La masturbazione maschile non è così banale come siamo abituati a credere

Uomini e donne sono uguali quando si masturbano. Questa è la conclusione alla quale sono giunta dopo esperienze personali e sondaggi sui social. Tuttavia non mi sono accorta di questo importante particolare finché non si è accesa la lampadina direttamente davanti a me. Siamo così occupati ad elevare la masturbazione femminile per vulva e vagina multitasking che il pene viene considerato solo come un “coso” che si eccita semplicemente se lo si massaggia ripetutamente dal basso verso l’alto e viceversa. Che ci vuole? Tutti i peni orgasmano alla grande nonostante la tecnica! Non è esatto.

La prima volta che ci ho riflettuto ero ad una cena di arrosticini abruzzesi (sì, noto l’ironia). Complice forse il vinello rosso della casa, una coppia di amici ha rivelato che lei aveva una pressione diversa quando lo masturbava, anche se questo non comprometteva l’esito. La differenza di pressione è stata salutata con meraviglia da noi donne ascoltatrici, non solo per la constatazione che le mani altrui raccontano una storia differente, ma anche probabilmente perché il pene viene considerato come un mero oggetto di pongo sempre dritto e pronto. D’altronde nella mia storia sessuale ricordo pochi uomini che mi abbiano detto come si masturbavano esattamente da soli. Nessuna indicazione specifica, mi hanno fatto seguire solo “il sentimento” del momento, quando io avrei apprezzato una sorta di bussola. Chiunque abbia a cuore il piacere del proprio partner fisso o occasionale, saluta con gratitudine ogni piccola guida. Mi sono imbattuta di nuovo nella riflessione qualche tempo fa, nel mentre che un tizio mi spiegava come più gli piaceva masturbarsi. Ho deciso quindi di approfondire la questione. Gli uomini hanno un solo modo di venire oppure molteplici?

Foto: Luca Matarazzo

La seconda opzione della domanda è la risposta giusta. Il “metodo classico” come chiamato da molti non è disdegnato ma ci sono delle varianti: c’è chi tiene ferma la base e stimola in su e giù la parte superiore concentrandosi sul glande, tanti che coinvolgono l’ano per raggiungere un orgasmo più forte, qualcuno massaggia i testicoli o si stimola i capezzoli perché sua grande zona erogena, altri usano lubrificanti o sex toy. Un follower Instagram addirittura ha provato il massaggio prostatico ispirato da un programma tv sull’argomento e lo consiglia come metodo per raggiungere un orgasmo più intenso. Purtroppo un punto chiave che mi interessava ha ricevuto poche risposte: comunicate le vostre tecniche ai partner? Tre persone hanno ammesso di dirlo ed una ha confessato: “Lascio fare se no il bello svanisce. Dopo un po’ correggo”. Per il resto, silenzio. Spero non sia la tendenza generale e che non si dia nulla per scontato. In caso contrario, uomini, non abbiate timore di comunicare i vostri bisogni. Fornite le coordinate senza paura e, se necessario, non solo con “vai più piano o stringilo meno o più forte”. Il piacere deve essere ricambiato adeguatamente se possibile, non accontentiamoci sempre delle briciole.

Sarebbe un paradosso non essere sinceri per la categoria maschile che per istituzione è abituata a vivere una sessualità libera ma non senza paturnie. Se non sei continuamente performante, non ti vogliamo. Se non fai sesso dalla mattina alla sera soprattutto quando sei single, sei uno sfigato. Bisogna sempre essere gagliardi per la legge del patriarcato. Tuttavia, in questa continua dimostrazione di “durezza” accadono episodi curiosi, interessanti e soprattutto liberatori. Navigando per questa ricerca, ho letto un articolo di GQ America che parlava dei gruppi di masturbazione che vanno di nuovo di moda in USA (se avete letto i miei post precedenti, questo fenomeno non è una novità, risale nella modernità almeno alla fine degli anni Settanta ed è nato nella comunità gay americana —> anche se i primi gruppi maschili di masturbazione risalgono all’Antico Egitto) e sono anche frequentati da eterosessuali. Il motivo? La maggior parte di loro ha vissuto delle esperienze, specialmente in età adolescenziale, di masturbazione di gruppo e non ci trova nulla di male. Tumblr ha dato un nome in inglese al fenomeno “buddy bating“. Il numero di pareri che confermano questa pratica tra i miei followers è stato superiore alle domande generiche sulla masturbazione maschile. È successo a tanti o lo hanno sentito raccontare da amici, e spesso è accaduto che l’amico o il conoscente aiutasse l’altro a venire o si creassero situazioni di piacere reciproco. Alcuni hanno scoperto di essere bisex così.

Uno dei motivi principali per cui ci si masturba in gruppo è che da piccoli sembra naturale e non si pensa per nulla alle etichette imposte dalla società. Da adulti, se non si hanno tendenze sessuali verso il proprio stesso sesso, lo si fa per esibizionismo, curiosità o mancanza di comunicazione e condivisione con il partner. Diversi partecipano a questi “collettivi” che poi si trasformano in club (jackoff clubs) per ottenere approvazione, sfogarsi e cercare amore/affetto. Qualunque sia la motivazione, masturbarsi fa bene all’autostima, all’umore ed al corpo. Dovrebbero farlo anche le donne insieme, come in questo video di Erika Lust, e non soltanto in workshop o lezioni sulla masturbazione. Perché? È un modo per abbattere le proprie barriere, conoscere e scoprire nuovi lati di sé. Imparare a comunicare la propria sessualità agli altri è fondamentale per vivere bene e sereni senza tabù. L’ideale è provare ciò che ci piace o rende curiosi e trasmetterlo. Nella masturbazione siamo tutti uguali nella nostra diversità e molteplicità di risposte. Bisogna solo iniziare a dircelo.

foto: Luca Matarazzo
Annunci

Il fuoco ribelle di Agit-Porn, un blog dove potersi esprimere nella completa ed assoluta libertà del proprio essere

Claudia Ska è esuberante, energica ed esibizionista nel senso più positivo e gioioso del termine. Ha aperto a marzo 2019 il suo blog agit-porn occupandosi subito di pornografia, sesso, corpi, censura e società condito da riflessioni al vetriolo con una sana vena politica. Claudia, nata e cresciuta in Sardegna fino ai diciannove anni, è “un’agitatrice, nel senso di chi eccita e infiamma gli animi con idee o dottrine nuove, rivoluzionarie o comunque ricche di fermenti (Treccani)”. Il nome del blog è ispirato al manifesto di propaganda di Vladimir Majakovskij per agit-prop, l’acronimo con cui veniva chiamato il Dipartimento per l’agitazione e la propaganda dei Comitati centrali e territoriali del Partito Comunista dell’Unione Sovietica . L’obiettivo di Claudia è approfondire le sue conoscenze su sessualità ed autodeterminazione, confrontarsi ed inserirsi in una rete sociale di persone che vogliano contribuire a vario titolo a parlarne. Nel suo sito c’è posto per tutti quelli che desiderino raccontarsi in libertà, soprattutto nel nuovo spazio Open Space che cura assieme all’esperta d’arte Gea Di Bella.

