L’enigma del peccato nascosto di Lewis Carroll

Charles Dodgson, in arte Lewis Carroll, nacque il 27 gennaio del 1832 a Daresbury nel Cheshire, nord-ovest dell’Inghilterra. Era un ragazzo intelligente e affascinante, sul quale la sua famiglia, composta da altri dieci fratelli e sorelle, nutriva grandi aspettative. Diventò docente di matematica a contratto ad Oxford, nel college di Christ Church. Nel 1856 arrivò il nuovo dean (una sorta di preside) Henry George Liddell che si trasferì assieme alla moglie e ai figli. Fin da subito Charles si legò molto ai Liddell, soprattutto alla consorte di Henry, Lorina Hannah, ed ai suoi bambini. Era graditissimo ospite nella deanery, era invitato a cena e a serate musicali. Usava i suoi famigliari come soggetti per la sua recente passione, la fotografia, incoraggiato dalla stessa Lorina che gli propose le figlie come modelle. Era una donna bella, schietta e sincera e aveva un marito di quindici anni più vecchio sempre molto impegnato. Era logico che cercasse la compagnia di una persona vivace come Dodgson. La casa dei Liddell si trasformò nel suo studio fotografico ma la madre di Lorina, la signora Reeve, lo prese in antipatia perché considerava sconveniente la sua assidua frequentazione della casa. Iniziarono a girare voci sul fatto che passasse troppo tempo con i Liddell e che le sue simpatie fossero dirette alla governante Mary Prickett (a cui si dice si sia ispirato per il personaggio della Regina di Cuori) . Ed esistevano anche dei pettegolezzi su lui e Lorina, e lui e Lorina Charlotte (soprannominata Ina), la figlia.

Dopo due anni di report della relazione coi Liddell nei suoi diari, esiste un lasso di tempo di quattro anni in cui non scrisse. Fu il passaggio dalla gioventù spensierata all’età adulta. Negli anni Sessanta pubblicò le sue prime ed ultime poesie erotiche. È impossibile sapere se questi scritti rispecchino la realtà di ciò che gli accadde nel periodo di latitanza. I componimenti parlano di un uomo che si innamora di una donna perfetta, di amanti che si dichiarano amore eterno ma si debbono separare, di un uomo senza speranza che prova un forte desiderio per una donna irraggiungibile, di un amore negato che non riesce a riprendersi, e di un uomo che sta pensando di andarsene dal luogo dove vive e lavora perché gli ricorda il suo fallimento. Una delle sue poesie meglio riuscite è Stolen Waters (Sorsi Rubati), in cui Charles descrive l’incontro folgorante con una donna alta e bionda che lo fa deviare dal sentiero attraendolo in un luogo ricco di fiori rigogliosi e frutta matura e invitandolo a bere insieme a lei. Lui beve il succo e viene inondato da una sensazione di fuoco nel cervello. Fa sesso con la donna ma quando rinsavisce si accorge che fiori e frutti marciscono attorno a lui. Fugge ma la donna lo segue sempre perché a lei ha lasciato il proprio cuore e porta con sé quello di lei. Quest’ultimo, però, è un cuore di pietra che lo fa sentire esiliato dalla bontà del mondo. Mentre erra per una terra desolata, una voce gli indica la strada della redenzione: “Sii come un bimbo, affinché tu possa gioire di ogni respiro“. L’unico modo di fare ammenda è riscoprire l’innocenza perduta. Simbolismo o realtà? Non lo sapremo mai. Negli stessi anni di composizione dei poemi inizia a menzionare nei suoi diari un grande peccato ignoto.

Un’altra leggenda è che fosse legato ad Alice in modo sentimentale e sessuale. Chi contribuì ad alimentare il sacro fuoco di questo mito fu suo nipote, Stewart Dodgson Collingwood, il primo a scrivere una biografia su di lui (e a far sparire documenti), la poetessa e critica letteraria Florence Becker Lennon, dell’insegnante e scrittore scozzese Alexander Taylor. Collingwood speculò sulla relazione dello zio con la bambina, Lennon suggerì che fosse un rapporto romantico vicina ad una passione sessuale, e Taylor affermò che non ci fosse dubbio sull’amore di Dodgson per lei. Nei diari non ci sono indizi a riguardo. Sono sbucate solo due “prove” molto contestabili. Una voce di corridoio dei tardi anni Settanta, quando Alice era ormai ventiseienne ed adulta, in una frase canzonatoria in una lettera privata di Lord Salisbury che suggeriva che Charles avesse chiesto di recente la mano di Alice, fosse stato rifiutato e “uscito di testa”. L’altra è più criptica. In un’annotazione di diario del 17 ottobre 1866 si legge: “Sabato zio S. ha cenato con me e domenica ho cenato con lui al Randolph e in ognuna delle due occasioni abbiamo parlato un bel po’ di Wilfred e di A.L. – è un argomento molto delicato”. Wilfred era il fratello squattrinato di Charles che corteggiava una ragazza di quindici anni di meno di nome Alice Donkin. La L potrebbe essere un lapsus. Che c’entrava con Alice Liddell? Se fossero state due cose distinte, Charles avrebbe usato le parole “due argomenti delicati”.

