La banalità dell’infermiera sexy nasconde un losco segreto

Gli ospedali possono essere luogo di perdizione. Non come il Seattle Grace Hospital di Grey’s Anatomy, dove tutti andavano sul lettino con tutti. Letteralmente. Ogni occasione era buona per fare sesso come conigli nella stanza dell’inserviente, in quella del personale, in una vuota per pazienti. Nella realtà il personale medico ed infermieristico lavora…poi può scapparci qualcosa, ma non è esattamente all’ordine del giorno come “dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Una mia amica che sta in ospedale mi ha rivelato a tal proposito un dettaglio non trascurabile della loro routine: “In una giornata possono succedere tante cose, ci si ritrova facilmente da una situazione tranquilla ad una estrema e viceversa. Si condividono molte emozioni di varia natura: rabbia, dolore, gioia, tenerezza, tristezza. Ad un certo punto, in particolare nei momenti funerei o di shock, può succedere che salga l’eccitazione”. Vi suonerà macabro o amorale, ma ancora una volta gli antichi ci hanno preceduto nella spiegazione di questo concetto: eros e thanatos. Vita e morte. Due pulsioni contrapposte solo in apparenza per Empedocle di Agrigento. In questi casi si cerca nel sesso un piacere talmente grande vicino alla morte (orgasmo) per risorgere e vivere di nuovo, dopo un periodo di immensa tristezza.

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In una location così drammatica e carica di tensione, si colloca il giochetto di dottore ed infermiera. Ora, l’infermiera moderna è importante perché esegue tante operazioni di cui i dottori non conoscono ogni step. Oggi c’è una laurea per l’abilitazione a questa professione, nel passato non serviva. Bastava essere una prostituta. Eh, sì! È attestato sin dal Cinquecento che si passava dalla prostituzione alle mansioni da infermiera come salto di carriera. Ma per quale motivo? Le donne di classi medie ed alte dovevano badare alle proprie famiglie e  lavorare per loro era considerato “disdicevole”. Per questo ci si affidava a persone dei ceti bassi. Florence Nightingale nell’Inghilterra di metà Ottocento si adoperò per trasformare l’infermiera in una professione rispettata. A New York, però, ancora a quei tempi si offriva alle prostitute pregiudicate in alternativa alla galera dei lavori da infermiera. La loro reputazione sexy inizia da qui.

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La divisa è un elemento non trascurabile, dato che come abbiamo visto per la suora l’anno scorso, può nascondere per rivelare. Il grembiule o il vestito bianco ed immacolato, la cuffietta-cappellino la rendevano graziosa ed innocente. Una delle gag del teatro vaudeville consisteva nel fischiare “Hey, nurse!” (Ehi, infermiera) per far comparire un’infermiera formosa. Il “prendersi cura” richiama le più sopite pulsioni sessuali di sottomissione o dominazione. Ognuno di noi vorrebbe curare o essere curato dolcemente da qualcuno, dottore o infermiera che sia. Per questo le coccole sessuali sono sempreverdi e il giochetto che spesso sembra banale o demodé ben si adatta a certi contesti. Il medicarsi a vicenda può trasformarsi in petting o in una masturbazione estremamente tirata per le lunghe. Questi giochi “aiutano a superare certi limiti, a rinsaldare rapporti di coppia e a condire una relazione con quel pizzico di pepe del quale tutti abbiamo bisogno”, dice un mio amico, “In più, con il gioco si scopre il partner, lo si conosce meglio e si ha la possibilità di condividere, amplificando quello che di positivo può venire da un rapporto sessuale. In questo, in particolare, si stabiliscono dei ruoli gerarchici mantenendo però una finalità benefica (curare, appunto) affievolendo così il lato umiliante del rapporto dominato/dominante; questo lo rende più gestibile e meno impegnativo per i neofiti del genere”.

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Un’infermiera, poi, ha i suoi strumenti per stimolare il suo dottore o paziente. Le siringone di plastica che spesso accompagnano i succinti costumi sexy possono trasformarsi in dildo che penetrano l’ano, ad esempio. Uno stetoscopio, col quale è spesso accompagnato il costumino da “naughty nurse”, anche finto, è freddo al tatto e può emanare brividi piacevoli lungo il corpo. Nel Medical o Clinical Fetish i giochi si fanno più complessi, perché lo scopo non è il piacere finale ma il piacere nel dolore. Quindi gli oggetti dei quali stiamo parlando sono piuttosto estremi. Ci sono termometri orali ed uretrali per misurare la temperatura, cateteri, clisteri, aghi, speculum, morsetti tira-capezzoli, pompette risucchia aria e molto altro (www.medicaltoys.com).  Lo scopo è esaminare genitali e zone erogene del corpo con strumenti  per avere il pieno controllo dell’altro.  Si inscenano visite ginecologiche in posti che sembrano ambulatori e sedie che lo ricordano. È necessario però avere buone basi mediche oppure non spingersi troppo in là per non farsi male sul serio. Questo tipo di feticismo è molto diffuso nel paese delle “stranezze” per eccellenza, il Giappone. Il kegadoru (idoli feriti) prevede che ragazze, simili alle idol, icone giovanissime dello spettacolo, sono bendate su gambe e braccia con garze per finta e hanno mutandine fatte di bende o bianche. In Occidente sono chiamate “Broken Dolls”, bambole rotte. L’istinto di protezione è ciò che spinge l’eccitazione in questo ambito.

