Le sirene fanno parte di questo mondo

Il mio primissimo film Disney che ho visto al cinema è stato La Sirenetta (1989). Prima che arrivasse Belle de La Bella e La Bestia, era lei la mia preferita, oltre che ad essere il primo cartone animato Disney in assoluto che vedessi sul grande schermo. Crescendo, l’ho sempre rivista con piacere, identificandomi con lei, soprattutto nei periodi in cui mi sentivo intrappolata: routine, relazioni, vita in generale. La canzone intitolata La Sirenetta aveva una particolare presa sulla mia anima da curiosa esploratrice: “Ma un giorno anch’io, se mai potrò esplorerò la riva lassù, fuori dal mar, come vorrei vivere là”. Mi immaginavo di uscire fuori dal guscio e camminare nel mondo con le mie gambe. E così è successo…ma sono rimasta sirena!

Moneta con raffigurazione di Atargatis, conosciuta in Grecia come Derketo

La figura della sirena non è sempre stata negativa nella mitologia. Le creature pesce non erano estranee all’antichità. Il dio mesopotamico della fertilità, Dagon, era un tritone. Nello stesso contesto, gli Apkallu erano semidei dalle sembianze di uomini-pesce che insegnarono civiltà e saggezza agli uomini. Atargatis, dea dell’amore siriana, aveva le sembianze di donna-pesce. Nell’antica Grecia la sirena era metà donna e metà uccello, come il demone babilonese della notte Lilit (la “giovane vento”). Poteva avere zampe o testa di volatile a seconda delle rappresentazioni ed essere femmina o maschio, ma all’epoca non ci si curava del genere sessuale di semi-umani. Le sirene erano creature del mondo infero, non a caso erano a guardia di Persefone, e Demetra le punì trasformandole in creature metà animali per non essere state in grado di proteggere sua figlia da Ade. Per altri la loro natura sarebbe frutto della vendetta di Afrodite, disprezzata dalle sirene per i suoi amori. Erano spesso raffigurate nelle tombe perché avevano il compito di consolare i morti ed accompagnarli nell’Ade. Nella storia di Ulisse viene descritto il loro canto micidiale. Quando appaiono il mare si calma, l’atmosfera si silenzia e la loro voce è una calamita, per questo motivo l’eroe si lega all’albero maestro della sua imbarcazione. Il loro nome deriva probabilmente dal greco corda (seirà) ed éiro (legare): imbrigliano a sé con note seducenti il povero malcapitato, che in genere è uomo, e divorano la sua carne (consultare etimologia qui). In questo ambito sono viste come creature ammaliatrici, predatrici più della mente che del corpo. Quando non cantano, suonano strumenti come cetra e flauto. Nelle Argonautiche di Apollonio Rodio si racconta che la sirena Partenope si sia suicidata sugli scogli assieme alle sorelle Leucosia e Ligeia per l’insensibilità di Ulisse al loro canto e la creatura abbia galleggiato fino alla foce del fiume Sebeto, dove i Cumani fondarono Neapolis, o all’isoletta di Megaride (su cui sorge Castel dell’Ovo). Napoli è l’unico posto in cui una sirena divenne dea protettrice di una città.

Ulisse e le Sirene di Herbert Draper, 1909

Il passaggio da uccello a pesce è stato forse segnato dai bestiari medievali cristiani, dato che nei racconti precedenti erano volatili (Omero non le descrive). Plinio il Vecchio descrive le ninfe Nereidi come metà donne e metà pesci. San Girolamo traduce in latino la versione greca ed ebraica della bibbia (Vulgata) e sostituisce alle parole “sciacalli” e “civette” quella di “sirene” come allegoria. Paragona le sirene anche a dei serpenti, caratteristica che verrà ripresa da altri manoscritti del tempo. Questa confusione ha determinato la crisi d’identità della sirena che nei secoli successivi si trasformerà in una oscura tentatrice. Nel Rinascimento diventa l’epiteto delle cortigiane munite di doti canore. Cantante e single? Sventura sicura! I pericoli dei mari triplicati dopo la scoperta dell’America contribuirono a trasformarla in una virago marina dallo “sguardo di basilisco” (Cornelius a Lapide). Nonostante ci sia un esempio nel folclore del Rio delle Amazzoni di un delfino della specie boto che si trasforma in uomo per irretire le donne e farle rimanere incinte, la malia nei secoli cristiani è esercitata sempre dalla femmina-pesce. Una metafora della condizione della donna oppressa e impedita come la coda di un essere che può nuotare solo nell’acqua, ovvero in un altro mondo.

Kongelike Bibliotek

Nell’Ottocento il mito della sirena diventerà indimenticabile grazie alla storia de La Sirenetta di Hans Christian Andersen (1837). Nel giorno del passaggio all’età adulta alla Sirenetta viene concesso di salire in superficie, vede una nave con un principe e se ne innamora. Lo salva da un naufragio e sparisce prima che possa vederla. Per entrare nel regno degli uomini chiede aiuto alla Strega del Mare che le strappa la lingua in cambio delle gambe per camminare sulla terraferma. Se il principe si innamorerà di lei e la sposerà, otterrà un’anima (secondo Andersen queste creature non la posseggono); se invece sposerà un’altra, la ragazza morirà il giorno dopo di crepacuore trasformandosi in schiuma marina. Il principe però quando la incontra non si infatua di lei perché non ha la voce e si sposa la ragazza che l’ha ritrovato sulla spiaggia dopo il salvataggio della Sirenetta. Questa può riavere la sua pinna solo uccidendo il principe e bagnandosi i piedi nel suo sangue ma non ne ha il coraggio e si butta in mare diventando schiuma. Per la sua bontà, le viene concesso di diventare una figlia dell’aria, un essere invisibile, ed ottenere un’anima dopo trecento anni di buone azioni. Sembrerebbe una metafora dell’adolescenza di quel periodo con una morale: frenare gli istinti passionali e fare le brave bambine obbedendo a ciò che la società aveva in serbo per le donne, il matrimonio combinato con un buon partito. Ma non é così.

