La provocante dolcezza di Marco Chiurato

1604747_10203181595966592_913578274_n

Marco Chiurato è un artista contemporaneo che non conoscevo. I suoi lavori mi sono stati consigliati da una mia amica delle sue parti (Marostica, in provincia di Vicenza) che sta sempre sul pezzo. Le sue opere esplorano diversi temi importanti come violenza sulle donne, mafia, razzismo, suicidio, morte, con un velo ironico, satirico ed irriverente. Ma l’argomento più interessante al quale si è dedicato e che in Italia suscita sempre scalpore è il sesso. “Il sesso rimane un tabù quando oltrepassa i muri delle nostre case”, afferma.

Nell’ottobre del 2007 ha dato il via a Sexhibitionism, una mostra che a dispetto della facile interpretazione del titolo, parla di corpi mercificati: schiere di feti con caratteristiche adulte sovrastate da spermatozoi in corsa (Bambini Diversi), spermatozoi riprodotti in serie su un quadro formato parete (La Giusta Direzione), peni eretti in fila come piccioni sulla ringhiera di una fontana (Uccelli di Bosco), calchi di seni e sederi variegati uno accanto all’altro, gambe divaricate di donne a vulva scoperta uncinate e pendenti come nella cella frigorifera di una macelleria (Macello), vagine volanti ingabbiate in una prigione (Burqa), un Cristo con seno di donna col pene eretto (per il quale è stato iscritto nel registro degli indagati della Procura di Bassano). Il tutto è pervaso da poche luci calde e rosse, e da molte fredde e verdi, inquietanti come i messaggi veicolati (video mostra qui).

DSC_0085-piccola

In 100% Zucchero Marco è tornato al suo mestiere originario di pasticcere e ha usato glassa di zucchero bianco dentro una sac à poche per decorare i corpi di modelli come se fossero delle tele bianche. Lo zucchero è il suo materiale base per eccellenza, che ha imparato a padroneggiare nella pasticceria di famiglia. Racconta in un video che è nato e morto all’interno di quest’ultima, e poi dopo tre giorni l’Arte l’ha resuscitato, come una sorta di Gesù Cristo. Lo zucchero sottolinea l’imperfezione perfetta dei corpi di ogni tipo scelti dall’artista ed esalta la loro diversità come un qualcosa di prezioso.

Microsoft PowerPoint - numero di maggio 2013

Nel 2014 ha programmato un rapporto sessuale gay in pubblico con scaglie di cioccolato e zucchero che si staccavano dai due amanti per denunciare l’omofobia. Recentemente ha allestito nel centro di Marostica “Sexy Shop – Vietato ai minori di 18 cm“, un negozio di sex toys e lingerie piccante solo all’apparenza, che una volta dentro si trasforma in una galleria d’arte di oggetti particolari come saponette-cetriolo a forma di glutei, bombe atomiche-ciuccio, o una video-installazione in cui Chiurato cammina nudo in una giungla e si accoppia con foglie vulva. L’obiettivo dei suoi lavori è quello di provocare una reazione nell’osservatore, per questo l’artista si autodefinisce “potenzialmente colpevole“. Perché l’arte dipende sempre dall’interpretazione che sta nell’occhio di chi guarda.

sexyshop_locandina-716x1024

Come sei passato dalla pasticceria all’arte?

Sono passato dall’arte della pasticceria alla pasticceria dell’arte per mescolare gli ingredienti del cuore e del cervello.

Sexhibitionism è stata la tua prima opera a sfondo sessuale?

Ti stai sbagliando! La mia prima opera a sfondo sessuale l’ho fatta a 18 anni in Spagna. Ero in spiaggia con una ben capitata, non avevo il preservativo e ho dovuto mettere in atto la creatività per avere il mio primo rapporto sessuale. Ho realizzato un preservativo con la pellicola trasparente per alimenti. Il marsupio è un oggetto che ti rende sfigato ma al momento giusto contiene ciò che non contiene la tua borsa.

Quali sono secondo te i tabù più forti che ha la nostra società riguardo al sesso?

Ti posso dire i miei. Io ho 40 anni suonati, ancora oggi mi vergogno a farmi vedere nudo da mia madre anche quando “il mio uccello sta pescando”, ma per assurdo proprio l’altro giorno ho presentato un video in una mostra dove volteggio per un bosco nudo a fare sesso con le foglie. Queste hanno la forma della vagina e quando le vedo mi trasformo in un “Botanico Seriale”. Io dono alla foglia anidride carbonica e lei mi restituisce ossigeno. Mia mamma è entrata e si è messa di fronte alla proiezione “in Erezione” e in quel momento non ho provato vergogna. Lei si è vergognata nel vedermi nudo in quel frangente ma non proverebbe imbarazzo nella stessa situazione a casa. Penso che i tabù siano dovuti solo alla paura di essere giudicati. Prendiamo mio padre, per esempio. Non mi ha mai parlato di sesso e se vede in tv una scena spinta in mia presenza, cambia canale. Ma, cazzo papà, non credo che quando mi hai concepito stavi a fare il “missionario” in Africa e tantomeno avevi messo il burka al cazzo perché ti vergognavi!

closed_07

Hai cercato di rompere qualcuno di questi attraverso le tue opere?

