La bellezza e la pace di stare senza mutandine

Prima di beccarmi la candida l’anno scorso, non avrei mai pensato di andare in giro per casa senza mutandine. Dormire nuda ok, ma indossare vestiti privi di intimo sembra essere più tabù nella nostra mente. Soprattutto le donne, hanno molte remore a riguardo, perché hanno timore di essere viste da qualcuno, per costrizioni mentali legate al concetto d’indecenza e, non ultimo, per la convinzione sia poco salutare. “Fuori ci sono andata solo una volta tornando da casa del mio ragazzo perché avevo dimenticato il cambio a casa. Mi sentivo fresca però infastidita, preferisco indossare mutande non per pudore ma per questioni igieniche e di sensazioni.  A casa a volte aspetto a metterle dopo la doccia per continuare a sentirmi libera. Non vedo per quale motivo non portarle: sono utili, se si acquistano di buona fattura e tessuto non danno alcun fastidio e proteggono dai contatti con l’esterno”. La risposta di questa conoscente riassume alla perfezione tutto il disagio che proviamo nell’affrontare una situazione del genere.

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Io devo dire che mi sono trovata molto bene senza dentro le mura domestiche. Ci sono uscita priva solo una volta in pieno inverno per un progetto artistico dove non dovevo avere segni di biancheria sul corpo. E infatti mi sono presa la fastidiosissima cistite. A meno che non siate ben coperte e abbiate la pancia delicata, evitate il tentativo durante il clima freddo. Tornando all’episodio candida, non avrei scelto di dormire con la vagina all’aria se non me l’avesse consigliato un’amica che lavora nel settore sanitario. In questi casi, nemmeno il cotone o il lino risolvono subito (la seta pure ostruisce la respirazione della pelle). È bello perché non ci si sente costretti in una mutandina o in un perizoma, si scorrazza per l’abitazione più sciolti e disinvolti, e la vulva respira libera e felice. I pruriti diminuiscono sicuro. Bisogna prendere le dovute accortezze: igiene assoluta, altrimenti ogni indumento diventa ricettacolo di batteri. È salutare anche per vaginite e menopausa. Certo, se si abita con qualcuno sensibile, non è il massimo del divertimento, dato che in alcune posizioni bisogna pensare a coprirsi per non “offendere” l’occhio di chi guarda. Se ci uscissi senza, indosserei solo vestiti fino al ginocchio o sotto di esso per limitare i danni. C’è una legge in Italia contro gli atti osceni in luogo pubblico che non riguarda unicamente il sesso ma si riferisce a ciò che oltraggia il pudore generale: le sanzioni partono da 5.000 e arrivano fino a 30.000 euro.

Alcune donne e molti uomini credono sia una pratica sexy per eccitare l’altro. A me fa ridere perché è indice di quanto la nudità non sia considerata normale dal nostro sistema e chi si denuda o scopre una parte del suo corpo viene giudicato come malizioso e con intenzioni sessualmente bellicose.  “Il solo pensiero che una donna non indossi mutandine lo trovo altamente erotico, ho sempre fantasticato su motocicliste in tuta integrale”, “A me piace molto la donna senza mutandine, l’idea mi eccita molto”, “Una donna senza slip addosso è estremamente sexy”, “Se fosse per me vorrei avere una tipa che mi gira sempre nuda dentro casa”. Il fatto che la famosa scena dell’interrogatorio di Sharon Stone in Basic Instinct sia stata girata senza uomini nella stanza ( il regista le ha fatto togliere le mutande bianche con l’inganno) e avendo in mente le reazioni degli attori che sembrano vere, la dice lunga sull’effetto esorbitante della visione ipotetica e non di una vagina sotto la gonna. Il personaggio di Sharon, però, la stava facendo vedere appositamente ed è tutta un’altra storia. Il suo è un gesto apotropaico antichissimo, che era usato per intimorire e mostrare chi ha il vero potere tra le gambe. Ma dubito che Paul Verhoeven avesse questa idea in mente mentre girava.

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Sharon Stone in Basic Instinct (1992)

Ci sono celebrities che non ci riflettono due volte ad arieggiarsi le parti intime come Kim Kardashian, Kendall Jenner, Miley Cyrus, Jennifer Lopez, Katy Perry, Selena Gomez, Karlie Kloss. Molte di loro scelgono questa soluzione probabilmente per non avere i segni della biancheria e per gli abiti che indossano in occasione dei red carpet, trasparenti o con profondi spacchi. Quando non metto l’intimo, lo faccio per stare bene con me stessa, sentirmi comoda, non per far impazzire l’altro sesso sussurrandogli nell’orecchio: “Non ho le mutandine”. Non c’è nulla di male a giocare col proprio partner o con lo sconosciuto che ti attrae, ma non è la ragione primaria per cui le donne lo fanno.

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Jon Hamm senza intimo

Infatti, nessuna di noi pensa che un uomo senza mutande sia sexy. Anzi, siccome ci hanno abituato a temere e schifare il pene come organo sessuale finché “non lo mettiamo al guinzaglio”, siamo orripilate dagli uomini che vanno spesso in giro privi di slip e boxer. E a giudicare dalle risposte che ho ricevuto, sono parecchi. “Ci sono stati e ci sono tuttora periodi in cui non le indosso, mi piace talvolta sentirmi in libertà, avere meno costrizioni”, “Senza mutande fuori casa spesso”, “Per quanto mi riguarda non indosso mutande, solo in casa la notte”. Il celebre attore di Mad Men, Jon Hamm (Don Draper) ha suscitato scandalo qualche anno fa quando ci si è accorti che sotto i pantaloni non portasse nulla. Ed insieme a lui Hugh Jackman, Josh Hartnett, Woody Harrelson, George Clooney, Colin Farrell, Mark Ruffalo, Matthew McCounaghey, Channing Tatum e Justin Theroux. A parte nel caso di begli uomini, la nostra reazione alla notizia della segreta nudità maschile non è “wow” ma “lavati”. Perché immaginiamo che gli uomini abbiano più bagaglio che tocca facilmente gli indumenti, come i non traspiranti jeans, e quindi sia poco igienico. Nessuno però è immune allo sfregamento, in particolar modo con i pantaloni a cavallo stretto. Gli uomini devono stare anche attenti a non indossare slip troppo costringenti, visto che l’alta temperatura riduce la quantità di spermatozoi presenti nei testicoli (articolo approfondito qui e qui). “Contenere” non è mai una buona parola per la salute del corpo.