Nel 2016 è uscito per Blonk il suo romanzo “Ma l’amore no“. L’idea è nata da una raccolta di racconti erotici scritta da Claudia, ai quali aveva assegnato a ciascuno una colonna sonora, come se fosse un album musicale. Lele Rozza, il direttore editoriale di Blonk, li lesse e propose a Claudia di scrivere un romanzo brand new. Lei si è buttata anima e corpo nella storia della protagonista Chiara, trentenne trasferitasi a Milano che vive una vita “in bilico tra l’estasi e la noia”, tra un lavoro amato ma economicamente precario e la sua vita affettiva travolgente fatta di incontri sessuali fugaci, passionali ed amori deludenti.

Come è nata l’idea di agit-porn?

Tra la fine del 2016 e gli inizi del 2017 mi sono confrontata con Francesca Ceccarelli (una grafica che apprezzo molto, che ha appena lanciato “Frisson”), che avevo appena conosciuto, e Marco Ragaini (sui social noto come @pochestorie), che invece conoscevo da qualche mese, coi quali abbiamo pensato di aprire un sito dove poter parlare di femminismo e sessualità, dando molto spazio alla parte visuale. Purtroppo per ragioni personali e lavorative di ciascun* l’idea si è arenata, ma non ho mai smesso di pensarci e così, seppure con molta calma, ho deciso di provarci da sola. Volevo uno spazio in cui poter parlare in modo libero e disinibito di erotismo e pornografia, e ancora di più di corpi. Mi interessa molto il legame tra corpo nudo e Società, che ho avuto modo di affrontare anche altrove, quando ho curato il quindicesimo numero di “Rivista di Scienze Sociali”. Diciamo che mi piace l’idea di contribuire a sdoganare i tabù, di normalizzare e far entrare nella narrazione pubblica sulla sessualità nel discorso quotidiano, a più livelli.

Cosa hanno in comune sessualità e politica?

Sono del parere che la sessualità sia una questione personale, ma diventi politica nel momento in cui la Cosa Pubblica decide di normarla con approccio giudicante e discriminante. Sono del parere che quello che viene fatto in un contesto di sessualità consapevole e consensuale sia da rispettare, anche se noi non lo faremmo mai. Mi riferisco per esempio a una serie di pratiche e perversioni che per delle persone sono ritenute pericolose e/o disgustose. Ciascun* parte da sé per capire e decidere cosa desidera fare nella propria intimità e della propria intimità; dire “questo sì, questo no” non sarebbe giusto. Ripeto e sottolineo che mi riferisco a contesti di rispetto, consensualità e consapevolezza. La politica dovrebbe fare un discorso pubblico sulla sessualità in termini di informazione, che preferisco all’educazione (mi piace pensare al sesso come all’ultima landa di libertà che ci resta), dando gli strumenti alle persone per conoscere e scegliere.

Claudia Ska

Perché è importante essere femministe oggi?

Come ho scritto qualche tempo fa in un mio post su Instagram, forse sono sempre stata femminista senza saperlo, ma ora che sto acquisendo consapevolezza sul movimento femminista a livello storico e contenutistico-progettuale, ritengo che ogni persona a cui sta a cuore l’autodeterminazione dovrebbe esserlo. Il femminismo si inscrive a pieno titolo fra i movimenti per i diritti umani, sociali e civili e parte proprio dalla condizione di subalternità e discriminazione in cui si trova la femmina a prescindere che sia bambina o donna. Preferisco dire trans-femminismo perché include anche le femmine non biologiche, nonostante ci sia una parte del movimento (il femminismo radicale, noto come rad-fem) che rifiuta le persone transessuali. Trovo che sia paradossale che un movimento filosofico che si propone di essere inclusivo e di combattere le discriminazioni si trovi a farne al proprio interno. Sono molto radicale anche io su alcune posizioni e mi fa molto arrabbiare che si definisca “femminismo radicale” un pensiero che è sessista radicale. Il mio femminismo è trans, intersezionale, favorevole al lavoro sessuale nel senso più ampio e sfaccettato del termine. Sono grata al femminismo perché cerca di liberare le persone dalle gabbie sociali e culturali che le relegano a dicotomie stringenti. Essere femminista oggi è faticoso come cinquant’anni fa perché adesso si pensa che le donne abbiano pari diritti e doveri, che tutto sia a posto e i discorsi femministi siano pretestuosi, che siamo le solite uterine, isteriche, che abbiamo “le nostre cose” anche quando non ce le abbiamo. A quelle persone dico di guardare oltre la punta del proprio naso e togliere il paraocchi per avere una visione complessiva. Dobbiamo ricordarci che c’è sempre qualcun* che sta peggio ed è per quella persona che dobbiamo sfruttare i privilegi che abbiamo.

Banana


Secondo te l’esibizionismo è un problema da combattere o una forza da sfruttare?

Da esibizionista non posso che difendere la causa! Le motivazioni per cui ci sono persone esibizioniste sono da ricercarsi nella vita e nel carattere di quelle specifiche persone ed in ogni caso non ci riguardano. I tentativi di indagare e psicanalizzare chi si mette in mostra secondo me sono totalmente inopportuni e fuorvianti. Conoscere le ragioni per cui una persona si mostra mi sembra davvero ininfluente. Credo che invece sia importante che questa possa mostrarsi in modo sicuro, tutelato, ossia che la sua decisione non venga strumentalizzata e che la sua persona non venga lesa. Non considero l’esibizionismo come un problema fintanto che non influisce negativamente su altre vite, cosa che mi pare piuttosto improbabile che possa accadere. Mi riferisco a un esibizionismo del corpo, non al voler essere costantemente sulla scena con atteggiamenti e discorsi volti al solo scopo di farsi notare no matter how and why. C’è un giudizio nelle mie parole, me ne rendo conto, faccio un distinguo. Credo che la seconda opzione sfoci nel presenzialismo. Penso che una persona consapevole che si mostra stia, mentre ci sono persone che semplicemente ci sono. Per me è una differenza sostanziale.

Parlaci della tua collaborazione con Gea Di Bella e dell’ambiente virtuale Open Space.