Sea maid, Harry Clarke, 1916

Andersen era bisessuale. E molti dicono che probabilmente non sfogò mai questa sua inclinazione rimanendo sempre “vergine”. Una sua biografia del 2005 di Jens Andersen rivela che il suo diario era pieno di croci, che indicavano ogni qualvolta si masturbasse. La Sirenetta rappresenta sé stesso. Fu infatti scritta dopo il fallito corteggiamento di Edvard Collin, di differente ceto sociale, che si sposò con una donna e respinse le sue avance in quanto eterosessuale. Dicono tutti che non ci siano prove scritte che abbia consumato carnalmente sia la sua omosessualità che eterosessualità ma questa è la maledizione che cade spesso sugli scrittori di fiabe come Lewis Carroll. Vengono considerati asessuati o al massimo “strani” adoratori di bambini. Io penso che non necessariamente tutto quello che ci accade nella vita dobbiamo scriverlo. Le sue fiabe parlavano del diverso, che non viene mai accettato ma sempre respinto, che si adatta ad ogni tipo di genere sessuale o discriminazione.

Memoirs of a Mermaid, Amiyah Scott

Forse è anche per la storia dietro al creatore de La Sirenetta, che negli ultimi anni la comunità LGBTQI+ si è appropriata della sua figura. Il parallelismo accade in particolare per le persone transgender, dato che il sesso della sirena è sconosciuto proprio per la sua coda di pesce. I trans, sia femmine che maschi, attraversano la curiosità morbosa per i propri genitali, sono considerat* la metà di qualcosa e di sedurre automaticamente gli “eterosessuali” per la loro natura considerata ambigua. La star tv transgender americana Amiyah Scott ha scritto apposta un libro intitolato Memoirs of a Mermaid (Memorie di una Sirena), dove parla della sua transizione da uomo a donna all’età di quindici anni senza il sostegno dei suoi genitori. Nel 2000 è uscito in Italia con una tematica simile Il volo della Sirena – La vera storia di Diana Casas di Liliana Giménez. Mermaids è un’associazione di beneficenza inglese creata nel 1995 da dei genitori che volevano sostenere i loro bimbi trans e che opera ancora per supportare la loro solitudine e ridurre i rischi di suicidio. Jazz Jennings, ex teen star, autrice di I am Jazz e protagonista del documentario fatto dalla sua famiglia I am Jazz: a family in transition, in cui è spiegato come crescere un bambino transgender, è appassionata di sirene ed ha prodotto code in silicone per raccogliere fondi per la sua fondazione TransKids Purple Rainbow. Le sirene come espressione di libertà di essere chi si vuole sono usate nella Mermaid Parade di Coney Island (New York), che ogni sabato prima del solstizio d’estate dal 1983 sfila come una sorta di carnevale estivo per celebrare i nomi delle vie Mermaid e Neptune Avenue e mostrare i lavori degli artisti locali.

Coney Island Mermaid Parade, foto: huffingtonpost.com

Le sirene sono pure un feticismo. Una sex worker ha raccontato di un cliente che voleva fosse una sirena incapace di respirare per poi arrivare lui a salvarla. L’avrebbe pagata per diversi mesi per inscenare sempre lo stesso gioco. Eric Ducharme diventa un tritone infilandosi una coda e nuotando in una sorgente d’acqua naturale tre volte a settimana in Florida. Eric ha fondato un brand di moda di bellissime code, The Mertailor, che collabora con Project Mermaids – Save Our Beach della fotografa Angelina Venturella. Il progetto di beneficenza consiste nell’immortalare persone vestite da sirena e devolvere il 50% del ricavato alla salvaguardia di spiagge e oceani. Col trend delle sirene scoppiato nel 2017, la gente vuole sempre di più diventare una creatura dell’acqua. Il mermaiding è l’attività che indica la sirena di professione. Nuotano con code brevettate o finte per spettacoli, party o servizi fotografici. Purtroppo ricevono spesso attenzioni indesiderate dai pervertiti di questo mezzo-animale (in inglese merverts). Voyeurismo, stalking, richieste di foto porno o di iniziare una relazione sono all’ordine del giorno, soprattutto, pare, per le donne. Alcuni molestatori online inviano addirittura dick pic. E qui noto un inquietante parallelismo con l’universo delle sex blogger. Anche noi subiamo il tema del diverso, di chi va fuori dai binari dritti della società, per parlare di sessualità nella maniera che più ci si addice.

Le sirene fanno parte di questo mondo. Sono la diversità che ci contraddistingue nelle abitudini, nel modo di esprimerci, nel genere e nelle inclinazioni sessuali. Le sirene appartengono alla variegata e variopinta umanità.

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La seduzione degli occhi è un’arte dimenticata

Il mio principale strumento di seduzione sono gli occhi, azzurri e grandi. Anche se non li uso come dovrei. Anzi, in genere vengo colpita da un complimento a tradimento “che begli occhi” durante il quale o li spalanco o li abbasso ringraziando. Solo crescendo mi sono scattata qualche selfie con luce strategica o ho realizzato video Instagram nel quale erano particolarmente illuminati. Non li ho mai usati conscia del loro potere seduttore. E non saprei come farlo. Ho sempre pensato che la seduzione debba essere sempre più di un quarto inconscia, altrimenti si è tutti degli attori che recitano una parte. È vero però che nel corso del sesso gli occhi vengono usati spesso, se si è oltrepassata la fase “occhi chiusi”. Personalmente, quando li tengo troppo serrati, significa che non sono eccitata e mi trovo in tutt’altro mondo.

Eva Green in Le Crociate (Kingdom of Heaven)

Il contatto visivo è importante nel sesso e può eccitare particolarmente durante un cunnilingus o una fellatio. Ma possono gli occhi da soli far venire le persone? Magari orgasmare no, ma alcuni dicono di sì, pur se molti si riferiscono allo sguardo più che agli occhi come ad oggetti in sé. E qui entriamo nel sempre sorprendente ambito feticista e guardiamo al Giappone, terra garanzia di grandi soddisfazioni nell’ambito di bizzarrie sessuali. È qui che si è sviluppata la pericolosa pratica dell’oculolinctus tra gli studenti, in cui si leccavano le orbite degli occhi. Che poi si è scoperto non essere vera e priva di fondamento, una fake news creata ad arte da un giornale specializzato in subculture. Ma è vero che questa falsa storia ha “ispirato” video cum shot su Pornhub in cui un pene viene su un singolo occhio aperto (voce “eyes cum” o “japanese eyes cum”). Per quanto capisca un facial, non mi spiego il feticismo per l’occhio in sé. Può capitare che gli occhi imbarazzino per la loro bellezza, ma in qualche modo è l’insieme del viso che fa la persona attraente.

