Il Vagina Museum avvia il crowdfunding e scopro che conoscere la propria vagina significa conoscere se stessi

Una settimana e mezzo fa è uscita la notizia che il Vagina Museum ha avviato il crowdfunding per aprire un museo temporaneo al Camden Market di Londra. Dato che seguo la vicenda sin dal 2017, ho comunicato contenta l’iniziativa alle donne reali e virtuali che conosco. Soprattutto da conoscenti e amiche, non c’è stato tanto entusiasmo, alcune non mi hanno nemmeno risposto, e chi mi segue su Instagram ha avuto bisogno di una story di incoraggiamento per esprimere il proprio parere sul museo. Un uomo sulla pagina Facebook del blog ha detto che gli sembrava addirittura una “boiata”. Purtroppo quando si parla di parti intime, sia femminili che maschili, la risatina è dietro l’angolo. A cosa serve sapere come sono fatti? Io mi conosco già, mi sembra inutile, ci sono cose più importanti, magari ci vado per divertimento: sono questi i pensieri e le risposte più frequenti da parte delle persone, senza distinzione. Certo, la maggioranza dei miei follower ha detto di essere incuriosito e vorrebbe andarci, ma sono di parte visto che seguono un blog sul sesso. Significa che hanno già un atteggiamento positivo verso la sessualità.

La vagina è un organo che da secoli viene nascosto, rinnegato e trasformato in qualcos’altro pur di non ammettere la sua unicità. In televisione si possono dire tutte le parolacce del mondo, ma “fica” no e il termine “vagina” viene nominato solo nelle trasmissioni anatomiche a tema. Anche noi portatrici facciamo finta che non esista finché non mestruiamo o non ci troviamo con un pene all’interno o a desiderare di incastrarci con altre vagine. Prima, il deserto. “I bambini non devono toccarsi o esplorarsi i genitali”. No, non si fa, eh. Poi diventiamo adulti e a malapena siamo consapevoli delle fattezze esteriori ed interiori del nostro corpo. Scopriamo tardi di che pasta siamo fatti. Quando ho chiesto alle donne che mi seguono se amassero o odiassero il proprio organo genitale, spesso mi è stato risposto: “Prima la odiavo, adesso la amo”. Si odia sempre ciò che non si conosce. Oppure, peggio, siccome non se ne capiscono i meccanismi, scatta l’indifferenza.

The Great Wall of Vagina, Jamie McCartney (2008).

Non stimiamo la vagina per infezioni, malattie o il suo aspetto. Siamo abituate alla perfezione dell’antica Grecia basata sulla simmetria. Nessuno ci dice che sono le imperfezioni a costituire il vero bello; se siamo fortunati, lo impariamo col tempo. “Imparare ad amarla mi ha permesso di volermi bene a 360 gradi. Il rapporto col mio corpo è complicato a causa della mia insicurezza, di brutte esperienze e problemi di salute. Era come se non mi appartenesse per fattori esterni. In questi ultimi anni ho smesso di vergognarmi della mia sessualità e delle mie voglie, di pensare ai giudizi altrui e mi sono riappropriata del mio corpo”, ha confessato una follower. “Odiata per tanto tempo per la forma diversa delle piccole labbra. Ora ho capito che è naturale e la amo così com’é”, ha detto un’altra. Spesso il confronto con il partner, che avviene per le donne in particolare nel sesso, aiuta ad accettarci per quello che siamo e ci impreziosisce. “La odio, non ha una forma che mi piace ma il mio ragazzo la trova perfetta”; “Ho imparato ad apprezzarla tramite il mio ultimo ragazzo. Diceva che era avvolgente e quella parola mi ha fatto cambiare idea su di lei. Le ho iniziato a volere bene”. Spesso riflette il nostro carattere o i sentimenti che proviamo verso noi stesse. “Credo di odiarla un po’, probabilmente l’odio che provo per me stessa si riflette anche lì”; “È sempre in linea con la mia mente e mi fa provare sensazioni magnifiche”. E poi c’è chi la ama incondizionatamente, anche se fa i capricci o non collabora. “Mi piace. È accogliente e mi dà piacere”; “È bella carnosa e ai maschi piace. È da mordere”; “La amo immensamente. È la cosa più bella che la natura abbia donato a noi donne”; “Siamo grandi amiche, ci capiamo e possiamo contare l’una sull’altra”.

Come è fatto un clitoride, foto: Medicina Online

Per fugare ogni dubbio su noi stesse, il Vagina Museum nel suo futuro di museo fisso ospiterà un’esposizione permanente su anatomia interna ed esterna. In quello temporaneo ci saranno altrettante mostre a rotazione dedicate a forma, salute, mestruazioni, sesso, storia, società, arte e design. Sosterrà l’educazione sessuale e relazionale in modo inclusivo ed intersezionale con il supporto di dottori ed altri professionisti medici. Ci saranno eventi di ogni genere, dai seminari alle comedy nights! L’autrice di questa geniale idea è Florence Schechter, divulgatrice scientifica con un suo canale YouTube. Nel 2017 stava conducendo una ricerca per un episodio sulla top ten di dieci vagine animali ed ha scoperto che non c’erano abbastanza foto e studi a riguardo. Si è accorta che anche la vagina umana versava in una condizione simile ed ha deciso di avviare questo fantastico progetto perché non c’erano abbastanza rappresentazioni vaginali. Esisteva già un museo online ma Florence ne voleva uno fisico, uno spazio dove confrontarsi e far avvenire il cambiamento.