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Nel caso comunque che siate persone di piaceri semplici, una siringa giocattolo e tanta fantasia possono bastare per scatenare le più appaganti visite mediche della vostra vita!

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Benvenuti nel Club del Prurito

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“E dopo lu ride, vè lu piagne” (e dopo il ridere, viene il piangere), recita, a ragione, il mio dialetto. Se siete scampati a qualsiasi tipo di malattia irritante, complimenti. Anch’io una volta, ora conosco il nemico ed ho imparato a combatterlo (forse). Sui blog di sesso in genere si parla a fiumi di tecniche di seduzione, del piacere delle attività sessuali, di pratiche inusuali, di prevenzione, ma poco spesso delle infezioni ed infiammazioni più comuni che si possono buscare dopo il sesso: candida e cistite. Ho sempre evitato la forma del diario di scuola, tuttavia è l’unico modo per raccontarvi in modo comico una serie di sfortunati eventi.

La candida mi è venuta a seguito degli antibiotici della terapia post-operatoria della ciste endometriosica e una seconda volta, credo, per via sessuale. Fa impazzire. Letteralmente. È un prurito per cui si vuole strappare la vulva e venderla al migliore offerente. Non pensate di curarla con metodi naturali. Mi è stato consigliato di tutto: bicarbonato, creme farmaceutiche più o meno forti, ovuli da inserire in vagina (orrore, no), olio dell’albero del tè (non provato), detergente intimo p.H. 5 (aiuta a stabilizzare flora batterica), fermenti lattici (10 miliardi, servono sempre), asciugamani piccoli di lino, intimo rigorosamente di cotone (il sintetico irrita). Una mia conoscente mi ha detto che ci sono persone che usano il metodo dell’aglio: immergono il bulbo nello yogurt e lo inseriscono in vagina. Mah! Il bello è che nessuno mi aveva avvertito del problema che si sarebbe presentato. Il commento del ginecologo al mio accenno sulla candida è stato: “Ah, ma è normale”. Bravo! Mi ha prescritto una medicina blanda da sciogliere nell’acqua e tanti saluti. Alla fine ho ingollato per due giorni una pillola di cui non farò il nome per non pubblicizzarla e per il fatto che non sono un medico, ma si deve prendere sotto prescrizione perché dicono rovini il fegato alla lunga (spero non ne soffriate spesso). Passato qualche giorno, la candida se ne è andata. Era trascorso quasi un mese. Meno male che ho amiche intelligenti che lavorano in ospedale. Se sospettate di averla, vi consiglio di farvi fare un tampone per verificare sia la giusta diagnosi. Non vi innervosite, l’infezione si nutre di stress.

La cistite invece mi è piombata addosso per una serie di sfortunati eventi ed il principale è questo: sono stata soggetta ad un freddo assurdo per un periodo prolungato di tempo. Stimolo di andare sempre al bagno e un mattone al basso ventre. Antipaticissima, non vi permette di percorrere consistenti distanze, a meno che non siate abituati (uso il maschile-neutro perché pure gli uomini ne possono soffrire). L’ho ignorata per una settimana, credendo fosse candida ed ho preso la stessa pillola di cui parlo sopra totalmente a caso (non lo fate). Ciò dimostra quanto in passato sia stata soggetta a questi episodi: meno che zero. Poi parlando con un’amica, che soffre di cistite, mi ha messo davanti alla realtà. Due bustine serali di antibiotico al dì, dopo quattro o cinque giorni va via. Se ovviamente non è un’infezione da escherichia coli o da altri tipi di batteri…in ogni caso un’urinocoltura toglie ogni dubbio.

Il risultato di queste disavventure è l’uscirne un po’ provati e facilmente suggestionabili. Il particolare più deludente è che a volte una visita non fa la differenza e che spesso bisogna decifrare i propri sintomi da soli ed autocurarsi, sperando di fare bene. L’unica nota positiva è che non si è sole nella lotta al prurito, una flotta di amiche e conoscenti ha già attraversato i mari dell’impazienza nervosa che queste malattie generano e può infonderci coraggio. Probabile che quando mi tornerà la candida penserò che è cistite e quando sarà cistite penserò che è candida. Un momento! Che cos’è questo strano pizzicore?