Una pratica invece molto vista in manga e cartoni è quella di leccare le lacrime, in genere della donna, considerato in genere come gesto erotico/tenero/romantico.

È lo sguardo che cambia il gioco. La volontà che si trasmette attraverso di esso può essere di interesse, desiderio, consenso, comando. È uno strumento di comunicazione fondamentale che oggi spesso non viene usato al suo massimo. Nel passato era usata di più perché esistevano più costrizioni e divieti sociali. Siamo tutti impegnati a fare gli zombie con i cellulari ed a guardare distrattamente le persone, pure quando queste ci piacciono. Kezia Noble, una famosa dating coach per uomini, afferma che la seduzione non verbale è un’arte perduta. Siamo troppo abituati al sexting ed a passare subito al sodo. Si dice sempre che la chimica è un qualcosa di naturale, in parte è sicuramente vero, ma dall’altra se le persone sono sempre più distratte, spesso non si impegnano a mostrare loro modi di fare attraenti o lati di sé interessanti, che magari si scoprono solo col tempo…quando di tempo ad un primo incontro ce ne è poco! La tecnica di Kezia, chiamata The Upside Down Triangle, non è altro che sedurre con il ritmo rallentato della voce ed il contatto degli occhi. Dura pochi secondi e poi si ritorna al tono normale e si distoglie lo sguardo. Non credo molto in questi metodi, se uno non ci sa fare, non impara dal nulla e si dovrebbe allenare in appuntamenti con persone diverse. Il punto è che se non piacciamo all’interlocutore possiamo risultare veramente ridicoli. Meglio cogliere qualche segnale positivo prima di tuffarsi.

Glenn Close e Michael Douglas in Fatal Attraction

Il contatto con gli occhi, la comunicazione non verbale sono ormai dei grandi assenti, almeno nel contesto pubblico. Ovvio che sedurre con lo sguardo non significa fissare. Basta un istante per agganciarsi con lo sguardo se lo scopo è simile. Ma come si fa nell’epoca di app e telefonini? Bisogna tornare ad osservare. Non uno schermo ma le persone. Guardarle sul serio. Riconoscerle come occupanti uno spazio. Ascoltarle veramente. Andare agli eventi da soli, fare conoscenze, senza necessariamente affidarsi ad un app (anche se in queste situazioni Happn potrebbe essere utile se proprio si vuole incontrare con sicurezza qualcuno). Però quanto è bello essere intrigati da uno sguardo intuendo le sue intenzioni senza conoscerle appieno?

La masturbazione maschile non è così banale come siamo abituati a credere

Uomini e donne sono uguali quando si masturbano. Questa è la conclusione alla quale sono giunta dopo esperienze personali e sondaggi sui social. Tuttavia non mi sono accorta di questo importante particolare finché non si è accesa la lampadina direttamente davanti a me. Siamo così occupati ad elevare la masturbazione femminile per vulva e vagina multitasking che il pene viene considerato solo come un “coso” che si eccita semplicemente se lo si massaggia ripetutamente dal basso verso l’alto e viceversa. Che ci vuole? Tutti i peni orgasmano alla grande nonostante la tecnica! Non è esatto.

La prima volta che ci ho riflettuto ero ad una cena di arrosticini abruzzesi (sì, noto l’ironia). Complice forse il vinello rosso della casa, una coppia di amici ha rivelato che lei aveva una pressione diversa quando lo masturbava, anche se questo non comprometteva l’esito. La differenza di pressione è stata salutata con meraviglia da noi donne ascoltatrici, non solo per la constatazione che le mani altrui raccontano una storia differente, ma anche probabilmente perché il pene viene considerato come un mero oggetto di pongo sempre dritto e pronto. D’altronde nella mia storia sessuale ricordo pochi uomini che mi abbiano detto come si masturbavano esattamente da soli. Nessuna indicazione specifica, mi hanno fatto seguire solo “il sentimento” del momento, quando io avrei apprezzato una sorta di bussola. Chiunque abbia a cuore il piacere del proprio partner fisso o occasionale, saluta con gratitudine ogni piccola guida. Mi sono imbattuta di nuovo nella riflessione qualche tempo fa, nel mentre che un tizio mi spiegava come più gli piaceva masturbarsi. Ho deciso quindi di approfondire la questione. Gli uomini hanno un solo modo di venire oppure molteplici?

Foto: Luca Matarazzo

La seconda opzione della domanda è la risposta giusta. Il “metodo classico” come chiamato da molti non è disdegnato ma ci sono delle varianti: c’è chi tiene ferma la base e stimola in su e giù la parte superiore concentrandosi sul glande, tanti che coinvolgono l’ano per raggiungere un orgasmo più forte, qualcuno massaggia i testicoli o si stimola i capezzoli perché sua grande zona erogena, altri usano lubrificanti o sex toy. Un follower Instagram addirittura ha provato il massaggio prostatico ispirato da un programma tv sull’argomento e lo consiglia come metodo per raggiungere un orgasmo più intenso. Purtroppo un punto chiave che mi interessava ha ricevuto poche risposte: comunicate le vostre tecniche ai partner? Tre persone hanno ammesso di dirlo ed una ha confessato: “Lascio fare se no il bello svanisce. Dopo un po’ correggo”. Per il resto, silenzio. Spero non sia la tendenza generale e che non si dia nulla per scontato. In caso contrario, uomini, non abbiate timore di comunicare i vostri bisogni. Fornite le coordinate senza paura e, se necessario, non solo con “vai più piano o stringilo meno o più forte”. Il piacere deve essere ricambiato adeguatamente se possibile, non accontentiamoci sempre delle briciole.