Con Sexhibitionism, un’installazione che parlava della mercificazione dei corpi con ben 530 calchi di figa e di tette, e ultimamente con il finto sexy shop. Non ti spiego la prima perché ci vuole un foglio A4 e chi adora il sesso non ama leggere ma adora arrivare subito al sodo.

Lo zucchero bianco è solo una decorazione o anche una metafora?

Puoi trovarci tutte le metafore che vuoi. Posso raccontarti che lo zucchero è sinonimo di fragilità, che ho usato quello bianco perché non l’avevo di canna, e che, ancora, lo utilizzo perché sono razzista, ma la risposta vera è che l’artista è un grandissimo bugiardo!

In cosa consisteva la tua recente provocazione intitolata Sexy Shop a Marostica? Quali sono state le reazioni? È successo ciò che ti aspettavi?

Come ti dicevo, chi ama scopare non ama leggere, se fosse stato al contrario non avrei risposto due domande fa. Stiamo parlando di un’installazione artistica camuffata da finto sexy shop. È stato interessante vedere che chi ama il fallo quando entrava rimaneva deluso dagli oggetti poco funzionali. Infatti, si è trovato di fronte ad una serie di opere emozionali che parlano del maltrattamento della donna. Ed è stato esilarante constatare che chi ama l’arte non entrasse perché fuori sembrava a tutti gli effetti un sexy shop vietato ai minori di 18 cm e si perdeva la mostra. Eh, i tabù…di avere meno di 18 cm.

closed_foto_installazione_01

Ti senti accettato dalla tua comunità nonostante il tuo ruolo di artista provocatore di coscienze?

Certo, le mie ammiratrici più accanite si aggirano, non per casa, ma attorno ai 70 anni.

Dato che fai questo mestiere da diversi anni, senti di aver scosso delle coscienze grazie alle tue opere?

Penso di NI.

closed_foto_installazione_02

Negli anni l’atteggiamento sessuale pubblico degli italiani è cambiato in positivo o negativo?

È cambiato l’atteggiamento pubblico degli italiani rispetto all’atteggiamento sessuale degli stupratori.

Qual è il nostro più grande problema a livello intimo?

Non avere l’harem.

Su cosa stai lavorando in generale?

Sto realizzando un’opera, o meglio devo realizzarla durante una gang bang, però non posso dire di più. Non è uno scherzo.

MF8N0526-piccola

Annunci

Vuoi essere il mio papino?

Harley Quinn, Suicide Squad (2016)

I sugar daddy li conosciamo bene ormai. Persone più grandi o anziane che pagano ricariche telefoniche, abbigliamento, accessori e qualsiasi vizio possibile alle loro ragazzine in cambio di prestazioni sessuali. Negli ultimi anni sono fioriti e scomparsi siti a riguardo, si sono imbastiti casi attorno un qualcosa di vecchio quanto la storia di Abramo con le sue mogli più giovani. Pedofili schifosi e ragazze costrette a “prostituirsi” da un sistema lavorativo che non le favorisce. Stereotipi che minimizzano un fenomeno che purtroppo è sempre esistito nella nostra società. Quando mi riferisco al “papino“, però, non intendo un tipo di rapporto sessuale-economico o una forma minore di sex working. Mi riferisco ad un giochetto ‘innocente’ verbale o fisico che può nascondere dietro lievi ruoli di dominatore e sottomesso.

Il “daddy” trend, ovvero chiamare il proprio partner “papino”, è abbastanza consolidato all’estero. Si pensi in primis ai latino-americani che hanno l’abitudine di chiamarsi tra fidanzati “papi” e “mami” (vi ricordate il video di Jennifer Lopez?). Sono modi “sexy” di chiamare qualcuno che si conosce in modo intimo o confidenziale (papi = stallone), non indicano ruoli o età della persona. Pure nei paesi anglosassoni si può chiamare il proprio ragazzo o uomo, che può essere più piccolo o coetaneo, “daddy”, papino appunto. Un termine d’affetto o un appellativo usato dalle fan per riferirsi ai loro idoli maschili. Spesso è un gioco divertente o erotico che non sfocia mai nell’adult baby.

È curioso come molti uomini e donne interpellati abbiano interpretato questo modo di riferirsi ad una forma d’incesto. In parte è vero. Ho posto a riguardo qualche domandina ad Ayzad, massimo esperto di sessualità estrema in Italia, che ha tenuto a far presente: “È un argomento vasto, vissuto in modi molto differenti che vanno dal gioco di ruolo alla rielaborazione di esperienze incestuose, incentrati su altrettanto differenziate dinamiche di erotismo, affettività, dominazione, violenza e altro. Generalizzare è dunque impossibile”. Ho sempre pensato che questi tipi di fantasie nel genere maschile etero sia generato da specifiche categorie porno (teen porn —> daddy fucks daughter) e la mia considerazione non sembra essere tanto lontana dalla realtà. “Nel libro A Billion Wicked Thoughts“, prosegue Ayzad, “viene presentata un’analisi molto approfondita delle fantasie erotiche nel mondo basata su ciò che le persone cercano online quando non sanno di essere osservate. Il risultato è che soggetti molto giovani e rapporti incestuosi compaiono regolarmente ai primissimi posti fra i generi più desiderati, e altri studi mostrano come questo immaginario sia comunque sempre stato molto gettonato anche nei secoli passati. Potremmo fare grandi discussioni antropologiche al riguardo, ma credo che ciò indichi che il teen porn sia più il sintomo che la causa. In generale si è osservato che fruire di pornografia ‘deviante’ tende a disinnescare pulsioni inaccettabili nella realtà e a renderle innocue”. Insomma, alla fine potrebbe essere positivo se non si trasforma in un’ossessione nella realtà. Come non c’è nulla di male a chiamarsi “papino” e “figlioletta” o “zietto” e “nipotina”. “Se il gioco viene fatto con consapevolezza, in fondo non è diverso da immaginarsi medico e paziente, o padrona e schiavo, ed esplorare insieme i diversi ruoli“.

