Le sirene fanno parte di questo mondo

Il mio primissimo film Disney che ho visto al cinema è stato La Sirenetta (1989). Prima che arrivasse Belle de La Bella e La Bestia, era lei la mia preferita, oltre che ad essere il primo cartone animato Disney in assoluto che vedessi sul grande schermo. Crescendo, l’ho sempre rivista con piacere, identificandomi con lei, soprattutto nei periodi in cui mi sentivo intrappolata: routine, relazioni, vita in generale. La canzone intitolata La Sirenetta aveva una particolare presa sulla mia anima da curiosa esploratrice: “Ma un giorno anch’io, se mai potrò esplorerò la riva lassù, fuori dal mar, come vorrei vivere là”. Mi immaginavo di uscire fuori dal guscio e camminare nel mondo con le mie gambe. E così è successo…ma sono rimasta sirena!

Moneta con raffigurazione di Atargatis, conosciuta in Grecia come Derketo

La figura della sirena non è sempre stata negativa nella mitologia. Le creature pesce non erano estranee all’antichità. Il dio mesopotamico della fertilità, Dagon, era un tritone. Nello stesso contesto, gli Apkallu erano semidei dalle sembianze di uomini-pesce che insegnarono civiltà e saggezza agli uomini. Atargatis, dea dell’amore siriana, aveva le sembianze di donna-pesce. Nell’antica Grecia la sirena era metà donna e metà uccello, come il demone babilonese della notte Lilit (la “giovane vento”). Poteva avere zampe o testa di volatile a seconda delle rappresentazioni ed essere femmina o maschio, ma all’epoca non ci si curava del genere sessuale di semi-umani. Le sirene erano creature del mondo infero, non a caso erano a guardia di Persefone, e Demetra le punì trasformandole in creature metà animali per non essere state in grado di proteggere sua figlia da Ade. Per altri la loro natura sarebbe frutto della vendetta di Afrodite, disprezzata dalle sirene per i suoi amori. Erano spesso raffigurate nelle tombe perché avevano il compito di consolare i morti ed accompagnarli nell’Ade. Nella storia di Ulisse viene descritto il loro canto micidiale. Quando appaiono il mare si calma, l’atmosfera si silenzia e la loro voce è una calamita, per questo motivo l’eroe si lega all’albero maestro della sua imbarcazione. Il loro nome deriva probabilmente dal greco corda (seirà) ed éiro (legare): imbrigliano a sé con note seducenti il povero malcapitato, che in genere è uomo, e divorano la sua carne (consultare etimologia qui). In questo ambito sono viste come creature ammaliatrici, predatrici più della mente che del corpo. Quando non cantano, suonano strumenti come cetra e flauto. Nelle Argonautiche di Apollonio Rodio si racconta che la sirena Partenope si sia suicidata sugli scogli assieme alle sorelle Leucosia e Ligeia per l’insensibilità di Ulisse al loro canto e la creatura abbia galleggiato fino alla foce del fiume Sebeto, dove i Cumani fondarono Neapolis, o all’isoletta di Megaride (su cui sorge Castel dell’Ovo). Napoli è l’unico posto in cui una sirena divenne dea protettrice di una città.

Ulisse e le Sirene di Herbert Draper, 1909

Il passaggio da uccello a pesce è stato forse segnato dai bestiari medievali cristiani, dato che nei racconti precedenti erano volatili (Omero non le descrive). Plinio il Vecchio descrive le ninfe Nereidi come metà donne e metà pesci. San Girolamo traduce in latino la versione greca ed ebraica della bibbia (Vulgata) e sostituisce alle parole “sciacalli” e “civette” quella di “sirene” come allegoria. Paragona le sirene anche a dei serpenti, caratteristica che verrà ripresa da altri manoscritti del tempo. Questa confusione ha determinato la crisi d’identità della sirena che nei secoli successivi si trasformerà in una oscura tentatrice. Nel Rinascimento diventa l’epiteto delle cortigiane munite di doti canore. Cantante e single? Sventura sicura! I pericoli dei mari triplicati dopo la scoperta dell’America contribuirono a trasformarla in una virago marina dallo “sguardo di basilisco” (Cornelius a Lapide). Nonostante ci sia un esempio nel folclore del Rio delle Amazzoni di un delfino della specie boto che si trasforma in uomo per irretire le donne e farle rimanere incinte, la malia nei secoli cristiani è esercitata sempre dalla femmina-pesce. Una metafora della condizione della donna oppressa e impedita come la coda di un essere che può nuotare solo nell’acqua, ovvero in un altro mondo.

Kongelike Bibliotek

Nell’Ottocento il mito della sirena diventerà indimenticabile grazie alla storia de La Sirenetta di Hans Christian Andersen (1837). Nel giorno del passaggio all’età adulta alla Sirenetta viene concesso di salire in superficie, vede una nave con un principe e se ne innamora. Lo salva da un naufragio e sparisce prima che possa vederla. Per entrare nel regno degli uomini chiede aiuto alla Strega del Mare che le strappa la lingua in cambio delle gambe per camminare sulla terraferma. Se il principe si innamorerà di lei e la sposerà, otterrà un’anima (secondo Andersen queste creature non la posseggono); se invece sposerà un’altra, la ragazza morirà il giorno dopo di crepacuore trasformandosi in schiuma marina. Il principe però quando la incontra non si infatua di lei perché non ha la voce e si sposa la ragazza che l’ha ritrovato sulla spiaggia dopo il salvataggio della Sirenetta. Questa può riavere la sua pinna solo uccidendo il principe e bagnandosi i piedi nel suo sangue ma non ne ha il coraggio e si butta in mare diventando schiuma. Per la sua bontà, le viene concesso di diventare una figlia dell’aria, un essere invisibile, ed ottenere un’anima dopo trecento anni di buone azioni. Sembrerebbe una metafora dell’adolescenza di quel periodo con una morale: frenare gli istinti passionali e fare le brave bambine obbedendo a ciò che la società aveva in serbo per le donne, il matrimonio combinato con un buon partito. Ma non é così.