Sarebbe un paradosso non essere sinceri per la categoria maschile che per istituzione è abituata a vivere una sessualità libera ma non senza paturnie. Se non sei continuamente performante, non ti vogliamo. Se non fai sesso dalla mattina alla sera soprattutto quando sei single, sei uno sfigato. Bisogna sempre essere gagliardi per la legge del patriarcato. Tuttavia, in questa continua dimostrazione di “durezza” accadono episodi curiosi, interessanti e soprattutto liberatori. Navigando per questa ricerca, ho letto un articolo di GQ America che parlava dei gruppi di masturbazione che vanno di nuovo di moda in USA (se avete letto i miei post precedenti, questo fenomeno non è una novità, risale nella modernità almeno alla fine degli anni Settanta ed è nato nella comunità gay americana —> anche se i primi gruppi maschili di masturbazione risalgono all’Antico Egitto) e sono anche frequentati da eterosessuali. Il motivo? La maggior parte di loro ha vissuto delle esperienze, specialmente in età adolescenziale, di masturbazione di gruppo e non ci trova nulla di male. Tumblr ha dato un nome in inglese al fenomeno “buddy bating“. Il numero di pareri che confermano questa pratica tra i miei followers è stato superiore alle domande generiche sulla masturbazione maschile. È successo a tanti o lo hanno sentito raccontare da amici, e spesso è accaduto che l’amico o il conoscente aiutasse l’altro a venire o si creassero situazioni di piacere reciproco. Alcuni hanno scoperto di essere bisex così.

Uno dei motivi principali per cui ci si masturba in gruppo è che da piccoli sembra naturale e non si pensa per nulla alle etichette imposte dalla società. Da adulti, se non si hanno tendenze sessuali verso il proprio stesso sesso, lo si fa per esibizionismo, curiosità o mancanza di comunicazione e condivisione con il partner. Diversi partecipano a questi “collettivi” che poi si trasformano in club (jackoff clubs) per ottenere approvazione, sfogarsi e cercare amore/affetto. Qualunque sia la motivazione, masturbarsi fa bene all’autostima, all’umore ed al corpo. Dovrebbero farlo anche le donne insieme, come in questo video di Erika Lust, e non soltanto in workshop o lezioni sulla masturbazione. Perché? È un modo per abbattere le proprie barriere, conoscere e scoprire nuovi lati di sé. Imparare a comunicare la propria sessualità agli altri è fondamentale per vivere bene e sereni senza tabù. L’ideale è provare ciò che ci piace o rende curiosi e trasmetterlo. Nella masturbazione siamo tutti uguali nella nostra diversità e molteplicità di risposte. Bisogna solo iniziare a dircelo.

foto: Luca Matarazzo

Il fuoco ribelle di Agit-Porn, un blog dove potersi esprimere nella completa ed assoluta libertà del proprio essere

Claudia Ska è esuberante, energica ed esibizionista nel senso più positivo e gioioso del termine. Ha aperto a marzo 2019 il suo blog agit-porn occupandosi subito di pornografia, sesso, corpi, censura e società condito da riflessioni al vetriolo con una sana vena politica. Claudia, nata e cresciuta in Sardegna fino ai diciannove anni, è “un’agitatrice, nel senso di chi eccita e infiamma gli animi con idee o dottrine nuove, rivoluzionarie o comunque ricche di fermenti (Treccani)”. Il nome del blog è ispirato al manifesto di propaganda di Vladimir Majakovskij per agit-prop, l’acronimo con cui veniva chiamato il Dipartimento per l’agitazione e la propaganda dei Comitati centrali e territoriali del Partito Comunista dell’Unione Sovietica . L’obiettivo di Claudia è approfondire le sue conoscenze su sessualità ed autodeterminazione, confrontarsi ed inserirsi in una rete sociale di persone che vogliano contribuire a vario titolo a parlarne. Nel suo sito c’è posto per tutti quelli che desiderino raccontarsi in libertà, soprattutto nel nuovo spazio Open Space che cura assieme all’esperta d’arte Gea Di Bella.

Nel 2016 è uscito per Blonk il suo romanzo “Ma l’amore no“. L’idea è nata da una raccolta di racconti erotici scritta da Claudia, ai quali aveva assegnato a ciascuno una colonna sonora, come se fosse un album musicale. Lele Rozza, il direttore editoriale di Blonk, li lesse e propose a Claudia di scrivere un romanzo brand new. Lei si è buttata anima e corpo nella storia della protagonista Chiara, trentenne trasferitasi a Milano che vive una vita “in bilico tra l’estasi e la noia”, tra un lavoro amato ma economicamente precario e la sua vita affettiva travolgente fatta di incontri sessuali fugaci, passionali ed amori deludenti.

Come è nata l’idea di agit-porn?

Tra la fine del 2016 e gli inizi del 2017 mi sono confrontata con Francesca Ceccarelli (una grafica che apprezzo molto, che ha appena lanciato “Frisson”), che avevo appena conosciuto, e Marco Ragaini (sui social noto come @pochestorie), che invece conoscevo da qualche mese, coi quali abbiamo pensato di aprire un sito dove poter parlare di femminismo e sessualità, dando molto spazio alla parte visuale. Purtroppo per ragioni personali e lavorative di ciascun* l’idea si è arenata, ma non ho mai smesso di pensarci e così, seppure con molta calma, ho deciso di provarci da sola. Volevo uno spazio in cui poter parlare in modo libero e disinibito di erotismo e pornografia, e ancora di più di corpi. Mi interessa molto il legame tra corpo nudo e Società, che ho avuto modo di affrontare anche altrove, quando ho curato il quindicesimo numero di “Rivista di Scienze Sociali”. Diciamo che mi piace l’idea di contribuire a sdoganare i tabù, di normalizzare e far entrare nella narrazione pubblica sulla sessualità nel discorso quotidiano, a più livelli.

Cosa hanno in comune sessualità e politica?

Sono del parere che la sessualità sia una questione personale, ma diventi politica nel momento in cui la Cosa Pubblica decide di normarla con approccio giudicante e discriminante. Sono del parere che quello che viene fatto in un contesto di sessualità consapevole e consensuale sia da rispettare, anche se noi non lo faremmo mai. Mi riferisco per esempio a una serie di pratiche e perversioni che per delle persone sono ritenute pericolose e/o disgustose. Ciascun* parte da sé per capire e decidere cosa desidera fare nella propria intimità e della propria intimità; dire “questo sì, questo no” non sarebbe giusto. Ripeto e sottolineo che mi riferisco a contesti di rispetto, consensualità e consapevolezza. La politica dovrebbe fare un discorso pubblico sulla sessualità in termini di informazione, che preferisco all’educazione (mi piace pensare al sesso come all’ultima landa di libertà che ci resta), dando gli strumenti alle persone per conoscere e scegliere.

