Perché mi chiamo Fiore Avvelenato

“C’era una volta un bellissimo fiore rigoglioso attorno a cui ronzavano diverse api. Queste non si azzardavano ad avvicinarsi perché sapevano che il suo polline era troppo pregiato per loro. Un giorno un serpente vide una farfalla depositarsi sul polline per succhiarlo e si avventò contro di lei. Invece di addentarla, morse il polline del fiore avvelenandolo. Il fiore non fu più lo stesso. Rinacque a nuova vita e le api iniziarono ad abbeverarsi al suo nettare”.  

Quando ho lanciato il sondaggio tra i miei follower sul motivo per cui mi chiamassi Fiore Avvelenato, le risposte sono state bizzarre. “Perché la fregna (fica in marchigiano) ce mazza (ammazza) a tutti!” forse è stata una delle intuizioni più esilaranti che mi è arrivata. Alcuni si sono concentrati sulla parola “fiore”: “un fiore carino a cui hanno fatto girare le ovaie”, “un fiore morso da un serpente”, “il fiore del frutto della vita di Adamo ed Eva”. Altri si sono soffermati sul significato di “avvelenato”: “volto alla provocazione per causare riflessione”, “una cosa bella che può essere al tempo stesso pericolosa ed ingannevole”, “avvelenato implica un intervento esterno, non velenoso di per sé, ma reso tale” (ci è andato vicino). L’idea della storiella iniziale me l’ha data un follower inventandosi una favola shakesperiana. “Fiore Avvelenato perché attira le sue prede, le api. È un fiore strano, non da polline, ma da veleno di serpente. Un giorno un serpente velenoso si era innamorato di quella specie di Fiore particolare, si avvicinò e fu scacciato dalle api che ritenevano i fiori loro territorio. L’animale, arrabbiato, avvelenò con i suoi denti tutti quei tipi di fiori e da lì in poi le api che si posano su quelli, muoiono. Così non essendo impollinati, si estinsero ed il serpente rimase senza il suo fiore. Pentito di ciò che aveva fatto, si tolse la vita avvelenandosi esso stesso, e si adagiò sui petali secchi dei ‘fiori avvelenati’ sparsi a terra. Una ragazza passò e vide il serpente morto sui fiori. Prese un petalo ancora fresco, e riuscì a farlo ridiventare fiore tramite un miscuglio di veleno del serpente morto, ali di api e ‘venuto’ della sua vagina. Il Fiore ricominciò a riprodursi e la ragazza gli diede il nome di Fiore Avvelenato”.

Fiore. Nell’emisfero occidentale il fiore è una delle rappresentazioni principe della vagina, alla quale viene spesso associata una rosa. Ho sempre pensato che la mia assieme a tutte le altre fosse qualcosa di magnifico e bello, una gioia visiva e nettare per le api che vi si posano. Le dinastie cinesi Han e Ming la paragonavano ad un fiore di loto dorato, entrata per il paradiso. La chiamavano anche “rosa nera” perché il pelo pubico abbondante era indice di passionalità e sensualità e se formava un triangolo equilatero era segno di grande bellezza. Chi era priva di peli, era chiamata “tigre bianca”. Altri nomi floreali che usavano in Cina per designare la vagina erano: loto della saggezza, cuore di peonia, peonia appena sbocciata, guanciale di muschio, giglio puro, anemone dell’amore. Le piccole labbra erano chiamate germogli di grano e il mini cappuccio di pelle che copre la clitoride giardino notturno. Nell’antica Grecia la clitoride e le piccole labbra erano indicate come bacca o frutto di mirto, pianta sacra ad Afrodite, il quale aroma veniva associato ai genitali femminili (myrtos significa profumo). Era quindi anche un potente afrodisiaco. Nel testo classico indiano Ananga Ranga le donne, divise in quattro classi, sono celebrate per gusto e forma delle loro vagine. La padmini, donna loto, ha secrezioni sessuali profumate come gigli sbocciati. Oltre al fiore, nella tradizione artistica classica, medievale e rinascimentale europea la mandorla era sinonimo di genitali femminili. In epoca romana questo seme era un talismano per la fertilità, dato che era nato dalla vagina di Cibele, dea della natura, e manciate di mandorle erano lanciate agli sposi. La vesica piscis, di forma simile, per i primi cristiani era la vagina della Vergine Maria. Insomma, tutte sembianze migliori del nome latino “vagina” che sta per “fodero” o “guaina”.

Avvelenato. Avvelenato da veleno di serpente. È un animale che mi ha sempre attratto con i suoi movimenti sinuosi e lo sguardo vitreo. Mi sono anche spesso identificata con Medusa nel corso della mia vita. In seguito ne ho compreso il motivo. La donna, considerata nel mondo occidentale nemica del serpente, in realtà non lo schiaccia sotto i suoi piedi ma incarna il serpente stesso. Le società patriarcali hanno fatto di tutto per distruggere questo animale da Eva in poi proprio perché rappresenta la sensualità e la sessualità della donna. Il Dio biblico disse al serpente “Io porrò inimicizia tra te e la donna”, ed ha mantenuto la promessa fino ai nostri giorni. Il seme della misoginia non è solo colpa della cristianità, ma mise radici nel mondo antico già tra l’XI e il XIII secolo. La dea Serpente delle società primitive e pre-classiche è una testimonianza di come nell’Europa Paleolitica le donne fossero considerate partenogenetiche (come alcune vipere). “Madre di tutti gli Dei che aveva generato prima che il parto esistesse”, recitava l’iscrizione sotto la dea Neith, la prima creatrice, nel tempio egizio di Sais. In diverse comunità del mondo le mestruazioni sono state concettualizzate attraverso riti con la serpe. A partire dall’età classica, il rifiuto delle mestruazioni come sostanza tossica e velenosa ha causato l’allontanamento delle donne dalla vita religiosa, politica e militare. Probabilmente i nostri antenati primitivi ne sapevano più di noi: se si osserva bene, la bocca spalancata di un serpente assomiglia ad una vagina. Il serpente che perde la pelle e si rigenera era l’incarnazione dei misteri di morte e rinascita. La donna deve riappropriarsi della propria sessualità, quindi, parlandone a non finire così che la paura verso il suo enigmatico serpente venga abbattuta e la sua condizione sia alla pari di quella dell’uomo.

