Nel nome del Padre

Nun Head, POP, A/W 2008, Sebastian Faena

Quest’anno a Carnevale ho scelto di vestirmi da suora esclusivamente per economia e praticità del costume. Non ero molto entusiasta del travestimento, ma ho pensato con autoironia che mi si addicesse, in fondo lo scopo della festa è nel vestirsi da proprio contrario e lasciare andare i  freni inibitori. Sono rimasta un po’ stupita dalle reazioni di amici e amiche, che si potrebbero riassumere in una sola domanda: – Hai qualche fantasia religiosa? – Ho riflettuto che in effetti questo castigato costume non è poi tanto banale e scontato.

La suora è una delle immagini più erotiche e perverse della società antica e odierna. L’essere rinchiusi in un convento di sole femmine con la proibizione di uscire o il farlo il meno possibile indica già un atto di perversione in sè. Nella mente dell’uomo religioso e ateo scatena il desiderio impellente di trasgredire quella sorta di dogma creato dalla Chiesa su una donna che sposa la divinità: la verginità. Nell’immaginario comune le suore sono vergini intatte che dedicano la loro intera vita a Dio. Non possono essere toccate ed è necessario trattarle con rispetto. Le novizie si aggiustano la cuffietta e guardano nervosamente per terra mordendosi il labbro mentre gli uomini comuni le osservano andare a messa. Nel mondo rovesciato del Carnevale la loro morale viene stravolta, diventano esseri lascivi, dediti ai piaceri terreni. Film di serie B ed erotici degli anni Settanta hanno esplorato a piene mani questo aspetto, spaziando dalla possessione demoniaca al femminismo all’orgia. Lesbismo e perversione sono il filo rosso che li unisce sotto il genere della Nunsploitation (sfruttamento di suore). La purezza delle sorelle bruciata su nastri di pellicola.

Peccato che il mito dell’innocenza monastica non corrisponda alla realtà storica.

La Monaca di Monza è sempre stata la norma del comportamento nei monasteri fino al Novecento ed oltre. Questo perchè prima dell’industrializzazione, le donne di ogni estrazione sociale potevano trovarsi nella condizione di essere costrette ad entrare in un monastero. Per famiglie numerose, per amori finiti male, per vedovanza e così via. Si pagava una dote e si entrava prive di vocazione. I conventi erano guidati da badesse aristocratiche, volitive e abituate a comandare, quindi le suore sotto la loro ala erano propense a ricalcare il modo di fare delle loro superiori. L’incontinenza sessuale e la non osservanza delle regole erano problemi ordinari sui quali la Chiesa chiudeva spesso un occhio. Era facile, durante le visite episcopali, che “ci scappasse il morto.” Le unioni tra preti e suore erano più semplici da rimediare perchè in seguito era altrettanto semplice ottenere un’assoluzione dai propri peccati. Invece per l’uomo comune l’accoppiamento con una sposa di Dio assurgeva quasi a mitico per la difficoltà in sè di appartarsi con lei e le pericolose ripercussioni al quale sarebbe andato incontro, a differenza dei suoi colleghi ecclesiastici.

Le suore ribelli, in inglese “wayward nuns“, definite così da Chaucer nelle sue Canterbury Tales, costituivano almeno la metà della popolazione conventuale nel Medioevo. Un topos letterario e satirico che ricorre almeno fino all’avvento dell’Inquisizione e delle varie riforme del Cattolicesimo. Come dimostra il “fattaccio” di Loudun nel quindicesimo secolo (del quale consiglio il film The Devils, Ken Russell, 1971). Urbain Grandier, bello, aitante e gesuita, nuovo parroco di Loudun, seduce un intero convento mandandolo in delirio. Viene accusato di essere un emissario del diavolo, processato e bruciato sul rogo. Ma era una vendetta politica. La minaccia del Diavolo e dei padri inquisitori non fermerà il dilagare della sensualità in conventi e monasteri nei secoli a venire.

Delusi, vero? Non temete. La realtà dei fatti difficilmente distoglie le persone dalle proprie convinzioni. Quando indosso il vestito da suora per Carnevale ho ancora la sensazione di trasgredire. Le uniformi sono fatte apposta per essere stravolte in quanto simbolo di omologazione. Una vergine sottomessa a Dio nella mente dell’uomo è lui stesso che si sostituisce alla divinità e si impossessa dell’autorità di poterle combinare ciò che preferisce. Nelle fantasie ordinarie la donna vestita da suora è una vittima che si divincola e ostacola l’atto, in quelle BDSM ne prolunga l’attesa o provoca il crescere dell’eccitazione proibendolo. Il travestimento monacale può suscitare un sorrisetto diabolico pure nella donna. Pensate che valvola di sfogo incredibile! Potete giocare al gatto e al topo, sapendo benissimo di essere il primo, e siete autorizzate a torturare psicologicamente il vostro tipo. Come una vera wayward nun medievale.

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