Claudia Ska

Perché è importante essere femministe oggi?

Come ho scritto qualche tempo fa in un mio post su Instagram, forse sono sempre stata femminista senza saperlo, ma ora che sto acquisendo consapevolezza sul movimento femminista a livello storico e contenutistico-progettuale, ritengo che ogni persona a cui sta a cuore l’autodeterminazione dovrebbe esserlo. Il femminismo si inscrive a pieno titolo fra i movimenti per i diritti umani, sociali e civili e parte proprio dalla condizione di subalternità e discriminazione in cui si trova la femmina a prescindere che sia bambina o donna. Preferisco dire trans-femminismo perché include anche le femmine non biologiche, nonostante ci sia una parte del movimento (il femminismo radicale, noto come rad-fem) che rifiuta le persone transessuali. Trovo che sia paradossale che un movimento filosofico che si propone di essere inclusivo e di combattere le discriminazioni si trovi a farne al proprio interno. Sono molto radicale anche io su alcune posizioni e mi fa molto arrabbiare che si definisca “femminismo radicale” un pensiero che è sessista radicale. Il mio femminismo è trans, intersezionale, favorevole al lavoro sessuale nel senso più ampio e sfaccettato del termine. Sono grata al femminismo perché cerca di liberare le persone dalle gabbie sociali e culturali che le relegano a dicotomie stringenti. Essere femminista oggi è faticoso come cinquant’anni fa perché adesso si pensa che le donne abbiano pari diritti e doveri, che tutto sia a posto e i discorsi femministi siano pretestuosi, che siamo le solite uterine, isteriche, che abbiamo “le nostre cose” anche quando non ce le abbiamo. A quelle persone dico di guardare oltre la punta del proprio naso e togliere il paraocchi per avere una visione complessiva. Dobbiamo ricordarci che c’è sempre qualcun* che sta peggio ed è per quella persona che dobbiamo sfruttare i privilegi che abbiamo.

Banana


Secondo te l’esibizionismo è un problema da combattere o una forza da sfruttare?

Da esibizionista non posso che difendere la causa! Le motivazioni per cui ci sono persone esibizioniste sono da ricercarsi nella vita e nel carattere di quelle specifiche persone ed in ogni caso non ci riguardano. I tentativi di indagare e psicanalizzare chi si mette in mostra secondo me sono totalmente inopportuni e fuorvianti. Conoscere le ragioni per cui una persona si mostra mi sembra davvero ininfluente. Credo che invece sia importante che questa possa mostrarsi in modo sicuro, tutelato, ossia che la sua decisione non venga strumentalizzata e che la sua persona non venga lesa. Non considero l’esibizionismo come un problema fintanto che non influisce negativamente su altre vite, cosa che mi pare piuttosto improbabile che possa accadere. Mi riferisco a un esibizionismo del corpo, non al voler essere costantemente sulla scena con atteggiamenti e discorsi volti al solo scopo di farsi notare no matter how and why. C’è un giudizio nelle mie parole, me ne rendo conto, faccio un distinguo. Credo che la seconda opzione sfoci nel presenzialismo. Penso che una persona consapevole che si mostra stia, mentre ci sono persone che semplicemente ci sono. Per me è una differenza sostanziale.

Parlaci della tua collaborazione con Gea Di Bella e dell’ambiente virtuale Open Space.

Nel progetto che avrebbe coinvolto Francesca e Marco, a cui ho accennato prima, la parte illustrata a cura di Francesca e quella fotografica a cura di Marco sarebbero dovute essere particolarmente sviluppate, mentre io mi sarei concentrata sui testi. Ho aperto agit-porn dopo aver rimandato per anni e dopo che Instagram ha cominciato ad eliminare dal mio account una serie di foto di nudo parziale o integrale che io stessa avevo preventivamente censurato, conoscendo la sua discutibile policy. Ero stufa che i corpi e le immagini erotiche fossero (siano tuttora e saranno sempre di più) cancellate a oltranza e senza un criterio uniforme. Volevo che corpi e sessualità fossero visibili sul mio sito, uno spazio-manifesto e così ho pensato alla sezione “Open Space” immaginandola come una galleria dove periodicamente possano esporre persone che hanno lavorato a progetti il cui focus siano corpi, erotismo e pornografia. Attualmente cerco le/gli ospiti a cui chiedere di esporre, ma in futuro non mi dispiacerebbe che fossero loro a proporsi. Con Gea stiamo valutando se aprire una call, vedremo. Instagram, nonostante tutto, mi ha permesso di conoscere molte persone e progetti interessanti (tra cui te, per altro!) e fra queste c’è Gea Di Bella, appunto. Mi ha colpito subito il suo entusiasmo e le ho proposto quasi a scatola chiusa di collaborare con agit-porn e di curare “Open Space” come se fosse una galleria vera e propria, fisica. Quindi mantiene i contatti con artist*, sceglie insieme a loro le opere da selezionare, si occupa della curatèla. Il tutto sotto la mia supervisione, che comunque è molto libera, primo perché abbiamo gusti affini, secondo perché ha una sensibilità artistica spiccata (e non solo!), e terzo perché così posso dedicarmi alla scrittura. Per me è anche un grande esercizio di delega. La singolarità di questa collaborazione con Gea è che non ci siamo ancora conosciute personalmente: lei vive in Sicilia e io in Lombardia, ma fantastichiamo un incontro!


Hai detto che il tuo libro “Ma l’amore no” ti ha salvata. Come mai ha deciso di scriverlo e per quale motivo ti ha salvata?