Il motivo del blog. I motivi sono tanti. Mi sono sempre trovata a mio agio a parlare di sesso senza tabù e a dare il nome vero alle cose. Questo atteggiamento mi ha stigmatizzata con gli amici e con gli uomini. Perciò spesso mi trovo meglio con gli spiriti liberi, la gente aperta mentalmente, dal lato eccentrico o artistico, come me. Desideravo esplorare me stessa, io che fino all’età di ventisette anni non avevo scoperto molti miei lati nascosti, pur sapendo di avere del potenziale. Non volevo compiere l’esplorazione in solitario ma condividerla con amiche e amici “consenzienti”, provando a smantellare le nostre inibizioni e soddisfacendo le nostre curiosità. A distanza di quasi cinque anni, non so se ci sono riuscita, però sicuramente sono cresciuta molto spiritualmente e nella confidenza a letto. Infine, in alcuni dei primi post, volevo soddisfare le mie fantasie su un uomo che non potevo vedere spesso. Per fortuna, il blog è sopravvissuto a questa storia ed è cambiato negli anni, nei mesi e nei giorni con la solita curiosità che lo contraddistingue. Come un serpente che cambia pelle.

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Il bikini provocava scandalo in spiaggia e può provocarlo ancora

Il bikini è stato il primo indumento femminile a suggerire le forme del corpo nudo pubblicamente. Per vent’anni e più, non ha avuto vita facile sulle spiagge di tutto il mondo. Tra la fine del Novecento e l’inizio del Ventesimo secolo, si passò dalle cabine di legno a ruote in cui le signore si cambiavano ed erano trasportate direttamente in acqua per non essere viste alla nuotatrice australiana Annette Kellerman che già nel 1905 sfoggiava il suo pratico costume intero a maniche corte e pantaloncini cuciti a delle calze nere per essere più veloce nel nuoto. Quest’ultima fu arrestata per indecenza sulla Revere Beach di Boston mentre si allenava per una gara, ma data la sua popolarità da atleta e performer di vaudeville fu scarcerata. Il giudice capì che era per esercizio, però gli chiese di indossare una gonna finché non si fosse immersa nell’acqua. Fu la prima a sdoganare la tenuta da spiaggia femminile sotto il segno della praticità e della velocità. E la prima star nuda di Hollywood. Nonostante questo, quando il bikini fece capolino nella forma atome di Jacques Heim e in quella più famosa di Louis Réard nel 1946, l’ex atleta disapprovò l’invenzione dicendo che rendeva le gambe brutte.

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Annette Kellermann

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Micheline Bernardini nel bikini di Reard

All’inizio solo le ballerine e le donne di spettacolo lo indossarono. Le modelle si rifiutarono in massa per una questione di reputazione. Il due pezzi fu subito bandito nel 1948 dalle spiagge italiane e spagnole, nel 1949 sulle coste atlantiche francesi. Addirittura Miss Mondo lo proibì dal 1951 per cinque anni. Un articolo del 49 dell’Osservatore Romano, giornale del Vaticano, paragonò il bikini ai quattro cavalieri dell’apocalisse e le chiese cristiane lo videro come un oggetto corrotto. Il Vaticano bollò l’atto di indossarlo come peccaminoso. I comunisti lo definirono “decadenza capitalista” e le femministe lo definirono “porcata chauvinista”. Il bikini era così scabroso per il pubblico benpensante che infestò in pianta stabile i giornali per uomini per una decina d’anni prima di essere accettato. Era sexy, comodo e rivelava le grazie delle donne. Una visione paradisiaca. Le “ragazze perbene” non se lo mettevano anche se lo ammiravano al cinema nei film di Hollywood, dove la ragazza col bikini serviva per fare cassa ed era provocatrice di scandalo. È solo alla fine degli anni Cinquanta che Vogue inizia a far comparire il bikini sulle sue pagine (1957) e viene ufficialmente legittimato sulle spiagge negli anni Sessanta. Ursula Andress nel bikini bianco di Honey Ryder in Dr. No (1962) e Raquel Welch nel costumino di pelle e pelliccia in  Un milione di anni fa (1966) diventano delle icone da copiare.

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Ursula Andress in Dr. No (1962)

Il 1964 e il 1974 segnano le date di nuovi scandali lanciati dallo stilista Rudi Gernreich: il monokini ed il tanga. Il monokini era una mutanda dotata di fasce o bretelle che lasciava scoperti i seni. Non ebbe molto successo nella realtà, i pochi modelli sulle spiagge coprivano verticalmente i capezzoli per dargli un’illusione di decenza, ma di sicuro fu il trampolino di lancio per il tanga, la sola micro-mutandina che rivela i glutei, da indossare a seno scoperto. Gernreich lo disegnò in risposta ad un divieto di abbronzarsi nudi sulle spiagge del consiglio municipale di Los Angeles. Prima di allora era stato portato solo dalle “exotic dancers” e dalle burlesquer. Da quel momento in poi, l’abbigliamento da mare si fa senza frontiere e viene accettato pure nell’haute couture (il bikini di fiori di Yves Saint Laurent). I video dei rapper ed in seguito quelli pop pullulano di completi decorati da pailettes, diamanti, borchie, frange ed altro. Se non sono succinti e seducenti, il mainstream non li vuole. Purtroppo non vanno di pari passo le proibizioni a riguardo da parte di governi e comuni. Soprattutto, la spiaggia italiana così come è concepita dai tempi del fascismo non aiuta la libera espressione del corpo. Stabilimenti balneari ed ombrelloni ovunque, poca spiaggia senza padroni e la buon costume nascosta nel DNA del tuo vicino di ombrellone. Tecnicamente, nessuno ti dà fastidio se sei a tette nude però c’è sempre qualcuno che può denunciarti per aver turbato la sua mente. Per non parlare del nudo integrale, ammesso in genere in spiagge vicine a riserve naturali o in località di villeggiatura ma selvagge.

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Life magazine, 1964

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Lisa Taylor e Jerry Hall, foto: Helmut Lang, 1975

L’evoluzione del bikini, comunque, non è finita. Negli ultimi anni, ragazze, donne e anziane indossano la brasiliana, una mutandina che scopre un po’ più della metà dei glutei regalandogli una forma a cuore piuttosto intrigante. È la preferita dagli uomini e la più portata nonostante i difetti fisici che ciascuna può avere. Non sta bene a chiunque, però è da apprezzare che alla maggior parte delle donne non freghi nulla. Alcune non la portano perché dà fastidio tra le natiche o hanno problemi di accettazione con il loro corpo, quindi si buttano sul classico. Infatti, la filosofia che dovrebbe prevalere sulla battigia dovrebbe essere “vado come mi sento” e “sono figa con quello che mi pare”. Un costume intero può essere sexy, come quelli di Pin-Up Stars o Yandy, studiati in modo tale da impreziosire la figura, o avere una striscia simile al tanga sul sedere come questo indossato da Kendall Jenner. Nei 2000 si poneva più enfasi sulla grandezza del décolleté negli anni dieci il sedere è diventato il protagonista indiscusso del corpo di una donna grazie alle Kardashians. Nel caso di Kim, recentemente ha creato scalpore una sua foto dal Messico in bikini che rivela il didietro normale di una donna. Anche lei ha la cellulite, come ognuna di noi, e ciò la mette sul nostro stesso livello. Non ci basta, vorremmo che anche la pubblicità non usasse Photoshop per raggiungere modelli di perfezione inesistenti (notate bene, pure le modelle hanno difetti di cellulite o smagliature). Tuttavia, è scientificamente provato che un completino indosso alla persona giusta vende di più che su una comune mortale. Indi per cui, il problema si rivela spinoso. Tutte vorremmo advertising con corpi simili al nostro ma ci lanceremmo a comprarne i modelli?