La fiera consapevolezza sessuale delle donne di Scacchia

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Alessandro Scacchia è un talento del fumetto erotico che vive a pochi passi da casa mia. Non conoscevo le sue opere finché non mi sono imbattuta in una conferenza stampa per un’iniziativa artistica di un Comune limitrofo alla nostra città. Le sue donne sono sensuali, libere, fiere della propria sessualità e mai volgari anche quando si trovano in posizioni esplicite. I disegni di Scacchia sono la dimostrazione che si può eccitare la fantasia tramite l’erotismo senza scadere o sconfinare nei luoghi comuni della pornografia.

La sua produzione più importane è Mona Agent X, graphic novel erotico pubblicato in tre lingue (uscito in Francia, Italia ed USA). Nel 2007 ha tradotto le storie erotiche delle persone che scrivevano a Penthouse, storico concorrente di Playboy, in strisce a colori. Ha partecipato alla rinascita del personaggio Valentina di Guido Crepax, sulle pagine della rivista di moda Lampoon e sul volume intitolato “Viva Valentina!”.

Adesso è impegnato nel progetto Vintage Erotika, nel quale ogni autore rifà la grafica di un protagonista erotico del passato. A lui tocca Belzeba, la figlia del diavolo che Sandro Angiolini nel 1977 disegnava con Emanuele Taglietti alle copertine. La nuova storia è scritta da Emiliano Pagani.

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Come sei arrivato al fumetto erotico?
Ho iniziato con fumetti di avventura. Piano piano mi sono avvicinato a disegnare la figura femminile ed a trovare un aspetto erotico nella sua rappresentazione.

La tua è una donna dalla femminilità potenziata?
No, cerco di fare una donna reale. Le mie ispirazioni derivano dai grandi del fumetto italiano. Forse non tutti sanno che una parte della tradizione fumettistica italiana nasce dal fumetto erotico: Manara, Crepax, Magnus, Andrea Pazienza.

Questa mi è nuova.
Il fumetto italiano è famoso per la sua matrice erotica. Negli anni Settanta andavano per la maggiore i fumetti pocket erotici che si potevano comprare in edicola o al distributore di benzina.

Ma era bassa letteratura?
Esistevano più livelli. Quello acculturato era Valentina di Crepax, arte fatta fumetto. Liberatore disegnava Ranxerox, che aveva scene esplicite di violenza e di erotismo. Ora stanno riproponendo personaggi erotici in voga tra gli anni Settanta e Ottanta, come Lucifera, Belzeba, Sukia.

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Creando disegni spinti è stata dura per te nel mondo del fumetto italiano?
Il genere erotico è sempre stato emarginato. Per me è un elemento invece che dovrebbe essere presente in tutti i tipi di fumetto perché una cosa naturale. Purtroppo questo non è possibile. In America e in Italia li inseriscono dentro cellophane e li mettono in una sezione apposita nascosta. In Francia si confondono normalmente insieme agli altri. Questo dipende dalla cultura sessuale dei relativi Paesi.

Qual è la situazione del fumetto erotico cartaceo?
Sta sparendo. Le riviste italiane di fumetto erotico non esistono più da una decina d’anni. E sta accadendo in tutto il mondo. La gente preferisce il porno su internet. L’industria mainstream minaccia l’arte erotica.

La richiesta su commissione più strana che tu abbia mai ricevuto?
Una donna che si fa la pipì addosso ed un’illustrazione con ragazze nude che facevano sacrifici. Le richieste che non accetto sono quelle su donne che subiscono violenza non consensuale.

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Che cosa pensi della moda dei disegni sessuali su Instagram?
Non sono molto informato a riguardo però il problema di Instagram è che mette tutti sullo stesso livello, gente professionista e improvvisata. Carmelo Bene, grande attore teatrale italiano, diceva che Internet dà l’illusione di annullare l’ignoranza ma al contrario la dilata: “Da quando è per le plebi, l’arte è diventata decorativa, consolatoria”. Non fa distinzioni, ogni cosa è accessibile. Prima l’arte era per chi fosse in grado di capirla. Adesso l’artista deve sforzarsi di piacere agli altri, come sul social di foto. Per i contatti però è un mezzo utile.

Hai mai ricevuto insulti pesanti per le tue donne disinibite su internet o via mail?
Qualche ‘femminista’ mi ha accusato di oggettificare il corpo femminile. Io invece lo celebro, lo mostro agli altri nella sua bellezza e potenza.

Qual è il tuo rapporto col sesso?
Io sono quello che disegno. Non fingo nulla. Se si fa questo genere di fumetto, bisogna essere liberi.

Che significa che sei un’attivista della controcultura?
Nell’approccio alla cultura e all’arte sono totalmente contro quello che sta succedendo negli ultimi anni. La loro divulgazione dovrebbe avvenire in modo diverso. L’arte una volta era rivolta ad un pubblico specifico, non esisteva l’esigenza di piacere a chiunque. La tendenza di oggi di cercare il consenso di tutti ha abbassato la qualità delle opere. Questo vale in ogni settore.