Sea maid, Harry Clarke, 1916

Andersen era bisessuale. E molti dicono che probabilmente non sfogò mai questa sua inclinazione rimanendo sempre “vergine”. Una sua biografia del 2005 di Jens Andersen rivela che il suo diario era pieno di croci, che indicavano ogni qualvolta si masturbasse. La Sirenetta rappresenta sé stesso. Fu infatti scritta dopo il fallito corteggiamento di Edvard Collin, di differente ceto sociale, che si sposò con una donna e respinse le sue avance in quanto eterosessuale. Dicono tutti che non ci siano prove scritte che abbia consumato carnalmente sia la sua omosessualità che eterosessualità ma questa è la maledizione che cade spesso sugli scrittori di fiabe come Lewis Carroll. Vengono considerati asessuati o al massimo “strani” adoratori di bambini. Io penso che non necessariamente tutto quello che ci accade nella vita dobbiamo scriverlo. Le sue fiabe parlavano del diverso, che non viene mai accettato ma sempre respinto, che si adatta ad ogni tipo di genere sessuale o discriminazione.

Memoirs of a Mermaid, Amiyah Scott

Forse è anche per la storia dietro al creatore de La Sirenetta, che negli ultimi anni la comunità LGBTQI+ si è appropriata della sua figura. Il parallelismo accade in particolare per le persone transgender, dato che il sesso della sirena è sconosciuto proprio per la sua coda di pesce. I trans, sia femmine che maschi, attraversano la curiosità morbosa per i propri genitali, sono considerat* la metà di qualcosa e di sedurre automaticamente gli “eterosessuali” per la loro natura considerata ambigua. La star tv transgender americana Amiyah Scott ha scritto apposta un libro intitolato Memoirs of a Mermaid (Memorie di una Sirena), dove parla della sua transizione da uomo a donna all’età di quindici anni senza il sostegno dei suoi genitori. Nel 2000 è uscito in Italia con una tematica simile Il volo della Sirena – La vera storia di Diana Casas di Liliana Giménez. Mermaids è un’associazione di beneficenza inglese creata nel 1995 da dei genitori che volevano sostenere i loro bimbi trans e che opera ancora per supportare la loro solitudine e ridurre i rischi di suicidio. Jazz Jennings, ex teen star, autrice di I am Jazz e protagonista del documentario fatto dalla sua famiglia I am Jazz: a family in transition, in cui è spiegato come crescere un bambino transgender, è appassionata di sirene ed ha prodotto code in silicone per raccogliere fondi per la sua fondazione TransKids Purple Rainbow. Le sirene come espressione di libertà di essere chi si vuole sono usate nella Mermaid Parade di Coney Island (New York), che ogni sabato prima del solstizio d’estate dal 1983 sfila come una sorta di carnevale estivo per celebrare i nomi delle vie Mermaid e Neptune Avenue e mostrare i lavori degli artisti locali.

Coney Island Mermaid Parade, foto: huffingtonpost.com

Le sirene sono pure un feticismo. Una sex worker ha raccontato di un cliente che voleva fosse una sirena incapace di respirare per poi arrivare lui a salvarla. L’avrebbe pagata per diversi mesi per inscenare sempre lo stesso gioco. Eric Ducharme diventa un tritone infilandosi una coda e nuotando in una sorgente d’acqua naturale tre volte a settimana in Florida. Eric ha fondato un brand di moda di bellissime code, The Mertailor, che collabora con Project Mermaids – Save Our Beach della fotografa Angelina Venturella. Il progetto di beneficenza consiste nell’immortalare persone vestite da sirena e devolvere il 50% del ricavato alla salvaguardia di spiagge e oceani. Col trend delle sirene scoppiato nel 2017, la gente vuole sempre di più diventare una creatura dell’acqua. Il mermaiding è l’attività che indica la sirena di professione. Nuotano con code brevettate o finte per spettacoli, party o servizi fotografici. Purtroppo ricevono spesso attenzioni indesiderate dai pervertiti di questo mezzo-animale (in inglese merverts). Voyeurismo, stalking, richieste di foto porno o di iniziare una relazione sono all’ordine del giorno, soprattutto, pare, per le donne. Alcuni molestatori online inviano addirittura dick pic. E qui noto un inquietante parallelismo con l’universo delle sex blogger. Anche noi subiamo il tema del diverso, di chi va fuori dai binari dritti della società, per parlare di sessualità nella maniera che più ci si addice.

Le sirene fanno parte di questo mondo. Sono la diversità che ci contraddistingue nelle abitudini, nel modo di esprimerci, nel genere e nelle inclinazioni sessuali. Le sirene appartengono alla variegata e variopinta umanità.

