardo. Si è accorta che anche la vagina umana versava in una condizione simile ed ha deciso di avviare questo fantastico progetto perché non c’erano abbastanza rappresentazioni vaginali. Esisteva già un museo online ma Florence ne voleva uno fisico, uno spazio dove confrontarsi e far avvenire il cambiamento.

Florence Schechter, fondatrice del Vagina Museum

Non riesco ancora ad immaginarmi con definizione i contenuti di un museo sulla vagina, ma so che sono gli stessi che avete suggerito nel mio sondaggio su Instagram. “Tanta educazione sessuale, buona conoscenza dei contraccettivi femminili, lezione ai maschi su come maneggiare l’oggetto“, e aggiungerei anche lezioni di strap-on; “Tutto ciò che nella storia è ruotato intorno alla vagina, racconti, libri e sex toys”; “Muro di mutandine con messaggi erotici”; “Calchi delle vagine famose”; “Mostre con migliaia di tipi di vulve diverse“; “Incontri sulla sessualità, comprensione e scoperta piacere femminile”; “Una tecnologia che permetta alle donne di capire la sensazione di penetrare una vagina”; “Mappa del clitoride e come usarlo“; “Stanza con soprannomi vagine”; “Ricostruzione gigante del percorso di uno spermatozoo/visitatore”; “Laboratorio sullo squirting”; “Laboratori dedicati ai bambini, del genere ‘riproduciamo il tuo corpo con la plastilina’ per dargli la consapevolezza della bellezza e dell’unicità dei propri organi sessuali. I tabù si sconfiggono già in tenera età!“.

Camden Market, London, @VaginaMuseum

L’accesso al museo sarà gratis e senza limiti d’età perché la conoscenza è un bene comune che appartiene a tutti. Il crowdfunding è attualmente arrivato a 118.776 sterline, ne servono 300.000 per coprire le spese di affitto, staff, mostre e programma diversificato. Si può donare con varie ricompense a seconda della cifra oppure condividere l’iniziativa sui social. Ma prima dobbiamo iniziare a credere nella nostra vagina. Solo così possiamo abbattere la censura su Internet e nella realtà. Parliamo e scambiamoci esperienze all’infinito per far diventare la vagina una cosa naturale e…POP!

Maggiori informazioni sul Vagina Museum su https://www.vaginamuseum.co.uk/, crowdfunding qui: https://www.crowdfunder.co.uk/vaginamuseum.

Il feticismo femminile esiste ed è più vicino a noi di quanto pensassimo

Avevo già studiato il feticismo alla facoltà di Moda, su Fetish: Fashion, Sex and Power di Valerie Steele, quando ancora mi sembrava un mondo al di fuori dalla mia esperienza, ma non mi ero mai soffermata a riflettere sull’argomento. Nelle ultime due settimane, grazie ad uno stimolo giunto dagli speaker di DeeNotte, Nicola Vitiello e Gianluca Vitiello, ho ripreso il libro in mano e mi sono accorta che non era abbastanza. Non c’era traccia di feticismo femminile. L’unica alternativa che si trovava online era un libro del 1995 intitolato Female Fetishism: A New Look di Lorraine Gamman e Merja Makinen (il fatto curioso è che questo volume è uscito un anno prima di quello della Steele, che continua a negare il feticismo nelle donne). Non soddisfatta, ho usato il fantastico mezzo dei sondaggi di Instagram per fare una ricerca tra i miei followers. Ed è venuto fuori molto di più di ciò che mi aspettassi. Hanno vinto la top ten una donna che si eccitava con le scarpe antinfortunistiche in punta di metallo del suo fidanzato e un uomo la cui compagna moriva di piacere per la sensazione dei foulard di seta al collo. Poi lingerie, mani, petto e spalle maschili. Un feticista del piede mi ha detto di aver trovato una donna con la sua stessa passione. Anche la fissazione delle donne per le scarpe non è da sottovalutare. Il feticismo femminile esiste ed è ora di inaugurare un approccio diverso al fenomeno.