Veri o meno i pettegolezzi, e non si sa se a causa di questo peccato per cui Charles riteneva di dover fare penitenza, smise nel 1863 per sei mesi di fare visita ai Liddell e si tenne distante da loro in pubblico. Ci riallacciò brevemente i rapporti tra dicembre e gennaio 1864, che poi precipitarono per questioni politiche interne al college di Christ Church. Nel breve periodo in cui si rifrequentò con loro, il suo diario era pieno di osservazioni come “Dio aiutami ad emendare la mia vita, in nome di Gesù Cristo”, “le mie prediche non siano una beffa solenne, dato che le mie parole istigano gli altri a fare buone azioni mentre io per primo sono un reietto”. La sua relazione con loro non cessò definitivamente ma furono mantenuti rapporti formali. Un anno dopo la spaccatura con i Liddell Charles scriverà la sua ultima poesia d’amore, The Valley of the Shadow of Death, che racconta di un uomo che ha finalmente imparato a lasciarsi alle spalle i propri peccati.

L’altra metà della sua vita fu caratterizzata da un turbinio di donne eclettiche ed intelligenti di cui amava circondarsi. Parlava apertamente di sessualità e si discostava dall’atteggiamento pruriginoso della sua epoca nei confronti di tale argomento. Non si sposò mai e si autodefinì un “vecchio scapolone dal cuore spezzato”. Scrisse poesie sulla nostalgia per ciò che era stato e non poteva tornare più. Nell’ultimo periodo della sua vita fu ossessionato dalla morte, convinto che fosse vicina. Morì il 14 gennaio 1898 di polmonite, portando il suo segreto per sempre con sé. Lorina proibì al biografo di suo marito (morto quattro giorni dopo Charles) di citare il nome di Dodgson, si spense nel 1909.

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La leggenda di Lewis Carroll pedofilo è una fake news

“Charles te ne devi andare”, la donna in piedi di fronte a lui lo scrutava con severità tanto da farlo sentire piccolo nella poltrona che aveva accolto molte volte le sue letture. “Cosa succede, Ina? “, si alzò afferrandole le mani impaurito. Lorina Hannah Liddell si scostò senza guardarlo come se stesse per compiere un qualcosa di odioso ai suoi occhi. “Girano voci”, gli riferì, “Su di noi?”, la incalzò. “No, sul fatto che usi i miei figli per corteggiare la governante e che tenti di fare la corte anche ad Ina”. Charles Dodgson abbozzò un sorriso per quanto fossero assurde quelle dicerie ma poi ritornò serio per il viso accigliato di Lorina. “Se Henry lo scopre…”. “Non scoprirà mai niente, te lo prometto”, la rassicurò stringendole piano una spalla. Lei annuì e si scostò congiungendo le mani davanti a lei. “Devi stare lontano da noi per un periodo, almeno finché le voci non si saranno calmate”. L’uomo la squadrò perplesso come se non fosse preparato a questa risoluzione. Sospirò e chinò la testa per un attimo come per assimilare la notizia. “Sia”, acconsentì ed uscì dalla stanza per prendere il suo soprabito.