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Il fuoco ribelle di Agit-Porn, un blog dove potersi esprimere nella completa ed assoluta libertà del proprio essere

Claudia Ska è esuberante, energica ed esibizionista nel senso più positivo e gioioso del termine. Ha aperto a marzo 2019 il suo blog agit-porn occupandosi subito di pornografia, sesso, corpi, censura e società condito da riflessioni al vetriolo con una sana vena politica. Claudia, nata e cresciuta in Sardegna fino ai diciannove anni, è “un’agitatrice, nel senso di chi eccita e infiamma gli animi con idee o dottrine nuove, rivoluzionarie o comunque ricche di fermenti (Treccani)”. Il nome del blog è ispirato al manifesto di propaganda di Vladimir Majakovskij per agit-prop, l’acronimo con cui veniva chiamato il Dipartimento per l’agitazione e la propaganda dei Comitati centrali e territoriali del Partito Comunista dell’Unione Sovietica . L’obiettivo di Claudia è approfondire le sue conoscenze su sessualità ed autodeterminazione, confrontarsi ed inserirsi in una rete sociale di persone che vogliano contribuire a vario titolo a parlarne. Nel suo sito c’è posto per tutti quelli che desiderino raccontarsi in libertà, soprattutto nel nuovo spazio Open Space che cura assieme all’esperta d’arte Gea Di Bella.

Nel 2016 è uscito per Blonk il suo romanzo “Ma l’amore no“. L’idea è nata da una raccolta di racconti erotici scritta da Claudia, ai quali aveva assegnato a ciascuno una colonna sonora, come se fosse un album musicale. Lele Rozza, il direttore editoriale di Blonk, li lesse e propose a Claudia di scrivere un romanzo brand new. Lei si è buttata anima e corpo nella storia della protagonista Chiara, trentenne trasferitasi a Milano che vive una vita “in bilico tra l’estasi e la noia”, tra un lavoro amato ma economicamente precario e la sua vita affettiva travolgente fatta di incontri sessuali fugaci, passionali ed amori deludenti.

Come è nata l’idea di agit-porn?

Tra la fine del 2016 e gli inizi del 2017 mi sono confrontata con Francesca Ceccarelli (una grafica che apprezzo molto, che ha appena lanciato “Frisson”), che avevo appena conosciuto, e Marco Ragaini (sui social noto come @pochestorie), che invece conoscevo da qualche mese, coi quali abbiamo pensato di aprire un sito dove poter parlare di femminismo e sessualità, dando molto spazio alla parte visuale. Purtroppo per ragioni personali e lavorative di ciascun* l’idea si è arenata, ma non ho mai smesso di pensarci e così, seppure con molta calma, ho deciso di provarci da sola. Volevo uno spazio in cui poter parlare in modo libero e disinibito di erotismo e pornografia, e ancora di più di corpi. Mi interessa molto il legame tra corpo nudo e Società, che ho avuto modo di affrontare anche altrove, quando ho curato il quindicesimo numero di “Rivista di Scienze Sociali”. Diciamo che mi piace l’idea di contribuire a sdoganare i tabù, di normalizzare e far entrare nella narrazione pubblica sulla sessualità nel discorso quotidiano, a più livelli.

Cosa hanno in comune sessualità e politica?

Sono del parere che la sessualità sia una questione personale, ma diventi politica nel momento in cui la Cosa Pubblica decide di normarla con approccio giudicante e discriminante. Sono del parere che quello che viene fatto in un contesto di sessualità consapevole e consensuale sia da rispettare, anche se noi non lo faremmo mai. Mi riferisco per esempio a una serie di pratiche e perversioni che per delle persone sono ritenute pericolose e/o disgustose. Ciascun* parte da sé per capire e decidere cosa desidera fare nella propria intimità e della propria intimità; dire “questo sì, questo no” non sarebbe giusto. Ripeto e sottolineo che mi riferisco a contesti di rispetto, consensualità e consapevolezza. La politica dovrebbe fare un discorso pubblico sulla sessualità in termini di informazione, che preferisco all’educazione (mi piace pensare al sesso come all’ultima landa di libertà che ci resta), dando gli strumenti alle persone per conoscere e scegliere.

Claudia Ska

Perché è importante essere femministe oggi?

Come ho scritto qualche tempo fa in un mio post su Instagram, forse sono sempre stata femminista senza saperlo, ma ora che sto acquisendo consapevolezza sul movimento femminista a livello storico e contenutistico-progettuale, ritengo che ogni persona a cui sta a cuore l’autodeterminazione dovrebbe esserlo. Il femminismo si inscrive a pieno titolo fra i movimenti per i diritti umani, sociali e civili e parte proprio dalla condizione di subalternità e discriminazione in cui si trova la femmina a prescindere che sia bambina o donna. Preferisco dire trans-femminismo perché include anche le femmine non biologiche, nonostante ci sia una parte del movimento (il femminismo radicale, noto come rad-fem) che rifiuta le persone transessuali. Trovo che sia paradossale che un movimento filosofico che si propone di essere inclusivo e di combattere le discriminazioni si trovi a farne al proprio interno. Sono molto radicale anche io su alcune posizioni e mi fa molto arrabbiare che si definisca “femminismo radicale” un pensiero che è sessista radicale. Il mio femminismo è trans, intersezionale, favorevole al lavoro sessuale nel senso più ampio e sfaccettato del termine. Sono grata al femminismo perché cerca di liberare le persone dalle gabbie sociali e culturali che le relegano a dicotomie stringenti. Essere femminista oggi è faticoso come cinquant’anni fa perché adesso si pensa che le donne abbiano pari diritti e doveri, che tutto sia a posto e i discorsi femministi siano pretestuosi, che siamo le solite uterine, isteriche, che abbiamo “le nostre cose” anche quando non ce le abbiamo. A quelle persone dico di guardare oltre la punta del proprio naso e togliere il paraocchi per avere una visione complessiva. Dobbiamo ricordarci che c’è sempre qualcun* che sta peggio ed è per quella persona che dobbiamo sfruttare i privilegi che abbiamo.