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Brasiliana

Le tendenze adesso sfociano sul bondage con lacci e stringhe che si incrociano o legano dietro in un groviglio che solo le magre e le tornite possono permettersi. I bikini assomigliano sempre di più alla lingerie di moda. La realtà è che ognuna dovrebbe crearsi il suo costume per essere sensuale con il proprio stile. Ci sono molti siti che danno questa possibilità come Surania o Kiniswimwear e in Italia La Bikineria. Beachcandy ha anche l’opzione “coprire le cicatrici”, per quelle di noi che hanno subìto un intervento al seno, si adatta a 5 tipi di silhouette, si informa sul tuo grado di abbronzatura, e ti chiede pure qual è la caratteristica di punta del tuo corpo e quale il difetto che ti preoccupa maggiormente. Peccato sia una semplice guida ai suoi modelli già pronti, altrimenti sarebbe un configuratore ideale.

Che sia costume intero, bikini, trikini, monokini, tanga che scegliate, l’importante è sentirsi a proprio agio e seducenti come una Nicki Minaj sirenetta nel video di Bed.

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Nicki Minaj, Bed (2018)

 

 

 

Il sesso occasionale serve solo all’autostima

Sembra essere la moda dell’ultimo decennio. Ho fatto sesso con tizio, caio e sempronio. Il rapporto a due è noioso, bisogna uscire fuori dagli schemi, qualche scappatella, dirlo o non dirlo al partner. Facciamo i moderni, confessiamoglielo: ahi. Facciamo i fedifraghi, non riferiamoglielo: doppio ahi. Pare la cronaca isterica delle vicissitudini di varie relazioni moderne, ma in realtà è ciò che propinano i giornali cosiddetti “femminili”, nel disperato tentativo di essere all’avanguardia. Purtroppo o per fortuna, la realtà non è una sola, come la “verità”, e una pagina di carta stampata con un tipo e una tipa longilinei e freschi che si dimenano in uno spazio asettico minimal chic dal gusto statunitense (bianco, grigio e nero di solito) è solo da riciclo.

Sesso “occasionale”, lo dice la parola stessa, è attività fisica che si compie ad occasione. E mi sento di specificare che una volta basta e avanza. Perché in genere c’è un motivo per cui lo si fa con quella persona UNA volta sola. Se si è fortunati, il seguito non c’è. Se invece si è “possibilisti”, si capisce ben presto perché il fato ci stava riservando una notte o un giorno da non ripetere. Alcune volte il motivo può risiedere in una frase, altre in un atteggiamento, altre ancora in un carattere. Bello quando si “crea la situazione”, più macchinoso quando si organizza. In questo ultimo caso, non si può definire un rapporto occasionale, se perpetrato spesso con il medesimo tizio. È una sorta di stramba abitudine che assomiglia ad una relazione.

Ma qual è il motivo per cui si va con una persona? Se si è sani di mente, non sussiste alcuna ragione particolare. È istinto del momento. Vorrei tanto affermare che non è per tutti, però non posso. Dopo aver rotto il ghiaccio, anche per i più reticenti, non è niente di trascendentale. Tutti sono in grado di farlo. Molte persone in coppia si arrabbiano se scoprono il tradimento di un attimo, tuttavia, se non sussiste alcun genere di sentimento, il coinvolgimento è minimo. Pochi minuti spensierati e solitari di pura wildness.

A che serve allora? A parte scacciare via eventuali pensieri malefici o un periodo no, è utile all’autostima. Nell’after sex vi sentite energizzati ed in pace. Come se aveste esorcizzato qualcosa. Equivale ad un piccolo sfogo. Non è un caso che le divinità di diverse culture usassero il sesso con gli umani come mezzo per liberarli dalle proprie preoccupazioni. Il sesso occasionale è uno scacciapensieri. Un sentirsi fighi, un autosollevarsi. Il partner che ci sta davanti è un mezzo per raggiungere la vetta della spensieratezza.

E dato che rappresenta la libertà di fare ciò che ci pare, è demonizzato dalla società. I giornali spesso stanno dalla parte dei lettori per vendere. In Italia a tutti è successo almeno una volta (se non è così, correte ai ripari, sempre con gente che vi eccita), però al solito la donna è un puttanone e l’uomo è un leone. Pure i milioni di film americani sul tema, rivelano la natura conservatrice di questo Paese, Land of (fake) Freedom. Casual Sex, filmetto anni Ottanta sul tema, termina con un discutibile lieto fine.  E ancora Seeing Other People, No strings attached. Persino Trainwreck della stand up comedian americana Amy Schumer ritorna allo status quo. Bisogna per forza chiudere il cerchio, sistemarsi, innamorarsi e levarsi dalla “zona di caccia”.

Grazie agli dei, la vita non funziona così. E ci regala scariche di adrenalina quando meno ce lo aspettiamo!

 

 

La provocante dolcezza di Marco Chiurato

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Marco Chiurato è un artista contemporaneo che non conoscevo. I suoi lavori mi sono stati consigliati da una mia amica delle sue parti (Marostica, in provincia di Vicenza) che sta sempre sul pezzo. Le sue opere esplorano diversi temi importanti come violenza sulle donne, mafia, razzismo, suicidio, morte, con un velo ironico, satirico ed irriverente. Ma l’argomento più interessante al quale si è dedicato e che in Italia suscita sempre scalpore è il sesso. “Il sesso rimane un tabù quando oltrepassa i muri delle nostre case”, afferma.