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La verità sta nel mezzo. Se indossiamo indumenti ampi e ventilati non ci sono problemi, invece il sintetico, il denim e gli indumenti stretti per lo sport sono il male. Qualsiasi discorso libertario cade di fronte al prurito ed agli odori sgradevoli. Le mutande sono necessarie in questi casi. È più igienico portarle o non portarle? Dipende dalle situazioni e dalla stoffa, come già detto. Ovvio che se non abbiamo una buona opinione della nostra vagina e del nostro pene, tenderemo sempre a coprirci. Questione di scelta ed autostima personale. Tuttavia, vale la pena provare, almeno d’estate. Si sta più rilassati, si sorride e ride di più. Perché si sa qualcosa che gli altri non sanno finché non ci sia motivo di saperlo. Questa è la vera seduzione.

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Le body chains trasformano in una divinità dai molteplici volti

Sono sempre stata intrigata da ciò che è esotico ed erotico allo stesso tempo. Quando ho visto per la prima volta delle catenine per le gambe in un video musicale me ne sono subito innamorata. La decorazione del corpo senza esagerazioni con accenni di quello che i vestiti nascondono mi ha sempre attirata e la scoperta dell’universo delle body chains, bra e leg chains mi ha galvanizzato. La cavigliera alla schiava non mi soddisfaceva più (anche perché prende il nome dal tipo d’incastro tra catene). Le body chains sono catene d’oro, argento o altri metalli con una catena che di solito passa in mezzo al busto e diverse ai lati sopra le spalle o sotto sui fianchi che si allacciano con un gancio dietro al collo, alla schiena o al sedere. Beyoncé le indossava in tempi non sospetti nel video di Crazy in Love ft. Jay-Z, Beautiful Liar, Partition e sembra le ami molto pure nella sua vita privata. E poi a ruota Miley Cirus, Rihanna, Nicki Minaj, Jennifer Aniston sul red carpet dei Golden Globes 2015, piano piano è diventato più che un trend una moda su larga scala.

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Beyoncé in Crazy in Love (2003)

Incuriosita sulla loro provenienza ho chiesto ai primi esperti di catene che mi sono venuti in mente: nel mondo della gioielleria, Ludovica Martire, e in quello del BDSM, Ayzad. Ludovica ha un marchio di accessori, Made in Pain, di ispirazione bondage e mi ha detto che le body chains vanno per la maggiore in questo momento, soprattutto col choker. “Bisogna avere un corpo proporzionato (non magro e perfetto), altrimenti la playsuit andrà ad accentuare i difetti”, avverte, “Nel BDSM le catene richiamano la donna schiava, la sub, che stuzzica l’immaginario erotico. Basti pensare a quanto agli inizi degli Ottanta rimase impressa la Principessa Leia versione schiava ne Il Ritorno dello Jedi“.
Ayzad scende più nello specifico: “Nell’ambito dei giochi erotici di dominazione e sottomissione, i collari indicano un legame formale di appartenenza: proprio come accade con i cani, con o senza guinzaglio sanciscono anche davanti al mondo come un corpo accetti di essere di proprietà dell’altro, ma anche come il padrone accetti la responsabilità di prendersi cura dello schiavo. In un senso più generale i collari indicano – magari anche inconsciamente – lo stato di “preda” che si pone in un ruolo di inferiorità o di offerta sensuale”.
Ludovica sottolinea, però, un concetto importante: “La catena è come una linea guida che porta lo sguardo su punti del corpo in cui non cadrebbe”. Questa è la forza di questo tipo di accessori, piuttosto che svolgere una reale funzione. Come conclude Ayzad, “Meglio non dare per scontato che chi porti una body chain sia in cerca di esperienze erotiche particolari”.

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Briseide, Made in Pain, Ludovica Martire

In effetti la body chain non è stata inventata dal mondo sadomaso o da quello della schiavitù nei secoli ma la sua origine è da ricercarsi in India. Le statue dei templi del Tamil Nadu rivelano una Parvati, dea madre con 100 nomi, moglie di Shiva, vestita di soli gioielli, tra cui una catena che le percorre il corpo rotondo, come se lo dividesse a metà o in diagonale. È probabile che nel suo caso questa abbia il compito nell’iconografia di ricordare in contemporanea la separazione e l’unione di Shiva e Parvati, aspetto maschile e femminile, distinti ma complementari nella raffigurazione di Ardhanarishvara (il Signore metà donna). La leggenda esplicativa più popolare dell’unione tra i due narra che Brahma creò esseri umani maschili e gli indicò come creare gli altri scontrandosi con la loro incapacità a riguardo. Quando Shiva gli comparve davanti in forma androgina, Brahma capì la sua omissione e creò le femmine. Il fatto che aspetti e funzioni delle divinità siano indicati con gioielli è tipico dell’Induismo. Essendo l’India, il Bangladesh ed il Nepal regioni ricche di metalli e minerali, è sempre stato naturale per le popolazioni ricoprirsi di monili preziosi. Venivano addirittura offerti in dono ai templi e la casta dei gioiellieri è tra le più importanti, discendente dall’architetto divino Vishwakarma. Anche le prostitute sacre (devadasi) dei templi si diceva danzassero nell’antichità nude ricoperte di gioielli per ricoprire meglio il loro ruolo di spose di un dio.
Le body chains sono tornate in auge in epoca moderna grazie alle Burlesquer (passate e moderne), ai balletti di Bollywood e ai festival particolari di musica come Coachella e The Burning Man.