Florence Schechter, fondatrice del Vagina Museum

Non riesco ancora ad immaginarmi con definizione i contenuti di un museo sulla vagina, ma so che sono gli stessi che avete suggerito nel mio sondaggio su Instagram. “Tanta educazione sessuale, buona conoscenza dei contraccettivi femminili, lezione ai maschi su come maneggiare l’oggetto“, e aggiungerei anche lezioni di strap-on; “Tutto ciò che nella storia è ruotato intorno alla vagina, racconti, libri e sex toys”; “Muro di mutandine con messaggi erotici”; “Calchi delle vagine famose”; “Mostre con migliaia di tipi di vulve diverse“; “Incontri sulla sessualità, comprensione e scoperta piacere femminile”; “Una tecnologia che permetta alle donne di capire la sensazione di penetrare una vagina”; “Mappa del clitoride e come usarlo“; “Stanza con soprannomi vagine”; “Ricostruzione gigante del percorso di uno spermatozoo/visitatore”; “Laboratorio sullo squirting”; “Laboratori dedicati ai bambini, del genere ‘riproduciamo il tuo corpo con la plastilina’ per dargli la consapevolezza della bellezza e dell’unicità dei propri organi sessuali. I tabù si sconfiggono già in tenera età!“.

Camden Market, London, @VaginaMuseum

L’accesso al museo sarà gratis e senza limiti d’età perché la conoscenza è un bene comune che appartiene a tutti. Il crowdfunding è attualmente arrivato a 118.776 sterline, ne servono 300.000 per coprire le spese di affitto, staff, mostre e programma diversificato. Si può donare con varie ricompense a seconda della cifra oppure condividere l’iniziativa sui social. Ma prima dobbiamo iniziare a credere nella nostra vagina. Solo così possiamo abbattere la censura su Internet e nella realtà. Parliamo e scambiamoci esperienze all’infinito per far diventare la vagina una cosa naturale e…POP!

Maggiori informazioni sul Vagina Museum su https://www.vaginamuseum.co.uk/, crowdfunding qui: https://www.crowdfunder.co.uk/vaginamuseum.

Annunci

La sicurezza sessuale di Catwoman

“You make it so easy, don’t you? Always waiting for some Batman to save you. I am Catwoman. Hear me roar”. – Catwoman, Batman Returns (1992)

Da qualche anno a Carnevale mi vesto da stereotipo sexy per scoprirne i particolari e sfatarne i suoi miti. Questa volta ho scelto Catwoman, un’emblema del sex appeal, consacrata sugli schermi da una magnifica Michelle Pfeiffer in Batman Returns di Tim Burton, che l’ha saputa interpretare alla perfezione nel suo ruolo double face. Ero piccola ma, come tante mie amiche, sono rimasta affascinata da questa donna che avanzava con movenze da gatto sullo schermo. Era diversa dalle eroine dei cartoni giapponesi, sempre bisognose di un uomo come spalla, persino una travestita da uomo come Lady Oscar. Catwoman era indipendente e sprezzante del potere maschile. Usava la sua sexiness (l’italiano non aiuta, sorry) per puro divertimento. Era sempre lei a comandare il gioco e chissà se la sicurezza di sé era data anche da quella sua tutina nera lucida in latex che le aderiva perfettamente al corpo?

Batman Returns (1992)

Il costumista inglese Bob Ringwood del film di Burton dice di essersi ispirato per il suo costume alla foto di un busto di donna con le varie parti cucite insieme realizzata da un’artista tedesca. Rimase affascinato dalla sua bizzarria allo stesso tempo sinistra e sessuale e ci basò sopra tutto il concept. Avendo approfondito la storia delle tutine in gomma, gli credo a metà. Il regista o Ringwood si sono sufficientemente informati sul passato di questo indumento tanto da far estrarre dall’armadio di Catwoman un impermeabile nero lucido, un ritrovamento un po’ impensabile per una schiava del rosa e del pastello. Caso fortuito o intenzione reale, l’impermeabile Macintosh è considerato il punto di partenza della Rubber Fetish Community di diffusione internazionale. Era un impermeabile di latex infuso col tessuto resistente all’acqua creato dal chimico scozzese Charles Macintosh. A metà degli anni Settanta gruppi di persone si vestivano solo dei suoi impermeabili per piacere personale e avevano creato il Macintosh Magazine dedicato alle fantasie su questo indumento, come riporta il documentario Dressing for pleasure (1977), che influenzò il punk nato negli stessi anni. Nel 1957 nasce Atomage di John Sutcliffe che passa rapidamente da brand di abbigliamento resistente alle intemperie a creatore di tutine fetish per piacere estetico e sessuale. Fu lui il primo a creare quelle in gomma che assomigliano molto al costume di Catwoman. Inoltre, questo disegno di Gene Bilbrew sotto, non vi ricorda qualcosa?

Gene Bilbrew

Pfeiffer sottolinea che la tutina assieme al corsetto era costrittiva. La maschera necessitava di continui fitting per evitare che le facesse male nel parlare. La gomma del costume era dipinta in silicone che veniva bagnato di shot in shot per mantenere l’effetto lucido. Doveva essere ricoperta di borotalco e aiutata da persone per infilarsi dentro il costume. Per non parlare del bustier, che era fatto apposta da Phil Reynolds, un maestro della corsetteria da ballo, particolarmente stretto e limitava il respiro. Una tortura essere sexy in un mondo di uomini, eh? Catwoman lo sa bene, per questo la sua catsuit, come è chiamata in inglese, ha cuciture a vista, per rendere palese il suo dissenso verso una cultura patriarcale che la vuole lucida, perfetta e disponibile. Pronta all’uso come un oggetto. La Catwoman di Burton è unica nel suo genere perché rispetto a quella deludente dei fumetti DC non è sessualizzata. Rinasce abbandonando la femminilità stereotipata della sua vita precedente ed abbraccia la sua nuova sessualità che le piace, perché ancora inesplorata e piena di novità. È sexy solo per il proprio piacere. Ignora sistematicamente le avances degli uomini del film, stuzzica Batman rifiutando però i suoi tentativi di salvarla, mette al primo posto i suoi desideri. È lei la vera protagonista del film, gli altri sono personaggi marginali. Tim Burton è stato un genio, ha dato un senso ad una supereroina bistrattata sin dagli anni Quaranta.