Nell’ottobre del 2007 ha dato il via a Sexhibitionism, una mostra che a dispetto della facile interpretazione del titolo, parla di corpi mercificati: schiere di feti con caratteristiche adulte sovrastate da spermatozoi in corsa (Bambini Diversi), spermatozoi riprodotti in serie su un quadro formato parete (La Giusta Direzione), peni eretti in fila come piccioni sulla ringhiera di una fontana (Uccelli di Bosco), calchi di seni e sederi variegati uno accanto all’altro, gambe divaricate di donne a vulva scoperta uncinate e pendenti come nella cella frigorifera di una macelleria (Macello), vagine volanti ingabbiate in una prigione (Burqa), un Cristo con seno di donna col pene eretto (per il quale è stato iscritto nel registro degli indagati della Procura di Bassano). Il tutto è pervaso da poche luci calde e rosse, e da molte fredde e verdi, inquietanti come i messaggi veicolati (video mostra qui).

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In 100% Zucchero Marco è tornato al suo mestiere originario di pasticcere e ha usato glassa di zucchero bianco dentro una sac à poche per decorare i corpi di modelli come se fossero delle tele bianche. Lo zucchero è il suo materiale base per eccellenza, che ha imparato a padroneggiare nella pasticceria di famiglia. Racconta in un video che è nato e morto all’interno di quest’ultima, e poi dopo tre giorni l’Arte l’ha resuscitato, come una sorta di Gesù Cristo. Lo zucchero sottolinea l’imperfezione perfetta dei corpi di ogni tipo scelti dall’artista ed esalta la loro diversità come un qualcosa di prezioso.

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Nel 2014 ha programmato un rapporto sessuale gay in pubblico con scaglie di cioccolato e zucchero che si staccavano dai due amanti per denunciare l’omofobia. Recentemente ha allestito nel centro di Marostica “Sexy Shop – Vietato ai minori di 18 cm“, un negozio di sex toys e lingerie piccante solo all’apparenza, che una volta dentro si trasforma in una galleria d’arte di oggetti particolari come saponette-cetriolo a forma di glutei, bombe atomiche-ciuccio, o una video-installazione in cui Chiurato cammina nudo in una giungla e si accoppia con foglie vulva. L’obiettivo dei suoi lavori è quello di provocare una reazione nell’osservatore, per questo l’artista si autodefinisce “potenzialmente colpevole“. Perché l’arte dipende sempre dall’interpretazione che sta nell’occhio di chi guarda.

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Come sei passato dalla pasticceria all’arte?

Sono passato dall’arte della pasticceria alla pasticceria dell’arte per mescolare gli ingredienti del cuore e del cervello.

Sexhibitionism è stata la tua prima opera a sfondo sessuale?

Ti stai sbagliando! La mia prima opera a sfondo sessuale l’ho fatta a 18 anni in Spagna. Ero in spiaggia con una ben capitata, non avevo il preservativo e ho dovuto mettere in atto la creatività per avere il mio primo rapporto sessuale. Ho realizzato un preservativo con la pellicola trasparente per alimenti. Il marsupio è un oggetto che ti rende sfigato ma al momento giusto contiene ciò che non contiene la tua borsa.

Quali sono secondo te i tabù più forti che ha la nostra società riguardo al sesso?

Ti posso dire i miei. Io ho 40 anni suonati, ancora oggi mi vergogno a farmi vedere nudo da mia madre anche quando “il mio uccello sta pescando”, ma per assurdo proprio l’altro giorno ho presentato un video in una mostra dove volteggio per un bosco nudo a fare sesso con le foglie. Queste hanno la forma della vagina e quando le vedo mi trasformo in un “Botanico Seriale”. Io dono alla foglia anidride carbonica e lei mi restituisce ossigeno. Mia mamma è entrata e si è messa di fronte alla proiezione “in Erezione” e in quel momento non ho provato vergogna. Lei si è vergognata nel vedermi nudo in quel frangente ma non proverebbe imbarazzo nella stessa situazione a casa. Penso che i tabù siano dovuti solo alla paura di essere giudicati. Prendiamo mio padre, per esempio. Non mi ha mai parlato di sesso e se vede in tv una scena spinta in mia presenza, cambia canale. Ma, cazzo papà, non credo che quando mi hai concepito stavi a fare il “missionario” in Africa e tantomeno avevi messo il burka al cazzo perché ti vergognavi!

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Hai cercato di rompere qualcuno di questi attraverso le tue opere?

Con Sexhibitionism, un’installazione che parlava della mercificazione dei corpi con ben 530 calchi di figa e di tette, e ultimamente con il finto sexy shop. Non ti spiego la prima perché ci vuole un foglio A4 e chi adora il sesso non ama leggere ma adora arrivare subito al sodo.

Lo zucchero bianco è solo una decorazione o anche una metafora?

Puoi trovarci tutte le metafore che vuoi. Posso raccontarti che lo zucchero è sinonimo di fragilità, che ho usato quello bianco perché non l’avevo di canna, e che, ancora, lo utilizzo perché sono razzista, ma la risposta vera è che l’artista è un grandissimo bugiardo!

In cosa consisteva la tua recente provocazione intitolata Sexy Shop a Marostica? Quali sono state le reazioni? È successo ciò che ti aspettavi?

Come ti dicevo, chi ama scopare non ama leggere, se fosse stato al contrario non avrei risposto due domande fa. Stiamo parlando di un’installazione artistica camuffata da finto sexy shop. È stato interessante vedere che chi ama il fallo quando entrava rimaneva deluso dagli oggetti poco funzionali. Infatti, si è trovato di fronte ad una serie di opere emozionali che parlano del maltrattamento della donna. Ed è stato esilarante constatare che chi ama l’arte non entrasse perché fuori sembrava a tutti gli effetti un sexy shop vietato ai minori di 18 cm e si perdeva la mostra. Eh, i tabù…di avere meno di 18 cm.

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Ti senti accettato dalla tua comunità nonostante il tuo ruolo di artista provocatore di coscienze?

Certo, le mie ammiratrici più accanite si aggirano, non per casa, ma attorno ai 70 anni.

Dato che fai questo mestiere da diversi anni, senti di aver scosso delle coscienze grazie alle tue opere?

Penso di NI.

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Negli anni l’atteggiamento sessuale pubblico degli italiani è cambiato in positivo o negativo?

È cambiato l’atteggiamento pubblico degli italiani rispetto all’atteggiamento sessuale degli stupratori.

Qual è il nostro più grande problema a livello intimo?

Non avere l’harem.

Su cosa stai lavorando in generale?

Sto realizzando un’opera, o meglio devo realizzarla durante una gang bang, però non posso dire di più. Non è uno scherzo.