Il feticismo è un’ossessione sessuale per un oggetto, una parte del corpo o un’azione. Nel mio sondaggio intendevo sia quello soft che intenso, che può sfociare in parafilia. Il problema col feticismo femminile inizia proprio con Freud che in trentadue anni di studio della materia, all’inizio non opera distinzioni di genere, e alla fine sentenzia che è prerogativa degli uomini. Per il feticista, il feticcio è un sostituto del pene della mamma in cui il bambino credeva e in seguito scopre con orrore che non ha. Il feticismo è un tentativo da parte del bimbo-adulto di superare il complesso di castrazione tramite una simultanea accettazione e negazione di ciò che ha visto. Quindi, dato che le femmine non hanno alcun pene da perdere, non hanno bisogno del feticismo. No sense. Il bello è che nessun studioso da Freud in avanti ha mai contestato queste vedute ristrette, almeno fino a Gamman e Makinen. Eppure avevano le prove a portata di mano proprio nei loro studi: almeno un terzo della letteratura psicoanalitica contiene riferimenti dettagliati alle donne.

Scarpe antinfortunistiche con punta in metallo Sterling Safetywear

Stekel identificò una donna cleptomane che sfregava gli oggetti di seta rubati contro i suoi genitali, un’altra feticizzava la gioielleria, un’altra ancora le bambole. Cinque casi analizzati da Clerambaurt erano donne che avevano il fetish per la seta. G.A. Dudley trovò una ragazza di diciassette anni che si spogliava e scivolava sul suo allora Macintosh per eccitarsi sessualmente affermando che non era attirata dal rapporto sessuale normale. Zalitziamos descrisse una paziente che si masturbava con un libro non erotico. Nancy Friday scoprì una donna che derivava il suo piacere nel vedere, pensare o ascoltare l’urinare incontrollato, un’altra posizionava la gomma a contatto diretto col suo corpo perché la faceva venire. Ciononostante, tutti dicevano che il feticismo era più frequente nel sesso maschile che femminile.

Il feticismo si trasforma in patologia quando l’amore per un dettaglio diventa preponderante. Il feticcio e le sue manipolazioni si trasformano nell’oggetto esclusivo del desiderio sessuale e si orgasma solo con questi determinati stimoli. Perciò è distinto in quattro livelli d’intensità da Paul H. Gebhardt: 1) una leggera preferenza per alcuni tipi di partner, stimoli o attività sessuali ma non si è feticisti; 2) una forte preferenza esiste (più bassa intensità di feticismo); 3) stimoli specifici sono necessari per eccitazione e performance sessuale (moderata intensità di feticismo); 4) stimoli specifici prendono il posto del partner (alto livello di feticismo). Si distingue in tre tipi: antropologico, commerciale e sessuale. La sua origine è sconosciuta. Sappiamo che Ovidio era affascinato dai piedi femminili, che in Cina esisteva la pratica di fasciare i piedi delle donne per ottenerli piccoli come fiori di loto, la tribù Sambia della Papa Nuova Guinea feticizza le bocche dei ragazzi, i Karen in Myanmar fanno allungare il collo delle donne con degli anelli per bellezza. Ma le varie usanze delle popolazioni nel mondo sono al massimo indice di feticismo antropologico e non sessuale. Abbiamo testimonianze di quest’ultimo almeno a partire dalla seconda rivoluzione industriale (1856). Di sicuro, capitalismo e consumismo hanno contribuito da allora in poi a creare desideri urgenti per oggetti belli ma inutili.

Seta Charmeuse

Io ho un feticismo di livello leggero, come tante persone. Lingerie e carezze sul sedere. Freud aveva ragione su un punto: spesso è impossibile capire la ragione della fissazione. Forse io ho scoperto la mia sessualità attraverso acquisto e foto in biancheria intima, che adoro, per questo mi eccita. Provo dei brividi di piacere pure quando un partner o io mi accarezzano il sedere. Per il motivo che mi piace in sé o perché molti mi hanno detto che è bello? Non lo so. Però sono contenta del fatto che non costituiscano la mia unica fonte di libidine. Altrimenti sarebbe un mondo assai triste per me: senza colori e sfumature!