Batman Returns (1992)

Catwoman deve il suo passato da dominatrice senza scrupoli a Frank Miller, conosciuto ai più per Sin City. Seguendo il suo stile crudo e noir nel volume Year One la rende una invecchiata prostituta specializzata nella dominazione che gestisce un’agenzia di escort a Gotham alla mercé di un violento pappone. Non un ritratto lusinghevole ma più definito dei suoi precedenti. Ai primordi cambiava spesso identità senza avere un costume specifico, era solo una ladra che rubava gioielli e manufatti. La sua caratteristica principale era il non essere una vera cattiva, il nuotare sempre in una zona grigia tra il bene e il male, che la rendeva accattivante e imprendibile. Batman è sempre stato attirato da lei ma non ha mai capito interamente il suo carattere e la sua indipendenza. Una sorta di metafora della modernità che colpisce diversi uomini di molti paesi occidentali senza gli strumenti culturali per comprendere. Catwoman è stata spesso accantonata per anni da disegnatori e scrittori di fumetti per anni perché complessa e fuori dai canoni del dopoguerra. Era dipinta come una femme fatale, simbolo maschilista, che viene sempre punita nelle storie per andare al di fuori del ruolo prestabilito del suo genere. Fortunatamente, il piccolo schermo le ha infuso nuova linfa con Julie Newmar e Eartha Kitt nella serie televisiva di Batman (1966-68) che le diedero giusta sensualità e carisma. È la prima eroina ad essere stata creata dalla DC Comics (1940), a discapito di Wonder Woman (1941).

Catwoman by Frank Miller

È divertente andare in giro vestita da Catwoman anche se indossare dei guanti che non siano touch screen o pratici non è consigliabile. La tuta era comoda, dato che non ho trovato la S e il materiale non è latex, la maschera da gatto no, priva di elastico o qualcosa per fissarla torna in su e dà fastidio alla parte inferiore degli occhi (come si vede nella foto, sigh). Le persone ti guardano con curiosità, soprattutto la frusta: le più temerarie chiedono di provarla, altre si limitano a fissarla. In realtà in pubblico credo non si possa usare se non per spettacolo (a giudicare dallo sguardo ammonitore dei vigili urbani), è pur sempre una sorta di arma. Nei panni di Catwoman ci si sente comunque più liberi, anche se sospetto sia il solito potere della maschera, che ci permette di essere ciò che realmente non siamo. Non sono una divoratrice di uomini ma adoro l’interpretazione che gli ha dato Tim Burton perché mi ci rispecchio in completo: la sicurezza sessuale rende sexy. E dopo ogni morte si rinasce sempre più forti.

L’inganno degli stivali rossi

Quando ho comprato i miei stivali rossi dopo Natale, non avrei mai immaginato di diventare oggetto di ostinata attenzione da parte delle persone in pubblico. Ho avuto sempre un buon rapporto col colore rosso e con gli stivali in generale (da pirata dal tacco basso, alla caviglia col tacco alto, combat boots, anfibi), ma i cuissardes, come vengono chiamati nella moda, sono tutta un’altra storia. Alti fin sopra il ginocchio e col tacco vertiginoso fanno girare teste, nonostante siano di camoscio, e non di lucida pelle o in PVC. Li ho scelti perché li ho sempre desiderati così da quando è tornato il loro trend nel 2009, li trovo sexy ed eleganti ma purtroppo non tutti la pensano in questo modo. Una delle risposte peggiori che ho ricevuto su Instagram alla domanda “Come giudicate una donna che li porta?” è stata “troia” da un uomo. Che poi si è prontamente corretto quando ho reso pubblico il suo giudizio. Mio malgrado, lui rappresenta la metà delle persone, uomini e donne, che fissano i miei stivali la sera quando esco. Il problema è sempre nell’occhio di chi guarda? Forse.

Kinky Boots, 2005

“Rosso. È il colore del sesso, della paura, del pericolo e dei cartelli che dicono ‘è vietato l’ingresso’. Tutte le cose che preferisco”. “Ma sono comodi”. “Comodi?! Il sesso non può essere comodo”. Questa l’accesa discussione tra la drag queen Lola (Simon) e il designer di scarpe Charlie Price nel film Kinky Boots (2005) quando quest’ultimo le mostra il modello campione di stivali bordeaux dal tacco basso e tozzo che dovrebbe indossare. Non si infilano degli stivali appariscenti col tacco alto per passare inosservati. Si vuole affermare qualcosa di forte, non tanto la propria “scopabilità”, ma la sicurezza nella propria sessualità e nel modo di viverla. Determinata, solco l’asfalto a discapito degli sguardi insistenti. Vi vorrei dire che una “vera dominatrice non si cura della fastidiosa attenzione altrui” ma sarebbe un’affermazione inverosimile da rivista per donne. È una rottura di scatole perché ci si rende conto che in questo Paese sono ancora tanti i tabù da frantumare in mille pezzi, ad iniziare dall’atteggiamento giudicante delle persone in pubblico. D’istinto mi viene da dire, sia ad uomini che donne: “Li vuoi pure tu? Tieni, te li regalo. Basta che smetti di guardarmi con insistenza”. Però non risolverebbe il problema.

Yves Saint Laurent, 1963

Da quando esistono, gli stivali alti sono associati alle sex worker specializzate in sadomasochismo. Eppure le loro origini non sono di stampo feticista, anzi, si perdono sin nel lontano Medioevo e per oltre quattrocento anni sono stati indossati soprattutto dagli uomini. Nel diciannovesimo secolo incominciarono ad essere messi da attrici che ricoprivano ruoli maschili e da prostitute. Per quest’ultimo motivo faticarono a diventare un trend di massa fino agli anni Sessanta del Ventesimo secolo. Yves Saint Laurent fu lo stilista che li consacrò sull’altare della moda grazie all’aiuto di Roger Vivier nel 1963, e ne fu creata anche una versione molto aderente come delle calze. Designer e fotografi come Helmut Newton e Ellen von Unwerth attinsero a piene mani dall’immaginario underground del feticismo dagli anni Venti ai Cinquanta. Charles Guyette, il pioniere dello stile di moda fetish, fu una sicura fonte d’ispirazione per tutti coloro che vennero dopo di lui come Irving Klaw, l’autore delle foto BDSM di Bettie Page, Robert Harrison, editore di magazine di pin-up come Beauty Parade e Wink, Leonard Burtman, produttore il primo film fetish per il pubblico di massa nel 1962, Satan in High Heels, John Willie, fondatore del giornale Bizarre, e cartoonist come Eric Stanton e Gene Bilbrew. Guyette creò le basi dell’immaginario fetish vendendo fotografie a riguardo e perciò fu arrestato e messo in prigione nel 1935 negli USA. Stivali alti neri con tacco alto o a spillo sono il leit motiv di molte sue foto.