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Il lato oscuro e seducente di Babbo Natale

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Bad Santa (2003)

Babbo Natale è un simpatico uomo di mezza età con folti capelli bianchi, barba e capelli medio-lunghi, occhialetti sul naso, sguardo buono. Non immaginereste mai che un personaggio solare e positivo come lui nasconda in realtà un lato oscuro, sexy e prevaricatore. Eppure è così. E non è di certo colpa della canzone Santa Baby di Eartha Kitt o del porno mainstream ad avere sessualizzato la sua figura in un vecchietto che approfitta delle elfe provocanti di turno. La Santafilia, l’ossessione sessuale per Babbo Natale, non è stata di certo inventata dalla Coca Cola, da Playboy o da Porn Hub, anche se questo trio ha sicuramente contribuito al successo del personaggio in tutto il globo. Santa Claus, prima di essere San Nicola, era Odino. Questo antico dio nordico aveva l’abitudine nel giorno del solstizio d’inverno di scendere sulla terra in quella che era chiamata la Caccia Selvaggia. Accompagnato da divinità, valchirie, mostri, fantasmi e morti andava a caccia in sella al suo cavallo ad otto zampe, Sleipnir, dei poveri esseri umani malcapitati. In questa occasione i bambini lasciavano del fieno per il suo destriero all’interno dei loro stivali che mettevano vicino al focolare. Si diceva che Odino li avrebbe ricambiati con dolci e giocattoli. Vi ricorda qualcosa? Penso proprio di sì. Il dio, soprattutto, è un grande amatore di uomini, donne, animali ed è egli stesso di natura promiscua (donna/uomo). Odino poteva far visita alle famiglie nelle sembianze di viandante bisognoso di un tetto sotto il quale passare la notte e liberare dalle pene del momento i suoi benefattori proprio attraverso il sesso.

Santa Claus oggi sembra avere un ruolo simile. Più che alleviare i problemi quotidiani delle persone, sembra alimentare le loro fantasie sessuali. Forse uno dei primi film odierni a portare alla luce questa ossessione è stato Bad Santa (Babbo Bastardo) col mitico Billy Bob Thornton. La barista, Sue (Lauren Graham), chiede a Willie, Babbo Natale per mestiere, di provarle la sua identità. Lo fanno in macchina mentre lei viene ripetendo “Fuck me, santa!” (scopami, Babbo Natale) senza permettergli di togliersi il cappello caratteristico. Più tardi gli confesserà che ha sempre avuto un’attrazione insana per Babbo Natale sin da quando era piccola perché la sua famiglia era ebrea e il Natale era una festa proibita. La Santafilia, però, ha più a che fare col rapporto dominatore-sottomesso tipico del BDSM. Non esattamente per il look di Babbo (cintura in pelle e stivali neri lucidi) ma per il suo ruolo di dispensatore di doni o punitore, in base alla condotta della gente. L’atto, infatti, che ecciterebbe di più gli ossessionati dall’anziano barbuto è la sculacciata sul sedere. Santa Claus ha dei parallelismi anche con la figura del papino, di cui vi parlavo un mese fa in questo post. Rassicurante e paterno, è pronto a ricompensarvi o punirvi sessualmente come volete voi. I siti di annunci americani fioccano di anonimi che si offrono come dispensatori di piacere travestiti da Santa Claus. Anche coppie. Mr e Mrs Claus a New York vi aspettano per un’interessante serata natalizia dai toni fetish: “While the elfs are busy finishing up the toys The Claus’s will be at the mall looking for naughty boys! We can meet and go out to our sleigh where we can take out some toys and play! Email us your wish list and lets get you gifted!!! HO Ho Ho!” – “Mentre gli elfi sono impegnati a ultimare i giocattoli, i Claus saranno al centro commerciale a cercare ragazzi porcelli! Ci possiamo incontrare e andare fuori sulla nostra slitta dove possiamo tirare fuori qualche gioco e giocare! Inviateci via mail la vostra lista dei desideri e sarete ricompensati!!! Ho ho ho!”. E ce ne sono mille altri sotto la voce “Occasional Encounters” di Craiglist. In Italia grandi città come Milano e Roma non presentano annunci di questa natura. Dobbiamo rimediare subito. Su, su! Non avete voglia di fare un bel giro in slitta?

Pare comunque che anche il San Nicola della tradizione cristiana nasconda i suoi “loschi” segreti. Sembra infatti che dietro la figura di elargitore di doni si nasconda una storia di prostituzione. Nell’agiografia La Leggenda Aurea di Jacopo Da Varazze è riportato che un giovane Nicola volesse togliersi di tutti i suoi averi e avesse sentito di un quartiere povero nel quale un padre era stato costretto a far prostituire le figlie perché non si poteva permettere di offrire loro una dote per sposarsi. Per salvarle Nicola regala all’uomo tre borse d’oro che lancia nell’arco di tre notti alla sua finestra aperta.