La sicurezza sessuale di Catwoman

“You make it so easy, don’t you? Always waiting for some Batman to save you. I am Catwoman. Hear me roar”. – Catwoman, Batman Returns (1992)

Da qualche anno a Carnevale mi vesto da stereotipo sexy per scoprirne i particolari e sfatarne i suoi miti. Questa volta ho scelto Catwoman, un’emblema del sex appeal, consacrata sugli schermi da una magnifica Michelle Pfeiffer in Batman Returns di Tim Burton, che l’ha saputa interpretare alla perfezione nel suo ruolo double face. Ero piccola ma, come tante mie amiche, sono rimasta affascinata da questa donna che avanzava con movenze da gatto sullo schermo. Era diversa dalle eroine dei cartoni giapponesi, sempre bisognose di un uomo come spalla, persino una travestita da uomo come Lady Oscar. Catwoman era indipendente e sprezzante del potere maschile. Usava la sua sexiness (l’italiano non aiuta, sorry) per puro divertimento. Era sempre lei a comandare il gioco e chissà se la sicurezza di sé era data anche da quella sua tutina nera lucida in latex che le aderiva perfettamente al corpo?

Batman Returns (1992)

Il costumista inglese Bob Ringwood del film di Burton dice di essersi ispirato per il suo costume alla foto di un busto di donna con le varie parti cucite insieme realizzata da un’artista tedesca. Rimase affascinato dalla sua bizzarria allo stesso tempo sinistra e sessuale e ci basò sopra tutto il concept. Avendo approfondito la storia delle tutine in gomma, gli credo a metà. Il regista o Ringwood si sono sufficientemente informati sul passato di questo indumento tanto da far estrarre dall’armadio di Catwoman un impermeabile nero lucido, un ritrovamento un po’ impensabile per una schiava del rosa e del pastello. Caso fortuito o intenzione reale, l’impermeabile Macintosh è considerato il punto di partenza della Rubber Fetish Community di diffusione internazionale. Era un impermeabile di latex infuso col tessuto resistente all’acqua creato dal chimico scozzese Charles Macintosh. A metà degli anni Settanta gruppi di persone si vestivano solo dei suoi impermeabili per piacere personale e avevano creato il Macintosh Magazine dedicato alle fantasie su questo indumento, come riporta il documentario Dressing for pleasure (1977), che influenzò il punk nato negli stessi anni. Nel 1957 nasce Atomage di John Sutcliffe che passa rapidamente da brand di abbigliamento resistente alle intemperie a creatore di tutine fetish per piacere estetico e sessuale. Fu lui il primo a creare quelle in gomma che assomigliano molto al costume di Catwoman. Inoltre, questo disegno di Gene Bilbrew sotto, non vi ricorda qualcosa?

Gene Bilbrew

Pfeiffer sottolinea che la tutina assieme al corsetto era costrittiva. La maschera necessitava di continui fitting per evitare che le facesse male nel parlare. La gomma del costume era dipinta in silicone che veniva bagnato di shot in shot per mantenere l’effetto lucido. Doveva essere ricoperta di borotalco e aiutata da persone per infilarsi dentro il costume. Per non parlare del bustier, che era fatto apposta da Phil Reynolds, un maestro della corsetteria da ballo, particolarmente stretto e limitava il respiro. Una tortura essere sexy in un mondo di uomini, eh? Catwoman lo sa bene, per questo la sua catsuit, come è chiamata in inglese, ha cuciture a vista, per rendere palese il suo dissenso verso una cultura patriarcale che la vuole lucida, perfetta e disponibile. Pronta all’uso come un oggetto. La Catwoman di Burton è unica nel suo genere perché rispetto a quella deludente dei fumetti DC non è sessualizzata. Rinasce abbandonando la femminilità stereotipata della sua vita precedente ed abbraccia la sua nuova sessualità che le piace, perché ancora inesplorata e piena di novità. È sexy solo per il proprio piacere. Ignora sistematicamente le avances degli uomini del film, stuzzica Batman rifiutando però i suoi tentativi di salvarla, mette al primo posto i suoi desideri. È lei la vera protagonista del film, gli altri sono personaggi marginali. Tim Burton è stato un genio, ha dato un senso ad una supereroina bistrattata sin dagli anni Quaranta.