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Parvati, Tamil Nadu, India
Top Indian Wedding Songs 2012 List for Dance
Gli uomini non impazziscono per le catene sul corpo, alcuni le considerano pacchiane: “Ho sempre trovato i monili delle inutili orpellerie, mi deconcetrano nell’intimità”, “Mi piacciono molto, sono affascinanti, ma non ne vedo quasi mai”. Sono apprezzate dalle donne purché non siano troppo pesanti e volgari. La maggior parte è convinta che se non si hanno le forme adatte non possano essere indossate. Per me prevale il principio che se uno si sente a proprio agio, lo trasmette pure agli altri, e per questo è già da considerarsi una divinità. Che unisce femminile e maschile in un essere sensuale unico.
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Jessica Fang

I veri libertini non esistono più, Cesare Catà ne spiega il motivo nel suo nuovo libro

“Perché odiavano tanto George Gordon Lord Byron? Non lo odiavano per le sue poesie ardite e innovative, non per le sue posizioni politiche fuori dagli schemi, non per i debiti di famiglia che non aveva estinto, ma anzi ingrossato, non per il disdegno che mostrava per la stessa classe nobiliare a cui egli apparteneva. Lo odiavano per come faceva l’amore. E per come pensava l’amore. Per le sue innumerevoli relazioni con uomini e donne. Lo odiavano perché amava in modo intollerabile. Lo odiavano perché era un libertino. – I libertini la società li odia sempre”. – Libertini Libertine – Avventure e Filosofie del Libero Amore da Lord Byron a George Best di Cesare Catà

In questo blog abbiamo trattato ed accennato spesso alla figura del libertino nell’accezione moderna di ape che passa di fiore in fiore senza essere mai sazia, proprio perché la sottoscritta ha avuto spesso a che fare con questa specie. Sedendomi a chiacchierare con il performer teatrale e filosofo Cesare Catà del suo nuovo libro, Libertini Libertine – Avventure e Filosofie del Libero Amore da Lord Byron a George Best, ho scoperto che esiste un tipo di libertino, secondo l’autore estinto, che viveva per l’amore nel senso assoluto del termine.

Magari aver incontrato nelle mie avventure uomini dalla penna spedita ed ironica, come quella di Ovidio nel libro terzo dell’Ars Amatoria, che mette in guardia le donne da chi pensa solo a se stesso: “Non vi dia sulla testa, chi sulla testa porta troppa roba“. O un Lord Byron che seraficamente nel Don Juan (Don Giovanni) intima: “Mangia, bevi, ama! Che ci importa del resto?” E a scuola quante ragazze e ragazzi avrebbero voluto leggere La Ballata della Masturbatrice Solitaria di Anne Sexton? Catà svela un mondo dimenticato che vale la pena riscoprire. Sperando che un giorno i veri libertini risorgano.

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Casanova (2005)

Spiegami la tipologia di libertino di cui scrivi.

Non è un Don Giovanni narcisista che fa conquiste a raffica ma è un archetipo. Il libertino che descrivo è uno che non riesce ad amare nelle forme normali che la società gli ha insegnato ed ama in modo diverso, tanto da creare scandalo. Inoltre, è una persona che ha scritto cose eccezionali ed ha collegato letteratura e filosofia, rendendole indistinte dal suo stile di vita. Nel libro ho unito storie molto differenti tra loro, dall’Antica Grecia alla contemporaneità, con l’elemento comune dell’amare fuori dagli schemi. Ho introdotto in maniera non cronologica ma tematica questi autori con un saggio nella prima metà del volume e nella seconda ho tradotto originalmente i loro testi in un’antologia.

Qual è la differenza fondamentale tra Don Giovanni e Casanova?

Don Giovanni è un personaggio di fantasia creato da Tirso de Molina, ripreso da Kierkegaard e tanti altri, che ha un catalogo di conquiste. Per lui lo scopo più importante è conquistare quante più donne possibile, disinteressandosi di loro una volta raggiunto l’obiettivo. Casanova era un galante, un cavaliere, un cortese, che si innamorava in continuazione di tutte le donne che incontrava, considerandole sue pari. Per Don Giovanni l’uomo è cacciatore, la donna è preda. Il libertino di cui parlo corrisponde al modo di essere di Casanova, possiede i valori di parità, lealtà e cortesia. Non è un rimorchiatore seriale da Facebook.

Il libertino è quello che sarebbe definito oggi un poliamoroso?

In un certo senso sì, perché ama incondizionatamente, in un altro no, dato che al poliamoroso manca la parte letteraria, politica e filosofica. Non è fine a se stessa la definizione vera di libertino. Non a caso i primi libertini sono degli eretici.

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Marguerite Porete

Non avevo mai pensato a loro in questi termini.

Infatti, parto nel testo dal Movimento del Libero Spirito, i Libertini Spirituali che furono portati al rogo per le loro idee su Dio. Mi concentro soprattutto su Marguerite Porete, vissuta dopo il 1250, che è stata torturata e poi bruciata per aver scritto Lo Specchio delle Anime Semplici. In questo diceva che il raggiungimento dell’incontro con Dio faceva sì che per alcune creature non fosse necessario seguire il vangelo ed il catechismo. Erano già libere perché avevano visto Dio. Dopo la  morte violenta della religiosa francese, nasce il movimento suddetto. È un mio collegamento nuovo, dato che prima il libertinismo non è mai stato connesso alla religione, è stato sempre visto in rapporto all’epoca illuminista.

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Zeus e Olimpia di Giulio Romano

Quali sono i libertini topici scelti?

I grandi corteggiatori antichi come Zeus, che viene descritto come il grande libertino da Omero ed Esiodo, Saffo, antica poetessa dell’isola di Lesbo, amante delle donne, Ovidio, che nel terzo libro dell’Ars Amatoria dà consigli ironici e divertenti alle ragazze su corteggiamento e sesso. Lord Byron con il suo Don Giovanni, diverso dalla figura tradizionale di sciupafemmine fino allora divulgata. Le rime audaci di Veronica Franco, cortigiana e poetessa veneziana, che fece cadere per le sue grazie anche il re di Francia Enrico III. E poi Aphra Behn, la prima scrittrice-meretrice che si è guadagnata da vivere con le sue opere, e Anne Sexton, che iniziò a scrivere per psicoterapia e finì con un Pulitzer tra le mani, nonostante la scabrosità dei temi trattati: masturbazione, coito, desiderio sessuale. Il Marchese De Sade e la sua estrema perversione, John Wilmot (Lord Rochester) ed il suo genio sregolato. Gli amori proibiti di William Shakespeare (dicono che i suoi sonetti amorosi fossero dedicati ad un uomo) e Oscar Wilde che pagò amaramente la sua passione per il suo amante Lord Alfred Douglas. E ancora Giacomo Girolamo Casanova, Julien Offray de La Mettrie, Giulio Cesare Vanini. Dulcis in fundo, fanta-intervista con George Best.

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Anne Sexton

Per quale motivo Lord Byron è il libertino per eccellenza?