Lewis Carroll, al secolo Charles Dodgson, è uno dei personaggi più misteriosi della letteratura inglese dopo Shakespeare. Sulla sua vita privata ricade un vero e proprio giallo, in parte risolto in tempi recenti con il ritrovamento di un riassunto di una pagina mancante di un suo diario. I discendenti della sua famiglia hanno fatto sparire cinque anni e mezzo dei suoi taccuini grigi. Karoline Leach, attrice, autrice e regista teatrale, mentre conduceva delle ricerche per una sceneggiatura, ritrovò nel 1996 nell’archivio Dodgson un documento indicato in catalogo come “Pagine di Diario Tagliate”. Attorno a queste, dopo la sua morte, si erano scatenate delle vere e proprie leggende, la più diffusa delle quali era quella che parlassero della sua relazione proibita con Alice Liddell, protagonista di Alice nel Paese delle Meraviglie. Tuttavia, il riassunto della pagina del 27 giugno 1863, redatto probabilmente da una delle nipoti di Charles, descrive una giornata in cui Alice è scorbutica per essersi fatta male alla gamba e riporta la seguente frase: “L.C. (Lewis Carroll) viene a conoscenza dalla signora Liddell che si dice in giro che lui usa i bambini come strumento per fare la corte alla governante e anche che [illeggibile] farebbe la corte a Ina”.

Carroll? Quello stesso Carroll che è stato tacciato più volte nella storia di smaccata pedofilia impugnando come evidenza le sue foto a bambine lascive dai volti inquietanti? Ebbene sì, l’uomo di famiglia ecclesiastica che non si fece mai prete, era uno scapolo amante delle donne. Di tutte quelle in età da marito per la legge dell’epoca, quindi dai sedici anni in su. Charles aveva ricci castani, occhi azzurri, un volto trasognato che piaceva al sesso femminile, gli unici suoi difetti erano la sordità dell’orecchio destro per una pertosse avuta da piccolo e il balbettio. Si accompagnava sia con donne sposate che single, che era consono chiamare “child-friends” (piccole amiche). Circolavano pettegolezzi sulle sue frequentazioni mature, dato che in genere usciva con artiste o donne occupate. I problemi riguardo alla veridicità del racconto della sua vita sono stati innescati dalla sua famiglia, fortemente conservatrice, che dopo la sua morte distrusse molte carte private e si rifiutò fino alla metà del ventesimo secolo (settant’anni dopo la sua morte nel 1898) di rendere pubblici i documenti che lo riguardavano. Due biografi in particolare misero alla berlina la sua reputazione. Langford Reed, sceneggiatore e umorista, disse che le sue amicizie con le bambine finivano in fase prepuberale, e Anthony Goldschimdt insinuò l’idea moderna che fosse sessualmente deviato e represso.

Il Novecento influenzato dall’invenzione della psicanalisi trasformò la sua predilezione per i bambini in pedofilia scordando l’epoca in cui era vissuto. L’epoca vittoriana adorava l’innocenza dell’infanzia. Il Bambino era un’invenzione del sentimentalismo vittoriano che riteneva l’amore per la compagnia dei bimbi sinonimo di integrità morale. La rappresentazione di bambine nude non era un’espressione pornografica ma un’immagine artistica popolare e comunemente accettata come gli angioletti nudi nei dipinti. La bambina senza veli era asessuata perché raffigurava la purezza così disperatamente cercata dalla borghesia. Il concetto di pedofilia e di “zio cattivo” sarebbe stato coniato relativamente più tardi da Krafft-Ebing negli anni Ottanta dell’Ottocento. Dopo la morte del padre, nel 1868, Charles cercò rifugio nell’immaginario fanciullesco in segno di redenzione per uno strappo che non era mai riuscito a ricucire col genitore: l’aver rinunciato al prelato ed essere un impenitente viveur. Il tempo che trascorreva con i bambini era un atto di espiazione, era per dimostrare a se stesso che il suo cuore fosse ancora puro. E il motivo probabilmente non risiedeva solo nell’essere stato un figlio degenere… —> Seconda parte

Letteratura ed erotismo si fondono insieme nei gioielli erotici Idioma

Idioma è il primo brand di gioielli erotici tutto italiano. È stato creato da due donne e amiche di Pescara in Abruzzo, Fulvia Febo, jewel designer creativa, e Elisabetta Andreetti, archeologa. Hanno realizzato cinque collezioni ispirate alle muse di poeti celebri: Iseult da William Butler Yeats, Janine da Jaques Prévert, Eleonora da Gabriele D’Annunzio, Linda da Charles Bukowski, Delia da Pablo Neruda. Tre gioielli per ogni personaggio letterario con una caratteristica specifica: Iseult è lustful (passionale), Janine fetish, Eleonora mistress, Linda slave, Delia sensual. È possibile fare un test per scoprire la propria musa guida nella scelta dei gioielli da indossare (cliccando su Blog in alto a destra, a me è capitata Janine “che con uno sguardo sa accendere ogni desiderio”). Le creazioni delle ragazze sono originali, raffinate, composte da materiali preziosi ed hanno un’insospettabile doppia funzione. Altro particolare interessante: i pacchi sono spediti in forma anonima.