Batman Returns (1992)

Catwoman deve il suo passato da dominatrice senza scrupoli a Frank Miller, conosciuto ai più per Sin City. Seguendo il suo stile crudo e noir nel volume Year One la rende una invecchiata prostituta specializzata nella dominazione che gestisce un’agenzia di escort a Gotham alla mercé di un violento pappone. Non un ritratto lusinghevole ma più definito dei suoi precedenti. Ai primordi cambiava spesso identità senza avere un costume specifico, era solo una ladra che rubava gioielli e manufatti. La sua caratteristica principale era il non essere una vera cattiva, il nuotare sempre in una zona grigia tra il bene e il male, che la rendeva accattivante e imprendibile. Batman è sempre stato attirato da lei ma non ha mai capito interamente il suo carattere e la sua indipendenza. Una sorta di metafora della modernità che colpisce diversi uomini di molti paesi occidentali senza gli strumenti culturali per comprendere. Catwoman è stata spesso accantonata per anni da disegnatori e scrittori di fumetti per anni perché complessa e fuori dai canoni del dopoguerra. Era dipinta come una femme fatale, simbolo maschilista, che viene sempre punita nelle storie per andare al di fuori del ruolo prestabilito del suo genere. Fortunatamente, il piccolo schermo le ha infuso nuova linfa con Julie Newmar e Eartha Kitt nella serie televisiva di Batman (1966-68) che le diedero giusta sensualità e carisma. È la prima eroina ad essere stata creata dalla DC Comics (1940), a discapito di Wonder Woman (1941).

Catwoman by Frank Miller

È divertente andare in giro vestita da Catwoman anche se indossare dei guanti che non siano touch screen o pratici non è consigliabile. La tuta era comoda, dato che non ho trovato la S e il materiale non è latex, la maschera da gatto no, priva di elastico o qualcosa per fissarla torna in su e dà fastidio alla parte inferiore degli occhi (come si vede nella foto, sigh). Le persone ti guardano con curiosità, soprattutto la frusta: le più temerarie chiedono di provarla, altre si limitano a fissarla. In realtà in pubblico credo non si possa usare se non per spettacolo (a giudicare dallo sguardo ammonitore dei vigili urbani), è pur sempre una sorta di arma. Nei panni di Catwoman ci si sente comunque più liberi, anche se sospetto sia il solito potere della maschera, che ci permette di essere ciò che realmente non siamo. Non sono una divoratrice di uomini ma adoro l’interpretazione che gli ha dato Tim Burton perché mi ci rispecchio in completo: la sicurezza sessuale rende sexy. E dopo ogni morte si rinasce sempre più forti.

L’inganno degli stivali rossi

Quando ho comprato i miei stivali rossi dopo Natale, non avrei mai immaginato di diventare oggetto di ostinata attenzione da parte delle persone in pubblico. Ho avuto sempre un buon rapporto col colore rosso e con gli stivali in generale (da pirata dal tacco basso, alla caviglia col tacco alto, combat boots, anfibi), ma i cuissardes, come vengono chiamati nella moda, sono tutta un’altra storia. Alti fin sopra il ginocchio e col tacco vertiginoso fanno girare teste, nonostante siano di camoscio, e non di lucida pelle o in PVC. Li ho scelti perché li ho sempre desiderati così da quando è tornato il loro trend nel 2009, li trovo sexy ed eleganti ma purtroppo non tutti la pensano in questo modo. Una delle risposte peggiori che ho ricevuto su Instagram alla domanda “Come giudicate una donna che li porta?” è stata “troia” da un uomo. Che poi si è prontamente corretto quando ho reso pubblico il suo giudizio. Mio malgrado, lui rappresenta la metà delle persone, uomini e donne, che fissano i miei stivali la sera quando esco. Il problema è sempre nell’occhio di chi guarda? Forse.