La verità è che io avrei voluto fare una raccolta di racconti erotici, ma il mio editor(e) Lele Rozza mi ha fatto una proposta più ambiziosa, ossia quella di cimentarmi con un romanzo. Salvo l’entusiasmo e la gratificazione iniziale, sono andata nel pallone, perché non avevo mai scritto altro che monologhi (per teatro e cabaret), racconti e poesie. Scrivere un romanzo richiede una tensione narrativa di più ampio respiro e una visione d’insieme che pensavo di non avere, eppure ce l’ho fatta. Questa è una mia ragione d’orgoglio e credo che mi abbia salvata da alcuni pregiudizi che avevo su me stessa, come per esempio il non essere in grado di scrivere una storia che andasse oltre le tre cartelle. Mi ha salvata dall’inerzia, dal dolore, dall’ignavia e mi ha immersa in un’altra realtà, che non è stata solo quella della narrazione, ma una realtà che non immaginavo potesse esistere e che avrei costruito personalmente. Mi sono salvata (parzialmente, va detto) dallo schema di me che avevo reiterato fino a quel momento. Ma l’amore no” è nato da Claudia però è andato oltre, mi è servito per spogliarmi, col grande rischio che l’espormi così tanto mi rendesse vulnerabile, ma forse era proprio quello che cercavo: esporre la vulnerabilità mia e dei personaggi che lo popolano.

Quanto c’è di autobiografico nella tua opera e perché consiglieresti di leggerla?
Di autobiografico c’è il tanto per considerarlo audace. Ne consiglio la lettura perché è un romanzo contemporaneo di formazione e cambiamento che cerca di parlare la lingua di chi legge. Si tratta di una storia di resa al dolore, di abbandono (nel senso che alcune persone ne lasciano altre, altre abbandonano sé stesse e altre ancora si lasciano andare). La protagonista, Chiara, fa un enorme lavoro su di sé e quello che si intuisce tra le righe, e che spero arrivi, è che quel lavoro non ha fine, è costante ed inesorabile. Bisogna leggere “Ma l’amore no” anche perché il sesso che ho raccontato è schietto, verace, quotidiano, buffo, passionale, travolgente, realistico e soprattutto è gioioso, senza sensi di colpa (tranne forse in un caso, ma anche quel dettaglio è sinonimo di realismo). Se vi piace l’arcobaleno, dovreste leggerlo!

Prossimi progetti per agit-porn?
La programmazione non è il mio forte, ahimè, ma oltre al sito, che si arricchirà di nuovi contenuti e collaborazioni, sto pensando di realizzare dei progetti al di fuori , nella vita in carne e ossa, e soprattutto di sfruttare al meglio ed al massimo le conoscenze che la rete mi ha permesso di fare. Ho tantissime idee affastellate. Nell’ultimo periodo ho preso una pausa dai social perché ho bisogno di ordinare le suddette idee per poterle mettere alla luce serenamente, ma temo che sarà un parto plurigemellare podalico in posizione ginecologica senza epidurale. Diciamo che il prossimo progetto per agit-porn è farlo diventare un luogo fa-vo-lo-so: sono ambiziosa ma resto umile!

Sex Toys, questi sconosciuti – Coccole e design, Parte 4

Quando fu scoperto il virus HIV negli anni Ottanta i sex toys finirono di nuovo sotto il mirino dei detrattori. Gli opuscoli per la sua prevenzione spesso li dipingevano come armi pericolose, in particolar modo se li si condivideva con un partner. Alcuni educatori sanitari invece dicevano che i sex toys fossero una pratica sessuale sicura che aiutava a prevenire la malattia. Addirittura la comunità gay americana organizzava spesso delle feste della masturbazione, che esistevano già prima della scoperta dell’HIV, come attività meno temuta del sesso penetrativo.

Questa campagna incoraggiava l’uso ed il lavaggio dei sex toys. Foto: Wellcome Library, London.

Nei primi anni Ottanta in Giappone comparve un sex toy rivoluzionario: possedeva un fallo vibrante ed uno stimolatore clitorideo in un unico prodotto. Era il Rabbit della Vibratex, che a fine anni Novanta sarà reso famoso dalla serie Sex & The City di HBO. La caratteristica simpatica era che lo stimolatore clitorideo fosse a forma di animaletto proprio per evitare un riferimento sessuale, dato che la legge giapponese vietava di riprodurre l’esatta fattezza dei genitali. Quello del Rabbit era un coniglietto, i dispositivi di altre marche avevano castori, tartarughe, canguri e geishe. Quando furono importati negli States, riscossero subito successo, accanto ad un grande classico, l’Hitachi Magic Wand, che assomiglia in tutto e per tutto ad un massaggiatore.

Rabbit, Vibratex, 1984

Nel 1995 il sex shop di San Francisco, Good Vibrations, dichiarò maggio il mese nazionale della masturbazione per supportare il chirurgo generico Jocelyn Elders, licenziata per aver affermato che la masturbazione “forse doveva essere insegnata” e figurare tra le informazioni sul sesso sicuro. Nel 1999 lo stesso store lanciò la masturbate-a-thon, una maratona a scopo benefico. Funziona così: un partecipante chiede ad un amico di sponsorizzarlo per ogni minuto che si masturba durante la giornata nazionale della masturbazione (prima era il 7 maggio, adesso il 28). Good Vibrations dona il 100% del ricavato alla prevenzione contro l’HIV.

foto: goodvibes.com

I sex toys adesso nel mondo occidentale si trovano anche in grandi catene di supermercati o beni generali (negli States Wallmart). In Italia purtroppo, a parte alcuni sex stores a Roma e Milano, l’oscurantismo è sempre presente nel mondo reale e virtuale. Questi dispositivi si sono evoluti tantissimo nel tempo e sono diventati dei veri e propri oggetti di design. Sono così quasi irriconoscibili che a volte è difficile indovinare a primo colpo la loro funzione. La designer ceca di Whoop.de.doo, Anna Marešová, ha creato un set di sex toys bianchi per togliere le donne dall’imbarazzo di comprarli o semplicemente “vederli”. Sono bellissimi e chic, di manifattura locale con silicone medico. Ramblin’ Brands ha confezionato vibratori Smile Makers ognuno rappresentante uno stereotipo sexy riconoscibile dai colori e dalle funzioni diverse: The Fireman, The Millionaire, The Frenchman, The Tennis Coach. Ognuno stimola una zona erogena differente. L’adult kit di Michael Reynolds (editor del magazine Wallpaper) e Jeff Zimmerman è fatto di vetro soffiato nero e comprende vari butt plugs (tra cui uno che può reggere una candela), dildo e soffocatore (gag). Tuttavia, parola degli stessi creatori, “meglio usarli come soprammobili”. Altri bizzarri sono la fleshlight d’arredamento The Satyr progettata da Bastiaan Buijs che può essere pure montata come se si fosse a cavallo di una sella, la lampada Love the bird di Marc Dibeh che nasconde un uccellino-vibratore su un lato, il dildo di vetro soffiato con diffusore che raccoglie le ceneri dell’amante estinto del designer olandese Mark Sturkenboom. I più fashion sono Vesper di Crave, un vibratore ciondolo lungo più di nove centimetri in acciaio inossidabile, la serie Horoscope di Bijoux Indiscrets con pietra del segno zodiacale, balsamo riscaldante per il clitoride e finger vibrator (vibratore da dito). L’anno scorso (2018) Rihanna, appassionata di BDSM, ha disegnato degli accessori per il piacere (e non dei sex toys nel senso stretto del termine come è stato erroneamente riportato) per la sua collezione di lingerie Fenty X Savage, chiamati Xcessories a prezzi abbordabili: ci sono manette, copricapezzoli neri, frustino in pelle, lacci in seta per essere legati, maschere di pizzo.