Elisabetta Andreetti e Fulvia Febo, foto di Emanuela Amadio
Disegni di Eleonora Caprara

Come mai vi siete buttate nel mondo dei gioielli erotici?

L’intuizione è sbocciata cinque anni fa dal suggerimento di un partner. Volevamo già collaborare insieme perché ci trovavamo in sintonia e questa si è rivelata l’occasione perfetta. Il primo gioiello che abbiamo creato è la collana lickling. Le collezioni sono maturate nell’arco di questi anni. Sono basate sulla letteratura erotica nel tentativo di conciliare passione, erotismo e femminilità con un’idea di gioco sexy ed elegante.

Da dove deriva il nome del brand?

Idioma si riferisce sia al carattere letterario del marchio sia al significato greco di linguaggio, ma anche di lingua intesa come muscolo molto importante nel raggiungimento del piacere dei sensi.

Collana lickling, foto di Emanuela Amadio

Come progettate i gioielli?

Fulvia è la mente ed Elisabetta canalizza il progetto sul lato tecnico disegnando la forma delle creazioni in base ai suggerimenti e l’expertise della prima. Inviamo i disegni a laboratori di Arezzo e otteniamo il prodotto finito. Le linee dei gioielli e le eventuali pelli abbinate rispettano l’anima delle figure letterarie e caratteri scelti. Ovviamente tutte le creazioni sono state testate su di noi.

Le idee scaturiscono da esigenze personali?

No. Prendono il via da spunti che ci hanno dato amiche o spulciando qui e là su web, giornali, arte, letteratura e nostro vissuto.

Che tipo di materiali usate?

Trasformiamo tutto in Italia e i materiali sono ricercati. Impieghiamo argento 925 con varie lavorazioni e rifiniture, smalto a fuoco, piume di struzzo e di gallo, pelli di diverso genere: pitone, anguilla, razza.

Bracciale cock ring, foto di Emanuela Amadio
Foto di Emanuela Amadio

In che modo i gioielli possono intensificare il piacere sessuale?

Tutti possiedono una doppia funzione. Per i preliminari ci sono il colletto blind in cui si sfila il pendente e si indossa sugli occhi come benda; il fermacapelli tickling è per sfiorare il corpo con le piume per provocare brividi di piacere; gli orecchini nipple tassels diventano delle pasties per capezzoli. Per giocare il lickling accarezza la pelle del partner scendendo fino all’inguine durante una possibile fellatio; il bracciale cock ring ha tre misure per stringere al meglio il pene; l’anello rabbit massaggia la clitoride; la bodychain strip ha un ciondolo con pendente a goccia che si stacca e si infila nel passante all’altezza dell’ombelico, che può essere la conclusione di uno striptease. Per i giochi BDSM esiste l’imbarazzo della scelta: polsini handcuffs di pelle si trasformano in manette sganciando le catene dai gemelli e lo stesso vale per gli orecchini handcuffs; la borsa paddle ha un passamano sganciabile col quale si può sculacciare il partner; la cinta bondage si trasforma in corda rimuovendo la goccia centrale in argento; la collana whip è una frusta; il bracciale master diventa il guinzaglio della collana slave, che è un collare; la cinta mouth-gag è un morso per la bocca. I gioielli sono correlati da video che mostrano il modo in cui si usano.

Pochette paddle, foto di Emanuela Amadio
Foto di Emanuela Amadio

Ogni prodotto è anche abbinato ad un fumetto.

Ciascun personaggio di una linea ha una sua storia disegnata dall’illustratrice Eleonora Caprara. La fine della storia che contiene la spiegazione dell’utilizzo del gioiello nell’ambito sessuale è inviata acquistando il gioiello all’interno del suo packaging.

Ho notato che un vero e proprio team di donne vi ha aiutato nelle componenti del progetto.

Sì, fotografa, videomaker, modelle e astrologa, che in realtà sono nostre amiche. Con l’astrologa Eos abbiamo abbinato ad ogni gioiello un segno zodiacale con un profilo personalizzato.

Acquario, foto di Emanuela Amadio
Sagittario, foto di Emanuela Amadio

Quali sono i vostri prossimi traguardi?