Kinky Boots, 2005

“Rosso. È il colore del sesso, della paura, del pericolo e dei cartelli che dicono ‘è vietato l’ingresso’. Tutte le cose che preferisco”. “Ma sono comodi”. “Comodi?! Il sesso non può essere comodo”. Questa l’accesa discussione tra la drag queen Lola (Simon) e il designer di scarpe Charlie Price nel film Kinky Boots (2005) quando quest’ultimo le mostra il modello campione di stivali bordeaux dal tacco basso e tozzo che dovrebbe indossare. Non si infilano degli stivali appariscenti col tacco alto per passare inosservati. Si vuole affermare qualcosa di forte, non tanto la propria “scopabilità”, ma la sicurezza nella propria sessualità e nel modo di viverla. Determinata, solco l’asfalto a discapito degli sguardi insistenti. Vi vorrei dire che una “vera dominatrice non si cura della fastidiosa attenzione altrui” ma sarebbe un’affermazione inverosimile da rivista per donne. È una rottura di scatole perché ci si rende conto che in questo Paese sono ancora tanti i tabù da frantumare in mille pezzi, ad iniziare dall’atteggiamento giudicante delle persone in pubblico. D’istinto mi viene da dire, sia ad uomini che donne: “Li vuoi pure tu? Tieni, te li regalo. Basta che smetti di guardarmi con insistenza”. Però non risolverebbe il problema.

Yves Saint Laurent, 1963

Da quando esistono, gli stivali alti sono associati alle sex worker specializzate in sadomasochismo. Eppure le loro origini non sono di stampo feticista, anzi, si perdono sin nel lontano Medioevo e per oltre quattrocento anni sono stati indossati soprattutto dagli uomini. Nel diciannovesimo secolo incominciarono ad essere messi da attrici che ricoprivano ruoli maschili e da prostitute. Per quest’ultimo motivo faticarono a diventare un trend di massa fino agli anni Sessanta del Ventesimo secolo. Yves Saint Laurent fu lo stilista che li consacrò sull’altare della moda grazie all’aiuto di Roger Vivier nel 1963, e ne fu creata anche una versione molto aderente come delle calze. Designer e fotografi come Helmut Newton e Ellen von Unwerth attinsero a piene mani dall’immaginario underground del feticismo dagli anni Venti ai Cinquanta. Charles Guyette, il pioniere dello stile di moda fetish, fu una sicura fonte d’ispirazione per tutti coloro che vennero dopo di lui come Irving Klaw, l’autore delle foto BDSM di Bettie Page, Robert Harrison, editore di magazine di pin-up come Beauty Parade e Wink, Leonard Burtman, produttore il primo film fetish per il pubblico di massa nel 1962, Satan in High Heels, John Willie, fondatore del giornale Bizarre, e cartoonist come Eric Stanton e Gene Bilbrew. Guyette creò le basi dell’immaginario fetish vendendo fotografie a riguardo e perciò fu arrestato e messo in prigione nel 1935 negli USA. Stivali alti neri con tacco alto o a spillo sono il leit motiv di molte sue foto.

Eric Stanton, 1961

Ancora con gli sguardi fissi? È tutto normale. Il feticismo per piedi e scarpe è uno dei più diffusi al mondo. Se cliccate su PornHub, vedrete che vanno forte gli shoejobs, dove “shoe” (scarpa) ha sostituito “blow” (blowjob in inglese sta per pompino) perché massaggia materialmente il pene, che può essere vero o finto, in maniera abbastanza rude. Ci sono anche video di donne che schiacciano sotto le suole vetri, sporcizia, banane, ecc. per eccitare sessualmente. Per non parlare di gente che cammina con tacchi a spillo su corpi nudi.