Ha avuto una vita sregolata nell’amore con ragazze e ragazzi. Era una persona che dava scandalo di sé, pur essendo nobile ed aristocratico. Era famosissimo e tutti lo conoscevano per le sue mirabolanti gesta. In particolar modo, ha scritto un lungo poema, Don Juan (Don Giovanni), nel quale racconta le sue storie in maniera romanzata.

Una sua avventura emblematica?

Dopo che Don Giovanni scappa dalla sua città per essere stato sorpreso nel letto con un’amica di sua madre, che definiremo oggi cougar perché più vecchia di quindici anni, si imbarca su una nave. L’imbarcazione fa naufragio sulle rive di un’isola sulla quale incontra una ragazza giovanissima, Haidée, di cui si innamora e passa con lei molto tempo. È cacciato pure da questo posto e venduto dal padre di Haidée e dai pirati come schiavo sotto le spoglie femminili di odalisca al sultano di Costantinopoli. Fa l’amore con un centinaio di odalische, ed alla fine seduce pure sultano e sultana.

Lord Byron subì delle conseguenze per il poema?

Lo pubblicò all’inizio anonimo nel 1819 e l’opera fu accusata di blasfemia. Fu tacciato di sconcezza ed immoralità ma ciononostante la sua opera divenne molto popolare tra il pubblico delle corti e dei salotti. Non è stato incarcerato per ciò che diceva.

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Anche Oscar Wilde era un nobile ma è stato messo dentro per le sue preferenze.

Epoche diverse. Wilde è stato accusato di sodomia con un ragazzo, cosa inaccettabile per l’età vittoriana. Nel libro ho tradotto un lavoro poco conosciuto dello scrittore irlandese, Il Segreto di W.H., una storia di fantasia su chi sia il vero destinatario dei sonetti di Shakespeare, che non si è mai saputo. Wilde dimostra che era un maschio, un attore dal nome Willie Hughes, e non una femmina.

Purtroppo il libero amore non paga, visto che la maggior parte dei veri libertini è finita male.

Sì, in genere sono morti di malattie dopo gli eccessi. Tipo il famoso Lord Rochester, scomparso a 33 anni ed interpretato da Johnny Depp nel film The Libertine.  Aveva tutte le malattie veneree di questa Terra, era impazzito, alcolista, non si reggeva in piedi.

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The Libertine (2004)

Come mai hai scelto di inserire George Best alla fine pur se non corrisponde al tuo identikit classico di libertino?

Nel libro spiego che nell’età contemporanea non esistono più i libertini come erano intesi nel passato. La cosa più simile ad un libertino è George Best,  un calciatore nordirlandese di fama mondiale, anche se non ha scritto nulla di suo. Il motivo però per cui Best è piaciuto a tante persone è perché richiama l’archetipo di cui parlo.

Quando è sparito il libertinismo?

Con Anne Sexton negli anni Sessanta. È vero che nell’ultima metà di questo decennio c’è stato il revival dell’amore libero però non ho trovato un autore che fosse collegato nell’essenza di ciò che diceva con lo scandalo dell’amare. Per questo c’è Best nel capitolo sette, che tra l’altro portava anche la maglia con questo numero. Lo scandalo consiste nel non essere sistematizzato in uno schema sociale. Ad esempio, il single è una categoria che ancora non è riconosciuta dalla società, come dico nell’introduzione.

Vero, perché non può essere controllata.

C’è un grosso pregiudizio nei suoi confronti e non è tutelato per niente dalla società. Esiste ancora un grosso pregiudizio nei confronti di chi è single: non entra nel sistema in nessuno modo, non ha nessun aiuto. È considerato una creatura irrisolta.

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George Best

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il bikini provocava scandalo in spiaggia e può provocarlo ancora

Il bikini è stato il primo indumento femminile a suggerire le forme del corpo nudo pubblicamente. Per vent’anni e più, non ha avuto vita facile sulle spiagge di tutto il mondo. Tra la fine del Novecento e l’inizio del Ventesimo secolo, si passò dalle cabine di legno a ruote in cui le signore si cambiavano ed erano trasportate direttamente in acqua per non essere viste alla nuotatrice australiana Annette Kellerman che già nel 1905 sfoggiava il suo pratico costume intero a maniche corte e pantaloncini cuciti a delle calze nere per essere più veloce nel nuoto. Quest’ultima fu arrestata per indecenza sulla Revere Beach di Boston mentre si allenava per una gara, ma data la sua popolarità da atleta e performer di vaudeville fu scarcerata. Il giudice capì che era per esercizio, però gli chiese di indossare una gonna finché non si fosse immersa nell’acqua. Fu la prima a sdoganare la tenuta da spiaggia femminile sotto il segno della praticità e della velocità. E la prima star nuda di Hollywood. Nonostante questo, quando il bikini fece capolino nella forma atome di Jacques Heim e in quella più famosa di Louis Réard nel 1946, l’ex atleta disapprovò l’invenzione dicendo che rendeva le gambe brutte.

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Annette Kellermann
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Micheline Bernardini nel bikini di Reard

All’inizio solo le ballerine e le donne di spettacolo lo indossarono. Le modelle si rifiutarono in massa per una questione di reputazione. Il due pezzi fu subito bandito nel 1948 dalle spiagge italiane e spagnole, nel 1949 sulle coste atlantiche francesi. Addirittura Miss Mondo lo proibì dal 1951 per cinque anni. Un articolo del 49 dell’Osservatore Romano, giornale del Vaticano, paragonò il bikini ai quattro cavalieri dell’apocalisse e le chiese cristiane lo videro come un oggetto corrotto. Il Vaticano bollò l’atto di indossarlo come peccaminoso. I comunisti lo definirono “decadenza capitalista” e le femministe lo definirono “porcata chauvinista”. Il bikini era così scabroso per il pubblico benpensante che infestò in pianta stabile i giornali per uomini per una decina d’anni prima di essere accettato. Era sexy, comodo e rivelava le grazie delle donne. Una visione paradisiaca. Le “ragazze perbene” non se lo mettevano anche se lo ammiravano al cinema nei film di Hollywood, dove la ragazza col bikini serviva per fare cassa ed era provocatrice di scandalo. È solo alla fine degli anni Cinquanta che Vogue inizia a far comparire il bikini sulle sue pagine (1957) e viene ufficialmente legittimato sulle spiagge negli anni Sessanta. Ursula Andress nel bikini bianco di Honey Ryder in Dr. No (1962) e Raquel Welch nel costumino di pelle e pelliccia in  Un milione di anni fa (1966) diventano delle icone da copiare.