Vorremmo creare una linea più economica, una maschile rock, dato che ci è stata richiesta, e in futuro una dedicata all’archeologia, legata alle tradizioni antiche del mondo. Dobbiamo sviluppare meglio il blog in cui ogni musa ha scritto il proprio racconto per illustrare l’uso degli oggetti. Organizzeremo un evento per San Valentino a Pescara.

Idioma sarà dal 25 al 28 gennaio al salone dedicato agli stili di vita Homi di Milano.

Cinta bondage, foto di Emanuela Amadio
Foto di Emanuela Amadio

La cara vecchia Befana, dea della fertilità e della nascita

Ogni anno ci domandiamo che senso abbia festeggiare una ricorrenza che sembra essere solo per i più piccoli. Ci trasciniamo annoiati al tavolo da pranzo, riempiamo calze di dolci e caramelle o ci travestiamo da Befana per amici e parenti. Per cercare di spazzare via la tristezza serale da fine ferie natalizie andiamo a qualche festa trash dove viene eletta la Befana più sexy, un branco di streghe col cappello a punta scappato da Halloween, e se indossiamo il costume in questione, ci rallegriamo del fatto che almeno quest’anno non ci vestiremo a Carnevale. Abbiamo perso il senso di questa festa già quando Mussolini distribuiva pacchi dedicati alla vecchietta nazionale.

Ma chi è la Befana e cosa diavolo ha a che fare con questo blog? Si tratta della dea Diana che presiede i cicli lunari. In Italia è la divinità della fertilità che, a partire da Santo Stefano, passa sui campi a seminare per dodici giorni. Diana si è fusa con la greca Artemide, che presiedeva anche la caccia, ma la sua origine risiede nella dea Dia dell’antica religione romana, che garantiva la crescita del raccolto e assomigliava a Cerere/Demetra. Il nome Dia deriva da luce, e proprio grazie a quest’ultima i semi potevano prosperare in buoni frutti. Le donne la invocavano per rimanere incinte. Il suo aspetto era quello di un’anziana rappresentante la fine dell’anno, che in genere veniva bruciata sotto forma di fantoccio, scopa o fascio di legna. Vi ricorda qualcosa? La miriade di falò che si accendono sotto l’Epifania in Italia, derivati appunto da usanze contadine. In Veneto ci si riferisce a questa consuetudine proprio con la frase “brusàr la vecia” (bruciare la vecchia). Si ardeva la vecchia per lasciarsi il passato indietro e accogliere il nuovo che sarebbe risorto dalle ceneri. Addirittura, a seconda della direzione che prendeva il fuoco in balia del vento, si poteva divinare il futuro.

Nel resto dell’Italia c’erano tradizioni interessanti durante l’Epifania che riguardavano la ricerca di un compagno o una compagna. In Toscana ci sono i Befani scelti dalla sorte tramite la composizione di una focaccia in cui veniva nascosta una fava fresca simbolo di fertilità. Chi la trovava diventava regina o re della fava e sceglieva il possibile futuro marito o moglie gettandogli la fava nel bicchiere. Un costume simile è presente anche in Francia e Spagna. In Molise le donne si addormentavano la notte del 6 gennaio sperando di sognare l’uomo della propria vita. A Perugia e dintorni da un rametto di ulivo si staccava una fogliolina fresca, la si inumidiva leggermente con la saliva e la si incendiava su una fiamma. Se la foglia bruciava scoppiettando e muovendosi, era segno che l’amore fosse reciproco, se invece cadeva e bruciava lentamente, indicava che il sentimento non fosse ricambiato. Il massimo dei tentativi consentiti era due.

Brian Fraud

La Befana è presente anche in Svizzera, Austria e Germania sotto le sembianze di Frau Holle (Holda) e Perchta. Holda è molto simile a Diana e Artemide, garantisce la fertilità di semi, animali e piante, e ricompensa o punisce chi non fa il proprio dovere. Essendo la signora della morte e della rigenerazione risiede in caverne dentro montagne, grandi luoghi di mistero in quanto rappresentanti il ventre materno. I cavalieri medievali si perdevano al loro interno e spesso erano catapultati in luoghi di perdizione, come Tannhauser, che entra nel Venusberg (monte di Venere) per vivere avventure erotiche.

Non proprio una festa per bambini, dunque, ma per adulti consapevoli dei ritmi della Terra e che accettano il tempo che passa. Non si può fermare il tempo ma solo celebrarlo nel suo scorrere portando con sé le cose buone e abbandonando quelle cattive.