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La Carmilla che è in noi

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Claudia, “Intervista col Vampiro” (1994)

Il vampiro è poi incline a essere affascinato, con crescente veemenza, simile all’amore, da particolari persone. Per raggiungere queste persone il vampiro ha una pazienza inesauribile e attua i più sottili stratagemmi, perché a volte incontra centinaia di difficoltà per arrivare alla meta. Il vampiro non desiste fino a quando non soddisfa la propria passione e prosciuga la vita della sua vittima. In questi casi il vampiro protrae più a lungo possibile questo godimento omicida, con la raffinatezza di un epicureo, e accresce il proprio piacere con un assiduo corteggiamento. In casi simili sembra anelare alla comprensione e al consenso. In tutti gli altri casi, invece, il vampiro va dritto al suo scopo, paralizza la vittima con la violenza, strangolandola e dissanguandola in una sola volta“. – Carmilla, Sheridan Le Fanu

“Siamo tutte vampire, ecco perché oggi non ce ne sono più!”, esclama una mia amica esperta di letteratura vampirica al telefono. Io rido divertita. “Ma pensaci no? Possiamo andare dove ci pare, vestirci come ci pare e parlare come più ci aggrada”. In linea di massima è vero. Rispetto a centoquarantanove anni fa (Carmilla è stato scritto nel 1872),  le donne sono libere di fare quello che vogliono. Eppure se l’aborto in Italia è rimesso in discussione e Asia Argento non viene considerata vittima ma colpevole di un abuso, significa che questo Paese non è tanto in salute. Il famoso detto “uno Stato civile si riconosce da come tratta le donne” vale ancora. Questa estate i femminicidi sono stati all’ordine del giorno (e continuano, in barba alla scusa “è colpa del caldo”) e il revenge porn alla Tiziana Cantone dilaga.

Nell’Ottocento le donne-vampiro erano quella categoria femminile che si “opponeva” alla società. Le cosidette “fallen women” (donne decadute) potevano essere aristocratiche avventuriere, vedove senza soldi, prostitute, donne internate in manicomio. Figure negative marginalizzate dalla società vittoriana, la prima ad industrializzarsi in maniera moderna, perché non rispondevano ai canoni della famosa “donna angelo” dedita alla casa e alla famiglia. La donna “libera” era temuta, dato che non conosceva padroni. La contrapposizione tra questi due aspetti è ben evidenziata prima da Goethe nel suo Faust con Lilith, la lussuria, e Margherita, l’amore, e poi da Stoker con Lucy, ragazza “disinvolta” che viene subito presa da Dracula e Mina, spirito gentile, difficilmente soggiogabile dal conte. La femmina sfrontata è subito punita e condannata ad essere una succhiasangue che attrae nelle sue grinfie preti novizi (come il protagonista di La Morta Innamorata di T. Gautier) e ragazze aristocratiche annoiate (come Laura in Carmilla di Le Fanu).

Il problema è centrato perfettamente dal dipinto “Lady Lilith” del preraffaellita Dante Gabriel Rossetti nella versione più sensuale e aggressiva con la modella Alexa Wilding. Nel dipinto Lilith si pettina i lunghi capelli mossi guardandosi ad uno specchio. L’espressione è di una persona che ha la sua vita in pugno. Una sensualità consapevole che spiazza e ammalia l’uomo ottocentesco. Una figura autonoma responsabile del proprio piacere. Un erotismo non riproduttivo che eccita, intriga e terrorizza il maschio moderno. Davanti alla donna vampiro si sente affascinato ed inutile allo stesso tempo.

Quante volte ci è capitato di essere definite “spregiudicate” per aver preso l’iniziativa con un uomo? Alcuni ci hanno ammirato, tanti giudicato. Non fa differenza in quale contesto, se amoroso o sessuale. Gli amici ci hanno guardato con timore/reverenza/disgusto e pochi uomini ci hanno compreso. Questo perché ancora nel mondo di oggi (mi riferisco in particolare a quello italiano) non ci è concesso di vivere come desideriamo senza cadere nella rete del pregiudizio, che non sempre è manifesto, e spesso viene sfogato in modo violento via social e con l’omicidio nei casi più estremi.

E siamo anche scambiate per vampire, demonesse strappamutande Empusa style (“colei che comprime”, mostro ellenico che terrorizza o divora), se ci comportiamo con sicurezza, facciamo sexting spinto o lo prendiamo in bocca ad un uomo di nostra volontà. Non possiamo essere una delicata Beatrice con le proprie fragilità, ma siamo sicuramente delle puttane dissolute che dopo un appuntamento ne hanno un altro e ancora un altro fino alla fine della notte. Siamo indomabili e zingare come una tribù nomade che si sposta da una parte all’altra di un continente. Che poi “puttana” o “troia” siano termini troppo complimentosi, non passa nell’anticamera del cervello di chi li lancia, donna o uomo che sia. Presume un’esperienza che chi non lo fa di mestiere, non ha, e fa sorridere quando non è detto con cattiveria.

La maggior parte delle volte la leggenda è superiore alla realtà. Siamo delle creature soggette ad interpretazione come la Lamia di John Keats, dall’ambigua natura, buona o malvagia, che muore proprio nel momento in cui si vede negata la sua individualità. La libertà di scegliere, di autodeterminarsi non è ben vista pure adesso alla luce di fenomeni come lo slut-shaming, una sorta di caccia al vampiro digitale. Tutti hanno scheletri nell’armadio ma la società li autorizza a diventare cacciatori di presunti vampiri per esorcizzare i propri mostri. Come succedeva nell’Ottocento con la letteratura gotica e i penny dreadful (“spavento da un penny”, racconti gotici e non a puntate), i mostri erano un mezzo per sfogare le difficoltà di una vita borghese morigerata. Erano specchi di “malattie” sociali.

Quando qualcuno vi guarda ammirato e dice “Vorrei avere la libertà che hai tu”, significa che non sa di cosa stia parlando. Essere liberi è un sacrificio come stare insieme a qualcuno. Anche la vampira non è libera, per sopravvivere deve succhiare sangue. La femme fatale deperisce nella vecchiaia e copre gli specchi di casa come la Contessa di Castiglione. La temeraria sbarazzina deve essere in grado di sopportare bene la solitudine. E sotto i canini può nascondersi una grande insicurezza come Carmilla, “trasformata” alla tenera età di sedici anni ad un ballo in maschera.