Tuttavia, a parte i casi culturali stranieri, nella metà delle situazioni questi nomignoli vengono adottati in relazioni dove l’uomo è più grande e dietro suo consenso. Non piace a tutti sentirsi vecchi, ma il più delle volte non è per questo motivo che si affibbia questo denominativo. È per sentirsi, in un breve istante, in potere dell’altro. Un desiderio di prendersene cura per scopi sessuali che la donna può accettare solo se lo trova eccitante, sente il bisogno di passare lo scettro per un po’ a lui, e soprattutto ha bisogno di sentirsi guidata e “protetta”. “Che schifo!”, “Ma perchè?!”, “Dove le leggi queste cose”, è il sunto dei pareri femminili raccolti, a dimostrare che non è un’abitudine così diffusa, anche perché dipende dalla tipologia d’esperienza che si vive con uomo e come questo ci considera. Non tutte, per fortuna, sono uguali! Mai dire mai, e se vi capita…perché non stare al gioco?

big_1471760850_image

La Carmilla che è in noi

claudia

Claudia, “Intervista col Vampiro” (1994)

Il vampiro è poi incline a essere affascinato, con crescente veemenza, simile all’amore, da particolari persone. Per raggiungere queste persone il vampiro ha una pazienza inesauribile e attua i più sottili stratagemmi, perché a volte incontra centinaia di difficoltà per arrivare alla meta. Il vampiro non desiste fino a quando non soddisfa la propria passione e prosciuga la vita della sua vittima. In questi casi il vampiro protrae più a lungo possibile questo godimento omicida, con la raffinatezza di un epicureo, e accresce il proprio piacere con un assiduo corteggiamento. In casi simili sembra anelare alla comprensione e al consenso. In tutti gli altri casi, invece, il vampiro va dritto al suo scopo, paralizza la vittima con la violenza, strangolandola e dissanguandola in una sola volta“. – Carmilla, Sheridan Le Fanu

“Siamo tutte vampire, ecco perché oggi non ce ne sono più!”, esclama una mia amica esperta di letteratura vampirica al telefono. Io rido divertita. “Ma pensaci no? Possiamo andare dove ci pare, vestirci come ci pare e parlare come più ci aggrada”. In linea di massima è vero. Rispetto a centoquarantanove anni fa (Carmilla è stato scritto nel 1872),  le donne sono libere di fare quello che vogliono. Eppure se l’aborto in Italia è rimesso in discussione e Asia Argento non viene considerata vittima ma colpevole di un abuso, significa che questo Paese non è tanto in salute. Il famoso detto “uno Stato civile si riconosce da come tratta le donne” vale ancora. Questa estate i femminicidi sono stati all’ordine del giorno (e continuano, in barba alla scusa “è colpa del caldo”) e il revenge porn alla Tiziana Cantone dilaga.

Nell’Ottocento le donne-vampiro erano quella categoria femminile che si “opponeva” alla società. Le cosidette “fallen women” (donne decadute) potevano essere aristocratiche avventuriere, vedove senza soldi, prostitute, donne internate in manicomio. Figure negative marginalizzate dalla società vittoriana, la prima ad industrializzarsi in maniera moderna, perché non rispondevano ai canoni della famosa “donna angelo” dedita alla casa e alla famiglia. La donna “libera” era temuta, dato che non conosceva padroni. La contrapposizione tra questi due aspetti è ben evidenziata prima da Goethe nel suo Faust con Lilith, la lussuria, e Margherita, l’amore, e poi da Stoker con Lucy, ragazza “disinvolta” che viene subito presa da Dracula e Mina, spirito gentile, difficilmente soggiogabile dal conte. La femmina sfrontata è subito punita e condannata ad essere una succhiasangue che attrae nelle sue grinfie preti novizi (come il protagonista di La Morta Innamorata di T. Gautier) e ragazze aristocratiche annoiate (come Laura in Carmilla di Le Fanu).

Il problema è centrato perfettamente dal dipinto “Lady Lilith” del preraffaellita Dante Gabriel Rossetti nella versione più sensuale e aggressiva con la modella Alexa Wilding. Nel dipinto Lilith si pettina i lunghi capelli mossi guardandosi ad uno specchio. L’espressione è di una persona che ha la sua vita in pugno. Una sensualità consapevole che spiazza e ammalia l’uomo ottocentesco. Una figura autonoma responsabile del proprio piacere. Un erotismo non riproduttivo che eccita, intriga e terrorizza il maschio moderno. Davanti alla donna vampiro si sente affascinato ed inutile allo stesso tempo.