Il compagno malefico del santo nelle tipiche processioni germaniche e degli altri Paesi del Nord Europa, che fanno il verso alla Caccia Selvaggia nei suoi protagonisti, è Krampus. Un personaggio con corna di capra, mucca o ariete, rigorosamente originali, ricoperto di folto pelo e molto simile ad un diavolo, proveniente in questa forma codificata dall’Austria (Tirolo). Incarna il lato oscuro del Natale che punisce i bambini che sono stati cattivi incatenandoli e portandoli via dalle loro famiglie. Una figura caprigna che scatena subito le fantasie più nascoste di tedeschi ed austriaci, sia sotto forma maschile che femminile in cartoline dagli inequivocabili significati (risalenti agli anni Settanta). Anche questa bestia è figlia del paganesimo europeo, è probabile che avesse a che fare con i riti di passaggio dall’anno vecchio a quello nuovo. Per Krampus è più facile il gioco rispetto a Babbo Natale. Fruste di betulla e catene sono il suo kit simbolico usuale. E sembra che le processioni nei villaggi austriaci che celebrano questa creatura tradizionale siano particolarmente animate da ragazzi giovani che importunano ragazze vestite carine per l’occasione. In America, dove il personaggio è di gran tendenza da qualche anno, e Germania si organizzano milioni di party sexy a tema krampus nel nome della trasgressione e spesso del trash.

Vi aspettavate un Natale tradizionale più banale vero? E invece il Natale è molto più tenebroso di un Halloween qualunque. Non mi resta che augurarvi un buon vecchio ed oscuro Natale!

La provocante dolcezza di Marco Chiurato

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Marco Chiurato è un artista contemporaneo che non conoscevo. I suoi lavori mi sono stati consigliati da una mia amica delle sue parti (Marostica, in provincia di Vicenza) che sta sempre sul pezzo. Le sue opere esplorano diversi temi importanti come violenza sulle donne, mafia, razzismo, suicidio, morte, con un velo ironico, satirico ed irriverente. Ma l’argomento più interessante al quale si è dedicato e che in Italia suscita sempre scalpore è il sesso. “Il sesso rimane un tabù quando oltrepassa i muri delle nostre case”, afferma.

Nell’ottobre del 2007 ha dato il via a Sexhibitionism, una mostra che a dispetto della facile interpretazione del titolo, parla di corpi mercificati: schiere di feti con caratteristiche adulte sovrastate da spermatozoi in corsa (Bambini Diversi), spermatozoi riprodotti in serie su un quadro formato parete (La Giusta Direzione), peni eretti in fila come piccioni sulla ringhiera di una fontana (Uccelli di Bosco), calchi di seni e sederi variegati uno accanto all’altro, gambe divaricate di donne a vulva scoperta uncinate e pendenti come nella cella frigorifera di una macelleria (Macello), vagine volanti ingabbiate in una prigione (Burqa), un Cristo con seno di donna col pene eretto (per il quale è stato iscritto nel registro degli indagati della Procura di Bassano). Il tutto è pervaso da poche luci calde e rosse, e da molte fredde e verdi, inquietanti come i messaggi veicolati (video mostra qui).

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In 100% Zucchero Marco è tornato al suo mestiere originario di pasticcere e ha usato glassa di zucchero bianco dentro una sac à poche per decorare i corpi di modelli come se fossero delle tele bianche. Lo zucchero è il suo materiale base per eccellenza, che ha imparato a padroneggiare nella pasticceria di famiglia. Racconta in un video che è nato e morto all’interno di quest’ultima, e poi dopo tre giorni l’Arte l’ha resuscitato, come una sorta di Gesù Cristo. Lo zucchero sottolinea l’imperfezione perfetta dei corpi di ogni tipo scelti dall’artista ed esalta la loro diversità come un qualcosa di prezioso.

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Nel 2014 ha programmato un rapporto sessuale gay in pubblico con scaglie di cioccolato e zucchero che si staccavano dai due amanti per denunciare l’omofobia. Recentemente ha allestito nel centro di Marostica “Sexy Shop – Vietato ai minori di 18 cm“, un negozio di sex toys e lingerie piccante solo all’apparenza, che una volta dentro si trasforma in una galleria d’arte di oggetti particolari come saponette-cetriolo a forma di glutei, bombe atomiche-ciuccio, o una video-installazione in cui Chiurato cammina nudo in una giungla e si accoppia con foglie vulva. L’obiettivo dei suoi lavori è quello di provocare una reazione nell’osservatore, per questo l’artista si autodefinisce “potenzialmente colpevole“. Perché l’arte dipende sempre dall’interpretazione che sta nell’occhio di chi guarda.

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Come sei passato dalla pasticceria all’arte?

Sono passato dall’arte della pasticceria alla pasticceria dell’arte per mescolare gli ingredienti del cuore e del cervello.

Sexhibitionism è stata la tua prima opera a sfondo sessuale?

Ti stai sbagliando! La mia prima opera a sfondo sessuale l’ho fatta a 18 anni in Spagna. Ero in spiaggia con una ben capitata, non avevo il preservativo e ho dovuto mettere in atto la creatività per avere il mio primo rapporto sessuale. Ho realizzato un preservativo con la pellicola trasparente per alimenti. Il marsupio è un oggetto che ti rende sfigato ma al momento giusto contiene ciò che non contiene la tua borsa.