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Ursula Andress in Dr. No (1962)

Il 1964 e il 1974 segnano le date di nuovi scandali lanciati dallo stilista Rudi Gernreich: il monokini ed il tanga. Il monokini era una mutanda dotata di fasce o bretelle che lasciava scoperti i seni. Non ebbe molto successo nella realtà, i pochi modelli sulle spiagge coprivano verticalmente i capezzoli per dargli un’illusione di decenza, ma di sicuro fu il trampolino di lancio per il tanga, la sola micro-mutandina che rivela i glutei, da indossare a seno scoperto. Gernreich lo disegnò in risposta ad un divieto di abbronzarsi nudi sulle spiagge del consiglio municipale di Los Angeles. Prima di allora era stato portato solo dalle “exotic dancers” e dalle burlesquer. Da quel momento in poi, l’abbigliamento da mare si fa senza frontiere e viene accettato pure nell’haute couture (il bikini di fiori di Yves Saint Laurent). I video dei rapper ed in seguito quelli pop pullulano di completi decorati da pailettes, diamanti, borchie, frange ed altro. Se non sono succinti e seducenti, il mainstream non li vuole. Purtroppo non vanno di pari passo le proibizioni a riguardo da parte di governi e comuni. Soprattutto, la spiaggia italiana così come è concepita dai tempi del fascismo non aiuta la libera espressione del corpo. Stabilimenti balneari ed ombrelloni ovunque, poca spiaggia senza padroni e la buon costume nascosta nel DNA del tuo vicino di ombrellone. Tecnicamente, nessuno ti dà fastidio se sei a tette nude però c’è sempre qualcuno che può denunciarti per aver turbato la sua mente. Per non parlare del nudo integrale, ammesso in genere in spiagge vicine a riserve naturali o in località di villeggiatura ma selvagge.

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Life magazine, 1964
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Lisa Taylor e Jerry Hall, foto: Helmut Lang, 1975

L’evoluzione del bikini, comunque, non è finita. Negli ultimi anni, ragazze, donne e anziane indossano la brasiliana, una mutandina che scopre un po’ più della metà dei glutei regalandogli una forma a cuore piuttosto intrigante. È la preferita dagli uomini e la più portata nonostante i difetti fisici che ciascuna può avere. Non sta bene a chiunque, però è da apprezzare che alla maggior parte delle donne non freghi nulla. Alcune non la portano perché dà fastidio tra le natiche o hanno problemi di accettazione con il loro corpo, quindi si buttano sul classico. Infatti, la filosofia che dovrebbe prevalere sulla battigia dovrebbe essere “vado come mi sento” e “sono figa con quello che mi pare”. Un costume intero può essere sexy, come quelli di Pin-Up Stars o Yandy, studiati in modo tale da impreziosire la figura, o avere una striscia simile al tanga sul sedere come questo indossato da Kendall Jenner. Nei 2000 si poneva più enfasi sulla grandezza del décolleté negli anni dieci il sedere è diventato il protagonista indiscusso del corpo di una donna grazie alle Kardashians. Nel caso di Kim, recentemente ha creato scalpore una sua foto dal Messico in bikini che rivela il didietro normale di una donna. Anche lei ha la cellulite, come ognuna di noi, e ciò la mette sul nostro stesso livello. Non ci basta, vorremmo che anche la pubblicità non usasse Photoshop per raggiungere modelli di perfezione inesistenti (notate bene, pure le modelle hanno difetti di cellulite o smagliature). Tuttavia, è scientificamente provato che un completino indosso alla persona giusta vende di più che su una comune mortale. Indi per cui, il problema si rivela spinoso. Tutte vorremmo advertising con corpi simili al nostro ma ci lanceremmo a comprarne i modelli?

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Brasiliana

Le tendenze adesso sfociano sul bondage con lacci e stringhe che si incrociano o legano dietro in un groviglio che solo le magre e le tornite possono permettersi. I bikini assomigliano sempre di più alla lingerie di moda. La realtà è che ognuna dovrebbe crearsi il suo costume per essere sensuale con il proprio stile. Ci sono molti siti che danno questa possibilità come Surania o Kiniswimwear e in Italia La Bikineria. Beachcandy ha anche l’opzione “coprire le cicatrici”, per quelle di noi che hanno subìto un intervento al seno, si adatta a 5 tipi di silhouette, si informa sul tuo grado di abbronzatura, e ti chiede pure qual è la caratteristica di punta del tuo corpo e quale il difetto che ti preoccupa maggiormente. Peccato sia una semplice guida ai suoi modelli già pronti, altrimenti sarebbe un configuratore ideale.

Che sia costume intero, bikini, trikini, monokini, tanga che scegliate, l’importante è sentirsi a proprio agio e seducenti come una Nicki Minaj sirenetta nel video di Bed.

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Nicki Minaj, Bed (2018)

 

 

 

Paul Artemis, il fotografo che fonde forza e debolezza delle donne in scatti carichi di erotismo

Paul Artemis Paul Artemis, il fotografo che fonde forza e debolezza delle donne in scatti carichi di erotismo
Paul Artemis è un fotografo inglese il cui profilo Instagram è pieno di donne bellissime in pose sensuali, eteree, simili a divinità scese sulla Terra, in perfetto stile nude-fashion. L’immagine è allo stesso tempo patinata ed intima, segno evidente che i soggetti si sentano a loro agio nudi davanti al suo obiettivo. Il suo sguardo rispetta le forme femminili e ne esalta la bellezza senza sfiorare alcun genere di volgarità.

La sottoscritta si è incuriosita al lavoro di Paul ed ha deciso di farci una chiacchierata via chat.

Come hai iniziato a fare fotografie di nudo?

Ho iniziato a fotografare nel 1997 quando ancora il digitale commerciale e Photoshop erano ben di là dal venire. Frequentavo un’amica molto bella che fin da subito condivise con me questa passione. Ricordo che la preoccupazione principale era trovare un laboratorio fotografico discreto, lontano da dove abitavamo, con cui ci davamo un po’ l’aria da artisti per nascondere la sottile vergogna. Non immaginavo, all’epoca, che questo gioco malizioso e innocente mi avrebbe mai portato dove sono ora. Cercavamo di copiare le foto che al Sabato andavo a studiare in libreria sui libri di maestri come Sieff, Newton o Weston che ancora non potevo permettermi di acquistare. Vengo da una formazione classico-umanistica, quindi la bellezza dei corpi greci e romani è sempre stata parte integrante della mia cultura visiva e non ho mai trovato innaturale o volgare il nudo.