Whoop.de.doo di Anna Marešová
Adult kit di Michael Reynolds e Jeff Zimmerman
Vesper di Crave

Quasi tutte le persone che hanno partecipato al mio sondaggio su uso ed utilità di sex toys hanno risposto per la maggior parte in modo positivo. Molti li adoperano per il proprio piacere ed ammettono siano strumenti che aiutano ad esplorarsi. Io stessa devo ammettere di essere rimasta sorpresa dal Twenty One Vibrating Diamond di Bijoux Indiscrets ed abbastanza soddisfatta del pulsatore Stronic Drei di Fun Factory (anche se devo ancora trovare la mia velocità dello zen). Il succhiaclitoride del Sona della Lelo mi ha lasciato perplessa, forse perché non sono abituata alle onde soniche. Tuttavia ci sono ancora molte remore, almeno ufficiali, verso l’uso di questi oggetti tecnologici all’avanguardia. Si pensa sempre di avere un problema, un po’ come quando qualcuno inizia ad andare dallo psicologo. Non c’è nulla di male nel volersi scoprire con altri mezzi differenti dalle proprio dita. Vivere nel mondo di oggi è fantastico da questo punto di vista perché c’è una schiera di sviluppatori e designer che si impegna in un grande lavoro umanitario: donarci piacere. Nessuno ci insegna come masturbarci sin da piccoli, da una parte perché è tabù, dall’altra perché solo noi siamo in grado di sapere i movimenti che ci portano all’orgasmo, quindi se adottiamo un “espediente” in più per approfondire l’argomento ci stiamo solo coccolando e facendo del bene. Sapete già cosa regalarvi per il vostro prossimo compleanno, vero?

Twenty One Vibrating Diamond, Bijoux Indiscrets

Rosita Maugeri spiega il meraviglioso mondo del sex coaching e del contatto indispensabile con le persone

Rosita Maugeri è una consulente sessuale, in inglese sex coach, dal 2017. “Preferisco definirmi sex coach perché, avendo vissuto tre anni negli Stati Uniti, so che lì questa figura è molto rinomata e con questa etichetta la gente capisce bene di che ti occupi”. Dopo essersi laureata in Mediazione linguistica e culturale a Milano, ha pensato di andare a New York per trovare delle risposte alle proprie domande. “Avevo voglia di esplorare il mondo e di non stare chiusa in università. L’Italia mi stava stretta e non avevo quelle scadenze che tutti avevano: trovarsi un lavoro, fidanzarsi, fare figli”. Giovane e malleabile, ha ottenuto le sue risposte nella Grande Mela. “La canzone New York, New York di Frank Sinatra dice ‘If you can make it here, you can make it anywhere’ ed è proprio così”. A New York è entrata casualmente in un sexy shop, Babeland, ed ha scoperto che era un mondo completamente diverso rispetto a quello italiano. “All’inizio non capivo cosa fosse perché era pieno di libri, ho parlato con le meravigliose commesse che mi hanno spiegato il concept”. Babeland è stato aperto da una coppia di donne di Seattle che facevano fatica ad acquistare i sex toys ad inizio anni Novanta ed hanno avuto l’idea di aprire un sex shop women-friendly con addette alla mano in grado di spiegare il funzionamento della merce. “Sono rimasta talmente affascinata dal loro approccio positivo che quando sono tornata a casa ho intrapreso il percorso della sessualità”.

Ha lavorato per La Valigia Rossa per quasi tre anni. “Avevo voglia di mettermi un po’ in gioco e di riuscire meglio a capire le abitudini sessuali delle italiane e di relazionarmi con loro”. La Valigia Rossa è perfetta per questi scopi perché mostra sex toys e prodotti per il piacere a folti gruppi di amiche. “È un’educazione alla sessualità in maniera ludica e divertente”. Questo lavoro ha fatto comprendere a Rosita che la sessualità era la sua strada ma sentiva che le mancavano ancora alcuni strumenti, quindi si è iscritta al corso AISPA (Associazione Italiana Sessuologia Psicologia Applicata) di Milano ed ha ricevuto il diploma di consulente sessuale.

Dentro e fuori La Valigia Rossa ha preso parte ad un primo progetto importante con la Lila – Lega Italiana per la Lotta contro l’AIDS in cui parlavano di affettività e sessualità consapevole alle donne del carcere femminile di San Vittore di Milano. “Ci indirizzavamo a donne responsabili di reati minori, che sarebbero uscite tra qualche mese o anno. Con me c’erano una sessuologa clinica, Paola Ploia, ed una infettivologa specializzata in malattie infettive a trasmissione sessuale, Alessia Carbone”.

Ha collaborato con un locale milanese per delle serate nelle quali cercava di creare una condivisione sui temi della sessualità. “Più delle consulenze one to one, il mio desiderio principale è di instaurare dialogo e condivisione negli eventi che organizzo. Penso che le persone debbano imparare a parlare di sessualità perché sono spesso bloccate”. Rosita prepara incontri particolari dove introduce l’argomento a livello scientifico ed umano e poi fa in modo che i presenti interagiscano tra di loro. “Un po’ come nel programma La Mala EducaXXXion”, trasmesso dal 2011 al 2014 su La7d.

Su questa scia ha modellato tre format, il più recente è Il Salottino dei Tabù, che riprenderà dopo l’estate. “Si svolge all’interno del coworking Lascia La Scia ed è un vero e proprio salottino in cui i temi sono aperti. Si parla di tutti quei tabù che inibiscono una sessualità libera e consapevole alle persone”.