Se odorassimo di fiori, saremo tutti dei saponi

©Manuela Nunù Giarelli

Facendo una breve ricerca su Google se inserite la dicitura “odori genitali”, sia in italiano che in inglese, vi accorgerete che le donne e le riviste si preoccupano più dell’odore di una vagina che di quello di un pene. Quante volte abbiamo fermato un uomo nel donarci un cunnilingus proprio perchè non sicure al cento per cento delle emanazioni della nostra vulva? Tante. La percentuale degli uomini che ci ha bloccato nello scendere per una fellatio? Pari allo zero. La vecchia questione maschilista dell’uomo “deve puzzare”, è probabile rientri in questo sbilancio di comportamenti, ma non ne è la sola causa. Siamo sempre spinte verso un’igiene intima immacolata, soprattutto per il periodo mestruale, ma molte di noi non sanno nemmeno com’è fatto il loro organo. Non ci guardiamo e non comunichiamo con la vagina, a differenza degli uomini che arrivano pure a dare un nome proprio al loro pene. Come facciamo a lavarci bene se facciamo finta di non vederla?

L’ambiente in cui viviamo ci ossessiona nella detersione continua delle parti intime pure per un motivo di autodifesa. Molte di noi si presentano dal ginecologo solo quando c’è un problema serio. Rifiutiamo talmente il nostro bel apparato che non sappiamo nemmeno come funziona e ci sembra totalmente assurdo che una studentessa e ricercatrice universitaria del Wisconsin abbia potuto fare uno yogurt con la sua flora vaginale. Eppure è successo. The Order of Yoni (genitali femminili in sanscrito), un birrificio polacco, ha creato la birra Bottled Instinct con la flora della modella ceca Alexandra Brendlova e stanno cercando fondi per la distribuzione su Indiegogo. Un motivo esiste sicuro. Ed è quello che la nostra vagina è un ricettacolo di batteri, presenti in maggioranza nella forma probiotica (viva) di lactobacilli. Il lactobacillo fermenta gli zuccheri in acido lattico che la mantiene leggermente acida, col pH di 4.5. Il suo odore naturale è stantio in modo lieve per il sudore che si sviluppa nei suoi angoli e fessure.

Dopo tutto ciò, nel suo già miglior giorno, la mia fica puzza come un piccolo animale da cortile, ok? Non come un grande, fottuto lama, che mastica, sputa e puzza. No! Piccolo. Come una capra. Le compri le crocchette, sai, e la nutri e lei *lecca la mano* – AAh, l’ha mangiata! – Non ti disgusta, ma vai alla ricerca di un lavandino. Piuttosto presto. Sarebbe bene piuttosto presto. Perchè puzza. Questo nel suo giorno migliore.
Nel suo giorno peggiore, dopo una perdita di sensi, è l’ISIS. È ridotta di merda, ragazzi.È pessima. Ma sapete una cosa? Va bene.
Questa è la natura di una fica. Vero?” – Amy Schumer, The Leather Special, Netflix

Il suo “profumo” non dipende soltanto dai batteri ma anche dall’igiene quotidiana, dalla dieta seguita, dagli indumenti indossati (naturali o sintetici). L’odore inizia a distinguersi nella pubertà. Le ghiandole apocrine, che sono sudoripare, si attivano e secernono una sostanza lattiginosa e spessa, inodore, ricca di grassi, che si mescola con i batteri. Questa è svuotata nei follicoli piliferi che ne accrescono l’odore. Un “effluvio” vaginale normale può sentirsi a un metro di distanza. L’aroma standard fa impazzire gli uomini a causa dei feromoni, che devono generare interesse sessuale. Inoltre il nostro apparato si autopulisce con le fuoriuscite di colore bianco e giallino che espellono batteri e germi. La vagina è un organo in continua funzione che non può odorare e sapere di Cif per essere a posto. Deve sapere ed odorare di qualcosa per essere vivo. Ma a parte la composizione, ogni vagina ha la sua essenza caratteristica. Perchè molto dipende da ciò che mangiamo. Ogni odore è il risultato del metabolismo dell’essere umano e di quello che metabolizzano i batteri. Preoccupatevi solo se sa di pesce (possibile vaginosi) o di marcio (tampone o residui di tampone rimasti al suo interno).

Così come il pene. Può sapere di salsiccia (non scherzo), unito a un gusto metallico, di sudore, un po’ salato, di pelle. Anche l’organo maschile è costituito da ghiandole apocrine e in fatto di odore e sapore valgono le stesse informazioni sviscerate per la vagina, ad eccezione delle caratteristiche che rendono unico ciascun organo.

Allo stato naturale puzziamo. Ciò non significa che dobbiamo lasciarci andare come il relitto di una nave pirata fantasma. O vendere le nostre mutande usate online come fanno i giapponesi (ora di moda pure negli USA), soprattutto le ragazze dai diciotto in su, sfruttando i feticismi di particolari consumatori. Bisogna lavarsi, sì, e spesso. Non fino allo sfinimento perchè salviette detergenti intime, imbevute di alcool, irritano vulve e peni, ed è meglio non profumarsi di nulla se non di saponi dal pH stabile. Ma non siamo delle saponette in mezzo al bucato lindo e pinto. Il nostro odore, quando sano, è distintivo. Con un partner fisso ci abituiamo a quel tipo di odore fino ad adorarlo ed identificarlo come suo “riconoscitivo”. Dobbiamo farlo anche con noi stessi. Amiamo, rispettiamo e “guardiamo negli occhi” i nostri organi, prendendo atto del nostro essere animali.

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Oltre le Sfumature e l’ignoranza: il sano benessere del BDSM secondo Ayzad

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Ayzad

 Ho conosciuto il lavoro di Ayzad un anno e un mese fa su Wired, in un articolo sulla breve durata delle relazioni estreme. Sono sempre stata incuriosita dal mondo BDSM ed i suoi meccanismi (nello specifico, post Giochi di Ruolo). Il primo incontro con quest’arte sessuale l’ho avuto all’università con il tomo di Valerie Steele Fetish: Fashion, Sex and Power, che evidenzia la stretta connessione tra moda e feticismo, essendo la prima già in sé una fantasia estrema. Tuttavia, solo con il libro I love BDSM di Ayzad sono riuscita ad umanizzare le pratiche sessuali riunite sotto questo acronimo.

Ayzad è giornalista, scrittore ed esperto di sessualità alternative, che pratica il BDSM da trent’anni. Qualcuno direbbe che è una sorta di Mr. Grey italiano ma mi permetto di dissentire. A differenza del ricco belloccio appassionato di fruste, è un uomo sano senza traumi freudiani a giustificazione delle sue “abitudini” sessuali. Si è avventurato nel BDSM per curiosità e divertimento, non di certo per noia e desiderio di dominazione.

Come hai scoperto il BDSM?