Eric Stanton, 1961

Ancora con gli sguardi fissi? È tutto normale. Il feticismo per piedi e scarpe è uno dei più diffusi al mondo. Se cliccate su PornHub, vedrete che vanno forte gli shoejobs, dove “shoe” (scarpa) ha sostituito “blow” (blowjob in inglese sta per pompino) perché massaggia materialmente il pene, che può essere vero o finto, in maniera abbastanza rude. Ci sono anche video di donne che schiacciano sotto le suole vetri, sporcizia, banane, ecc. per eccitare sessualmente. Per non parlare di gente che cammina con tacchi a spillo su corpi nudi.

Bizarre, John Willie

La calzatura, dice Valerie Steele nel suo libro Fetish – Fashion, Sex & Power, può funzionare sia come sostituto fallico per il pene sia per la vagina in cui il piede fallico viene inserito. La scarpa dal tacco vertiginoso significa potere e dominazione. Quest’ultimo modifica passo e postura, cambiando il movimento dei fianchi e del sedere, enfatizza la schiena arcuata spingendola in avanti, accresce la curva del polpaccio e il risultato finale è far sembrare la gamba più lunga e snella. Così, gli stivali alti sottolineano consistenza e linea di gambe e cosce rendendole immediato oggetto del desiderio. Le scarpe feticiste dalla punta dritta hanno spesso un tacco molto fino per la penetrazione anale. Per l’antropologo Ernest Becker i feticisti preferiscono concentrarsi su un accessorio bello e lussureggiante perché provano ansia verso il rapporto sessuale in sé. L’ansia da prestazione è tipica degli uomini in una società patriarcale, per questo il sesso dei feticisti è in genere maschile. Tuttavia, non sono sicura dell’assolutezza delle affermazioni di Becker, quindi aspetto volentieri che qualche feticista smentisca queste teorie.

Possibilities: the photographs of John Willie, 2016

Per il resto, tutto nella vita pubblica è travestimento. L’adorare la pelle non ci rende immediatamente delle persone sicure di sé e aggressive, può invece dire l’esatto contrario. Se ci piace la sensazione che ci dà un materiale rude o uno stivale, spesso significa che quell’aspetto manca nel nostro carattere e abbiamo bisogno del potere della maschera per acquisirlo (oppure ci ricorda sensazioni di una vita precedente, chissà). Quante volte avete incontrato una tigre vestita di colori pastello e dai modi delicati? Ancora una volta, l’abito non fa il monaco.

Charles Guyette, 1920

Perché mi chiamo Fiore Avvelenato

“C’era una volta un bellissimo fiore rigoglioso attorno a cui ronzavano diverse api. Queste non si azzardavano ad avvicinarsi perché sapevano che il suo polline era troppo pregiato per loro. Un giorno un serpente vide una farfalla depositarsi sul polline per succhiarlo e si avventò contro di lei. Invece di addentarla, morse il polline del fiore avvelenandolo. Il fiore non fu più lo stesso. Rinacque a nuova vita e le api iniziarono ad abbeverarsi al suo nettare”.  

Quando ho lanciato il sondaggio tra i miei follower sul motivo per cui mi chiamassi Fiore Avvelenato, le risposte sono state bizzarre. “Perché la fregna (fica in marchigiano) ce mazza (ammazza) a tutti!” forse è stata una delle intuizioni più esilaranti che mi è arrivata. Alcuni si sono concentrati sulla parola “fiore”: “un fiore carino a cui hanno fatto girare le ovaie”, “un fiore morso da un serpente”, “il fiore del frutto della vita di Adamo ed Eva”. Altri si sono soffermati sul significato di “avvelenato”: “volto alla provocazione per causare riflessione”, “una cosa bella che può essere al tempo stesso pericolosa ed ingannevole”, “avvelenato implica un intervento esterno, non velenoso di per sé, ma reso tale” (ci è andato vicino). L’idea della storiella iniziale me l’ha data un follower inventandosi una favola shakesperiana. “Fiore Avvelenato perché attira le sue prede, le api. È un fiore strano, non da polline, ma da veleno di serpente. Un giorno un serpente velenoso si era innamorato di quella specie di Fiore particolare, si avvicinò e fu scacciato dalle api che ritenevano i fiori loro territorio. L’animale, arrabbiato, avvelenò con i suoi denti tutti quei tipi di fiori e da lì in poi le api che si posano su quelli, muoiono. Così non essendo impollinati, si estinsero ed il serpente rimase senza il suo fiore. Pentito di ciò che aveva fatto, si tolse la vita avvelenandosi esso stesso, e si adagiò sui petali secchi dei ‘fiori avvelenati’ sparsi a terra. Una ragazza passò e vide il serpente morto sui fiori. Prese un petalo ancora fresco, e riuscì a farlo ridiventare fiore tramite un miscuglio di veleno del serpente morto, ali di api e ‘venuto’ della sua vagina. Il Fiore ricominciò a riprodursi e la ragazza gli diede il nome di Fiore Avvelenato”.