Quali sono secondo te i tabù più forti che ha la nostra società riguardo al sesso?

Ti posso dire i miei. Io ho 40 anni suonati, ancora oggi mi vergogno a farmi vedere nudo da mia madre anche quando “il mio uccello sta pescando”, ma per assurdo proprio l’altro giorno ho presentato un video in una mostra dove volteggio per un bosco nudo a fare sesso con le foglie. Queste hanno la forma della vagina e quando le vedo mi trasformo in un “Botanico Seriale”. Io dono alla foglia anidride carbonica e lei mi restituisce ossigeno. Mia mamma è entrata e si è messa di fronte alla proiezione “in Erezione” e in quel momento non ho provato vergogna. Lei si è vergognata nel vedermi nudo in quel frangente ma non proverebbe imbarazzo nella stessa situazione a casa. Penso che i tabù siano dovuti solo alla paura di essere giudicati. Prendiamo mio padre, per esempio. Non mi ha mai parlato di sesso e se vede in tv una scena spinta in mia presenza, cambia canale. Ma, cazzo papà, non credo che quando mi hai concepito stavi a fare il “missionario” in Africa e tantomeno avevi messo il burka al cazzo perché ti vergognavi!

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Hai cercato di rompere qualcuno di questi attraverso le tue opere?

Con Sexhibitionism, un’installazione che parlava della mercificazione dei corpi con ben 530 calchi di figa e di tette, e ultimamente con il finto sexy shop. Non ti spiego la prima perché ci vuole un foglio A4 e chi adora il sesso non ama leggere ma adora arrivare subito al sodo.

Lo zucchero bianco è solo una decorazione o anche una metafora?

Puoi trovarci tutte le metafore che vuoi. Posso raccontarti che lo zucchero è sinonimo di fragilità, che ho usato quello bianco perché non l’avevo di canna, e che, ancora, lo utilizzo perché sono razzista, ma la risposta vera è che l’artista è un grandissimo bugiardo!

In cosa consisteva la tua recente provocazione intitolata Sexy Shop a Marostica? Quali sono state le reazioni? È successo ciò che ti aspettavi?

Come ti dicevo, chi ama scopare non ama leggere, se fosse stato al contrario non avrei risposto due domande fa. Stiamo parlando di un’installazione artistica camuffata da finto sexy shop. È stato interessante vedere che chi ama il fallo quando entrava rimaneva deluso dagli oggetti poco funzionali. Infatti, si è trovato di fronte ad una serie di opere emozionali che parlano del maltrattamento della donna. Ed è stato esilarante constatare che chi ama l’arte non entrasse perché fuori sembrava a tutti gli effetti un sexy shop vietato ai minori di 18 cm e si perdeva la mostra. Eh, i tabù…di avere meno di 18 cm.

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Ti senti accettato dalla tua comunità nonostante il tuo ruolo di artista provocatore di coscienze?

Certo, le mie ammiratrici più accanite si aggirano, non per casa, ma attorno ai 70 anni.

Dato che fai questo mestiere da diversi anni, senti di aver scosso delle coscienze grazie alle tue opere?

Penso di NI.

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Negli anni l’atteggiamento sessuale pubblico degli italiani è cambiato in positivo o negativo?

È cambiato l’atteggiamento pubblico degli italiani rispetto all’atteggiamento sessuale degli stupratori.

Qual è il nostro più grande problema a livello intimo?

Non avere l’harem.

Su cosa stai lavorando in generale?

Sto realizzando un’opera, o meglio devo realizzarla durante una gang bang, però non posso dire di più. Non è uno scherzo.

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Vuoi essere il mio papino?

Harley Quinn, Suicide Squad (2016)

I sugar daddy li conosciamo bene ormai. Persone più grandi o anziane che pagano ricariche telefoniche, abbigliamento, accessori e qualsiasi vizio possibile alle loro ragazzine in cambio di prestazioni sessuali. Negli ultimi anni sono fioriti e scomparsi siti a riguardo, si sono imbastiti casi attorno un qualcosa di vecchio quanto la storia di Abramo con le sue mogli più giovani. Pedofili schifosi e ragazze costrette a “prostituirsi” da un sistema lavorativo che non le favorisce. Stereotipi che minimizzano un fenomeno che purtroppo è sempre esistito nella nostra società. Quando mi riferisco al “papino“, però, non intendo un tipo di rapporto sessuale-economico o una forma minore di sex working. Mi riferisco ad un giochetto ‘innocente’ verbale o fisico che può nascondere dietro lievi ruoli di dominatore e sottomesso.