Quante volte ci è capitato di essere definite “spregiudicate” per aver preso l’iniziativa con un uomo? Alcuni ci hanno ammirato, tanti giudicato. Non fa differenza in quale contesto, se amoroso o sessuale. Gli amici ci hanno guardato con timore/reverenza/disgusto e pochi uomini ci hanno compreso. Questo perché ancora nel mondo di oggi (mi riferisco in particolare a quello italiano) non ci è concesso di vivere come desideriamo senza cadere nella rete del pregiudizio, che non sempre è manifesto, e spesso viene sfogato in modo violento via social e con l’omicidio nei casi più estremi.

E siamo anche scambiate per vampire, demonesse strappamutande Empusa style (“colei che comprime”, mostro ellenico che terrorizza o divora), se ci comportiamo con sicurezza, facciamo sexting spinto o lo prendiamo in bocca ad un uomo di nostra volontà. Non possiamo essere una delicata Beatrice con le proprie fragilità, ma siamo sicuramente delle puttane dissolute che dopo un appuntamento ne hanno un altro e ancora un altro fino alla fine della notte. Siamo indomabili e zingare come una tribù nomade che si sposta da una parte all’altra di un continente. Che poi “puttana” o “troia” siano termini troppo complimentosi, non passa nell’anticamera del cervello di chi li lancia, donna o uomo che sia. Presume un’esperienza che chi non lo fa di mestiere, non ha, e fa sorridere quando non è detto con cattiveria.

La maggior parte delle volte la leggenda è superiore alla realtà. Siamo delle creature soggette ad interpretazione come la Lamia di John Keats, dall’ambigua natura, buona o malvagia, che muore proprio nel momento in cui si vede negata la sua individualità. La libertà di scegliere, di autodeterminarsi non è ben vista pure adesso alla luce di fenomeni come lo slut-shaming, una sorta di caccia al vampiro digitale. Tutti hanno scheletri nell’armadio ma la società li autorizza a diventare cacciatori di presunti vampiri per esorcizzare i propri mostri. Come succedeva nell’Ottocento con la letteratura gotica e i penny dreadful (“spavento da un penny”, racconti gotici e non a puntate), i mostri erano un mezzo per sfogare le difficoltà di una vita borghese morigerata. Erano specchi di “malattie” sociali.

Quando qualcuno vi guarda ammirato e dice “Vorrei avere la libertà che hai tu”, significa che non sa di cosa stia parlando. Essere liberi è un sacrificio come stare insieme a qualcuno. Anche la vampira non è libera, per sopravvivere deve succhiare sangue. La femme fatale deperisce nella vecchiaia e copre gli specchi di casa come la Contessa di Castiglione. La temeraria sbarazzina deve essere in grado di sopportare bene la solitudine. E sotto i canini può nascondersi una grande insicurezza come Carmilla, “trasformata” alla tenera età di sedici anni ad un ballo in maschera.

Nudità è felicità

L'immagine può contenere: strisce

Il mondo si divide in due grandi categorie: quella di coloro ai quali piace essere scoperti e quella di coloro che lo detestano (spesso perchè non si piacciono ‘nature’). Questi ultimi non sono da biasimare. Viviamo costantemente circondati dalla paura del nudo. Fuori. A casa. Dal ginecologo. All’ospedale. Durante il sesso. Soprattutto durante il sesso. Pensiamo che la visione di ciò che ai nostri occhi è un difetto, possa influenzare l’eccitazione dell’altro. Ho scoperto tardi la bellezza della nudità integrale perchè mi vergognavo e non ero sicura del mio corpo. Poi ho capito che l’unico modo per accettarlo era scoprirlo. Più si trova il coraggio di guardarsi allo specchio, più si impara ad accettare come si è fatti. Il petto, i fianchi, il sedere, le gambe. I punti nevralgici del dispiacere in una donna o in un uomo. Tutto troppo o troppo poco.

È arduo denudarsi quando la società non lo accetta. Ciò che è naturale si trasforma in innaturale. Non ci si vergogna solo del corpo in sè ma anche del giudizio degli altri, che in casi off limits si trasforma in opinione pubblica, come è accaduto a fine luglio alla ragazza di Bologna che girava nuda per strada. Un atto infrangitabù nel nome di un briciolo d’autostima. È stata sanzionata di 3.300 euro, a dimostrazione del fatto che la nudità su suolo pubblico è nemica della civiltà. Per questo nel passato la nudità è stata spesso usata come strumento politico di protesta ed offesa. Lady Godiva nel Medioevo cavalcò nuda su un cavallo per far abbassare le tasse al marito, il duca Leofrico di Coventry, che impressionato dal suo coraggio obbedì. Forse da lei deriva la pratica britannica dello “streaking” (muoversi velocemente nudi in una data direzione), adottata in seguito nelle colonie inglesi. Il termine fu coniato però negli anni Settanta quando in diversi college americani fu adottato come rito di passaggio o burla. Un giornalista locale di Washington D.C. assistette nel 1973 ad una corsa nuda di massa all’Università del Maryland. È ricorso spesso negli eventi sportivi, per scherzo o pubblicità. A tuttoggi ci sono gruppi che rivendicano il diritto di essere nudi, come Urbanudista (Brasile), Apnel (Francia), Naktiv (internazionale), o di essere a seno scoperto per le donne, come Top Freedom. A questo proposito, FEMEN ne ha fatto la sua arma di protesta distintiva. In Africa il denudarsi delle donne serve a maledire gli avversari, dato che il sesso femminile può donare e riprendersi la vita.