Banana


Secondo te l’esibizionismo è un problema da combattere o una forza da sfruttare?

Da esibizionista non posso che difendere la causa! Le motivazioni per cui ci sono persone esibizioniste sono da ricercarsi nella vita e nel carattere di quelle specifiche persone ed in ogni caso non ci riguardano. I tentativi di indagare e psicanalizzare chi si mette in mostra secondo me sono totalmente inopportuni e fuorvianti. Conoscere le ragioni per cui una persona si mostra mi sembra davvero ininfluente. Credo che invece sia importante che questa possa mostrarsi in modo sicuro, tutelato, ossia che la sua decisione non venga strumentalizzata e che la sua persona non venga lesa. Non considero l’esibizionismo come un problema fintanto che non influisce negativamente su altre vite, cosa che mi pare piuttosto improbabile che possa accadere. Mi riferisco a un esibizionismo del corpo, non al voler essere costantemente sulla scena con atteggiamenti e discorsi volti al solo scopo di farsi notare no matter how and why. C’è un giudizio nelle mie parole, me ne rendo conto, faccio un distinguo. Credo che la seconda opzione sfoci nel presenzialismo. Penso che una persona consapevole che si mostra stia, mentre ci sono persone che semplicemente ci sono. Per me è una differenza sostanziale.

Parlaci della tua collaborazione con Gea Di Bella e dell’ambiente virtuale Open Space.

Nel progetto che avrebbe coinvolto Francesca e Marco, a cui ho accennato prima, la parte illustrata a cura di Francesca e quella fotografica a cura di Marco sarebbero dovute essere particolarmente sviluppate, mentre io mi sarei concentrata sui testi. Ho aperto agit-porn dopo aver rimandato per anni e dopo che Instagram ha cominciato ad eliminare dal mio account una serie di foto di nudo parziale o integrale che io stessa avevo preventivamente censurato, conoscendo la sua discutibile policy. Ero stufa che i corpi e le immagini erotiche fossero (siano tuttora e saranno sempre di più) cancellate a oltranza e senza un criterio uniforme. Volevo che corpi e sessualità fossero visibili sul mio sito, uno spazio-manifesto e così ho pensato alla sezione “Open Space” immaginandola come una galleria dove periodicamente possano esporre persone che hanno lavorato a progetti il cui focus siano corpi, erotismo e pornografia. Attualmente cerco le/gli ospiti a cui chiedere di esporre, ma in futuro non mi dispiacerebbe che fossero loro a proporsi. Con Gea stiamo valutando se aprire una call, vedremo. Instagram, nonostante tutto, mi ha permesso di conoscere molte persone e progetti interessanti (tra cui te, per altro!) e fra queste c’è Gea Di Bella, appunto. Mi ha colpito subito il suo entusiasmo e le ho proposto quasi a scatola chiusa di collaborare con agit-porn e di curare “Open Space” come se fosse una galleria vera e propria, fisica. Quindi mantiene i contatti con artist*, sceglie insieme a loro le opere da selezionare, si occupa della curatèla. Il tutto sotto la mia supervisione, che comunque è molto libera, primo perché abbiamo gusti affini, secondo perché ha una sensibilità artistica spiccata (e non solo!), e terzo perché così posso dedicarmi alla scrittura. Per me è anche un grande esercizio di delega. La singolarità di questa collaborazione con Gea è che non ci siamo ancora conosciute personalmente: lei vive in Sicilia e io in Lombardia, ma fantastichiamo un incontro!


Hai detto che il tuo libro “Ma l’amore no” ti ha salvata. Come mai ha deciso di scriverlo e per quale motivo ti ha salvata?

La verità è che io avrei voluto fare una raccolta di racconti erotici, ma il mio editor(e) Lele Rozza mi ha fatto una proposta più ambiziosa, ossia quella di cimentarmi con un romanzo. Salvo l’entusiasmo e la gratificazione iniziale, sono andata nel pallone, perché non avevo mai scritto altro che monologhi (per teatro e cabaret), racconti e poesie. Scrivere un romanzo richiede una tensione narrativa di più ampio respiro e una visione d’insieme che pensavo di non avere, eppure ce l’ho fatta. Questa è una mia ragione d’orgoglio e credo che mi abbia salvata da alcuni pregiudizi che avevo su me stessa, come per esempio il non essere in grado di scrivere una storia che andasse oltre le tre cartelle. Mi ha salvata dall’inerzia, dal dolore, dall’ignavia e mi ha immersa in un’altra realtà, che non è stata solo quella della narrazione, ma una realtà che non immaginavo potesse esistere e che avrei costruito personalmente. Mi sono salvata (parzialmente, va detto) dallo schema di me che avevo reiterato fino a quel momento. Ma l’amore no” è nato da Claudia però è andato oltre, mi è servito per spogliarmi, col grande rischio che l’espormi così tanto mi rendesse vulnerabile, ma forse era proprio quello che cercavo: esporre la vulnerabilità mia e dei personaggi che lo popolano.