Bizarre, John Willie

La calzatura, dice Valerie Steele nel suo libro Fetish – Fashion, Sex & Power, può funzionare sia come sostituto fallico per il pene sia per la vagina in cui il piede fallico viene inserito. La scarpa dal tacco vertiginoso significa potere e dominazione. Quest’ultimo modifica passo e postura, cambiando il movimento dei fianchi e del sedere, enfatizza la schiena arcuata spingendola in avanti, accresce la curva del polpaccio e il risultato finale è far sembrare la gamba più lunga e snella. Così, gli stivali alti sottolineano consistenza e linea di gambe e cosce rendendole immediato oggetto del desiderio. Le scarpe feticiste dalla punta dritta hanno spesso un tacco molto fino per la penetrazione anale. Per l’antropologo Ernest Becker i feticisti preferiscono concentrarsi su un accessorio bello e lussureggiante perché provano ansia verso il rapporto sessuale in sé. L’ansia da prestazione è tipica degli uomini in una società patriarcale, per questo il sesso dei feticisti è in genere maschile. Tuttavia, non sono sicura dell’assolutezza delle affermazioni di Becker, quindi aspetto volentieri che qualche feticista smentisca queste teorie.

Possibilities: the photographs of John Willie, 2016

Per il resto, tutto nella vita pubblica è travestimento. L’adorare la pelle non ci rende immediatamente delle persone sicure di sé e aggressive, può invece dire l’esatto contrario. Se ci piace la sensazione che ci dà un materiale rude o uno stivale, spesso significa che quell’aspetto manca nel nostro carattere e abbiamo bisogno del potere della maschera per acquisirlo (oppure ci ricorda sensazioni di una vita precedente, chissà). Quante volte avete incontrato una tigre vestita di colori pastello e dai modi delicati? Ancora una volta, l’abito non fa il monaco.

Charles Guyette, 1920

Giuseppe Veneziano, l’artista che innesca una provocatoria riflessione con le sue favole moderne

Giuseppe Veneziano è uno degli esponenti più rappresentativi dell’Italian New Pop e del gruppo Italian NewBrow. I suoi quadri hanno tonalità vivide e nette che ricordano fumetti e raccontano di favole moderne condite da tecnologia, sessualità, LGBTQI, politica e famosi quadri religiosi della storia dell’arte. Controversi e provocatori, e sono stati spesso oggetto di discussioni. Nel 2009 la sua opera Novecento con Hitler, Stalin, Mussolini e Berlusconi che si accoppiano con pornostar e eroine del fumetto diventa attuale quando scoppia lo scandalo dei festini ad Arcore. Nelle settimane scorse la sua nuova fatica LGBT nella mostra Storytelling al Palazzo Ducale di Massa ha generato numerose proteste, tra cui una petizione online per far chiudere la mostra, la censura di Facebook e piccole manifestazioni di cattolici e rappresentanti politici che accusano Veneziano di blasfemia. L’opera ritrae un Cristo crocefisso con la scritta LGBT al posto di INRI e le mutande leopardate di Dolce&Gabbana. L’artista, come in occasione di mostre passate, ha però ricevuto il sostegno incondizionato del comune di Massa e di molti suoi cittadini, esponenti della cultura, nonché di un sacerdote a suo favore.

La mostra rimarrà fino al 24 febbraio.

L’episodio di scalpore che ha creato il tuo Cristo LGBT dimostra che hai fatto centro con la tua provocazione. Dato che sei un veterano di critiche e scomuniche in tal senso, quanto è importante secondo te provocare oggi?

Ho sempre detto che sono per un’arte che provoca piuttosto che per una che ti lascia indifferente. La provocazione artistica mantiene viva la coscienza e obbliga lo spettatore a reagire in positivo o negativo. Faccio un’arte con delle implicazioni sociali. Finché si parla di sesso e tecnologia non ci sono grandi reazioni, ma quando ci sono di mezzo religione e politica ci sono delle comunità che insorgono. L’artista è libero di reinterpretare la realtà come vuole ma sarà sempre oggetto di critiche perché spesso è più veloce a capire prima certi cambiamenti. Caravaggio dette la sua personale interpretazione del vangelo nei suoi quadri, subendo censure e rifiuti all’inizio, finché non si è scoperto che è stato un anticipatore dei tempi quando la decodificazione dei testi sacri è andata nella direzione della sua visione.