Cosa rappresenta per te la nudità?

Rappresenta un ideale estetico ed etico, colto nella sua essenza primitiva, senza filtri. Ma in questo cogliere è insita anche una forma di sacralità e violenza rituale: la nudità di un individuo, per definizione, non è cosa pubblica e, come se io fossi un pontifex maximus, mi viene concesso il privilegio di violare tale sfera privata al fine di esaltarne le virtù, offrendola al mondo quale icona che esalti la Bellezza sulla mediocrità. Questo in fondo è il compito che secondo me l’Arte persegue: la Bellezza, nel suo vasto valore platonico, è l’unica virtù capace di salvarci dal declino.

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© Paul Artemis

Qual è la parte che ti piace fotografare di più nel corpo di una donna?

Sono attratto dalla carnalità, ma non nella forma fisica data dall’irrefrenabile istinto animale, bensì da quella volontaria del concedersi: per quanto affascinato dalla carnalità primordiale, violenta e divorante di Francis Bacon, trovo che i miei sentimenti siano più simili alla voluttà di Jack Vettriano o al misterioso erotismo di Klimt o dell’iconografia in voga nella Hollywood degli anni ruggenti. Quello che mi attrae è uno stato erotico della mente, che nasce dall’incontro fra debolezza e forza dei miei soggetti. Entrambi questi opposti emanano un forte senso di attrazione erotica, generando di volta in volta un senso di disponibilità o di esclusività. Basta spesso uno sguardo a fare da ago della bilancia fra l’uno e l’altro stato d’animo, fra i due ruoli, fra la frustrazione dell’impotenza e lo scatenare sogno e fantasia. Quindi, la risposta alla tua domanda potrebbe essere: gli occhi.

Hai dovuto convincere qualche volta le modelle a posare nude per te? Qual è la loro maggiore timidezza?

No, non ho mai dovuto convincere nessuna modella, è una cosa che avviene sempre in modo naturale: una donna, ancor più se consapevole della propria bellezza, ha piacere ad essere ammirata. Io, attraverso la mia arte e il filtro del mio essere uomo, fornisco loro uno strumento per esserlo. La timidezza può esserci all’inizio, quando una donna combatte in lei due pulsioni opposte. Ma dopo pochi minuti, essere nude davanti all’obiettivo diventa la cosa più naturale del mondo e ci si concede senza più timori.

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© Paul Artemis

Se tu dovessi posare nudo, ti troveresti a tuo agio?

Non ho mai avuto problemi e mi è capitato in più occasioni. Stare nudi davanti ad una macchina fotografica e ad un occhio artistico può rivelare a noi stessi molte delle nostre fragilità, ma ci aiuta anche a prendere coscienza della nostra forza: quando sei nudo, ti accorgi presto di non avere altre difese che il tuo orgoglio e il tuo sguardo, che coprono qualsiasi corpo molto meglio di qualsiasi vestito. Trovo sia un’esperienza rigenerante, che forse chiunque dovrebbe fare almeno una volta.

Ti è mai capitato di eccitarti davanti al corpo nudo femminile mentre scatti?

Mentre scatto, non capita mai: la concentrazione per realizzare le immagini che ho in mente disconnette completamente il mio cervello da ogni forma di sessualità. Cerco altro e vedo altro rispetto a un bel corpo nudo. Una volta terminato di scattare, quando riguardo le immagini, talora è capitato di venire io stesso invaso da un prorompente erotismo.

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© Paul Artemis

L’eccitazione qualche volta è culminata nel sesso?

Se la tua domanda è la classica “Hai mai fatto sesso con le tue modelle?”, ti rispondo che non ho mai avuto rapporti sessuali con le modelle, ma che mi è capitato spesso di fotografare le mie amanti. Trovo divertente l’idea che nessuno possa in fondo capire chi è chi.

E quando solo la modella era eccitata come l’hai gestita?

Ho fatto in modo di stimolare con parole, sguardi, atteggiamenti, la sua eccitazione a vantaggio della sensualità delle foto che volevo realizzare e, finito lo shoot, l’ho ringraziata e le ho chiamato un Uber. Finito di lavorare, tuttavia, è successo che io abbia cucinato per due, aperto una bottiglia di Chablis e, calata la notte, io abbia preparato un bagno caldo con sali, candele e le note di Chet Baker a riempire lo studio.

Ci sono dei casi in cui è finita male?

Sì, certamente. Qualche dettaglio stonato, un passo falso, un ripensamento, semplice stanchezza: qualcosa può aver rotto la magia e allora nel massimo rispetto di ciascuno, si chiama Uber.

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© Paul Artemis
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Secondo te è possibile fotografare una scena di sesso in maniera interessante e intrigante? L’hai già fatto o lo faresti?

Certamente sì, anzi ci sono molti artisti e fotografi che l’hanno fatto con gusto ed arte, penso ad Antoine D’Agata, Jan Saudek, Robert Mapplethorpe, per citarne solo alcuni. È un argomento che trovo molto interessante e anche molto di mio gusto, sul quale sto lavorando da qualche anno, in maniera parallela, coinvolgendo persone comuni, modelle, escorts, pornostar.

Hai qualche progetto nudo all’orizzonte?

Il nudo, nelle sue numerose sfumature, rappresenta i tre quarti della mia produzione artistica. Lavoro sia per riviste patinate come Playboy ed S Magazine o riviste di moda, sia per clienti commerciali (in fondo le immagini per campagne di gioielli, accessori, lingerie o cosmetici hanno spesso molti punti di contatto con la sensualità). Fra i miei soggetti ci sono splendide modelle professioniste, attrici, ma anche moltissime donne comuni che desiderano celebrare se stesse concedendosi all’occhio di un artista. I progetti di nudo a più breve scadenza hanno per protagonista un membro della famiglia reale inglese, una playmate di Playboy USA e una pornostar. Amo la pornografia in quanto espressione incontaminata, primordiale, pre-morale, delle pulsioni animali di ambo i sessi. Trovo che proprio per questo, superato ormai l’ostracismo moralista (oggigiorno siamo tutti invasi da pornografia di qualsiasi genere ovunque), essa abbia un enorme potenziale artistico, molto post-moderno, che ancora in parte è da elaborare e inserire all’interno di questo nuovo tessuto sociale e morale. In sostanza, io amo ogni sfumatura del mio lavoro e come ogni artista mi nutro di varietà e potenzialità per elaborare il reale e fare i conti con la fantasia. Ogni volto, ogni corpo, per me è una nuova sfida e questo per ora rimane il progetto più difficile. Forse un giorno deciderò di raccogliere in un libro il risultato visivo di queste mie analisi, ma per il momento i tempi non mi sembrano ancora maturi.