Il “daddy” trend, ovvero chiamare il proprio partner “papino”, è abbastanza consolidato all’estero. Si pensi in primis ai latino-americani che hanno l’abitudine di chiamarsi tra fidanzati “papi” e “mami” (vi ricordate il video di Jennifer Lopez?). Sono modi “sexy” di chiamare qualcuno che si conosce in modo intimo o confidenziale (papi = stallone), non indicano ruoli o età della persona. Pure nei paesi anglosassoni si può chiamare il proprio ragazzo o uomo, che può essere più piccolo o coetaneo, “daddy”, papino appunto. Un termine d’affetto o un appellativo usato dalle fan per riferirsi ai loro idoli maschili. Spesso è un gioco divertente o erotico che non sfocia mai nell’adult baby.

È curioso come molti uomini e donne interpellati abbiano interpretato questo modo di riferirsi ad una forma d’incesto. In parte è vero. Ho posto a riguardo qualche domandina ad Ayzad, massimo esperto di sessualità estrema in Italia, che ha tenuto a far presente: “È un argomento vasto, vissuto in modi molto differenti che vanno dal gioco di ruolo alla rielaborazione di esperienze incestuose, incentrati su altrettanto differenziate dinamiche di erotismo, affettività, dominazione, violenza e altro. Generalizzare è dunque impossibile”. Ho sempre pensato che questi tipi di fantasie nel genere maschile etero sia generato da specifiche categorie porno (teen porn —> daddy fucks daughter) e la mia considerazione non sembra essere tanto lontana dalla realtà. “Nel libro A Billion Wicked Thoughts“, prosegue Ayzad, “viene presentata un’analisi molto approfondita delle fantasie erotiche nel mondo basata su ciò che le persone cercano online quando non sanno di essere osservate. Il risultato è che soggetti molto giovani e rapporti incestuosi compaiono regolarmente ai primissimi posti fra i generi più desiderati, e altri studi mostrano come questo immaginario sia comunque sempre stato molto gettonato anche nei secoli passati. Potremmo fare grandi discussioni antropologiche al riguardo, ma credo che ciò indichi che il teen porn sia più il sintomo che la causa. In generale si è osservato che fruire di pornografia ‘deviante’ tende a disinnescare pulsioni inaccettabili nella realtà e a renderle innocue”. Insomma, alla fine potrebbe essere positivo se non si trasforma in un’ossessione nella realtà. Come non c’è nulla di male a chiamarsi “papino” e “figlioletta” o “zietto” e “nipotina”. “Se il gioco viene fatto con consapevolezza, in fondo non è diverso da immaginarsi medico e paziente, o padrona e schiavo, ed esplorare insieme i diversi ruoli“.

Tuttavia, a parte i casi culturali stranieri, nella metà delle situazioni questi nomignoli vengono adottati in relazioni dove l’uomo è più grande e dietro suo consenso. Non piace a tutti sentirsi vecchi, ma il più delle volte non è per questo motivo che si affibbia questo denominativo. È per sentirsi, in un breve istante, in potere dell’altro. Un desiderio di prendersene cura per scopi sessuali che la donna può accettare solo se lo trova eccitante, sente il bisogno di passare lo scettro per un po’ a lui, e soprattutto ha bisogno di sentirsi guidata e “protetta”. “Che schifo!”, “Ma perchè?!”, “Dove le leggi queste cose”, è il sunto dei pareri femminili raccolti, a dimostrare che non è un’abitudine così diffusa, anche perché dipende dalla tipologia d’esperienza che si vive con uomo e come questo ci considera. Non tutte, per fortuna, sono uguali! Mai dire mai, e se vi capita…perché non stare al gioco?

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La Carmilla che è in noi

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Claudia, “Intervista col Vampiro” (1994)

Il vampiro è poi incline a essere affascinato, con crescente veemenza, simile all’amore, da particolari persone. Per raggiungere queste persone il vampiro ha una pazienza inesauribile e attua i più sottili stratagemmi, perché a volte incontra centinaia di difficoltà per arrivare alla meta. Il vampiro non desiste fino a quando non soddisfa la propria passione e prosciuga la vita della sua vittima. In questi casi il vampiro protrae più a lungo possibile questo godimento omicida, con la raffinatezza di un epicureo, e accresce il proprio piacere con un assiduo corteggiamento. In casi simili sembra anelare alla comprensione e al consenso. In tutti gli altri casi, invece, il vampiro va dritto al suo scopo, paralizza la vittima con la violenza, strangolandola e dissanguandola in una sola volta“. – Carmilla, Sheridan Le Fanu

“Siamo tutte vampire, ecco perché oggi non ce ne sono più!”, esclama una mia amica esperta di letteratura vampirica al telefono. Io rido divertita. “Ma pensaci no? Possiamo andare dove ci pare, vestirci come ci pare e parlare come più ci aggrada”. In linea di massima è vero. Rispetto a centoquarantanove anni fa (Carmilla è stato scritto nel 1872),  le donne sono libere di fare quello che vogliono. Eppure se l’aborto in Italia è rimesso in discussione e Asia Argento non viene considerata vittima ma colpevole di un abuso, significa che questo Paese non è tanto in salute. Il famoso detto “uno Stato civile si riconosce da come tratta le donne” vale ancora. Questa estate i femminicidi sono stati all’ordine del giorno (e continuano, in barba alla scusa “è colpa del caldo”) e il revenge porn alla Tiziana Cantone dilaga.