Il primo contatto col BDSM vero e proprio l’ho avuto a 18 anni, scoprendolo prima attraverso le poche riviste a tema che circolavano in Italia a quei tempi, e subito dopo visitando un club per appassionati dove mi sono potuto rendere conto che la cultura dell’eros estremo fosse ben diversa dalle rappresentazioni violente e malsane che ne davano i media.
Se invece ci riferiamo alle prime intuizioni che ci fosse qualcosa di interessante nel legare belle ragazze e far loro di tutto, dobbiamo tornare a molti anni prima, quando, fra una caccia al dinosauro e l’altra, noi bambini ci rilassavamo guardando in televisione Le avventure di Penelope Pitstop , un cartone animato dello stesso studio dell’Orso Yogi che era inesplicabilmente strapieno di scene di bondage. Comunque, a conti fatti, sto continuando a studiare e scoprire il BDSM tutti i giorni.

Lo pratichi da trent’anni in un paese come l’Italia in cui è arduo vivere liberamente la propria sessualità. A che tipo di difficoltà sei andato incontro?

La causa comune di ogni difficoltà è l’ignoranza, che travisa un’arte, intensa finché vuoi ma basata sul rispetto reciproco e la sicurezza, in un’aberrazione inaccettabile. Capita allora di incontrare persone che si rifiutano di studiare e comprendere il BDSM e lo praticano in modo malsano, altre piene di pregiudizi che si arrogano il diritto di giudicare la vita privata altrui e di “punirla”, ma anche individui folli o che sfruttano in malafede questa ignoranza per proprio tornaconto.
Sul mio sito trovi per esempio tutta la documentazione di una gogna mediatica che ho patito per mesi semplicemente perché avevo accettato l’invito di un’università a tenere una conferenza sul tema. La cosa è finita in nulla quando il paladino cattolico più livoroso nei miei confronti è stato (ri)arrestato per prostituzione minorile gay e il Parlamento ha respinto l’interrogazione con cui un senatore, noto per cercare periodicamente di rifondare il partito fascista, aveva proposto di vietarmi la parola nelle istituzioni scolastiche.

Stai percependo negli ultimi anni un cambio d’atteggiamento verso le pratiche sessuali alternative e il modo di relazionarsi con esse?

Assolutamente sì. Se l’ostacolo è costituito dall’ignoranza, col cambio di secolo la facilità di informazione e di socializzazione consentita da Internet ha trasformato radicalmente il panorama dell’eros in generale. È triste che l’educazione alla sessualità venga più dal porno online che dalla scuola o dalle famiglie, ma si tratta comunque di un enorme passo avanti rispetto a quando non c’era nemmeno quella. L’effetto di questo cambiamento si percepisce chiaramente vedendo l’approccio molto più sereno alla sessualità delle nuove generazioni, che per esempio non si fanno alcun problema a partecipare anche a eventi dedicati come Sadistique, dove oltre a giocare, esibirsi e conoscere nuovi partner si approfitta dell’occasione per imparare e confrontarsi sul piano intellettuale. Peccato che esista anche l’opposto, cioè individui gretti che usano Internet solo per confermare e alimentare la propria misoginia e l’odio per le minoranze. Fenomeni come il berluscon-trumpismo, il femminicidio e i cosiddetti “stupri virtuali” sono un’espressione della loro refrattarietà nei confronti di cultura ed empatia. Per fortuna, le persone sane sono in maggioranza.

Ti celi dietro un nome d’arte. È normale nel BDSM averne uno o ci sono alcuni che mantengono il proprio nome e cognome? Non ti sembra una contraddizione in termini essere riconosciuto a livello nazionale come un’autorità in sesso estremo, quindi disinibito, e nasconderti dietro a un nome fittizio?

Il nom de plume ha diversi motivi, dalla banalità di quello anagrafico al desiderio di garantire un po’ di privacy alla mia famiglia e alle persone che mi sono vicine: tutto sommato non faccio che seguire l’esempio di Sting, Madonna o Zerocalcare.
Ciascuno di noi vive quotidianamente tante identità e tante maschere, a seconda della situazione in cui si trova. A pensarci bene, potersi scegliere il nome da dare alla propria identità erotica è anche un privilegio, no?

Nel tuo libro si parla subito di tenerezza e amore come elementi quasi imprescindibili di quest’arte sessuale, per questo è fondamentale, se già lo si ha, chiedere prima al proprio partner se non gli dispiaccia addentrarsi in questa avventura. Hai trovato l’amore col BDSM o l’hai ritrovato?

L’ho trovato incontrando le mie compagne di vita e lo ritrovo ogni volta che ci concediamo il lusso di donarci reciprocamente, mettendo a nudo le nostre anime più sincere. In onestà, trovo inconcepibile vivere incontri così profondi e non innamorarsi di chi ti affidi letteralmente la propria vita, o di chi si prenda la responsabilità di dirigere ogni tua sensazione ed emozione.

Illustra le regole basilari per non farsi male.

Restare coi piedi per terra; ricordare sempre che il partner è una persona e non un oggetto per i nostri piaceri; studiare prima di passare alla pratica. Probabilmente avrai sentito parlare di SSC, acronimo che sta per “sano, sicuro, consensuale” – sono principi che non sarebbe male seguire anche fuori dalla camera da letto, ma quando si parla di attività per definizione estreme è ovvio che preparazione e buon senso diventino indispensabili.

Qual è la pratica amata sin da subito dai neofiti del BDSM?

Non saprei risponderti. Il bello dell’eros estremo è che racchiude infinite interpretazioni, pratiche, varianti: ciascuno di noi è diverso ed è normale che sia attratto da pratiche differenti, che altrettanto normalmente cambiano col tempo, le situazioni e i partner con cui si condividono.
In compenso posso dirti quale sia l’aspetto più apprezzato da chi il BDSM lo conosce a fondo: è la serenità derivante dal lasciarsi alle spalle mille ipocrisie, atteggiamenti e pensieri che si pensavano imposti dalla società, ma che alla fine si rivelano essere solo fardelli personali del tutto superflui.

Hai scritto un libro noir sull’argomento, Peccati Originali, nel quale ci scappava il morto per una pratica estrema finita male. Qual è l’incidente più clamoroso che è accaduto nella storia di quest’arte sessuale?