Quanto c’è di autobiografico nella tua opera e perché consiglieresti di leggerla?
Di autobiografico c’è il tanto per considerarlo audace. Ne consiglio la lettura perché è un romanzo contemporaneo di formazione e cambiamento che cerca di parlare la lingua di chi legge. Si tratta di una storia di resa al dolore, di abbandono (nel senso che alcune persone ne lasciano altre, altre abbandonano sé stesse e altre ancora si lasciano andare). La protagonista, Chiara, fa un enorme lavoro su di sé e quello che si intuisce tra le righe, e che spero arrivi, è che quel lavoro non ha fine, è costante ed inesorabile. Bisogna leggere “Ma l’amore no” anche perché il sesso che ho raccontato è schietto, verace, quotidiano, buffo, passionale, travolgente, realistico e soprattutto è gioioso, senza sensi di colpa (tranne forse in un caso, ma anche quel dettaglio è sinonimo di realismo). Se vi piace l’arcobaleno, dovreste leggerlo!

Prossimi progetti per agit-porn?
La programmazione non è il mio forte, ahimè, ma oltre al sito, che si arricchirà di nuovi contenuti e collaborazioni, sto pensando di realizzare dei progetti al di fuori , nella vita in carne e ossa, e soprattutto di sfruttare al meglio ed al massimo le conoscenze che la rete mi ha permesso di fare. Ho tantissime idee affastellate. Nell’ultimo periodo ho preso una pausa dai social perché ho bisogno di ordinare le suddette idee per poterle mettere alla luce serenamente, ma temo che sarà un parto plurigemellare podalico in posizione ginecologica senza epidurale. Diciamo che il prossimo progetto per agit-porn è farlo diventare un luogo fa-vo-lo-so: sono ambiziosa ma resto umile!

Rosita Maugeri spiega il meraviglioso mondo del sex coaching e del contatto indispensabile con le persone

Rosita Maugeri è una consulente sessuale, in inglese sex coach, dal 2017. “Preferisco definirmi sex coach perché, avendo vissuto tre anni negli Stati Uniti, so che lì questa figura è molto rinomata e con questa etichetta la gente capisce bene di che ti occupi”. Dopo essersi laureata in Mediazione linguistica e culturale a Milano, ha pensato di andare a New York per trovare delle risposte alle proprie domande. “Avevo voglia di esplorare il mondo e di non stare chiusa in università. L’Italia mi stava stretta e non avevo quelle scadenze che tutti avevano: trovarsi un lavoro, fidanzarsi, fare figli”. Giovane e malleabile, ha ottenuto le sue risposte nella Grande Mela. “La canzone New York, New York di Frank Sinatra dice ‘If you can make it here, you can make it anywhere’ ed è proprio così”. A New York è entrata casualmente in un sexy shop, Babeland, ed ha scoperto che era un mondo completamente diverso rispetto a quello italiano. “All’inizio non capivo cosa fosse perché era pieno di libri, ho parlato con le meravigliose commesse che mi hanno spiegato il concept”. Babeland è stato aperto da una coppia di donne di Seattle che facevano fatica ad acquistare i sex toys ad inizio anni Novanta ed hanno avuto l’idea di aprire un sex shop women-friendly con addette alla mano in grado di spiegare il funzionamento della merce. “Sono rimasta talmente affascinata dal loro approccio positivo che quando sono tornata a casa ho intrapreso il percorso della sessualità”.

Ha lavorato per La Valigia Rossa per quasi tre anni. “Avevo voglia di mettermi un po’ in gioco e di riuscire meglio a capire le abitudini sessuali delle italiane e di relazionarmi con loro”. La Valigia Rossa è perfetta per questi scopi perché mostra sex toys e prodotti per il piacere a folti gruppi di amiche. “È un’educazione alla sessualità in maniera ludica e divertente”. Questo lavoro ha fatto comprendere a Rosita che la sessualità era la sua strada ma sentiva che le mancavano ancora alcuni strumenti, quindi si è iscritta al corso AISPA (Associazione Italiana Sessuologia Psicologia Applicata) di Milano ed ha ricevuto il diploma di consulente sessuale.

Dentro e fuori La Valigia Rossa ha preso parte ad un primo progetto importante con la Lila – Lega Italiana per la Lotta contro l’AIDS in cui parlavano di affettività e sessualità consapevole alle donne del carcere femminile di San Vittore di Milano. “Ci indirizzavamo a donne responsabili di reati minori, che sarebbero uscite tra qualche mese o anno. Con me c’erano una sessuologa clinica, Paola Ploia, ed una infettivologa specializzata in malattie infettive a trasmissione sessuale, Alessia Carbone”.

Ha collaborato con un locale milanese per delle serate nelle quali cercava di creare una condivisione sui temi della sessualità. “Più delle consulenze one to one, il mio desiderio principale è di instaurare dialogo e condivisione negli eventi che organizzo. Penso che le persone debbano imparare a parlare di sessualità perché sono spesso bloccate”. Rosita prepara incontri particolari dove introduce l’argomento a livello scientifico ed umano e poi fa in modo che i presenti interagiscano tra di loro. “Un po’ come nel programma La Mala EducaXXXion”, trasmesso dal 2011 al 2014 su La7d.

Su questa scia ha modellato tre format, il più recente è Il Salottino dei Tabù, che riprenderà dopo l’estate. “Si svolge all’interno del coworking Lascia La Scia ed è un vero e proprio salottino in cui i temi sono aperti. Si parla di tutti quei tabù che inibiscono una sessualità libera e consapevole alle persone”.