Rosso a Capodanno, rosso tutto l’anno

Quando ho iniziato a pensare a questo post, credevo che nessuno avesse tempo di fare sesso a Capodanno o che l’avesse fatto poco e male. Mi sono dovuta ricredere grazie ad un sondaggio Instagram. Alla domanda “Siete mai riusciti a farlo all’ultimo dell’anno?” hanno vinto i sì sui no. Le migliori risposte sono state: “Sì, con gente attorno nudi. Fantastico”, “Un anno da ragazzino. Ero talmente ubriaco che non ero nemmeno sicuro di averlo fatto. Me lo ha detto lei”, “Spesso. La più curiosa fu con due sorelle senza sapere che loro lo fossero e senza che loro sapessero“. Ovviamente è capitato più a coppie che single, in cene con gruppi consistenti o con più stanze a disposizione in case o strutture ricettive, più da giovanissimi che da adulti. Dietro i no ci sono vari motivi come l’imbarazzo di trovarsi in compagnia e la quantità di cibo o alcool ingollata che non consente una piacevole esecuzione della performance. Personalmente non mi è mai capitato di “consumare un amplesso” a Capodanno, a volte per mancanza di materia prima, altre per questioni logistiche. Non l’ho mai rimpianto perché non sono una persona superstiziosa (“Chi non scopa a Capodanno, non scopa tutto l’anno” o il bacio anglosassone sotto il vischio per buona fortuna) ma la maggior parte delle volte ho sempre indossato un intimo rosso.

L’intento non è mai stato per la speranza di incontrare qualcuno ma per me stessa. Il rosso non è solo un colore che richiama la seduzione e attira l’attenzione o porta fortuna come in Asia. Nei Saturnali dell’Antica Roma (dal 17 al 23 dicembre) si indossava il rosso perché colore divino che rievocava gli antichi fasti della mitica età dell’oro, dove tutti erano uguali e non avevano bisogno di lavorare. Ci si vestiva di questa tonalità per assomigliare per una volta ad un dio o ad una dea. Un’altra parola che fa rima con buona sorte nei significati del rosso, è fertilità e fecondità. L’anno muore per rinascere in un anno prospero, pieno di vita. Peccato che alla persona con cui lo facciamo, in genere non freghi molto della nostra lingerie. È più per noi che per loro. Ma il rosso attrae sempre in quanto presente nei nostri geni dall’epoca primitiva. Un paio di stivali alti di questo tono fanno girare più teste in mezzo alla folla che una persona nuda. Così accade con un intimo del genere. Riproduzione e mestruazioni. Non è un caso che le femmine della famiglia dei primati quando sono fertili, hanno la faccia di un rosso vivo per il picco raggiunto dal livello di estrogeni che fanno esplodere i vasi sanguigni.

È difficile che accada qualcosa se non la si vuole fortemente. Se ci si chiude a riccio e non si è aperti verso gli altri, a Capodanno (e in nessun’altra occasione) non ci si diverte ne si fa sesso. Se, invece, si è possibilisti, tante magie possono accadere!

Perché vale la pena farsi male

Un mio amico una volta si era fatto male e camminava con una stampella. Post Facebook col ghiaccio, gente incredula, così casualmente gli ho chiesto mentre parlavamo su WhatsApp come si fosse provocato il piede storto. “Eh, ferita da sesso”. Pensavo scherzasse e gli ho chiesto di dire la verità ma lui giurò fosse vero. Mi sembrava un po’ esagerato finché non è successo un avvenimento del genere a me. Sono sempre stata abbastanza “fragile” di ginocchia, tanto che al liceo mi mettevo le ginocchiere per giocare a pallavolo.  Tuttavia, non ho mai incontrato tanti partner che mi mettessero a cavallo faccia a faccia davanti a loro in posizione eretta, ginocchia piegate.  Guess what? Ne ho trovato uno. All’inizio non ero abituata ma poi mi ci sono impegnata…troppo impegnata. Il giorno dopo avevo un livido da contusione enorme sotto il ginocchio destro e uno più piccolo sul sinistro. Non essendo una sportiva, all’inizio ci ho messo il repellente per le zanzare e solo più tardi un gel specifico per contusioni e fratture assieme al ghiaccio. Bruciava da morire e sono rimasta basita per aver combinato tutto quel caos. Nell’eccitazione non mi ero accorta di nulla, anzi mi piaceva.