Nell’Ottocento le donne-vampiro erano quella categoria femminile che si “opponeva” alla società. Le cosidette “fallen women” (donne decadute) potevano essere aristocratiche avventuriere, vedove senza soldi, prostitute, donne internate in manicomio. Figure negative marginalizzate dalla società vittoriana, la prima ad industrializzarsi in maniera moderna, perché non rispondevano ai canoni della famosa “donna angelo” dedita alla casa e alla famiglia. La donna “libera” era temuta, dato che non conosceva padroni. La contrapposizione tra questi due aspetti è ben evidenziata prima da Goethe nel suo Faust con Lilith, la lussuria, e Margherita, l’amore, e poi da Stoker con Lucy, ragazza “disinvolta” che viene subito presa da Dracula e Mina, spirito gentile, difficilmente soggiogabile dal conte. La femmina sfrontata è subito punita e condannata ad essere una succhiasangue che attrae nelle sue grinfie preti novizi (come il protagonista di La Morta Innamorata di T. Gautier) e ragazze aristocratiche annoiate (come Laura in Carmilla di Le Fanu).

Il problema è centrato perfettamente dal dipinto “Lady Lilith” del preraffaellita Dante Gabriel Rossetti nella versione più sensuale e aggressiva con la modella Alexa Wilding. Nel dipinto Lilith si pettina i lunghi capelli mossi guardandosi ad uno specchio. L’espressione è di una persona che ha la sua vita in pugno. Una sensualità consapevole che spiazza e ammalia l’uomo ottocentesco. Una figura autonoma responsabile del proprio piacere. Un erotismo non riproduttivo che eccita, intriga e terrorizza il maschio moderno. Davanti alla donna vampiro si sente affascinato ed inutile allo stesso tempo.

Quante volte ci è capitato di essere definite “spregiudicate” per aver preso l’iniziativa con un uomo? Alcuni ci hanno ammirato, tanti giudicato. Non fa differenza in quale contesto, se amoroso o sessuale. Gli amici ci hanno guardato con timore/reverenza/disgusto e pochi uomini ci hanno compreso. Questo perché ancora nel mondo di oggi (mi riferisco in particolare a quello italiano) non ci è concesso di vivere come desideriamo senza cadere nella rete del pregiudizio, che non sempre è manifesto, e spesso viene sfogato in modo violento via social e con l’omicidio nei casi più estremi.

E siamo anche scambiate per vampire, demonesse strappamutande Empusa style (“colei che comprime”, mostro ellenico che terrorizza o divora), se ci comportiamo con sicurezza, facciamo sexting spinto o lo prendiamo in bocca ad un uomo di nostra volontà. Non possiamo essere una delicata Beatrice con le proprie fragilità, ma siamo sicuramente delle puttane dissolute che dopo un appuntamento ne hanno un altro e ancora un altro fino alla fine della notte. Siamo indomabili e zingare come una tribù nomade che si sposta da una parte all’altra di un continente. Che poi “puttana” o “troia” siano termini troppo complimentosi, non passa nell’anticamera del cervello di chi li lancia, donna o uomo che sia. Presume un’esperienza che chi non lo fa di mestiere, non ha, e fa sorridere quando non è detto con cattiveria.

La maggior parte delle volte la leggenda è superiore alla realtà. Siamo delle creature soggette ad interpretazione come la Lamia di John Keats, dall’ambigua natura, buona o malvagia, che muore proprio nel momento in cui si vede negata la sua individualità. La libertà di scegliere, di autodeterminarsi non è ben vista pure adesso alla luce di fenomeni come lo slut-shaming, una sorta di caccia al vampiro digitale. Tutti hanno scheletri nell’armadio ma la società li autorizza a diventare cacciatori di presunti vampiri per esorcizzare i propri mostri. Come succedeva nell’Ottocento con la letteratura gotica e i penny dreadful (“spavento da un penny”, racconti gotici e non a puntate), i mostri erano un mezzo per sfogare le difficoltà di una vita borghese morigerata. Erano specchi di “malattie” sociali.

Quando qualcuno vi guarda ammirato e dice “Vorrei avere la libertà che hai tu”, significa che non sa di cosa stia parlando. Essere liberi è un sacrificio come stare insieme a qualcuno. Anche la vampira non è libera, per sopravvivere deve succhiare sangue. La femme fatale deperisce nella vecchiaia e copre gli specchi di casa come la Contessa di Castiglione. La temeraria sbarazzina deve essere in grado di sopportare bene la solitudine. E sotto i canini può nascondersi una grande insicurezza come Carmilla, “trasformata” alla tenera età di sedici anni ad un ballo in maschera.