In collaborazione con il sexy shop online My Secret Case organizza da un anno gli AperiGodo. Un evento in chiave giocosa costruito in tre macromomenti: introduzione del mestiere di Rosita e lancio del tema della serata, domande con risposte dei partecipanti scritte su una lavagna per instaurare interattività, l’oca jouer. “Quest’ultimo è un gioco dell’oca versione sexy. Dividiamo le persone in due gruppi, il capogruppo lancia il dado e per ogni casella devono ad esempio presentare un sex toy, inventarsi una poesia erotica e così via”.

L’ultimo si chiama Sex F.A.Q. con le specialiste che ha conosciuto nel progetto LILA. “Da F.A.Q., frequently asked questions. Adesso è un po’ in stand-by”. Si incontravano in una saletta appartata del locale Ghepensi M.I., davano un tema e facevano passare una scatola in cui i presenti inserivano in forma anonima domande inerenti all’argomento della serata o a 360 gradi.

Il pubblico in genere è costituito da Millennials e Generazione Z (ventenni), molto aperti a tante tipologie di sessualità. “Un ragazzo una volta ha parlato disinvolto al pubblico di partecipanti della sua transizione da donna a uomo. Per le generazioni precedenti, non sarebbe stato così facile”. Secondo Rosita, per le nuove generazioni il vanilla sex è superato, il sesso anale e il rimming lo mangiano a colazione. “Dei ragazzi alla domanda dell’oca jouer su che cosa li facesse eccitare di più a letto risposero il knife play, ovvero farsi tagliare con le lame”. Invece nella generazione primi anni Ottanta e Settanta Rosita ha notato molta paura del giudizio altrui, soprattutto nei confronti di sé stessi e del partner.

Il Salottino dei Tabù prossimamente diventerà un corso con più incontri, una sequenza di workshop “per aiutare le persone a fare un percorso di cambiamento”. Rosita vorrebbe fornire gli strumenti adatti per migliorare la loro consapevolezza sessuale.

Trovate Rosita su Instagram come rosita.sexcoach e su Facebook come Rosita Maugeri.

Sex toys, questi sconosciuti – Parte 3

Il merito sopra tutti che deve essere riconosciuto ai sex toys è di aver regalato i primi veri orgasmi alle donne di trenta e quarant’anni che non erano in grado di raggiungerlo da sole o col partner. Tuttavia negli anni Settanta solo una frangia femminista, quella meno radicale, riconosceva questa qualità ai suddetti dispositivi e la promuoveva per la masturbazione. La maggior parte sentenziava che erano prodotti del capitalismo e che per questo dovevano essere combattuti. I conservatori li consideravano solo degli aiuti per migliorare la vita di coppia. Ed in generale in quel periodo non erano visti di buon occhio perché non “naturali”.

Ron Braverman, e suo figlio, Chad Braverman, proprietari attuali di Doc Johnson, foto: Robyn Beck di AFP, Getty Images

Negli adult store l’affluenza, almeno negli States, era quasi esclusivamente maschile. Quindi Reuben Sturman, il più grande distributore americano di materiale porno, insieme al figlio David e Ron Braverman creò nel 1976 una linea mainstream di sex toys sia per donne che per uomini chiamata Doc Johnson (ancora esistente). Si inventarono un pupazzetto dottore dai baffoni rassicuranti per infondere un senso di fiducia ed autorevolezza come le grandi catene di fast-food. Venivano però venduti in modo tradizionale come “dispositivi medici” ed “aiuti coniugali” e si rivolgevano soprattutto ad eterosessuali monogami. Furono comunque la prima azienda a creare un brand attorno ai sex toys. Più tardi anche Gosnell Duncan formò una ditta per i suoi dildo per disabili, la Scorpio Products. Tuttavia, la prima ad ammettere concretamente entrambi i sessi dentro il suo store di San Francisco fu nel 1977 Joani Blank con il suo Good Vibrations.

Dell Williams, proprietaria di Eve’s Garden, fece un sondaggio tra i suoi sostenitori per capire quale aspetto per loro dovesse avere un dildo e se dovesse per forza somigliare ad un pene. I suoi clienti dissero che non gli importava della taglia ma della sostanza. Duncan, che faceva dildo su misura per Williams, creò sotto sua ordinazione il Venus di color rosa pallido e marrone cioccolato che assomigliava più a un dito storto che ad un organo sessuale maschile. Il messaggio che doveva passare era che i dildo non fossero imitazioni di peni ma solo oggetti per stimolazione e penetrazione.

Moderni sex toys colorati che assomigliano poco a peni specifici.

Grazie alla nuova produzione di attrezzatura di pelle di Pleasure Chest, il sex shop iniziò a diventare famoso tra i punk che sfruttavano molto l’immaginario sadomasochista nel loro modo di vestirsi. Tanto che Joan Jett comprò la famosa cintura di Sid Vicious ornata da anelli di metallo sadomaso proprio in uno dei suoi negozi e si fece una foto davanti a quello di Los Angeles. Anche Freddie Mercury incluse il nome dell’adult store nella sua famosa canzone del 1978 “Let me entertain you”.

Joan Jett davanti The Pleasure Chest di Los Angeles.

Gli home parties per vendere sex toys iniziarono nello stesso periodo di diffusione degli adult stores ma c’erano già dagli anni Quaranta negli Stati Uniti, quando l’amministrazione dell’elettrificazione rurale li promuoveva per elettrificare le case degli americani. Lo scopo di quelli moderni era di incentivare un atteggiamento più sex positive nelle persone. Erano sia per donne che per uomini ma in modo separato. La più famosa organizzatrice di questo tipo di party in Europa è Ann Summers, catena di intimo e sex toys inglese, che li ha lanciati nel 1981, e adesso è arrivata alla cifra annuale di 4.000 organizzati in tutta Inghilterra. Ora nei paesi anglosassoni lo scopo è solo commerciale ma in quelli latini prevale oltre a questo una sorta di approccio educativo, in particolar modo promosso dalla spagnola La Maleta Roja, in Italia La Valigia Rossa nelle riunioni a domicilio.