Nel progetto che avrebbe coinvolto Francesca e Marco, a cui ho accennato prima, la parte illustrata a cura di Francesca e quella fotografica a cura di Marco sarebbero dovute essere particolarmente sviluppate, mentre io mi sarei concentrata sui testi. Ho aperto agit-porn dopo aver rimandato per anni e dopo che Instagram ha cominciato ad eliminare dal mio account una serie di foto di nudo parziale o integrale che io stessa avevo preventivamente censurato, conoscendo la sua discutibile policy. Ero stufa che i corpi e le immagini erotiche fossero (siano tuttora e saranno sempre di più) cancellate a oltranza e senza un criterio uniforme. Volevo che corpi e sessualità fossero visibili sul mio sito, uno spazio-manifesto e così ho pensato alla sezione “Open Space” immaginandola come una galleria dove periodicamente possano esporre persone che hanno lavorato a progetti il cui focus siano corpi, erotismo e pornografia. Attualmente cerco le/gli ospiti a cui chiedere di esporre, ma in futuro non mi dispiacerebbe che fossero loro a proporsi. Con Gea stiamo valutando se aprire una call, vedremo. Instagram, nonostante tutto, mi ha permesso di conoscere molte persone e progetti interessanti (tra cui te, per altro!) e fra queste c’è Gea Di Bella, appunto. Mi ha colpito subito il suo entusiasmo e le ho proposto quasi a scatola chiusa di collaborare con agit-porn e di curare “Open Space” come se fosse una galleria vera e propria, fisica. Quindi mantiene i contatti con artist*, sceglie insieme a loro le opere da selezionare, si occupa della curatèla. Il tutto sotto la mia supervisione, che comunque è molto libera, primo perché abbiamo gusti affini, secondo perché ha una sensibilità artistica spiccata (e non solo!), e terzo perché così posso dedicarmi alla scrittura. Per me è anche un grande esercizio di delega. La singolarità di questa collaborazione con Gea è che non ci siamo ancora conosciute personalmente: lei vive in Sicilia e io in Lombardia, ma fantastichiamo un incontro!


Hai detto che il tuo libro “Ma l’amore no” ti ha salvata. Come mai ha deciso di scriverlo e per quale motivo ti ha salvata?

La verità è che io avrei voluto fare una raccolta di racconti erotici, ma il mio editor(e) Lele Rozza mi ha fatto una proposta più ambiziosa, ossia quella di cimentarmi con un romanzo. Salvo l’entusiasmo e la gratificazione iniziale, sono andata nel pallone, perché non avevo mai scritto altro che monologhi (per teatro e cabaret), racconti e poesie. Scrivere un romanzo richiede una tensione narrativa di più ampio respiro e una visione d’insieme che pensavo di non avere, eppure ce l’ho fatta. Questa è una mia ragione d’orgoglio e credo che mi abbia salvata da alcuni pregiudizi che avevo su me stessa, come per esempio il non essere in grado di scrivere una storia che andasse oltre le tre cartelle. Mi ha salvata dall’inerzia, dal dolore, dall’ignavia e mi ha immersa in un’altra realtà, che non è stata solo quella della narrazione, ma una realtà che non immaginavo potesse esistere e che avrei costruito personalmente. Mi sono salvata (parzialmente, va detto) dallo schema di me che avevo reiterato fino a quel momento. Ma l’amore no” è nato da Claudia però è andato oltre, mi è servito per spogliarmi, col grande rischio che l’espormi così tanto mi rendesse vulnerabile, ma forse era proprio quello che cercavo: esporre la vulnerabilità mia e dei personaggi che lo popolano.

Quanto c’è di autobiografico nella tua opera e perché consiglieresti di leggerla?
Di autobiografico c’è il tanto per considerarlo audace. Ne consiglio la lettura perché è un romanzo contemporaneo di formazione e cambiamento che cerca di parlare la lingua di chi legge. Si tratta di una storia di resa al dolore, di abbandono (nel senso che alcune persone ne lasciano altre, altre abbandonano sé stesse e altre ancora si lasciano andare). La protagonista, Chiara, fa un enorme lavoro su di sé e quello che si intuisce tra le righe, e che spero arrivi, è che quel lavoro non ha fine, è costante ed inesorabile. Bisogna leggere “Ma l’amore no” anche perché il sesso che ho raccontato è schietto, verace, quotidiano, buffo, passionale, travolgente, realistico e soprattutto è gioioso, senza sensi di colpa (tranne forse in un caso, ma anche quel dettaglio è sinonimo di realismo). Se vi piace l’arcobaleno, dovreste leggerlo!

Prossimi progetti per agit-porn?
La programmazione non è il mio forte, ahimè, ma oltre al sito, che si arricchirà di nuovi contenuti e collaborazioni, sto pensando di realizzare dei progetti al di fuori , nella vita in carne e ossa, e soprattutto di sfruttare al meglio ed al massimo le conoscenze che la rete mi ha permesso di fare. Ho tantissime idee affastellate. Nell’ultimo periodo ho preso una pausa dai social perché ho bisogno di ordinare le suddette idee per poterle mettere alla luce serenamente, ma temo che sarà un parto plurigemellare podalico in posizione ginecologica senza epidurale. Diciamo che il prossimo progetto per agit-porn è farlo diventare un luogo fa-vo-lo-so: sono ambiziosa ma resto umile!

I AM NAKED ON THE INTERNET svela la nostra nudità esteriore ed interiore per continuare ad innamorarsi di sé ogni giorno

Ho conosciuto Iamnakedontheinternet per caso, attraverso uno dei miei contatti Instagram. Mi sono trovata sul suo sito ed è stato amore a prima vista. Giocoso, brioso, pieno di ragazze che se ne fregavano dello sguardo dell’obiettivo e si mostravano come volevano con un top bianco corto e la frase in rosa I am naked on the internet stampata sopra oppure completamente nude con la scritta in grafica. Mi ci sono rispecchiata molto perché sono una blogger di sesso ed erotismo, adoro stare nuda e per le foto dei post ho tirato fuori di nuovo il mio lato esibizionista mai sopito.

Carla Skarlatta, foto: Miss Sorry.