Essere nudi disturba perchè ci rende vulnerabili ad occhi sconosciuti e rende vulnerabili a loro volta le persone che ci stanno di fronte. Siamo abituati ad associare la nudità ad una situazione sessuale e la percepiamo come sbagliata in sè. Dobbiamo coprirci perchè sessualmente appetibili ed in quanto tali in perenne pericolo d’aggressione. La gente può essere automaticamente autorizzata ad abusare di noi perchè indifesi senza vestiti, e così il contrario. Un pensiero comune in chi non ha spezzato le catene della logica sociologica. Quelli di noi invece che passano l’estate o l’inverno a gironzolare nudi per casa comprendono che la nudità non è una mera provocazione sessuale. È libertà. Il potere di essere al di sopra dei codici e delle convenzioni. Se non ci vergogniamo, siamo propensi a rilassarci e ridere di più, ma in particolare ad essere sicuri di noi stessi. Una sfida che dobbiamo accettare almeno dentro casa.

Il nudo è un infallibile strumento di seduzione, pur se ci hanno sempre detto che è più eccitante coprire, che scoprire. “Ormai il nudo è ovunque, un corpo nudo è noioso.”, una frase spesso ripetuta in pubblico dai qualunquisti che non amano la natura e l’essere umano in quanto animale. La nudità ha fatto sempre conquiste. Il re Davide si innamorò di Bathsheba cogliendola mentre faceva il bagno nuda. Elena di Troia si spogliò nuda davanti il marito Menelao per avere salva la vita ricordandogli la sua bellezza. Il corpo nudo ha potere perchè nonostante la mania moderna di spogliare fino all’osso, difficilmente è rappresentato nella sua innocenza. Questa è più provocante di una reale provocazione. Inaspettata, pura e sfrontata come una donna, un uomo e un transgender nudi.

Nudi si dorme meglio: favorisce l’abbassamento della temperatura corporea. La pelle diventa sana, l’abbigliamento ottura i pori.  Addirittura stare nudi al sole stimola la produzione di vitamina D che riduce il rischio di attacchi di cuore (protezione solare alla mano). I genitali respirano, le mutande portano solo batteri che possono incentivare infezioni micotiche e candida. Secondo alcuni studi, gli uomini che non indossano intimo di notte, presentano uno sperma con un DNA meno danneggiato rispetto a quelli che ne indossano uno stretto. La nudità insegna a rispettare il proprio corpo e quello degli altri, cancellando i pregiudizi estetici. A livello sessuale, essere nudi permette di amarsi e amare il partner rilasciando ossitocina grazie alla diminuzione dello stress. Essere nudi ci rende felici, in pace e connessione col mondo. La natura è nuda (animali, piante, terreno) e non si è mai dovuta mettere dei vestiti per essere magnifica.

Ingoierò il tuo demone

NUNU

“Ho un demone dentro.”

Ricordo ancora il viso stralunato della mia amica quando le confessai una strana sensazione che mi ottenebrava il cervello da qualche settimana. Ero stata per un breve ma intenso periodo con un ragazzo che aveva dei problemi relazionali. Non stavo attraversando una bella fase e di sicuro la “negatività” mi si attaccava facilmente addosso, però percepivo pensieri non miei e un rimuginio esagerato su ogni minimo evento, caratteristiche insite nell’individuo con cui ero stata. Essendo neopagana, non fatico a credere a concetti fuori dall’ordinario, se plausibili, quindi all’ennesimo pensiero di amarezza non giustificata, ho fatto due più due e ho sparato la frase sopra riportata all’unica persona che sapevo non mi avrebbe riso subito in faccia. Ero convinta che l’unico modo per averlo inglobato fosse stata la via orale, tramite lo sperma. Ci volle un mese tondo per smaltirlo. Per fortuna iniziava l’estate e il mare mi ha aiutato molto nell’eliminare un effetto collaterale estremamente negativo. Oggettivamente parlando, c’era di sicuro un fondo di delusione verso una persona che credevo simile a me. Il “demone”, come lo chiamavo, nel senso di spirito maligno, un “jinn” del deserto mentale nel quale ero sprofondata, sparì prima del termine della stagione estiva e non ci pensai più. Fino a questa settimana. Allorchè la mia sopracitata amica, memore della mia passata disavventura, non mi ha inviato un articolo di uno studio di qualche tempo fa (2012) su un fenomeno che si avvicina pericolosamente all’episodio che vi ho appena raccontato: il microchimerismo maschile.