In collaborazione con il sexy shop online My Secret Case organizza da un anno gli AperiGodo. Un evento in chiave giocosa costruito in tre macromomenti: introduzione del mestiere di Rosita e lancio del tema della serata, domande con risposte dei partecipanti scritte su una lavagna per instaurare interattività, l’oca jouer. “Quest’ultimo è un gioco dell’oca versione sexy. Dividiamo le persone in due gruppi, il capogruppo lancia il dado e per ogni casella devono ad esempio presentare un sex toy, inventarsi una poesia erotica e così via”.

L’ultimo si chiama Sex F.A.Q. con le specialiste che ha conosciuto nel progetto LILA. “Da F.A.Q., frequently asked questions. Adesso è un po’ in stand-by”. Si incontravano in una saletta appartata del locale Ghepensi M.I., davano un tema e facevano passare una scatola in cui i presenti inserivano in forma anonima domande inerenti all’argomento della serata o a 360 gradi.

Il pubblico in genere è costituito da Millennials e Generazione Z (ventenni), molto aperti a tante tipologie di sessualità. “Un ragazzo una volta ha parlato disinvolto al pubblico di partecipanti della sua transizione da donna a uomo. Per le generazioni precedenti, non sarebbe stato così facile”. Secondo Rosita, per le nuove generazioni il vanilla sex è superato, il sesso anale e il rimming lo mangiano a colazione. “Dei ragazzi alla domanda dell’oca jouer su che cosa li facesse eccitare di più a letto risposero il knife play, ovvero farsi tagliare con le lame”. Invece nella generazione primi anni Ottanta e Settanta Rosita ha notato molta paura del giudizio altrui, soprattutto nei confronti di sé stessi e del partner.

Il Salottino dei Tabù prossimamente diventerà un corso con più incontri, una sequenza di workshop “per aiutare le persone a fare un percorso di cambiamento”. Rosita vorrebbe fornire gli strumenti adatti per migliorare la loro consapevolezza sessuale.

Trovate Rosita su Instagram come rosita.sexcoach e su Facebook come Rosita Maugeri.

Sex toys, questi sconosciuti – Parte 3

Il merito sopra tutti che deve essere riconosciuto ai sex toys è di aver regalato i primi veri orgasmi alle donne di trenta e quarant’anni che non erano in grado di raggiungerlo da sole o col partner. Tuttavia negli anni Settanta solo una frangia femminista, quella meno radicale, riconosceva questa qualità ai suddetti dispositivi e la promuoveva per la masturbazione. La maggior parte sentenziava che erano prodotti del capitalismo e che per questo dovevano essere combattuti. I conservatori li consideravano solo degli aiuti per migliorare la vita di coppia. Ed in generale in quel periodo non erano visti di buon occhio perché non “naturali”.

Ron Braverman, e suo figlio, Chad Braverman, proprietari attuali di Doc Johnson, foto: Robyn Beck di AFP, Getty Images

Negli adult store l’affluenza, almeno negli States, era quasi esclusivamente maschile. Quindi Reuben Sturman, il più grande distributore americano di materiale porno, insieme al figlio David e Ron Braverman creò nel 1976 una linea mainstream di sex toys sia per donne che per uomini chiamata Doc Johnson (ancora esistente). Si inventarono un pupazzetto dottore dai baffoni rassicuranti per infondere un senso di fiducia ed autorevolezza come le grandi catene di fast-food. Venivano però venduti in modo tradizionale come “dispositivi medici” ed “aiuti coniugali” e si rivolgevano soprattutto ad eterosessuali monogami. Furono comunque la prima azienda a creare un brand attorno ai sex toys. Più tardi anche Gosnell Duncan formò una ditta per i suoi dildo per disabili, la Scorpio Products. Tuttavia, la prima ad ammettere concretamente entrambi i sessi dentro il suo store di San Francisco fu nel 1977 Joani Blank con il suo Good Vibrations.

Dell Williams, proprietaria di Eve’s Garden, fece un sondaggio tra i suoi sostenitori per capire quale aspetto per loro dovesse avere un dildo e se dovesse per forza somigliare ad un pene. I suoi clienti dissero che non gli importava della taglia ma della sostanza. Duncan, che faceva dildo su misura per Williams, creò sotto sua ordinazione il Venus di color rosa pallido e marrone cioccolato che assomigliava più a un dito storto che ad un organo sessuale maschile. Il messaggio che doveva passare era che i dildo non fossero imitazioni di peni ma solo oggetti per stimolazione e penetrazione.

Moderni sex toys colorati che assomigliano poco a peni specifici.

Grazie alla nuova produzione di attrezzatura di pelle di Pleasure Chest, il sex shop iniziò a diventare famoso tra i punk che sfruttavano molto l’immaginario sadomasochista nel loro modo di vestirsi. Tanto che Joan Jett comprò la famosa cintura di Sid Vicious ornata da anelli di metallo sadomaso proprio in uno dei suoi negozi e si fece una foto davanti a quello di Los Angeles. Anche Freddie Mercury incluse il nome dell’adult store nella sua famosa canzone del 1978 “Let me entertain you”.

Joan Jett davanti The Pleasure Chest di Los Angeles.

Gli home parties per vendere sex toys iniziarono nello stesso periodo di diffusione degli adult stores ma c’erano già dagli anni Quaranta negli Stati Uniti, quando l’amministrazione dell’elettrificazione rurale li promuoveva per elettrificare le case degli americani. Lo scopo di quelli moderni era di incentivare un atteggiamento più sex positive nelle persone. Erano sia per donne che per uomini ma in modo separato. La più famosa organizzatrice di questo tipo di party in Europa è Ann Summers, catena di intimo e sex toys inglese, che li ha lanciati nel 1981, e adesso è arrivata alla cifra annuale di 4.000 organizzati in tutta Inghilterra. Ora nei paesi anglosassoni lo scopo è solo commerciale ma in quelli latini prevale oltre a questo una sorta di approccio educativo, in particolar modo promosso dalla spagnola La Maleta Roja, in Italia La Valigia Rossa nelle riunioni a domicilio.

Foto in copertina: Pulsatore Stronic Drei di Fun Factory.

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