Foto in copertina: Pulsatore Stronic Drei di Fun Factory.

Il contenuto de La Valigia Rossa

Nei meandri di Tinder con il primo libro di Match and the City, un supporto fondamentale per tutti i sessi per capire i risvolti sessuali ed emozionali delle dating app

foto copertina: Ale Di Blasio

Match and the City è un sito, un blog, una community e pagina Facebook, ed un profilo Instagram molto attivo creata dalla social media manager Marvi Santamaria, siciliana trasferita a Milano. Nel suo nuovo libro Tinder and the City edito da Agenzia Alcatraz racconta come è iniziata la sua avventura sulle dating app nel febbraio 2014 e traccia un profilo sociologico ed antropologico delle relazioni contemporanee estremamente aderente alla realtà. La fatica di Marvi si divora in un giorno. La sua scrittura è brillante, spiritosa ma soprattutto induce a riflettere su certe dinamiche fisse che si innescano nelle dating app.

Su Tinder si incontrano tanti uomini, in una sorta di “catalogo del bestiame”, come aveva preso a chiamarlo Marvi agli inizi. Ma “quantità non è qualità“, giustamente afferma l’autrice. One night stand e sparizioni sono all’ordine del giorno e spesso succede che ci si ritrovi solo a chattare o parlare con il tizio di turno trasformati in “psicologi dilettanti“. Perché l’obiettivo principale è fare sesso. Soprattutto per gli uomini, stando ad un sondaggio anonimo condotto dalla stessa Marvi. Non solo, il 50% dei ragazzi su Tinder è riluttante ad usare i preservativi, scansati con le solite scuse (mi dà fastidio, toglie la magia). Molte le storie assurde vissute, tra cui quella in cui per andare ad un festival viene ospitata da un ragazzo che la fa dormire nel letto matrimoniale dei suoi genitori preparato da loro stessi. La blogger si busca addirittura una febbre improvvisa per l’aria condizionata al massimo nell’appartamento degli amici di un musicista campano che l’aveva invitata a mangiare qualcosa. Si affrontano fantomatici (per fortuna) problemi sessuali e veri, come il fatto che una buona percentuale degli uomini che si incontrano su Tinder abbia difficoltà d’erezione (confermo). Sono illustrati gli effetti collaterali dell’app: sindrome dell’abbandono, perdita dell’aderenza con la realtà, dipendenza. Emergono i contro negativi come l’accentuarsi degli stereotipi maschili e femminili e il non conoscere mai veramente le persone. Insomma, “la vita sulle dating app non è una favola”. Ma ci sono anche i pro di Tinder. Aumenta la consapevolezza su ciò che si vuole e non si vuole, aiutano a scoprire il proprio corpo, i propri desideri e la propria sessualità: “sono come una palestra”. D’altronde, “non sono le dating app a dover funzionare, ma le persone“. Alla fine del libro c’è un glossario fenomenologico in cui vengono spiegate frasi topiche come “Cosa cerchi qui?” e strani fenomeni “atmosferici” come il ghosting e lo zombeing. Vi consiglio fortemente il suo libro per avere una finestra su questo mondo, se non ci siete ancora entrate, o ritrovarvi nelle sue esperienze, come è successo a me, se l’avete provato per breve o lungo tempo.

Volete sapere quanti fidanzati ha trovato Marvi su Tinder? Uno. Su 42 ragazzi con cui è uscita e 413 match. A giugno 2018 ha organizzato il primo AperiTinder d’Italia a Milano, al quale hanno partecipato più di 60 persone ed ha intenzione di preparare altri eventi sotto nuovi e scoppiettanti format.

Cosa ti ha dato la spinta ad aprire il blog?

La mia community nasce nel momento in cui mi sono resa conto che non ero l’unica a vivere il disagio da dating app e che questo tipo di disagio poteva unire le persone. A cavallo tra il 2016 e il 2017 ho aperto il blog assieme alla pagina Facebook, poi sono arrivati Instagram, il gruppo Facebook di confronto per sole donne Match & City Cafè, gli eventi e il podcast prodotto da Querty. Infine, lo scorso 9 maggio, il mio libro “Tinder and the City” edito da Agenzia Alcatraz. Sono passati poco più di due anni eppure ho raccolto tante soddisfazioni, esperienze, incontri umani che mi hanno donato tantissimo.

La tua prima esperienza in assoluto con le dating app è stata Tinder oppure prima ne frequentavi delle altre?

Il primo piede nel mondo del dating online l’ho messo proprio tramite Tinder, come racconto nel libro. Un mio amico me ne aveva parlato ad una cena, era il febbraio del 2014, l’applicazione esisteva da un paio d’anni ma non era ancora esplosa in Italia, com’è accaduto in seguito. Poco dopo ho cominciato ad usare a pieno regime parallelamente a Tinder anche Happn, e queste sono le due dating app che ho usato maggiormente, con risultati simili tutto sommato (ossia gioie e dolori).

Il tuo blog ha un nome affine alla celebre serie Sex & The City, ti piaceva?