Questo avviene perché il sesso è un’attività fisica a tutti gli effetti. A seconda dell’ambiente dove siamo e delle posizioni che assumiamo, possiamo farci del male. Per ferite non intendo quelle sessuali legate ai genitali, anche se pure queste possono essere di natura incidentale, ma escoriazioni, contusioni, ferite, graffi, morsi, succhiotti. Come mai non ci accorgiamo del dolore che ci provocano e lo scambiamo per piacere? Per le endorfine rilasciate dal sistema nervoso che bloccano il dolore e agiscono come una sorta di morfina. Ciò che ci fa piacere la pena si chiama “masochismo benigno”: cercare il dolore mantenendo la consapevolezza che non ci farà un danno serio e, a quanto pare, gli animali non hanno questo tipo di meccanismo. L’animale quando prova qualcosa di negativo, la evita. L’uomo ha invece pena e piacere strettamente interconnessi perché l’ippocampo risponde ai segnali del dolore con la produzione di endorfine, che sono i narcotici naturali del cervello. Queste proteine si legano ai recettori oppioidi e impediscono il rilascio delle sostanze chimiche coinvolte nella trasmissione del dolore. Le endorfine non solo la fermano, ma vanno a stimolare la regione limbica e prefrontale della testa, le stesse aree attivate dall’amore passionale e dalla musica. È come l’afflusso post-pena di una droga.

Quindi se vi piace il dolore siete sadomasochisti? No, unghiate, succhiotti, morsi ed ematomi non vi rendono automaticamente dei pro nel BDSM, dato che è una sensazione che provano tutti gli esseri umani: il piacere in un certo tipo di dolore fisico. Semmai, il BDSM lavora su un tipo di dolore programmato che non fa male completamente grazie al meccanismo sopra descritto che si innesca nel nostro cervello. Questa arte erotica, se praticata con tutti i crismi, aiuta a placare i nostri istinti violenti, nervosi e repressi che sfoghiamo su altro durante tutta la giornata. 

“Non importa la natura della ferita, ne è sempre valsa la pena”. Questa è stata una delle risposte più frequenti che ho ricevuto da amici e followers alla domanda se gli fosse piaciuto farsi male. E concordo. Bisogna abbandonarsi alle sensazioni, sentire il dolore che si trasforma e sublima in piacere o non percepirlo affatto per l’estasi. Provare l’esperienza non avendo paura di farsi male ma…senza andare all’ospedale!

La perenne schiavitù di Hannah Cullwick

“Cosa stai facendo?”, disse l’uomo ritirando la scarpa dal volto della donna con un’ombra di disgusto. “Ti sto leccando”, rispose lei in stato confusionale. “Ora sei mia moglie, non devi fare più queste cose”, le disse stizzito. Hannah si rabbuiò, sembrava un’idra irta di serpenti. Si avvicinò al tavolo degli alcolici e si riempì il bicchiere. “C’è qualcuna che è già la tua serva vero?”, si massaggiò nervosamente la manica del vestito che nascondeva il bracciale di cuoio. “Non dire stupidaggini”, le intimò Arthur con nervosismo crescente. “Magari Ellen, andate così d’accordo insieme”, continuò Hannah imperterrita. Ellen era sua sorella e da quando si era installata a casa loro conversava amabilmente con Arthur. Bevve d’un fiato il contenuto alcolico del bicchiere. “Vai a quel paese, stronzo”, sputò verso di lui cogliendolo alla sprovvista. Arthur si alzò dalla poltrona dove era seduto a leggere il giornale e fu aggredito da una gragnola di spregevoli insulti. Hannah aveva il volto arrossato, gli occhi spiritati e non era più bella come prima. Era ora di prendere una decisione.

Hannah Cullwick

Hannah Cullwick nacque nello Shropshire il 26 maggio 1833 da persone povere. Il padre, alcolista, maltrattava madre e fratello ed Hannah si trovava spesso a dover fermare le sue violenze. Ad otto anni iniziò a lavorare come serva in famiglie aristocratiche e borghesi, nelle quali venne caricata di lavori pesanti ed umilianti. Scoprì presto che la dura fatica le piaceva, dato che era forte e robusta. A quattordici anni arrivò a Londra, in cui comprese la bellezza di  spalare il carbone, portare pesi, fare la sguattera in cucina e la contadina quando le famiglie per cui lavorava andavano in vacanza in campagna. Nella stessa città, il giorno del suo compleanno, fu abbagliata dal teatro. Rimase affascinata dal Sardanapalus di Lord Byron. La colpirono in particolare le parole della schiava Mirra, amante del re Sardanapalo, che vorrebbe farne la sua sposa: “Padrone, io sono la tua schiava”. Nella sua testa questo diventò il suo ideale di relazione perché annotò nel suo diario: “Ho pensato se mai dovessi amare qualcuno, è questo che vorrei: che lui sia sopra di me e io sua schiava”.