Fiore. Nell’emisfero occidentale il fiore è una delle rappresentazioni principe della vagina, alla quale viene spesso associata una rosa. Ho sempre pensato che la mia assieme a tutte le altre fosse qualcosa di magnifico e bello, una gioia visiva e nettare per le api che vi si posano. Le dinastie cinesi Han e Ming la paragonavano ad un fiore di loto dorato, entrata per il paradiso. La chiamavano anche “rosa nera” perché il pelo pubico abbondante era indice di passionalità e sensualità e se formava un triangolo equilatero era segno di grande bellezza. Chi era priva di peli, era chiamata “tigre bianca”. Altri nomi floreali che usavano in Cina per designare la vagina erano: loto della saggezza, cuore di peonia, peonia appena sbocciata, guanciale di muschio, giglio puro, anemone dell’amore. Le piccole labbra erano chiamate germogli di grano e il mini cappuccio di pelle che copre la clitoride giardino notturno. Nell’antica Grecia la clitoride e le piccole labbra erano indicate come bacca o frutto di mirto, pianta sacra ad Afrodite, il quale aroma veniva associato ai genitali femminili (myrtos significa profumo). Era quindi anche un potente afrodisiaco. Nel testo classico indiano Ananga Ranga le donne, divise in quattro classi, sono celebrate per gusto e forma delle loro vagine. La padmini, donna loto, ha secrezioni sessuali profumate come gigli sbocciati. Oltre al fiore, nella tradizione artistica classica, medievale e rinascimentale europea la mandorla era sinonimo di genitali femminili. In epoca romana questo seme era un talismano per la fertilità, dato che era nato dalla vagina di Cibele, dea della natura, e manciate di mandorle erano lanciate agli sposi. La vesica piscis, di forma simile, per i primi cristiani era la vagina della Vergine Maria. Insomma, tutte sembianze migliori del nome latino “vagina” che sta per “fodero” o “guaina”.

Avvelenato. Avvelenato da veleno di serpente. È un animale che mi ha sempre attratto con i suoi movimenti sinuosi e lo sguardo vitreo. Mi sono anche spesso identificata con Medusa nel corso della mia vita. In seguito ne ho compreso il motivo. La donna, considerata nel mondo occidentale nemica del serpente, in realtà non lo schiaccia sotto i suoi piedi ma incarna il serpente stesso. Le società patriarcali hanno fatto di tutto per distruggere questo animale da Eva in poi proprio perché rappresenta la sensualità e la sessualità della donna. Il Dio biblico disse al serpente “Io porrò inimicizia tra te e la donna”, ed ha mantenuto la promessa fino ai nostri giorni. Il seme della misoginia non è solo colpa della cristianità, ma mise radici nel mondo antico già tra l’XI e il XIII secolo. La dea Serpente delle società primitive e pre-classiche è una testimonianza di come nell’Europa Paleolitica le donne fossero considerate partenogenetiche (come alcune vipere). “Madre di tutti gli Dei che aveva generato prima che il parto esistesse”, recitava l’iscrizione sotto la dea Neith, la prima creatrice, nel tempio egizio di Sais. In diverse comunità del mondo le mestruazioni sono state concettualizzate attraverso riti con la serpe. A partire dall’età classica, il rifiuto delle mestruazioni come sostanza tossica e velenosa ha causato l’allontanamento delle donne dalla vita religiosa, politica e militare. Probabilmente i nostri antenati primitivi ne sapevano più di noi: se si osserva bene, la bocca spalancata di un serpente assomiglia ad una vagina. Il serpente che perde la pelle e si rigenera era l’incarnazione dei misteri di morte e rinascita. La donna deve riappropriarsi della propria sessualità, quindi, parlandone a non finire così che la paura verso il suo enigmatico serpente venga abbattuta e la sua condizione sia alla pari di quella dell’uomo.

Il motivo del blog. I motivi sono tanti. Mi sono sempre trovata a mio agio a parlare di sesso senza tabù e a dare il nome vero alle cose. Questo atteggiamento mi ha stigmatizzata con gli amici e con gli uomini. Perciò spesso mi trovo meglio con gli spiriti liberi, la gente aperta mentalmente, dal lato eccentrico o artistico, come me. Desideravo esplorare me stessa, io che fino all’età di ventisette anni non avevo scoperto molti miei lati nascosti, pur sapendo di avere del potenziale. Non volevo compiere l’esplorazione in solitario ma condividerla con amiche e amici “consenzienti”, provando a smantellare le nostre inibizioni e soddisfacendo le nostre curiosità. A distanza di quasi cinque anni, non so se ci sono riuscita, però sicuramente sono cresciuta molto spiritualmente e nella confidenza a letto. Infine, in alcuni dei primi post, volevo soddisfare le mie fantasie su un uomo che non potevo vedere spesso. Per fortuna, il blog è sopravvissuto a questa storia ed è cambiato negli anni, nei mesi e nei giorni con la solita curiosità che lo contraddistingue. Come un serpente che cambia pelle.

Me stessa in Elf Zhou London

Il bikini provocava scandalo in spiaggia e può provocarlo ancora

Il bikini è stato il primo indumento femminile a suggerire le forme del corpo nudo pubblicamente. Per vent’anni e più, non ha avuto vita facile sulle spiagge di tutto il mondo. Tra la fine del Novecento e l’inizio del Ventesimo secolo, si passò dalle cabine di legno a ruote in cui le signore si cambiavano ed erano trasportate direttamente in acqua per non essere viste alla nuotatrice australiana Annette Kellerman che già nel 1905 sfoggiava il suo pratico costume intero a maniche corte e pantaloncini cuciti a delle calze nere per essere più veloce nel nuoto. Quest’ultima fu arrestata per indecenza sulla Revere Beach di Boston mentre si allenava per una gara, ma data la sua popolarità da atleta e performer di vaudeville fu scarcerata. Il giudice capì che era per esercizio, però gli chiese di indossare una gonna finché non si fosse immersa nell’acqua. Fu la prima a sdoganare la tenuta da spiaggia femminile sotto il segno della praticità e della velocità. E la prima star nuda di Hollywood. Nonostante questo, quando il bikini fece capolino nella forma atome di Jacques Heim e in quella più famosa di Louis Réard nel 1946, l’ex atleta disapprovò l’invenzione dicendo che rendeva le gambe brutte.