Sfogliando i giornali capita con una certa frequenza di incontrare notizie tragiche legate a “giochini strani”, ma leggendo meglio ci si accorge sempre che non si tratta di BDSM, bensì di persone che agiscono in maniera improvvisata, imitando i video porno visti online o senza una vera preparazione. Se si guarda la cosa da un punto di vista statistico e si considera che il 10% della popolazione ama l’eros di dominazione e sottomissione, ci si rende conto che rispetto al totale dei giochi fatti le sciagure che arrivano in cronaca siano un numero così irrisorio da essere la dimostrazione stessa di quanto sia efficace la cultura di sicurezza e rispetto promossa dai praticanti di BDSM.
Se vogliamo abbandonarci alla morbosità, comunque, la pratica sessuale più pericolosa in assoluto non fa nemmeno parte del BDSM ed è il breath control, l’asfissia autoerotica, che ammazza una media di tre persone ogni giorno in tutto il mondo.

Di mestiere fai anche il personal coach, sai riconoscere a primo impatto dominatore e sottomesso?

Per quello non serve essere un coach. Dopo un po’ che si frequenta l’ambiente di chi pratica BDSM, si impara a riconoscere quasi istintivamente le preferenze altrui. La cosa più divertente e utile è identificare le diverse inclinazioni fuori da quell’ambiente.

Che tipo di richieste di consulenza ricevi dalle aziende che affrontano il mercato delle sessualità alternative?

Si va da consulenze di marketing (il BDSM è molto usato in pubblicità, anche in modi molto sottili) a studi di prodotti, dalla creazione di eventi e ambienti a tema a necessità davvero molto particolari. La maggior parte delle richieste tuttavia arriva ancora da parte di chi è convinto che “quelli che fanno le robe strane” siano un ingenuo mercato di polli da spennare, e finisce col ritirarsi con la coda fra le gambe quando capisce che si tratti invece di persone abituate a esercitare un bello spirito critico.

Secondo te, moda, fetish e BDSM sono spesso strettamente collegati per il concetto di costrizione e travestimento che hanno alla base?

I primi due senz’altro: a conti fatti, il fetish non è altro che “la moda” quando sensualità e seduzione vengono spinti ai massimi livelli. Nel BDSM i giochi di ruolo e i loro abbigliamenti costituiscono invece più uno strumento che aiuta a lasciarsi alle spalle le proprie identità quotidiane, permettendo così di immergersi nello spirito erotico senza trascinarsi dietro inibizioni, preoccupazioni e magagne varie.

Perché c’è un’ampia diffusione di moda fetish e pratiche BDSM nel Regno Unito?

In effetti a partire dagli anni Novanta il Regno Unito si è affermato come la patria del genere fetish, con la presenza di parecchi stilisti e negozi di fama mondiale concentrati soprattutto a Londra, dove addirittura Holloway Road era soprannominata da tutti “Fetish Street”. La base è stata posta dalla leggendaria repressione sessuale degli inglesi, sublimata fin dal tardo Settecento nella fissazione per la disciplina corporale, che non a caso nel resto del mondo era chiamata “vizio inglese”. Se pensiamo che nelle scuole britanniche le bacchettate hanno cominciato a essere vietate solo a partire dal 1987 (e dal 2003 in certi territori), è facile intuire quanto radicato sia un certo immaginario nella cultura locale. Questo ha generato una richiesta di dominatrici professioniste, che praticando un’attività legalizzata si facevano aperta pubblicità. Quando ancora esistevano le cabine telefoniche, per esempio, era normale trovarle tappezzate di tart cards, cioè volantini che facevano a gara per attrarre l’attenzione dei potenziali clienti. Il modo migliore per spiccare era mostrarsi addobbate con look spettacolari, quindi alcuni artigiani si erano specializzati fin dagli anni Sessanta nel creare abiti che oggi chiameremmo fetish. Dove ci sono abiti, ci sono anche i relativi appassionati, così a Londra sono nate anche diverse riviste rivolte a quel pubblico, ottime per permettere alle suddette signore e ai suddetti artigiani di farsi pubblicità. Le pubblicazioni impiegavano fotografi che hanno contaminato con i loro scatti il mondo delle gallerie d’arte; questo immaginario culturale è tracimato nella scena del clubbing con organizzazioni colossali quali Torture Garden. Chi andava nei locali voleva vestirsi in quel modo, quindi sono nate le boutique fetish. E così via. È stato un vortice che si è autoalimentato per parecchio tempo. Adesso il fenomeno è un po’ in calo.

L’aspetto più interessante è come tutto ciò abbia contribuito a favorire l’apertura mentale della popolazione nei confronti delle sessualità alternative. In fondo è stato in gran parte effetto di una legislazione senza ipocrisie nei confronti della prostituzione, che ha generato un indotto commerciale tale da farci ritrovare qui a parlarne ancora oggi. Chissà cosa sarebbe successo se anche la leggendaria moda italiana si fosse potuta permettere di esplorare certe direzioni.

Da giornalista ti devo chiedere perché ti autodefinisci “giornalista pentito”?

Vivo da sempre di scrittura e per moltissimo tempo ho amato le redazioni. Una dozzina d’anni fa però la professione di giornalista si è rapidamente svalutata: la ricerca e l’analisi delle notizie è pressoché sparita a vantaggio del rigurgitare comunicati stampa che fanno solo l’interesse dell’azienda o del politicante di turno. Più recentemente si è inoltre affermato il fenomeno del clickbaiting e delle “notizie” concepite esclusivamente per creare ansia, odio o paure con cui tenere avvinto il pubblico, privi di alcun riguardo per il suo benessere. 
Se ci aggiungiamo pure le condizioni economiche vergognose alle quali sono assoggettati i cosiddetti “creatori di contenuti”, puoi capire perché abbia avuto un riflusso di amor proprio, buttato il tesserino e preferito dedicare il mio tempo a produrre qualcosa che faccia invece star bene la gente, o per lo meno la diverta. Le migliaia di email ricevute in questi anni da chi ha tratto beneficio dai miei lavori suggeriscono che abbia fatto la scelta giusta…

Molte ragazze ma soprattutto donne adulte inesperte andranno a vedere 50 Sfumature di Nero a San Valentino. Hai qualche consiglio da dispensare per una corretta visione di una storia dove il BDSM “praticatovi” è pura fantasia?

Lo stesso consiglio che do a chi guarda porno ed altri tipi di spettacoli: se ti piace questa fantasia goditela, ma ricorda anche che si tratta di fiction. Nella vita reale a guidare come Vin Diesel si finisce dal carrozziere con un conto chilometrico, sposarsi una persona che ti ama dà molta più soddisfazione che sbavare dietro alle star del cinema. Per divertirsi col BDSM non servono attici ed elicotteri, ma solo un approccio sano alla cosa, che si può apprendere anche da un libro.

E poi dai… come si fa a provare del desiderio per una bietola sociopatica come il sig. Grey?

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