Arthur Munby

Scovò il suo Sardanapalo nella figura di Arthur Munby, un gentiluomo inglese che la adescò, sempre nel giorno del suo compleanno un anno dopo la pièce teatrale, mentre stava tornando dai signori dove prestava servizio. Munby doveva diventare avvocato per volere del padre, ma la sua vera passione era la poesia unita ad una smodata mania per le donne lavoratrici, che a volte pagava per farsi raccontare le loro mansioni o scattare una foto con la scusa dell’interesse socio-antropologico. Quest’ultimo era uno dei pretesti più usati per la produzione di fotografia pornografica ottocentesca. Hannah e Arthur si trovarono subito negli intenti ed iniziarono una relazione nascosta, dato che appartenevano a due classi sociali diametralmente opposte. Comunicavano attraverso la scrittura i loro desideri, organizzavano incontri furtivi nella stanza presa in affitto da lui a Temple, si davano appuntamenti in pubblico in cui fingevano di non conoscersi per aumentare il desiderio. La pratica feticista più amata dalla coppia era cospargere Hannah di olio e piombo sulla pelle per sembrare o un qualcosa di lurido, come uno spazzacamino, o di esotico, come le donne medio orientali, considerate conturbanti all’epoca. La pulitura del camino avveniva con Hannah nuda e un solo sacchetto in testa. Come atto rituale di ogni incontro, Hannah sgusciava da Arthur e gli leccava ripetutamente gli stivali in segno di sottomissione. Cominciò ad indossare un bracciale di cuoio al polso e una catena al collo, di cui solo lui aveva la chiave, come simbolo di appartenenza al suo padrone. Hannah era orgogliosa ma si piegava al volere di Munby perché le piaceva essere umiliata. I suoi segni di fatica erano simboli di amore e sacrificio per Arthur. Il loro godimento consisteva nello spingersi agli estremi resistendo finché potevano alle tentazioni per aumentare l’eccitazione sessuale.

Oltre alle pratiche reali, usavano come sfogo dei loro desideri la fotografia. Un fotografo professionista scattava foto ad Hannah vestita nelle mise più disparate: domestica, contadina, signora, ragazzo androgino, Maria Maddalena e molte altre. Le scarpe e le ginocchia di Munby apparvero solo in due scatti. Hannah avrebbe voluto vestirsi da uomo anche nella realtà per stare accanto ad Arthur più facilmente ma non sarebbe mai accaduto. Per il resto, Hannah ebbe carta bianca, perché era lei la vera regista della performance dietro la lente. Questo a dimostrazione che lo schiavo non è passivo nel BDSM, ma attivo, e può esistere uno “scambio” di ruoli col suo dominatore. Arthur richiese anche molte foto delle mani della sua serva preferita, grosse e callose. Il terzo sguardo di un estraneo che osservava la loro ossessione aggiungeva ulteriore eccitazione alla loro passione fotografica. 

Dopo quindici anni di relazione, Munby volle sposare Hannah. Comprò una licenza di matrimonio che permetteva di celebrare le nozze senza sparare mortaretti, ma il padre prese male la notizia e gli vietò di comunicarlo alla madre. Andarono quindi a convivere insieme, Hannah si finse domestica celando il fatto di essere una coppia a vicini e domestici. Finalmente convolarono a nozze il 14 gennaio 1873. Il matrimonio rovinò la loro relazione BDSM mettendo sullo stesso piano i loro ruoli. Hannah non era abituata a fare nulla e si diede al bere come suo padre. Iniziò ad essere gelosa della sorella Ellen che viveva in casa con loro e aveva instaurato un buon rapporto con Arthur. Al culmine di una crisi generata dall’alcool, in cui ricoprì suo marito d’insulti, fu spedita in campagna con la complicità del medico di famiglia. Hannah non torno più a Londra e Munby la visitò ogni tanto. Continuarono però a farsi fotografie fino alla morte di lei nel 1909. Arthur la seguì l’anno dopo. Donò foto, diari e scritti al Trinity College di Cambridge in scatole che avrebbero dovuto essere aperte solo il primo gennaio del 1960.