Camilla, in arte Miss Sorry (nome della galleria in cui lavorava a Padova, Sorry Mama), nasce come modella erotica, all’inizio come gesto adolescenziale di ribellione contro la sua famiglia borghese. Negli anni ne ha viste tante in questo lavoro, è stata anche diverse volte vittima di episodi di bullismo. “Per molto tempo ho avuto due facce: la professionista da una parte, e dall’altra foto di nudo ed erotiche che vendevo all’estero”. Nessuno sapeva del suo secondo volto. A diciotto anni è stata una delle prime Suicide Girls italiane, dove alla fine si è fatta archiviare per l’assenza di solidarietà tra modelle. È diventata in seguito una fotografa professionista ed ha aperto uno studio tenendo sempre nascosto il suo lato erotico. Il mondo della moda non è stato clemente con lei e la sua apparenza. “Appena mi vedevano, appariscente e tatuata, mi dicevano ‘ma tu cosa vuoi fare? Professionista di che?’, poi quando davano un’occhiata alle foto, prendevo comunque l’ingaggio”. Le discriminazioni che riceveva hanno quasi sempre riguardato il suo corpo. “Essendo tatuatissima sin dai 14 anni, ero già un genere ed ero trattata come un cliché: agli occhi degli altri mi drogavo, ero una puttana e facevo feste tutto il giorno”. Trovava molto più divertimento a scattare foto di nudo. È stata influenzata nel suo stile pop e colorato dallo stilista Elio Fiorucci, che ha conosciuto e che l’ha spinta con le parole ad andare avanti finché non si sarebbe imposta.

Miss Sorry, foto: Luca Matarazzo

Un giorno ha regalato alla sua assistente fotografica, che posa nuda come lei ed ha paura di essere bullizzata se la scoprono, un cappellino con su scritto: “I am naked on the internet”. Le ha detto: “Te lo metti, ci vai in giro e te ne freghi perché fai delle foto bellissime”.

Da qui l’idea di un progetto su tutte le persone che scelgono di esporsi sul web e vanno incontro alla pubblica morale. Intenzione: raccontare le loro storie. “Chiunque si espone ha delle motivazioni”. Possono essere sia edonistiche, sia legate ad insicurezze che le ragazze decidono di superare così. “C’è un mondo dietro a chi si mostra. L’iniziativa nasce per sdoganare la nudità, che è un’espressione gioiosa e serena di sé”.

Il sito in fase di costruzione racconterà le storie delle persone nelle foto che possono appartenere a qualsiasi categoria, “chiunque compia una scelta di rottura contro la pubblica morale e con un dito medio alzato rispetto alle critiche degli altri”. Ogni quindici giorni ci sarà un mini-set scattato da Miss Sorry in modo ironico e pop che racconta un individuo accompagnato da una video intervista, più materiali fotografici che riguardano il nudo. Tutto nel segno dell’ironia e della spensieratezza.

All you need is love, foto: Miss Sorry

La motivazione comune nell’esporsi che Camilla ha notato ascoltando le storie delle persone è la ricerca dell’amore di sé. “Una delle vicende che mi ha colpito è quella di una donna trentacinquenne che aveva desiderio di fare un porno. Ne ha parlato al compagno e lui l’ha sostenuta e accompagnata nel suo percorso da pornostar, che non è durato molto ma li ha uniti tantissimo”.

Sissy La Muerte, foto: Miss Sorry

Nel making-off dei video Miss Sorry si avvale dell’aiuto di uno staff di ragazzi che dirige. Le prime cinque interviste sono già pronte: una modella berlinese, un rapper, una coppia che ha lavorato nel porno, una petite model, la vicenda di Camilla. Ci saranno pure dei tutorial buffi con basi serie: “come trovare il punto G”, “come sedurre una donna”, ecc. Saranno sponsorizzati artisti che trattano la tematica del nudo.

Per entrare a far parte della “community”, ci sono due tipi di army aperte a tutti. Nella prima si può scattare una foto creativa di qualsiasi tipo (non solo nudo, ma oggetti, animali, posti) con la scritta ben visibile I am naked on the internet. La seconda è per entrare a far parte visivamente della Naked Army: una foto di nudo che può essere anche mascherata, a seconda dei limiti di ognuno, dove compare la scritta e bisogna spiegare il motivo per cui si è deciso di esporsi o che cosa si pensa del progetto in generale. Queste foto, inviate ad una mail specifica (army@iamnakedontheinternet.com), verranno pubblicate sul sito e su Instagram. Le storie più belle saranno raccontate da Camilla ed inserite in home page.

agit_p.o.r.n
vitadibi_

Ultimi ma non ultimi, i top. Sono di American Apparel, un marchio californiano basic di qualità, e sono in vendita sul sito ad un modico prezzo. Servono per incoraggiare le ragazze ad entrare nel progetto ancora in work in progress. Il sito sarà probabilmente pronto per luglio. In questi giorni Camilla organizza per tutti coloro che hanno voglia di divertirsi e mettersi in gioco un casting per la sua sigla, un video introduttivo del progetto. Per candidarsi basta inviare un DM (direct message) al suo profilo Instagram Iamnakedontheinternet. Il video sarà girato il 12 e il 13 giugno a Padova.

Azarath, foto: Miss Sorry

Il Vagina Museum avvia il crowdfunding e scopro che conoscere la propria vagina significa conoscere se stessi

Una settimana e mezzo fa è uscita la notizia che il Vagina Museum ha avviato il crowdfunding per aprire un museo temporaneo al Camden Market di Londra. Dato che seguo la vicenda sin dal 2017, ho comunicato contenta l’iniziativa alle donne reali e virtuali che conosco. Soprattutto da conoscenti e amiche, non c’è stato tanto entusiasmo, alcune non mi hanno nemmeno risposto, e chi mi segue su Instagram ha avuto bisogno di una story di incoraggiamento per esprimere il proprio parere sul museo. Un uomo sulla pagina Facebook del blog ha detto che gli sembrava addirittura una “boiata”. Purtroppo quando si parla di parti intime, sia femminili che maschili, la risatina è dietro l’angolo. A cosa serve sapere come sono fatti? Io mi conosco già, mi sembra inutile, ci sono cose più importanti, magari ci vado per divertimento: sono questi i pensieri e le risposte più frequenti da parte delle persone, senza distinzione. Certo, la maggioranza dei miei follower ha detto di essere incuriosito e vorrebbe andarci, ma sono di parte visto che seguono un blog sul sesso. Significa che hanno già un atteggiamento positivo verso la sessualità.

La vagina è un organo che da secoli viene nascosto, rinnegato e trasformato in qualcos’altro pur di non ammettere la sua unicità. In televisione si possono dire tutte le parolacce del mondo, ma “fica” no e il termine “vagina” viene nominato solo nelle trasmissioni anatomiche a tema. Anche noi portatrici facciamo finta che non esista finché non mestruiamo o non ci troviamo con un pene all’interno o a desiderare di incastrarci con altre vagine. Prima, il deserto. “I bambini non devono toccarsi o esplorarsi i genitali”. No, non si fa, eh. Poi diventiamo adulti e a malapena siamo consapevoli delle fattezze esteriori ed interiori del nostro corpo. Scopriamo tardi di che pasta siamo fatti. Quando ho chiesto alle donne che mi seguono se amassero o odiassero il proprio organo genitale, spesso mi è stato risposto: “Prima la odiavo, adesso la amo”. Si odia sempre ciò che non si conosce. Oppure, peggio, siccome non se ne capiscono i meccanismi, scatta l’indifferenza.