È il classico caso in cui la realtà batte la fantasia. La notizia shock è questa: ogni uomo dal quale si assorbono gli spermatozoi diventa una parte vivente della nostra vita. Gli scienziati stessi che hanno effettuato questa ricerca, dell’Università di Seattle e del Centro di Ricerca per il Cancro Fred Hutchinson, hanno faticato ad ammettere nella  lista di cause di questo fenomeno, che quella principale fosse il sesso (piazzato all’ultimo posto). Le altre, aborto spontaneo non riconosciuto, gemello maschio scomparso, fratello più vecchio trasmesso dalla circolazione sanguigna materna, si applicano ad una piccola percentuale delle donne esaminate. Il microchimerismo era già noto nei primi anni 2000 ma lo si bollava come “fetale”, ovvero trasmesso tramite gravidanza. Solo c’era un errore fondamentale. Il DNA maschile si unisce con quello femminile per creare un individuo dal codice genetico unico. Questa operazione fa sì che il DNA del padre non sia presente nel cervello. La ricerca che vi descrivo si è imbattuta per “sbaglio” nel microchimerismo perchè stava tentando di determinare se le donne che sono state incinte con un figlio sono più predisposte a certe malattie neurologiche che capitano più spesso negli uomini. Quando gli scienziati hanno analizzato il cervello femminile, hanno trovato DNA maschile nascosto al suo interno. Il 63% delle donne aveva “microchimerismo maschile”, e coloro sulle quali è stata eseguita l’autopsia erano anziane, l’avevano trasportato con sè per cinquant’anni.

La mia fervida fantasia ha iniziato a viaggiare. Questo fenomeno sembra avere delle affinità con il principio della telegonia, teorizzato da Aristotele: partner precedenti che influenzano le caratteristiche della prole di una donna. Stracciato dai principi genetici del Ventesimo secolo, questo antico concetto è stato riscontrato però nelle mosche. I figli della mosca femmina presentano somiglianze di DNA con la prima mosca maschio con cui è stata accoppiata piuttosto che la seconda. Sull’uomo non si sono mai fatti esperimenti simili per motivi etici. Pensate se la nostra progenie avesse non solo il DNA del padre ma anche quello dei nostri precedenti uomini! Oops! Di quella persona, di quell’altra, e dell’altra ancora del quale ricordavamo poco o niente.

Ok, ma la domanda fondamentale dopo tutta questa dose di conoscenza scientifica è: il microchimerismo maschile può influenzare il nostro comportamento o quello dei nostri possibili figli? Non si sa. È un terreno vergine ancora da scoprire ed esplorare. A me piace pensare che prendiamo sempre il meglio dalle persone con cui facciamo l’amore, anche se qualche volta può capitare qualche piccolo effetto collaterale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il potente richiamo del sedere

B_1

Non mi sono mai preoccupata del mio sedere. Sembrerà strano, ma non ho avuto i classici complessi che alle donne mette in testa la pubblicità e lo stesso genere femminile. Forse perchè sia mia madre che mio padre mi hanno sempre ripetuto fieri che avevo un bel sederino. I complimenti dei genitori sono sempre importanti in fase di crescita. Aiutano ad avere meno complessi. Però, personalmente, solo negli ultimi due anni ho acquisito la piena consapevolezza di avere un “culetto” niente male. Inutile dire che l’approvazione maschile è una componente non trascurabile dell’autostima. Sono stata fortunata. Per la maggior parte di noi femmine, non è così. “Non mi fa impazzire il mio sedere, lo vorrei più sodo”, “Non mi piace, è piatto”, “È pieno di difetti ma dato che vedo di peggio in giro, mi consolo”, e a seguire.

Ma perchè gli uomini sono tanto fissati col sedere? “È piacevole a vedersi, dato che è morbido e accogliente”, “È sinonimo di virilità”, “Chimicamente mi eccita, come annusarsi il sedere tra cani. Comunque ognuno ha la sua idea di bel sedere”. Hanno tutti ragione. Uno dei motivi infatti inconsci che hanno a che fare con la parte primitiva del nostro cervello è la riproduzione. Uno studio pubblicato dal dott. David Lewis il 7 Febbraio 2015 ha stabilito che l’uomo è molto attento alla curvatura lombare del fondoschiena. Durante la gravidanza le donne hanno una massa corporea che scivola in avanti, con un grado di curvatura lombare più grande sono in grado di ristabilire il centro di equilibrio senza un enorme spreco di energia. Per questo è stato ipotizzato che gli uomini si sono psicologicamente adattati nel preferire questo tipo di donne come compagne d’accoppiamento. Ogni sedere femminile è diverso e non per forza bello ma in genere è più rotondo rispetto a quello maschile per gli estrogeni che depositano grasso su natiche, fianchi e cosce. Nonostante siano ormoni presenti pure nel corpo maschile, nell’uomo l’accumulo di grasso in queste zone è frenato dal testosterone (pure presente nelle donne ma spesso convertito in estrogeni). Le natiche ricche di tessuto adiposo segnalano fertilità, capacità d’allattamento, forma e dimensione del bacino.

Diverse donne pensano che l’uomo a cui piaccia più il sedere che il resto sia gay. Questo è sinonimo purtroppo di una cultura sessuale ignorante di stampo bigotto che stigmatizza tutte quelle pratiche che non abbiano a che fare col davanti e la procreazione. Il sedere piace all’intero universo maschile e non in primis per la presenza dell’ano. Anzi, spesso non ci pensano nemmeno. Sembrano più attratti, quasi in maniera ossessiva, verso il fondoschiena nella nostra società piuttosto che in quella antica perchè lo scopriamo solo d’estate completamente. Indi per cui diventa un qualcosa di “proibito” da esplorare. Le natiche sono tabù e il “prendere da dietro” una donna sia per vagina che per ano diventa un’azione estremamente eccitante, rivelando un motivo di possesso, quasi di comando. Nulla di strano, la specie umana di norma si congiunge da dietro. Inoltre, è stato attestato che quando un uomo avvista un sedere, gli si attiva la stessa parte del cervello stimolata da droghe ed alcool.