_88290467_ed
Annette Kellermann

micheline-bernardini-7690ebb0-5a45-49d3-8f20-62a5ef8b130-resize-750
Micheline Bernardini nel bikini di Reard

All’inizio solo le ballerine e le donne di spettacolo lo indossarono. Le modelle si rifiutarono in massa per una questione di reputazione. Il due pezzi fu subito bandito nel 1948 dalle spiagge italiane e spagnole, nel 1949 sulle coste atlantiche francesi. Addirittura Miss Mondo lo proibì dal 1951 per cinque anni. Un articolo del 49 dell’Osservatore Romano, giornale del Vaticano, paragonò il bikini ai quattro cavalieri dell’apocalisse e le chiese cristiane lo videro come un oggetto corrotto. Il Vaticano bollò l’atto di indossarlo come peccaminoso. I comunisti lo definirono “decadenza capitalista” e le femministe lo definirono “porcata chauvinista”. Il bikini era così scabroso per il pubblico benpensante che infestò in pianta stabile i giornali per uomini per una decina d’anni prima di essere accettato. Era sexy, comodo e rivelava le grazie delle donne. Una visione paradisiaca. Le “ragazze perbene” non se lo mettevano anche se lo ammiravano al cinema nei film di Hollywood, dove la ragazza col bikini serviva per fare cassa ed era provocatrice di scandalo. È solo alla fine degli anni Cinquanta che Vogue inizia a far comparire il bikini sulle sue pagine (1957) e viene ufficialmente legittimato sulle spiagge negli anni Sessanta. Ursula Andress nel bikini bianco di Honey Ryder in Dr. No (1962) e Raquel Welch nel costumino di pelle e pelliccia in  Un milione di anni fa (1966) diventano delle icone da copiare.

ursula-andress-dr-no-bikini
Ursula Andress in Dr. No (1962)

Il 1964 e il 1974 segnano le date di nuovi scandali lanciati dallo stilista Rudi Gernreich: il monokini ed il tanga. Il monokini era una mutanda dotata di fasce o bretelle che lasciava scoperti i seni. Non ebbe molto successo nella realtà, i pochi modelli sulle spiagge coprivano verticalmente i capezzoli per dargli un’illusione di decenza, ma di sicuro fu il trampolino di lancio per il tanga, la sola micro-mutandina che rivela i glutei, da indossare a seno scoperto. Gernreich lo disegnò in risposta ad un divieto di abbronzarsi nudi sulle spiagge del consiglio municipale di Los Angeles. Prima di allora era stato portato solo dalle “exotic dancers” e dalle burlesquer. Da quel momento in poi, l’abbigliamento da mare si fa senza frontiere e viene accettato pure nell’haute couture (il bikini di fiori di Yves Saint Laurent). I video dei rapper ed in seguito quelli pop pullulano di completi decorati da pailettes, diamanti, borchie, frange ed altro. Se non sono succinti e seducenti, il mainstream non li vuole. Purtroppo non vanno di pari passo le proibizioni a riguardo da parte di governi e comuni. Soprattutto, la spiaggia italiana così come è concepita dai tempi del fascismo non aiuta la libera espressione del corpo. Stabilimenti balneari ed ombrelloni ovunque, poca spiaggia senza padroni e la buon costume nascosta nel DNA del tuo vicino di ombrellone. Tecnicamente, nessuno ti dà fastidio se sei a tette nude però c’è sempre qualcuno che può denunciarti per aver turbato la sua mente. Per non parlare del nudo integrale, ammesso in genere in spiagge vicine a riserve naturali o in località di villeggiatura ma selvagge.

daphnc3a9-dayle-photo-paul-schutzer-life-magazine-1964-2
Life magazine, 1964

fashion-2015-11-helmut-main
Lisa Taylor e Jerry Hall, foto: Helmut Lang, 1975

L’evoluzione del bikini, comunque, non è finita. Negli ultimi anni, ragazze, donne e anziane indossano la brasiliana, una mutandina che scopre un po’ più della metà dei glutei regalandogli una forma a cuore piuttosto intrigante. È la preferita dagli uomini e la più portata nonostante i difetti fisici che ciascuna può avere. Non sta bene a chiunque, però è da apprezzare che alla maggior parte delle donne non freghi nulla. Alcune non la portano perché dà fastidio tra le natiche o hanno problemi di accettazione con il loro corpo, quindi si buttano sul classico. Infatti, la filosofia che dovrebbe prevalere sulla battigia dovrebbe essere “vado come mi sento” e “sono figa con quello che mi pare”. Un costume intero può essere sexy, come quelli di Pin-Up Stars o Yandy, studiati in modo tale da impreziosire la figura, o avere una striscia simile al tanga sul sedere come questo indossato da Kendall Jenner. Nei 2000 si poneva più enfasi sulla grandezza del décolleté negli anni dieci il sedere è diventato il protagonista indiscusso del corpo di una donna grazie alle Kardashians. Nel caso di Kim, recentemente ha creato scalpore una sua foto dal Messico in bikini che rivela il didietro normale di una donna. Anche lei ha la cellulite, come ognuna di noi, e ciò la mette sul nostro stesso livello. Non ci basta, vorremmo che anche la pubblicità non usasse Photoshop per raggiungere modelli di perfezione inesistenti (notate bene, pure le modelle hanno difetti di cellulite o smagliature). Tuttavia, è scientificamente provato che un completino indosso alla persona giusta vende di più che su una comune mortale. Indi per cui, il problema si rivela spinoso. Tutte vorremmo advertising con corpi simili al nostro ma ci lanceremmo a comprarne i modelli?

pexels-photo-722036
Brasiliana

Le tendenze adesso sfociano sul bondage con lacci e stringhe che si incrociano o legano dietro in un groviglio che solo le magre e le tornite possono permettersi. I bikini assomigliano sempre di più alla lingerie di moda. La realtà è che ognuna dovrebbe crearsi il suo costume per essere sensuale con il proprio stile. Ci sono molti siti che danno questa possibilità come Surania o Kiniswimwear e in Italia La Bikineria. Beachcandy ha anche l’opzione “coprire le cicatrici”, per quelle di noi che hanno subìto un intervento al seno, si adatta a 5 tipi di silhouette, si informa sul tuo grado di abbronzatura, e ti chiede pure qual è la caratteristica di punta del tuo corpo e quale il difetto che ti preoccupa maggiormente. Peccato sia una semplice guida ai suoi modelli già pronti, altrimenti sarebbe un configuratore ideale.