The Great Wall of Vagina, Jamie McCartney (2008).

Non stimiamo la vagina per infezioni, malattie o il suo aspetto. Siamo abituate alla perfezione dell’antica Grecia basata sulla simmetria. Nessuno ci dice che sono le imperfezioni a costituire il vero bello; se siamo fortunati, lo impariamo col tempo. “Imparare ad amarla mi ha permesso di volermi bene a 360 gradi. Il rapporto col mio corpo è complicato a causa della mia insicurezza, di brutte esperienze e problemi di salute. Era come se non mi appartenesse per fattori esterni. In questi ultimi anni ho smesso di vergognarmi della mia sessualità e delle mie voglie, di pensare ai giudizi altrui e mi sono riappropriata del mio corpo”, ha confessato una follower. “Odiata per tanto tempo per la forma diversa delle piccole labbra. Ora ho capito che è naturale e la amo così com’é”, ha detto un’altra. Spesso il confronto con il partner, che avviene per le donne in particolare nel sesso, aiuta ad accettarci per quello che siamo e ci impreziosisce. “La odio, non ha una forma che mi piace ma il mio ragazzo la trova perfetta”; “Ho imparato ad apprezzarla tramite il mio ultimo ragazzo. Diceva che era avvolgente e quella parola mi ha fatto cambiare idea su di lei. Le ho iniziato a volere bene”. Spesso riflette il nostro carattere o i sentimenti che proviamo verso noi stesse. “Credo di odiarla un po’, probabilmente l’odio che provo per me stessa si riflette anche lì”; “È sempre in linea con la mia mente e mi fa provare sensazioni magnifiche”. E poi c’è chi la ama incondizionatamente, anche se fa i capricci o non collabora. “Mi piace. È accogliente e mi dà piacere”; “È bella carnosa e ai maschi piace. È da mordere”; “La amo immensamente. È la cosa più bella che la natura abbia donato a noi donne”; “Siamo grandi amiche, ci capiamo e possiamo contare l’una sull’altra”.

Come è fatto un clitoride, foto: Medicina Online

Per fugare ogni dubbio su noi stesse, il Vagina Museum nel suo futuro di museo fisso ospiterà un’esposizione permanente su anatomia interna ed esterna. In quello temporaneo ci saranno altrettante mostre a rotazione dedicate a forma, salute, mestruazioni, sesso, storia, società, arte e design. Sosterrà l’educazione sessuale e relazionale in modo inclusivo ed intersezionale con il supporto di dottori ed altri professionisti medici. Ci saranno eventi di ogni genere, dai seminari alle comedy nights! L’autrice di questa geniale idea è Florence Schechter, divulgatrice scientifica con un suo canale YouTube. Nel 2017 stava conducendo una ricerca per un episodio sulla top ten di dieci vagine animali ed ha scoperto che non c’erano abbastanza foto e studi a riguardo. Si è accorta che anche la vagina umana versava in una condizione simile ed ha deciso di avviare questo fantastico progetto perché non c’erano abbastanza rappresentazioni vaginali. Esisteva già un museo online ma Florence ne voleva uno fisico, uno spazio dove confrontarsi e far avvenire il cambiamento.

Florence Schechter, fondatrice del Vagina Museum

Non riesco ancora ad immaginarmi con definizione i contenuti di un museo sulla vagina, ma so che sono gli stessi che avete suggerito nel mio sondaggio su Instagram. “Tanta educazione sessuale, buona conoscenza dei contraccettivi femminili, lezione ai maschi su come maneggiare l’oggetto“, e aggiungerei anche lezioni di strap-on; “Tutto ciò che nella storia è ruotato intorno alla vagina, racconti, libri e sex toys”; “Muro di mutandine con messaggi erotici”; “Calchi delle vagine famose”; “Mostre con migliaia di tipi di vulve diverse“; “Incontri sulla sessualità, comprensione e scoperta piacere femminile”; “Una tecnologia che permetta alle donne di capire la sensazione di penetrare una vagina”; “Mappa del clitoride e come usarlo“; “Stanza con soprannomi vagine”; “Ricostruzione gigante del percorso di uno spermatozoo/visitatore”; “Laboratorio sullo squirting”; “Laboratori dedicati ai bambini, del genere ‘riproduciamo il tuo corpo con la plastilina’ per dargli la consapevolezza della bellezza e dell’unicità dei propri organi sessuali. I tabù si sconfiggono già in tenera età!“.

Camden Market, London, @VaginaMuseum

L’accesso al museo sarà gratis e senza limiti d’età perché la conoscenza è un bene comune che appartiene a tutti. Il crowdfunding è attualmente arrivato a 118.776 sterline, ne servono 300.000 per coprire le spese di affitto, staff, mostre e programma diversificato. Si può donare con varie ricompense a seconda della cifra oppure condividere l’iniziativa sui social. Ma prima dobbiamo iniziare a credere nella nostra vagina. Solo così possiamo abbattere la censura su Internet e nella realtà. Parliamo e scambiamoci esperienze all’infinito per far diventare la vagina una cosa naturale e…POP!

Maggiori informazioni sul Vagina Museum su https://www.vaginamuseum.co.uk/, crowdfunding qui: https://www.crowdfunder.co.uk/vaginamuseum.

La sicurezza sessuale di Catwoman

“You make it so easy, don’t you? Always waiting for some Batman to save you. I am Catwoman. Hear me roar”. – Catwoman, Batman Returns (1992)

Da qualche anno a Carnevale mi vesto da stereotipo sexy per scoprirne i particolari e sfatarne i suoi miti. Questa volta ho scelto Catwoman, un’emblema del sex appeal, consacrata sugli schermi da una magnifica Michelle Pfeiffer in Batman Returns di Tim Burton, che l’ha saputa interpretare alla perfezione nel suo ruolo double face. Ero piccola ma, come tante mie amiche, sono rimasta affascinata da questa donna che avanzava con movenze da gatto sullo schermo. Era diversa dalle eroine dei cartoni giapponesi, sempre bisognose di un uomo come spalla, persino una travestita da uomo come Lady Oscar. Catwoman era indipendente e sprezzante del potere maschile. Usava la sua sexiness (l’italiano non aiuta, sorry) per puro divertimento. Era sempre lei a comandare il gioco e chissà se la sicurezza di sé era data anche da quella sua tutina nera lucida in latex che le aderiva perfettamente al corpo?