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© Paul Artemis

Prima o poi tutti fanno video porno

ATTENZIONE: con “video porno” mi riferisco a quelli in cui ci si masturba da soli nello specifico.

Inutile negarlo ma almeno una volta vi siete spogliati nudi per qualcuno che non era con voi ma vi guardava o vi avrebbe guardato dietro uno schermo. Se non l’avete ancora fatto, potete riparare subito e tenere il video per voi perché non si sa mai vi eccitiate rivedendolo. Altrimenti, inviatelo alla persona che starà sempre con voi per tutta la vita o qualcuno di fiducia. Lo spettro del revenge porn aleggia sempre, fate attenzione  e seguite le vostre sensazioni, in genere sono giuste. La sola idea vi imbarazza o inorridisce? Sappiate che siamo tutti voyeuristi, ovvero influenzati dalla vista e di conseguenza dalle immagini, ma non tutti esibizionisti. Dobbiamo essere molto sicuri di noi stessi, della nostra fisicità per realizzarne uno…oppure essere ciecamente eccitati. I video del cellulare o del tablet, per non parlare di quelli al computer, non sono troppo definiti per temere che si vedano peli molesti e difetti fisici di minore importanza. Il punto è cosa fare per eccitare? Nulla di trascendentale. Ad un certo punto si scopre di essere Cam Girl o Cam Boys per caso, soprattutto quando si è in grado di masturbarsi e si conosce abbastanza bene il proprio corpo.  Un video porno amatoriale con un’altra persona è difficile da eseguire, però quando siete da soli siete regine e re di voi stessi. Potete inventarvi quello che vi pare visto che, sia che sia per consumo personale che per il proprio partner, piacerà sempre.

QUASI tutti una volta nella vita hanno fatto un video porno: la percentuale oscilla tra il 52% per chi non l’ha mai eseguito e il 48% per chi l’ha girato (su un campione di circa 200 persone). Nel sondaggio tra i miei amici, mi sono stupita di quanti uomini l’abbiano fatto almeno una volta nella vita. Ma poi mi sono ricordata che hanno meno problemi a mostrare la loro nudità, dato che vivono sin da piccoli una sessualità più espressiva e libera. La risposta più strana è stata: “La mia ex pretendeva miei video dove avevo il pene a riposo, l’ho sempre trovata una richiesta bizzarra”. Forse le bastava poco per eccitarsi, chissà!  Discorso opposto per le donne, fortemente autocritiche perché la società gli ha imposto la vergogna delle loro fattezze. “Mi sento a disagio con me stessa”, “Sinceramente non credo li farei perché ho troppa paura che poi vada in giro. Inoltre il porno mi verrebbe proprio male”. Ecco, siamo convinte sia necessario fare chissà quali acrobazie e numeri per interessare l’altro ed invece bisogna solo godere del proprio piacere.

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Jennifer Ringley, Jennicam

Un particolare che non mi aspettavo dal web è che esiste una sorta di precursore delle cam girl, una sorta di inventrice del concetto:Jennifer Ringley. Nel 1996 all’età di 19 anni Jennifer trasmise tutta la sua vita all’interno del dormitorio del college sul suo sito chiamato Jennicam. Una sorta di Grande Fratello ante litteram. Quattro milioni di persone la guardavano (il web all’epoca era molto meno affollato). Raggiunse la popolarità perché era l’unica sulla piazza. Non c’erano Snapchat, Instagram o altro. Mise pubblicamente online il suo passaggio dall’adolescenza all’età adulta e divenne il primo fenomeno online. Chiuse il sito nel 2003 però per riappropriarsi della sua vita personale. Adesso i video fanno parte di ogni social che si rispetti, anche se quelli delle Stories di Instagram o Facebook sono effimeri e, soprattutto, non sono porno (su Snapchat invece si può a pagamento con Snapcash, articolo qui).

Il video è un’esplorazione di sé e di quanto si è disposti a mettersi in gioco per gli altri. Si possono scoprire caratteristiche nascoste della propria sessualità e preferenze impensate. All’inizio si pensa tanto a cosa dire e non dire, non si è convinti, si teme di non essere abbastanza sexy o desiderabili, poi si comprende che la naturalezza è la migliore carta. Deve essere divertente ed intrattenervi abbastanza da suscitarvi goduria. Siete gli oggetti sessuali di voi stessi.

I video sono molto utili se i due sono distanti, si può fare anche come regalo. Aiuta a rendere bollente la situazione, a mantenere il legame sessuale e non bisogna temere che il partner poi viva solo di quello. A meno che non si tratti di qualcuno conosciuto sul web (e vi sconsiglio di inviargli qualsiasi cosa, se non volete ritrovarvi su PornHub o peggio), preferirà sempre la carne ai pixel. Nel video si è liberi di fare quello che si vuole, non è necessario prepararsi come se fosse uno striptease, sono apprezzati ogni genere di idea o outfit perché il focus principale è sull’eccitazione e l’orgasmo. La location può essere qualunque, pure seduti su una sedia va benissimo. Le piattaforme di video online hanno spesso una sezione privata con password per file pesanti (Vimeo, YouTube). Se non vi sentite a vostro agio con l’online, ci sono WeTransfer e Dropbox. Potete giocare in modo infinito con lui o lei, tramite richieste. Non vi sentite forzati ad obbedire alla lettera e metteteci del vostro. Mai uscire dalla comfort zone. Più ne collezionate, più la timidezza va via e non rivedete nemmeno i video. Anzi, meglio non rivederli. Come le foto, troverete sempre un difetto. Il profilo, i denti, il naso, i capelli, le pieghette, la cellulite, i piedi. Uno spontaneo e buon orgasmo può coprire tutto questo. Le parole d’ordine sono: lasciarsi andare pensando prima cosa piace a noi e poi cosa piace all’altro in un flusso di godimento estremo. Attenti a non fingere, se non siete girati, si vede!

erotic, lingerie, sex

Rosso seduzione, nero mistero

Il titolo è sbagliato. Why? Il rosso e il nero significano entrambi la stessa cosa: fecondità. Messi insieme sono – KABOOM! – una combinazione potente. Io non lo sapevo. L’ho scoperto andando a fondo all’origine di questi colori. Mi sono domandata perché io non avessi problemi con queste due tonalità comuni e forti e gli altri spesso sì. Ancora non mi sono data una risposta specifica, forse proviene dal fatto che quando uscivo i primi tempi il venerdì e il sabato, era un modo facile di emanare seduzione e sentirsi sexy. Adesso lo associo di più al non avere paura di vivere la propria sessualità e al fatto che mi piacciono, insieme e separati.