Che sia costume intero, bikini, trikini, monokini, tanga che scegliate, l’importante è sentirsi a proprio agio e seducenti come una Nicki Minaj sirenetta nel video di Bed.

56569-image_5b41295c99621
Nicki Minaj, Bed (2018)

 

 

 

Il sesso occasionale serve solo all’autostima

Sembra essere la moda dell’ultimo decennio. Ho fatto sesso con tizio, caio e sempronio. Il rapporto a due è noioso, bisogna uscire fuori dagli schemi, qualche scappatella, dirlo o non dirlo al partner. Facciamo i moderni, confessiamoglielo: ahi. Facciamo i fedifraghi, non riferiamoglielo: doppio ahi. Pare la cronaca isterica delle vicissitudini di varie relazioni moderne, ma in realtà è ciò che propinano i giornali cosiddetti “femminili”, nel disperato tentativo di essere all’avanguardia. Purtroppo o per fortuna, la realtà non è una sola, come la “verità”, e una pagina di carta stampata con un tipo e una tipa longilinei e freschi che si dimenano in uno spazio asettico minimal chic dal gusto statunitense (bianco, grigio e nero di solito) è solo da riciclo.

Sesso “occasionale”, lo dice la parola stessa, è attività fisica che si compie ad occasione. E mi sento di specificare che una volta basta e avanza. Perché in genere c’è un motivo per cui lo si fa con quella persona UNA volta sola. Se si è fortunati, il seguito non c’è. Se invece si è “possibilisti”, si capisce ben presto perché il fato ci stava riservando una notte o un giorno da non ripetere. Alcune volte il motivo può risiedere in una frase, altre in un atteggiamento, altre ancora in un carattere. Bello quando si “crea la situazione”, più macchinoso quando si organizza. In questo ultimo caso, non si può definire un rapporto occasionale, se perpetrato spesso con il medesimo tizio. È una sorta di stramba abitudine che assomiglia ad una relazione.

Ma qual è il motivo per cui si va con una persona? Se si è sani di mente, non sussiste alcuna ragione particolare. È istinto del momento. Vorrei tanto affermare che non è per tutti, però non posso. Dopo aver rotto il ghiaccio, anche per i più reticenti, non è niente di trascendentale. Tutti sono in grado di farlo. Molte persone in coppia si arrabbiano se scoprono il tradimento di un attimo, tuttavia, se non sussiste alcun genere di sentimento, il coinvolgimento è minimo. Pochi minuti spensierati e solitari di pura wildness.

A che serve allora? A parte scacciare via eventuali pensieri malefici o un periodo no, è utile all’autostima. Nell’after sex vi sentite energizzati ed in pace. Come se aveste esorcizzato qualcosa. Equivale ad un piccolo sfogo. Non è un caso che le divinità di diverse culture usassero il sesso con gli umani come mezzo per liberarli dalle proprie preoccupazioni. Il sesso occasionale è uno scacciapensieri. Un sentirsi fighi, un autosollevarsi. Il partner che ci sta davanti è un mezzo per raggiungere la vetta della spensieratezza.

E dato che rappresenta la libertà di fare ciò che ci pare, è demonizzato dalla società. I giornali spesso stanno dalla parte dei lettori per vendere. In Italia a tutti è successo almeno una volta (se non è così, correte ai ripari, sempre con gente che vi eccita), però al solito la donna è un puttanone e l’uomo è un leone. Pure i milioni di film americani sul tema, rivelano la natura conservatrice di questo Paese, Land of (fake) Freedom. Casual Sex, filmetto anni Ottanta sul tema, termina con un discutibile lieto fine.  E ancora Seeing Other People, No strings attached. Persino Trainwreck della stand up comedian americana Amy Schumer ritorna allo status quo. Bisogna per forza chiudere il cerchio, sistemarsi, innamorarsi e levarsi dalla “zona di caccia”.

Grazie agli dei, la vita non funziona così. E ci regala scariche di adrenalina quando meno ce lo aspettiamo!

 

 

La provocante dolcezza di Marco Chiurato

1604747_10203181595966592_913578274_n

Marco Chiurato è un artista contemporaneo che non conoscevo. I suoi lavori mi sono stati consigliati da una mia amica delle sue parti (Marostica, in provincia di Vicenza) che sta sempre sul pezzo. Le sue opere esplorano diversi temi importanti come violenza sulle donne, mafia, razzismo, suicidio, morte, con un velo ironico, satirico ed irriverente. Ma l’argomento più interessante al quale si è dedicato e che in Italia suscita sempre scalpore è il sesso. “Il sesso rimane un tabù quando oltrepassa i muri delle nostre case”, afferma.

Nell’ottobre del 2007 ha dato il via a Sexhibitionism, una mostra che a dispetto della facile interpretazione del titolo, parla di corpi mercificati: schiere di feti con caratteristiche adulte sovrastate da spermatozoi in corsa (Bambini Diversi), spermatozoi riprodotti in serie su un quadro formato parete (La Giusta Direzione), peni eretti in fila come piccioni sulla ringhiera di una fontana (Uccelli di Bosco), calchi di seni e sederi variegati uno accanto all’altro, gambe divaricate di donne a vulva scoperta uncinate e pendenti come nella cella frigorifera di una macelleria (Macello), vagine volanti ingabbiate in una prigione (Burqa), un Cristo con seno di donna col pene eretto (per il quale è stato iscritto nel registro degli indagati della Procura di Bassano). Il tutto è pervaso da poche luci calde e rosse, e da molte fredde e verdi, inquietanti come i messaggi veicolati (video mostra qui).