Batman Returns (1992)

Il costumista inglese Bob Ringwood del film di Burton dice di essersi ispirato per il suo costume alla foto di un busto di donna con le varie parti cucite insieme realizzata da un’artista tedesca. Rimase affascinato dalla sua bizzarria allo stesso tempo sinistra e sessuale e ci basò sopra tutto il concept. Avendo approfondito la storia delle tutine in gomma, gli credo a metà. Il regista o Ringwood si sono sufficientemente informati sul passato di questo indumento tanto da far estrarre dall’armadio di Catwoman un impermeabile nero lucido, un ritrovamento un po’ impensabile per una schiava del rosa e del pastello. Caso fortuito o intenzione reale, l’impermeabile Macintosh è considerato il punto di partenza della Rubber Fetish Community di diffusione internazionale. Era un impermeabile di latex infuso col tessuto resistente all’acqua creato dal chimico scozzese Charles Macintosh. A metà degli anni Settanta gruppi di persone si vestivano solo dei suoi impermeabili per piacere personale e avevano creato il Macintosh Magazine dedicato alle fantasie su questo indumento, come riporta il documentario Dressing for pleasure (1977), che influenzò il punk nato negli stessi anni. Nel 1957 nasce Atomage di John Sutcliffe che passa rapidamente da brand di abbigliamento resistente alle intemperie a creatore di tutine fetish per piacere estetico e sessuale. Fu lui il primo a creare quelle in gomma che assomigliano molto al costume di Catwoman. Inoltre, questo disegno di Gene Bilbrew sotto, non vi ricorda qualcosa?

Gene Bilbrew

Pfeiffer sottolinea che la tutina assieme al corsetto era costrittiva. La maschera necessitava di continui fitting per evitare che le facesse male nel parlare. La gomma del costume era dipinta in silicone che veniva bagnato di shot in shot per mantenere l’effetto lucido. Doveva essere ricoperta di borotalco e aiutata da persone per infilarsi dentro il costume. Per non parlare del bustier, che era fatto apposta da Phil Reynolds, un maestro della corsetteria da ballo, particolarmente stretto e limitava il respiro. Una tortura essere sexy in un mondo di uomini, eh? Catwoman lo sa bene, per questo la sua catsuit, come è chiamata in inglese, ha cuciture a vista, per rendere palese il suo dissenso verso una cultura patriarcale che la vuole lucida, perfetta e disponibile. Pronta all’uso come un oggetto. La Catwoman di Burton è unica nel suo genere perché rispetto a quella deludente dei fumetti DC non è sessualizzata. Rinasce abbandonando la femminilità stereotipata della sua vita precedente ed abbraccia la sua nuova sessualità che le piace, perché ancora inesplorata e piena di novità. È sexy solo per il proprio piacere. Ignora sistematicamente le avances degli uomini del film, stuzzica Batman rifiutando però i suoi tentativi di salvarla, mette al primo posto i suoi desideri. È lei la vera protagonista del film, gli altri sono personaggi marginali. Tim Burton è stato un genio, ha dato un senso ad una supereroina bistrattata sin dagli anni Quaranta.

Batman Returns (1992)

Catwoman deve il suo passato da dominatrice senza scrupoli a Frank Miller, conosciuto ai più per Sin City. Seguendo il suo stile crudo e noir nel volume Year One la rende una invecchiata prostituta specializzata nella dominazione che gestisce un’agenzia di escort a Gotham alla mercé di un violento pappone. Non un ritratto lusinghevole ma più definito dei suoi precedenti. Ai primordi cambiava spesso identità senza avere un costume specifico, era solo una ladra che rubava gioielli e manufatti. La sua caratteristica principale era il non essere una vera cattiva, il nuotare sempre in una zona grigia tra il bene e il male, che la rendeva accattivante e imprendibile. Batman è sempre stato attirato da lei ma non ha mai capito interamente il suo carattere e la sua indipendenza. Una sorta di metafora della modernità che colpisce diversi uomini di molti paesi occidentali senza gli strumenti culturali per comprendere. Catwoman è stata spesso accantonata per anni da disegnatori e scrittori di fumetti per anni perché complessa e fuori dai canoni del dopoguerra. Era dipinta come una femme fatale, simbolo maschilista, che viene sempre punita nelle storie per andare al di fuori del ruolo prestabilito del suo genere. Fortunatamente, il piccolo schermo le ha infuso nuova linfa con Julie Newmar e Eartha Kitt nella serie televisiva di Batman (1966-68) che le diedero giusta sensualità e carisma. È la prima eroina ad essere stata creata dalla DC Comics (1940), a discapito di Wonder Woman (1941).

Catwoman by Frank Miller

È divertente andare in giro vestita da Catwoman anche se indossare dei guanti che non siano touch screen o pratici non è consigliabile. La tuta era comoda, dato che non ho trovato la S e il materiale non è latex, la maschera da gatto no, priva di elastico o qualcosa per fissarla torna in su e dà fastidio alla parte inferiore degli occhi (come si vede nella foto, sigh). Le persone ti guardano con curiosità, soprattutto la frusta: le più temerarie chiedono di provarla, altre si limitano a fissarla. In realtà in pubblico credo non si possa usare se non per spettacolo (a giudicare dallo sguardo ammonitore dei vigili urbani), è pur sempre una sorta di arma. Nei panni di Catwoman ci si sente comunque più liberi, anche se sospetto sia il solito potere della maschera, che ci permette di essere ciò che realmente non siamo. Non sono una divoratrice di uomini ma adoro l’interpretazione che gli ha dato Tim Burton perché mi ci rispecchio in completo: la sicurezza sessuale rende sexy. E dopo ogni morte si rinasce sempre più forti.

L’inganno degli stivali rossi

Quando ho comprato i miei stivali rossi dopo Natale, non avrei mai immaginato di diventare oggetto di ostinata attenzione da parte delle persone in pubblico. Ho avuto sempre un buon rapporto col colore rosso e con gli stivali in generale (da pirata dal tacco basso, alla caviglia col tacco alto, combat boots, anfibi), ma i cuissardes, come vengono chiamati nella moda, sono tutta un’altra storia. Alti fin sopra il ginocchio e col tacco vertiginoso fanno girare teste, nonostante siano di camoscio, e non di lucida pelle o in PVC. Li ho scelti perché li ho sempre desiderati così da quando è tornato il loro trend nel 2009, li trovo sexy ed eleganti ma purtroppo non tutti la pensano in questo modo. Una delle risposte peggiori che ho ricevuto su Instagram alla domanda “Come giudicate una donna che li porta?” è stata “troia” da un uomo. Che poi si è prontamente corretto quando ho reso pubblico il suo giudizio. Mio malgrado, lui rappresenta la metà delle persone, uomini e donne, che fissano i miei stivali la sera quando esco. Il problema è sempre nell’occhio di chi guarda? Forse.

