Un tè con una prostituta (sex worker)

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Immaginate la scena.
Entrate con vostra figlia o vostro figlio adolescenti in una stanza ben arredata. Gli indicate di sedersi ad un tavolino apparecchiato per un te’ con un albero di piattini contenenti sandwich a triangolo. Accomodata al tavolo una signora sorride a voi e alla vostra prole.
– Bene, allora torno tra un’ora. – dite premurosi – Mi raccomando, comportati con rispetto.
Ve ne andate soddisfatti chiudendo con circospezione la porta dietro di voi.
La donna dagli zigomi lievemente marcati versa il tè fumante nella tazza di vostro/a figlia. Potrebbe essere un uomo. O forse no. Chissà.
Questa signora sta per stracciare tutte le false credenze Disney/Pixar/Illumination/Twilight (?!) che albergano all’interno del sangue del vostro sangue.
Gli verrà spiegata e mostrata la contracezione.
Forse imparerà pure qualcosa sull’amore. Non quello delle frasette ma quello della concretezza.
E capirà l’importanza del rispetto e della gentilezza.
Sarebbe un mondo migliore? Non ci è dato saperlo. Ma se una pornostar come Rocco Siffredi vuole rilanciare l’educazione sessuale nelle scuole, è evidente che esiste un problema che è stato troppo a lungo ignorato. Cecità sessuale.
Pensateci.
Un sex worker sostenuto da un sistema sanitario che gli fornisce preservativi di ogni tipo, che guadagna legalmente e paga le tasse quanto può dare indietro allo Stato? Molto.

Certo, il fascino del proibito va a farsi fottere (in questo caso non in senso letterale). Quel misto di paura ed eccitazione che si sgretolano non appena ci accorgiamo che chi ci sta di fronte è una persona come noi. Non importa se lo fa per scelta o per tratta ma non ha alcun sapere superiore. Non è una devadasi che ci danzerà un odissi prima dell’accoppiamento. Il sesso con una/o sex worker può essere meccanico; può essere piacevole; può essere deludente. La maggior parte delle volte la/lo si considera un oggetto sporco a cui noi offriamo dei soldi in cambio di benessere. In pochi pensano che questa persona ci stia prestando un servizio e stia esercitando un lavoro.

Nel mondo la prostituzione è  legale oppure semi-legale. I paesi nordici, spesso ben visti per i loro modelli progressisti, concedono di fare sesso per soldi ma condannano chi paga per avere sesso. Una contraddizione in termini. Gli unici paesi in cui la pratica di vendere e comprare sesso è completamente depenalizzata sono Nuova Zelanda e Australia. Legalizzazione e depenalizzazione non provengono dalla farina dello stesso sacco. In Germania la prostituzione è legale ma di fatto le regioni e le città possono adottare delle loro politiche personali per regolamentarla (per approfondimento qui). L’unico punto a suo favore è che i sex worker pagano le tasse e godono dell’insieme di diritti previsti per coloro che le pagano. Depenalizzare o decriminalizzare significa secondo Amnesty International “rendere legali tutti gli aspetti del sex work consensuale, proteggere i sex worker dallo sfruttamento, il trafficking e la violenza.”

E’ probabile che nessuno farebbe sedere suo figlio o sua figlia con ciò che la società definisce ancora “feccia”. Perchè ci riteniamo sempre superiori di fronte a condizioni che non capiamo. La comprensione inizia dall’ascolto. Ho sempre pensato che la maggior parte delle storie sulla prostituzione riguardasse ragazze sfortunate in India, in Nigeria e altri Paesi con precario rispetto dei diritti umani. Poi mi sono imbattuta in due documentari diversi, uno ambientato a Londra nelle minuscole case-bordello asiatiche (Sex: My British Job) e uno sulle prostitute statunitensi (American Courtesans). Inquieta quanto le loro storie siano normali. E’ logico che in alcune ci sia qualche elemento sbagliato, sbavatura e in altre ci siano situazioni disastrate. La percentuale delle persone che non amano prostituirsi è sempre maggiore di quelle a cui piace.

Il ragazzo/a sorseggia e si accorge che ciò che sta bevendo è un normale tè nero. Accanto su un piatto ci sono dei biscotti industriali e la donna/l’uomo/il trans che sta davanti a lui/lei non è dissimile dalla sua vicina/o di casa, da sua sorella/fratello più grande, da sua zia/zio o da sua madre e suo padre. Tutelare un lavoro rischioso come questo è tutelare la nostra salute. Siamo egoisti.

O forse abbiamo paura che togliendo il gusto del proibito togliamo un certo sapore al mondo?

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Se volete informarvi di più sulla depenalizzazione del sex work, leggete qui:

Laws and Policies Affecting Sex Work (traduzione in italiano)

Ten Reasons to Decriminalize Sex Work (traduzione in italiano)

 

 

 

 

 

 

 

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