DSC_0085-piccola

In 100% Zucchero Marco è tornato al suo mestiere originario di pasticcere e ha usato glassa di zucchero bianco dentro una sac à poche per decorare i corpi di modelli come se fossero delle tele bianche. Lo zucchero è il suo materiale base per eccellenza, che ha imparato a padroneggiare nella pasticceria di famiglia. Racconta in un video che è nato e morto all’interno di quest’ultima, e poi dopo tre giorni l’Arte l’ha resuscitato, come una sorta di Gesù Cristo. Lo zucchero sottolinea l’imperfezione perfetta dei corpi di ogni tipo scelti dall’artista ed esalta la loro diversità come un qualcosa di prezioso.

Microsoft PowerPoint - numero di maggio 2013

Nel 2014 ha programmato un rapporto sessuale gay in pubblico con scaglie di cioccolato e zucchero che si staccavano dai due amanti per denunciare l’omofobia. Recentemente ha allestito nel centro di Marostica “Sexy Shop – Vietato ai minori di 18 cm“, un negozio di sex toys e lingerie piccante solo all’apparenza, che una volta dentro si trasforma in una galleria d’arte di oggetti particolari come saponette-cetriolo a forma di glutei, bombe atomiche-ciuccio, o una video-installazione in cui Chiurato cammina nudo in una giungla e si accoppia con foglie vulva. L’obiettivo dei suoi lavori è quello di provocare una reazione nell’osservatore, per questo l’artista si autodefinisce “potenzialmente colpevole“. Perché l’arte dipende sempre dall’interpretazione che sta nell’occhio di chi guarda.

sexyshop_locandina-716x1024

Come sei passato dalla pasticceria all’arte?

Sono passato dall’arte della pasticceria alla pasticceria dell’arte per mescolare gli ingredienti del cuore e del cervello.

Sexhibitionism è stata la tua prima opera a sfondo sessuale?

Ti stai sbagliando! La mia prima opera a sfondo sessuale l’ho fatta a 18 anni in Spagna. Ero in spiaggia con una ben capitata, non avevo il preservativo e ho dovuto mettere in atto la creatività per avere il mio primo rapporto sessuale. Ho realizzato un preservativo con la pellicola trasparente per alimenti. Il marsupio è un oggetto che ti rende sfigato ma al momento giusto contiene ciò che non contiene la tua borsa.

Quali sono secondo te i tabù più forti che ha la nostra società riguardo al sesso?

Ti posso dire i miei. Io ho 40 anni suonati, ancora oggi mi vergogno a farmi vedere nudo da mia madre anche quando “il mio uccello sta pescando”, ma per assurdo proprio l’altro giorno ho presentato un video in una mostra dove volteggio per un bosco nudo a fare sesso con le foglie. Queste hanno la forma della vagina e quando le vedo mi trasformo in un “Botanico Seriale”. Io dono alla foglia anidride carbonica e lei mi restituisce ossigeno. Mia mamma è entrata e si è messa di fronte alla proiezione “in Erezione” e in quel momento non ho provato vergogna. Lei si è vergognata nel vedermi nudo in quel frangente ma non proverebbe imbarazzo nella stessa situazione a casa. Penso che i tabù siano dovuti solo alla paura di essere giudicati. Prendiamo mio padre, per esempio. Non mi ha mai parlato di sesso e se vede in tv una scena spinta in mia presenza, cambia canale. Ma, cazzo papà, non credo che quando mi hai concepito stavi a fare il “missionario” in Africa e tantomeno avevi messo il burka al cazzo perché ti vergognavi!

closed_07

Hai cercato di rompere qualcuno di questi attraverso le tue opere?

Con Sexhibitionism, un’installazione che parlava della mercificazione dei corpi con ben 530 calchi di figa e di tette, e ultimamente con il finto sexy shop. Non ti spiego la prima perché ci vuole un foglio A4 e chi adora il sesso non ama leggere ma adora arrivare subito al sodo.

Lo zucchero bianco è solo una decorazione o anche una metafora?

Puoi trovarci tutte le metafore che vuoi. Posso raccontarti che lo zucchero è sinonimo di fragilità, che ho usato quello bianco perché non l’avevo di canna, e che, ancora, lo utilizzo perché sono razzista, ma la risposta vera è che l’artista è un grandissimo bugiardo!

In cosa consisteva la tua recente provocazione intitolata Sexy Shop a Marostica? Quali sono state le reazioni? È successo ciò che ti aspettavi?

Come ti dicevo, chi ama scopare non ama leggere, se fosse stato al contrario non avrei risposto due domande fa. Stiamo parlando di un’installazione artistica camuffata da finto sexy shop. È stato interessante vedere che chi ama il fallo quando entrava rimaneva deluso dagli oggetti poco funzionali. Infatti, si è trovato di fronte ad una serie di opere emozionali che parlano del maltrattamento della donna. Ed è stato esilarante constatare che chi ama l’arte non entrasse perché fuori sembrava a tutti gli effetti un sexy shop vietato ai minori di 18 cm e si perdeva la mostra. Eh, i tabù…di avere meno di 18 cm.

closed_foto_installazione_01

Ti senti accettato dalla tua comunità nonostante il tuo ruolo di artista provocatore di coscienze?

Certo, le mie ammiratrici più accanite si aggirano, non per casa, ma attorno ai 70 anni.

Dato che fai questo mestiere da diversi anni, senti di aver scosso delle coscienze grazie alle tue opere?

Penso di NI.

closed_foto_installazione_02

Negli anni l’atteggiamento sessuale pubblico degli italiani è cambiato in positivo o negativo?

È cambiato l’atteggiamento pubblico degli italiani rispetto all’atteggiamento sessuale degli stupratori.

Qual è il nostro più grande problema a livello intimo?

Non avere l’harem.

Su cosa stai lavorando in generale?

Sto realizzando un’opera, o meglio devo realizzarla durante una gang bang, però non posso dire di più. Non è uno scherzo.

MF8N0526-piccola