LGBT, 2019

Il tuo è un Cristo inclusivo come lo sarebbe stato se fosse nato ai nostri tempi.

Se Dio è venuto per salvare tutti, nessuno è escluso. La Chiesa li ha spesso discriminati ed è arrivato il momento di togliere i paletti: siamo tutti figli di Dio. Anche queste persone devono essere salvate da questo martirio, è ciò che cerco di comunicare attraverso la mia opera. Gesù Cristo si è sacrificato per salvarci da tutte le ingiustizie e credo che queste persone ne subiscano altrettante. In più di settanta paesi nel mondo l’omosessualità è punita con la morte. La mia opera rivendica una posizione di diritto ed eguaglianza.

Nonostante ripetiamo spesso che nulla è più trasgressione, ogni settimana succedono degli avvenimenti simili al tuo che smentiscono questo pensiero. Che significa trasgredire nell’epoca moderna?

Io non mi sento un trasgressore, ma più un interprete. La trasgressione è nell’occhio di chi guarda. L’artista deve essere sempre libero di esprimersi. Non importa ciò che esprime ma nessuno deve dirgli cosa debba fare e come. Purtroppo ancora oggi, malgrado non ci si scandalizzi più di nulla, un artista riceve petizioni per far chiudere la sua mostra e accuse di blasfemia. Io sono stato fortunato nel trovare a Massa un’amministrazione comunale comprensiva.

Novecento, 2009

Cosa mette in pericolo la libertà di espressione e qual è il miglior modo per proteggerla?

La libertà di espressione deve essere conquistata di giorno in giorno. Ogni artista conduce la propria lotta, che fa parte del mestiere.

Il rappresentare una sessualità libera rispecchia anche il tuo modo di pensare e di essere?

Concepisco la sessualità come un fatto naturale che ognuno vive nel proprio privato senza alcun tabù. È un gesto quotidiano che fa parte della nostra natura. Se uno vuole raccontare l’intera realtà, deve parlare anche del sesso, del dolore e della morte. In Italia dobbiamo godere della sessualità in maniera più rilassata liberandoci da molte imposizioni che vengono dall’alto.

Wonder Woman’s Intimacy II, 2008

Che tipo di rapporto hai con la religione?

Sono cresciuto in un ambiente cattolico e conosco bene questo tipo di fede, anche se la mia religiosità è privata, non la dichiaro in pubblico. Spesso alcuni miei lavori non nascondono tematiche religiose ma sono solo la rivisitazione di alcune opere della storia dell’arte, di cui in passato quasi il 90% era a sfondo sacro.

Come sei arrivato alla definizione del tuo stile?

Ho avuto diverse collaborazioni come vignettista satirico, illustratore e fumettista. Sono arrivato alla pittura all’età di trent’anni e in questa ho fatto confluire le mie esperienze precedenti. Critici e curatori hanno etichettato il mio stile “Italian New Pop” ed è una definizione in cui mi rivedo. Pop è l’abbreviazione di popular, un’arte molto vicina al popolo. Io voglio che il mio lavoro arrivi a più gente possibile, sono per un’arte democratica e aperta.

Forbidden Colours, 2013

Realizzi un’opera dettato dall’istinto del momento o la studi?

Le reazioni che suscitano le mie opere sono in realtà delle reazioni che ho avuto io prima. L’impressione spesso diventa ossessiva e ho bisogno di trattare quel determinato argomento. Dietro un’opera esiste sempre un aspetto riflessivo, un’idea che piano piano matura.

Cosa ti piacerebbe fare e non hai mai fatto nell’arte?

Realizzo ogni tanto sculture con materiali diversi e mi piacerebbe un giorno fare una mostra dove i due linguaggi interagiscono.

Curiosità: perché nei tuoi quadri c’è spesso Spiderman?

È il mio supereroe preferito e in un certo senso il mio alter-ego.

White Snow in marmo di Carrara