Il sedere non passa mai di moda come attrattiva sexy. Nell’antica Grecia era celebrato nelle statue di ninfe e dee, e addirittura esisteva un sostantivo, ἀνάσυρμα (anasyrma), che si riferiva al sollevamento della veste per scoprire le natiche. Un rituale legato ai culti di Demetra e Dioniso e alle loro feste. Esempio famoso di questo gesto è la Venere Callypigia, “La Venere dalle Belle Natiche”, la cui copia è esposta a Napoli. A Roma l’ano in particolare era associato alla fortuna, dato che i Sanniti quando sconfissero i Romani fecero passare gli sconfitti sotto le forche caudine sodomizzandoli: provava meno pena chi aveva un ano più grande. Nella dinastia Ming il deretano era comparato alla bellezza della luna piena e anche l’Islam prevede che le natiche ideali siano bianche in celebrazione del pianeta celeste. Nella castissima Era Vittoriana era evidenziato dalla tournure, che ne aumentava il volume sotto la gonna, chiamata demi crinoline. Nel nostro secolo, a parte minigonna e hot pants ideati da Mary Quant, il sedere è stato evidenziato negli abiti da sera stretti ed aderenti alla figura. Persino l’Haute Couture ha reso omaggio all’armonia di questa parte anatomica con l’abito di Guy Laroche indossato da Mireille Darc in “Le Grand Blond avec une Chaussure Noire” (1972) e quello sfoggiato da Violeta Sanchez di Thierry Mugler nel 1995 che incorniciava il sedere con stoffa e giri di perle. Negli ultimi anni il fondoschiena è tornato prepotentemente alla ribalta nella cultura pop col “twerking” di Miley Cyrus, che riprende la danza jamaicana Dembow (reggaeton + dancehall), già ampiamente esplorata da Sean Paul e Major Lazer (Watch Out for This). E poi Nicki Minaj, Jennifer Lopez, Jason Derulo con Swalla e Iggy Azalea con Mo Bounce.

Un amore infinito, dunque, quello di cui è oggetto il sedere che sembra aver intaccato il simbolo dell’amore romantico per eccellenza, il cuore. Tuttavia, è molto probabile che la notizia sia una bufala. Indicherebbe semplicemente una foglia (edera o fico), trasformatasi poi in metafora d’amore attorno al tredicesimo secolo. Il cuore non è emblema recondito del sedere. Siamo quasi sollevati. L’amore e il sesso rimangono due pulsioni distinte. O forse no.

La danza del ventre risveglia il serpente che è in voi

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Belly Dance – A way of living

La danza del ventre, chiamata internazionalmente belly dance e raqs sharqi (danza orientale) nei paesi Mediorientali, è una disciplina ormai consolidata nelle palestre ed ogni anno le scuole su di essa spuntano come funghi. Tuttavia, pochi conoscono le sue origini ed i suoi benefici, in particolare nel campo del benessere sessuale. Questo perchè prevalgono pregiudizi su di essa legati ai suoi paesi di provienienza e al tipo di immaginario che suscita i suoi costumi. Soprattutto, non è considerata una danza a tutti gli effetti, in fondo cosa ci vuole a “scuotere il sedere”? Non è solo ignoranza, ma non saper distinguere i fianchi dai glutei.

La danza del ventre è un’evoluzione delle antiche danze pelviche della fertilità. Chi nega oggi che non abbia un contenuto erotico, non sa cosa sta ballando. I rituali della fertilità infatti terminavano spesso con l’accoppiamento, considerato un aspetto sacro perchè garantiva il continuo della specie. Il concetto di fecondità era strettamente legato alla terra, per questo le movenze rimandavano verso il basso e si formavano cerchi sia con il corpo che con le persone. Si credeva che i bambini nascessero dalla terra, provenissero da caverne, grotte, paludi e corsi d’acqua e che quando una donna passava per questi luoghi, lo spirito di un bimbo entrasse nel suo corpo. Il concetto che i poteri creatori della donna fossero estesi alla natura e che fosse capace di far crescere i semi, diede origine al culto della Dea Madre. Strano ma vero, il Medioriente è stato la culla di questa divinità, sono state infatti ritrovate statuette risalenti a 70.000 anni fa. La Ka’ba, la Pietra Nera della Mecca, era il simbolo della dea del deserto, Al-Uzza, venerata dallo stesso Maometto prima di distruggere i suoi simulacri. I suoi custodi attuali recano tracce della sua antica progenitura, chiamandosi “Beni Shaybah”, “figli della Vecchia Donna”. Vecchia è un attributo che si riferisce alla luna nella triade associata alle fasi della vita di una donna.