Kinky Boots, 2005

“Rosso. È il colore del sesso, della paura, del pericolo e dei cartelli che dicono ‘è vietato l’ingresso’. Tutte le cose che preferisco”. “Ma sono comodi”. “Comodi?! Il sesso non può essere comodo”. Questa l’accesa discussione tra la drag queen Lola (Simon) e il designer di scarpe Charlie Price nel film Kinky Boots (2005) quando quest’ultimo le mostra il modello campione di stivali bordeaux dal tacco basso e tozzo che dovrebbe indossare. Non si infilano degli stivali appariscenti col tacco alto per passare inosservati. Si vuole affermare qualcosa di forte, non tanto la propria “scopabilità”, ma la sicurezza nella propria sessualità e nel modo di viverla. Determinata, solco l’asfalto a discapito degli sguardi insistenti. Vi vorrei dire che una “vera dominatrice non si cura della fastidiosa attenzione altrui” ma sarebbe un’affermazione inverosimile da rivista per donne. È una rottura di scatole perché ci si rende conto che in questo Paese sono ancora tanti i tabù da frantumare in mille pezzi, ad iniziare dall’atteggiamento giudicante delle persone in pubblico. D’istinto mi viene da dire, sia ad uomini che donne: “Li vuoi pure tu? Tieni, te li regalo. Basta che smetti di guardarmi con insistenza”. Però non risolverebbe il problema.

Yves Saint Laurent, 1963

Da quando esistono, gli stivali alti sono associati alle sex worker specializzate in sadomasochismo. Eppure le loro origini non sono di stampo feticista, anzi, si perdono sin nel lontano Medioevo e per oltre quattrocento anni sono stati indossati soprattutto dagli uomini. Nel diciannovesimo secolo incominciarono ad essere messi da attrici che ricoprivano ruoli maschili e da prostitute. Per quest’ultimo motivo faticarono a diventare un trend di massa fino agli anni Sessanta del Ventesimo secolo. Yves Saint Laurent fu lo stilista che li consacrò sull’altare della moda grazie all’aiuto di Roger Vivier nel 1963, e ne fu creata anche una versione molto aderente come delle calze. Designer e fotografi come Helmut Newton e Ellen von Unwerth attinsero a piene mani dall’immaginario underground del feticismo dagli anni Venti ai Cinquanta. Charles Guyette, il pioniere dello stile di moda fetish, fu una sicura fonte d’ispirazione per tutti coloro che vennero dopo di lui come Irving Klaw, l’autore delle foto BDSM di Bettie Page, Robert Harrison, editore di magazine di pin-up come Beauty Parade e Wink, Leonard Burtman, produttore del primo film fetish per il pubblico di massa nel 1962, Satan in High Heels, John Willie, fondatore del giornale Bizarre, e cartoonist come Eric Stanton e Gene Bilbrew. Guyette creò le basi dell’immaginario fetish vendendo fotografie a riguardo e perciò fu arrestato e messo in prigione nel 1935 negli USA. Stivali alti neri con tacco alto o a spillo sono il leit motiv di molte sue foto.

Eric Stanton, 1961

Ancora con gli sguardi fissi? È tutto normale. Il feticismo per piedi e scarpe è uno dei più diffusi al mondo. Se cliccate su PornHub, vedrete che vanno forte gli shoejobs, dove “shoe” (scarpa) ha sostituito “blow” (blowjob in inglese sta per pompino) perché massaggia materialmente il pene, che può essere vero o finto, in maniera abbastanza rude. Ci sono anche video di donne che schiacciano sotto le suole vetri, sporcizia, banane, ecc. per eccitare sessualmente. Per non parlare di gente che cammina con tacchi a spillo su corpi nudi.

Bizarre, John Willie

La calzatura, dice Valerie Steele nel suo libro Fetish – Fashion, Sex & Power, può funzionare sia come sostituto fallico per il pene sia per la vagina in cui il piede fallico viene inserito. La scarpa dal tacco vertiginoso significa potere e dominazione. Quest’ultimo modifica passo e postura, cambiando il movimento dei fianchi e del sedere, enfatizza la schiena arcuata spingendola in avanti, accresce la curva del polpaccio e il risultato finale è far sembrare la gamba più lunga e snella. Così, gli stivali alti sottolineano consistenza e linea di gambe e cosce rendendole immediato oggetto del desiderio. Le scarpe feticiste dalla punta dritta hanno spesso un tacco molto fino per la penetrazione anale. Per l’antropologo Ernest Becker i feticisti preferiscono concentrarsi su un accessorio bello e lussureggiante perché provano ansia verso il rapporto sessuale in sé. L’ansia da prestazione è tipica degli uomini in una società patriarcale, per questo il sesso dei feticisti è in genere maschile. Tuttavia, non sono sicura dell’assolutezza delle affermazioni di Becker, quindi aspetto volentieri che qualche feticista smentisca queste teorie.

Possibilities: the photographs of John Willie, 2016

Per il resto, tutto nella vita pubblica è travestimento. L’adorare la pelle non ci rende immediatamente delle persone sicure di sé e aggressive, può invece dire l’esatto contrario. Se ci piace la sensazione che ci dà un materiale rude o uno stivale, spesso significa che quell’aspetto manca nel nostro carattere e abbiamo bisogno del potere della maschera per acquisirlo (oppure ci ricorda sensazioni di una vita precedente, chissà). Quante volte avete incontrato una tigre vestita di colori pastello e dai modi delicati? Ancora una volta, l’abito non fa il monaco.

Charles Guyette, 1920

Perché mi chiamo Fiore Avvelenato

“C’era una volta un bellissimo fiore rigoglioso attorno a cui ronzavano diverse api. Queste non si azzardavano ad avvicinarsi perché sapevano che il suo polline era troppo pregiato per loro. Un giorno un serpente vide una farfalla depositarsi sul polline per succhiarlo e si avventò contro di lei. Invece di addentarla, morse il polline del fiore avvelenandolo. Il fiore non fu più lo stesso. Rinacque a nuova vita e le api iniziarono ad abbeverarsi al suo nettare”.  