Deadpool, 2016, Marvel

Il rosso e il nero indicano entrambi fecondità e vita. Soprattutto nell’Antico Egitto, il nero richiamava il limo che si depositava durante le inondazioni sulle sponde del Nilo. L’universo inizia in un magma oscuro pieno di nulla simile alle profondità di una caverna. Una cavità fatta di terra, ocra rossa, rosso scuro, marrone, nera, fertile, simile al grembo materno dal quale usciamo coperti di sangue e al quale torniamo come polvere. Gli antichi immaginavano gli esseri umani fossero fatti di argilla o di pietra, tanto che il nome Adamah, Adamo, significa “argilla rossa”, con la quale il “primo uomo” fu creato da Yahweh.  In epoca medievale la ferita di Gesù Cristo era rappresentata come una vescica cremisi dalla fenditura nera per sottolineare sacrificio e rinascita. La terra cambia continuamente forma, assetto e composizione, per questo il rosso indica cambiamento, ribellione, rivoluzione. È la vita che scorre nelle vene così come la passione che arde i corpi come un fuoco, le fiamme si innalzano verso il piacere portando alla morte apparente, l’orgasmo.

 

Salterio e Libro di Preghiera di Bonne di Lussemburgo

Il rosso e il nero nel medioevo cristiano sono diventati dei colori negativi, maledetti e pericolosi. Il rosso ostenta troppo ricchezza e lusso, il nero evoca luoghi oscuri e il diavolo. Quest’ultimo, personaggio completamente figlio della cristianità occidentale, a forma di capro, è spesso raffigurato di nero, rosso, verde o blu scuro. La notte del suo peccato e dell’assenza di dio sono rappresentati dai protestanti delle riforme del Cinquecento e del Seicento proprio con il nero. Dall’anno mille in avanti questo colore designa coloro che hanno rapporti di affinità o dipendenza con la Nemesi del Creatore. Streghe ed eretici sono suoi figli, nei trattati di demonologia, nelle descrizioni dei sabba e delle cerimonie sataniche tutto è avvolto dalle tenebre. La messa è nera, i partecipanti hanno indumenti neri, il Diavolo e gli animali che lo seguono sono neri (gatti, cani, corvi, civette, serpenti, scorpioni, ecc.),  la magia è nera, il sangue dei bambini sacrificati si trasforma in nero. Il contrario della luce. Per questo i colpevoli vengono bruciati sul rogo con vesti bianche, per ritrovare la purezza perduta almeno nella morte. Anche il rosso per i grandi riformatori è una tonalità peccaminosa. Per Lutero indica la Roma papista delle indulgenze, il potere clericale corrotto dagli eccessi di agio e ricchezza. È completamente da bandire, a differenza del suo compagno di disavventure, presente in larga parte sugli abiti di religiosi e adottato come colore del lutto dal XVII sec.

Il rosso è  il colore per eccellenza della prostituzione. Non ci sono spiegazioni precise per questa associazione, esistono diverse ipotesi verosimili, che però fanno dedurre che essendo il colore della fecondità e della procreazione, non poteva che essere associato al sesso, anche se mercenario, perché per lungo tempo è stato effettuato senza protezioni particolari, ad eccezione del coito interrotto. Nelle prime città islamiche c’erano quartieri del piacere sulle quali porte pendevano bandiere scarlatte. Le prostitute indiane si distinguevano dalle donne “rispettabili” con delle vesti rosse come segno di riconoscimento, eppure questo colore era lo stesso delle spose. Nell’Apocalisse l’apostolo Giovanni racconta che la prostituta di Babilonia indossa una veste cremisi. Questa non è altro che la dea Ishtar, dea dell’amore, della fertilità, dell’erotismo, nel cui tempio si praticava la prostituzione sacra. “L’angelo mi trasportò in spirito nel deserto. Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, coperta di nomi blasfemi, con sette teste e dieci corna. La donna era ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle, e teneva in mano una coppa d’oro, colma degli abomini e delle immondezze della sua prostituzione. Sulla fronte aveva scritto un nome misterioso: ‘Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra’” . Insomma, il rosso è il colore della vita, quindi della donna che dà la vita e che mestrua una volta ogni 28 giorni, il colore del potere femminile per eccellenza.

Pretty Woman, 1990

Il nero non è seducente solo per la sua passata (e facile) affinità col Principe delle Tenebre. Filippo III il Buono duca di Borgogna a metà quattordicesimo secolo lo ergerà a tonalità di lusso, adottandolo per tutta la vita. In quanto colore difficile o costoso da ottenere, diventerà la tonalità preferita di cariche regali ed istituzionali. Sarà il colore della borghesia nell’età industriale e dell’eroe romantico-gotico, emaciato, malinconico e quasi desideroso di morire del tardo Ottocento. Il nero ha una natura doppia come il rosso, da un lato positivo ed elegante, dall’altro oscuro e negativo. Insieme nell’epoca moderna sono trasgressivi. Paladini di movimenti politici, della pirateria, del punk e del rock. Il nero rappresenta la modernità di un tubino nero dalle linee essenziali di Coco Chanel e il rosso la provocazione di un abito punk-vittoriano di Vivienne Westwood. In molti adesso pensano che i colori abbiano perso la loro carica di dramma ma se ancora vedere un sito rosso e nero (fatta eccezione in Italia per la squadra del Milan) vi fa presupporre sia a tema porno o erotico, significa che alcuni codici millenari sono rimasti impressi nella nostra memoria genetica e culturale.

E probabilmente anche Lucifero e divinità pagane rimangono.

Melisandre, La Donna Rossa, Il Trono di Spade