Un ballo bisogna sentirlo scorrere nelle vene, trovarci un’affinità spirituale per eseguirlo in modo espressivo. Non per nulla la parola “danza” deriva dal sanscrito “tanha”, “gioia di vivere”. Le danze primitive esprimevano i principi della vita e della morte e se ne trovano tracce in ogni parte del mondo perchè connesse ai riti religiosi che scandivano la vita quotidiana. Servivano per sfogare l’energia accumulata nel corso della giornata e rafforzare l’identità in un gruppo sociale. Molte di queste erano danze “estatiche”, ovvero attraverso dei movimenti ripetitivi, come ruotare in cerchio testa o corpo, si scivolava in uno stato di trance in cui si viaggiava fuori dall’essere fisico o si permetteva a un’entità di entrare nel proprio involucro di carne. Con l’avvento delle religioni monoteistiche, questi balli furono soppressi e sopravvissero nei secoli quasi esclusivamente sotto forma di intrattenimento.

La danza del ventre è un viaggio alla scoperta di se stessi e della propria sessualità, e la sua storia moderna inizia precisamente con un viaggio. Quello del popolo degli zingari, tribù che si spostarono nel V secolo d.C. dalle regioni del Rajasthan e del Punjab a nord dell’India fino in Egitto per sfuggire alle carestie e cercare lavoro. A prova di ciò, nei villaggi egiziani le danzatrici professioniste sono chiamate “ghawazee” (gauazi), “invasori, forestieri”. I Roma non si sono adeguati completamente alla cultura dei paesi ospitanti e hanno potuto conservare la credenza nello spirito della Madre Terra. La loro danza portava ancora con sè qualche frammento della rappresentazione mimica della nascita che rielaborarono in forma di spettacolo.

Un tempo, e nei paesi islamici purtroppo ancora oggi, la danza era malvista dalla regolare società perchè era praticata da emarginati e poveri, ma soprattutto acuiva i sensi e annullava le inibizioni. In una parola, faceva perdere il controllo di sè. Ma per lasciarci andare dobbiamo prima sapere chi siamo.

Quest’arte aiuta a conoscersi nel profondo. Attraverso la sua pratica comprendiamo i nostri punti di blocco ai quali dobbiamo spezzare i sigilli. Si danza scalze per eseguire correttamente i movimenti e connettersi con la terra. La respirazione è addominale per rilassarsi e non irrigidire la muscolatura. Ogni gesto di questa danza ruota attorno all’ombelico, i fianchi, il pube ed il seno tramite l’isolamento dei movimenti, anche se in realtà si azionano la maggior parte dei muscoli del corpo. In particolare si risveglia il psoas, un muscolo su entrambi i lati della colonna vertebrale, che si estende dalle vertebre toraciche a quelle lombari e le collega alle gambe. Ha una connessione diretta col cervello rettile, la parte interna più antica del tronco encefalico e del midollo spinale. Uno psoas rilassato esegue in maniera fluida una danza che può essere allo stesso tempo languida ed energica, rendendoci silenziose lucertole e scattanti serpenti a sonagli.

La danza del ventre non è stata bandita a caso dal Cairo più volte nel corso della storia e che l’Islam abbia paragonato le sue danzatrici a delle prostitute trasformando “ibn raqissa”, figlio di danzatrice, in un insulto. Nei suoi movimenti, passi e gesti si azionano bacino, torace e seno seguendo linee sinuose ed ovali che richiamano l’utero.

Movimento a spirale. Di primaria importanza per lo spostamento da una movenza all’altra, la spirale è circolare, attrae e respinge forze, a seconda che sia in senso orario e antiorario. Si ottiene con il “cerchio” del torace. Per gli Egizi era simbolo della speranza di reincarnarsi, per Greci e Romani proteggeva dal male, nella cosmogonia rappresenta la luna e il divenire, nell’erotismo la vulva e la fecondità.

Movimento dell’omphalos. L’omphalos, “ombelico” in greco, è il centro misterioso attorno il quale si concentra questa danza. Nell’antichità il centro era l’inizio e la fine di tutte le cose. Per molti miti della creazione, l’universo si è originato da un ombelico. Gli omphalos erano delle pietre preistoriche a volte decorate da un serpente, che richiamava il cordone ombelicale, o da due serpenti come simbolo dell’unione tra i due sessi. L’ombelico è coinvolto anch’esso nella figura del cerchio, dell’8 dell’infinito, nelle ondulazioni di pancia e ventre.

Movimento del serpente. Braccia e mani ondeggiano come serpenti nell’acqua. Lo sguardo di una danzatrice è ipnotico come quello di una serpe. Lo scorrere, il girare, il sollevarsi ed abbassarsi dei fianchi imprimono una sensuale “S” sulla colonna vertebrale che si snoda come quella di un serpente. Questo animale è simbolo di vita e racchiude nell’Ouroburos (“serpente che mangia la coda”), l’emblema primordiale della creazione, sia il fallo maschile sia il grembo femminile. Perciò i serpenti si trovano su copricapi, bastoni, capelli e corpo di Dee e Dei.

La danza del ventre è una danza della fecondità con un intento di liberazione sessuale rivolto più verso la singola persona che l’accoppiamento. Chi la pratica scioglie le tensioni, rilascia le emozioni e risveglia l’energia latente sopita. Fa guadagnare in autostima e cammina eretto con le spalle aperte verso il mondo. Intossica, infine, lo spettatore come il veleno di un serpente sinuoso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Salva