Quando ho lanciato il sondaggio tra i miei follower sul motivo per cui mi chiamassi Fiore Avvelenato, le risposte sono state bizzarre. “Perché la fregna (fica in marchigiano) ce mazza (ammazza) a tutti!” forse è stata una delle intuizioni più esilaranti che mi è arrivata. Alcuni si sono concentrati sulla parola “fiore”: “un fiore carino a cui hanno fatto girare le ovaie”, “un fiore morso da un serpente”, “il fiore del frutto della vita di Adamo ed Eva”. Altri si sono soffermati sul significato di “avvelenato”: “volto alla provocazione per causare riflessione”, “una cosa bella che può essere al tempo stesso pericolosa ed ingannevole”, “avvelenato implica un intervento esterno, non velenoso di per sé, ma reso tale” (ci è andato vicino). L’idea della storiella iniziale me l’ha data un follower inventandosi una favola shakesperiana. “Fiore Avvelenato perché attira le sue prede, le api. È un fiore strano, non da polline, ma da veleno di serpente. Un giorno un serpente velenoso si era innamorato di quella specie di Fiore particolare, si avvicinò e fu scacciato dalle api che ritenevano i fiori loro territorio. L’animale, arrabbiato, avvelenò con i suoi denti tutti quei tipi di fiori e da lì in poi le api che si posano su quelli, muoiono. Così non essendo impollinati, si estinsero ed il serpente rimase senza il suo fiore. Pentito di ciò che aveva fatto, si tolse la vita avvelenandosi esso stesso, e si adagiò sui petali secchi dei ‘fiori avvelenati’ sparsi a terra. Una ragazza passò e vide il serpente morto sui fiori. Prese un petalo ancora fresco, e riuscì a farlo ridiventare fiore tramite un miscuglio di veleno del serpente morto, ali di api e ‘venuto’ della sua vagina. Il Fiore ricominciò a riprodursi e la ragazza gli diede il nome di Fiore Avvelenato”.

Fiore. Nell’emisfero occidentale il fiore è una delle rappresentazioni principe della vagina, alla quale viene spesso associata una rosa. Ho sempre pensato che la mia assieme a tutte le altre fosse qualcosa di magnifico e bello, una gioia visiva e nettare per le api che vi si posano. Le dinastie cinesi Han e Ming la paragonavano ad un fiore di loto dorato, entrata per il paradiso. La chiamavano anche “rosa nera” perché il pelo pubico abbondante era indice di passionalità e sensualità e se formava un triangolo equilatero era segno di grande bellezza. Chi era priva di peli, era chiamata “tigre bianca”. Altri nomi floreali che usavano in Cina per designare la vagina erano: loto della saggezza, cuore di peonia, peonia appena sbocciata, guanciale di muschio, giglio puro, anemone dell’amore. Le piccole labbra erano chiamate germogli di grano e il mini cappuccio di pelle che copre la clitoride giardino notturno. Nell’antica Grecia la clitoride e le piccole labbra erano indicate come bacca o frutto di mirto, pianta sacra ad Afrodite, il quale aroma veniva associato ai genitali femminili (myrtos significa profumo). Era quindi anche un potente afrodisiaco. Nel testo classico indiano Ananga Ranga le donne, divise in quattro classi, sono celebrate per gusto e forma delle loro vagine. La padmini, donna loto, ha secrezioni sessuali profumate come gigli sbocciati. Oltre al fiore, nella tradizione artistica classica, medievale e rinascimentale europea la mandorla era sinonimo di genitali femminili. In epoca romana questo seme era un talismano per la fertilità, dato che era nato dalla vagina di Cibele, dea della natura, e manciate di mandorle erano lanciate agli sposi. La vesica piscis, di forma simile, per i primi cristiani era la vagina della Vergine Maria. Insomma, tutte sembianze migliori del nome latino “vagina” che sta per “fodero” o “guaina”.

Avvelenato. Avvelenato da veleno di serpente. È un animale che mi ha sempre attratto con i suoi movimenti sinuosi e lo sguardo vitreo. Mi sono anche spesso identificata con Medusa nel corso della mia vita. In seguito ne ho compreso il motivo. La donna, considerata nel mondo occidentale nemica del serpente, in realtà non lo schiaccia sotto i suoi piedi ma incarna il serpente stesso. Le società patriarcali hanno fatto di tutto per distruggere questo animale da Eva in poi proprio perché rappresenta la sensualità e la sessualità della donna. Il Dio biblico disse al serpente “Io porrò inimicizia tra te e la donna”, ed ha mantenuto la promessa fino ai nostri giorni. Il seme della misoginia non è solo colpa della cristianità, ma mise radici nel mondo antico già tra l’XI e il XIII secolo. La dea Serpente delle società primitive e pre-classiche è una testimonianza di come nell’Europa Paleolitica le donne fossero considerate partenogenetiche (come alcune vipere). “Madre di tutti gli Dei che aveva generato prima che il parto esistesse”, recitava l’iscrizione sotto la dea Neith, la prima creatrice, nel tempio egizio di Sais. In diverse comunità del mondo le mestruazioni sono state concettualizzate attraverso riti con la serpe. A partire dall’età classica, il rifiuto delle mestruazioni come sostanza tossica e velenosa ha causato l’allontanamento delle donne dalla vita religiosa, politica e militare. Probabilmente i nostri antenati primitivi ne sapevano più di noi: se si osserva bene, la bocca spalancata di un serpente assomiglia ad una vagina. Il serpente che perde la pelle e si rigenera era l’incarnazione dei misteri di morte e rinascita. La donna deve riappropriarsi della propria sessualità, quindi, parlandone a non finire così che la paura verso il suo enigmatico serpente venga abbattuta e la sua condizione sia alla pari di quella dell’uomo.

Il motivo del blog. I motivi sono tanti. Mi sono sempre trovata a mio agio a parlare di sesso senza tabù e a dare il nome vero alle cose. Questo atteggiamento mi ha stigmatizzata con gli amici e con gli uomini. Perciò spesso mi trovo meglio con gli spiriti liberi, la gente aperta mentalmente, dal lato eccentrico o artistico, come me. Desideravo esplorare me stessa, io che fino all’età di ventisette anni non avevo scoperto molti miei lati nascosti, pur sapendo di avere del potenziale. Non volevo compiere l’esplorazione in solitario ma condividerla con amiche e amici “consenzienti”, provando a smantellare le nostre inibizioni e soddisfacendo le nostre curiosità. A distanza di quasi cinque anni, non so se ci sono riuscita, però sicuramente sono cresciuta molto spiritualmente e nella confidenza a letto. Infine, in alcuni dei primi post, volevo soddisfare le mie fantasie su un uomo che non potevo vedere spesso. Per fortuna, il blog è sopravvissuto a questa storia ed è cambiato negli anni, nei mesi e nei giorni con la solita curiosità che lo contraddistingue. Come un serpente che cambia pelle.

Me stessa in Elf Zhou London