Sì, è un tributo a Sex and the City, serie tv che ho scoperto tardivamente, devo ammettere. Prima di allora – ossia poco prima di aprire il blog – l’avevo snobbata pensando fosse una serie frivola, invece dopo me ne sono innamorata come molti altri fan, scoprendo che non parlava solo di sesso e relazioni, rompendo già allora dei tabù (vedasi l’apparizione del mitico Magic Wand e del vibratore Rabbit, primi sex toys in una serie tv) ma anche del valore dell’amicizia e della coesione femminile pur nella diversità di carattere delle protagoniste. Amo molto il personaggio di Samantha, ma mi ritrovo ancora di più in Miranda, per il suo cinismo, seppure anche lei alla fine ceda all’amore (e alla maternità, ops spoiler!).

Eventi di Match and The City

La comunità Match & the City Café (solo donne) ti ha dato la spinta per scrivere un libro sulle tue esperienze nelle dating app?

Senz’altro. Ogni giorno nel mio gruppo scrivono decine di donne, che si scambiano altre decine di commenti sotto alle loro storie, in un flusso e una narrazione collettiva senza sosta. Posso dire di aver scritto il libro immaginando loro come mio pubblico ideale, seppure non esclusivo. Può essere letto anche dalle neofite delle app o da chi non sa ancora se provarle o meno, ed anche gli uomini per ritrovarsi in certi racconti oppure cercare delle dritte, per quanto non sia un manuale: rifiuto l’idea, sarebbe in qualche modo normativo e non sarebbe nel mio stile.

Che tipo di feedback stai ricevendo per Tinder and the City?

Vicinanza, condivisione di una “sorte comune” e ringraziamenti per aver dato voce a questi sentimenti legati ad esperienze del genere. La cosa che mi dà particolare soddisfazione, poi, è riceverli anche da uomini, dato che cerco di portare avanti un discorso sulla “Tinder generation” che abbracci tutti i generi e gli orientamenti sessuali, provando a metterli in comunicazione.

Quantità non è qualità affermi nel libro, in cui dici che hai conservato diversi messaggi degli uomini con cui ti sei incontrata, sapresti fare una stima più o meno quanti ti hanno lasciato un segno positivo?

Il fatto che il libro contenga storie per lo più deludenti o quanto meno “amare” e solo una che ha qualche punta di dolce (ri-spoiler!) la dice già lunga. Il computo finale non è dei più entusiasmanti. Quello che mi resta però è una maggiore consapevolezza su ciò che mi piace e soprattutto su quanto sia importante, in primis per noi donne data la storia di oppressione del nostro genere, imparare a comunicare con l’Altro, non solo il nostro consenso ma anche il nostro dissenso, i nostri desideri, anche quelli sessuali, e mettere sul tavolo aspettative e intenzioni prima che si tramutino in paranoie capaci di scrivere su WhatsApp.

Secondo te, quali sono i difetti e i pregi di una dating app?

Più che di pregi e difetti del dating online, ampliando il campo, mi viene da parlare di opportunità e rischi. Le opportunità sono sterminate sia in termini prettamente numerici – facendo swipe tra i profili le tue probabilità di match e di incontri salgono esponenzialmente e in un modo che non potresti ottenere se dovessi andarli a cercare nella vita offline – sia qualitativamente, a volte: le dating app hanno aumentato i matrimoni misti in USA, ad esempio. In Italia la situazione è differente (ma abbiamo un problemone con l’integrazione in generale) però, ecco, le app ci permettono di incontrare il “diverso” da noi, ed il diverso è una ricchezza. Difficile che questo succeda se frequentiamo sempre lo stesso giro d’amici. Le dating app costituiscono poi anche una opportunità per riscoprire il proprio potere seduttivo, la propria femminilità in certi casi, e conoscere più a fondo come funziona il nostro corpo e i nostri desideri sessuali.

Eventi di Match and The City, foto: Lorenza D’Alessio

Quali rischi si corrono?

Oltre a quelli affettivi che possono derivare da relazioni che non partono mai o falliscono nel ghosting, aspettative deluse e così via. Ci sono anche quelli legati alla salute: aumenta la promiscuità e, se non ci si protegge, aumentano anche le malattie sessualmente trasmissibili. Ma questo non è un fattore imputabile alle dating app: la promiscuità può attuarsi anche tramite tante altre modalità e per me non è in sé un male, mai, seppure il bigottismo e maschilismo ancora imperanti ci vogliano far sentire in colpa o “sbagliate” (per non dire altro) se viviamo una sessualità libera. Basta essere responsabili e consapevoli nelle proprie azioni. Poi c’è anche il rischio della “addiction”, che io stessa ho vissuto e racconto nel mio libro: ma anche questa si somma a una rosa di dipendenze protagoniste dei nostri tempi. Con questo non voglio sminuirla, anzi, nel libro concludo che se la dipendenza da dating app comincia a renderci schiavi ed infelici nella vita, non si deve aver vergogna a cercare anche un supporto psicologico per svincolarsi da queste dinamiche.

Qual è la migliore dating app in circolazione?

Questa domanda non può avere risposta. Come dico sempre: le dating app sono solo un mezzo, non hanno un rating certo di successo o funzionamento. Sono le persone a “dover funzionare”. Ciò che può variare è il target e la meccaniche dell’app: oggi se ne contano decine e decine differenti sul mercato, per tutti i gusti come si suol dire. Il mio approccio è sempre stato quello di provarle e vedere come va. Per fortuna non ce le ha prescritte il medico.

Sei ancora iscritta a Tinder?

Sì, e attendo mi diano la cittadinanza onoraria. Praticamente ho le chiavi di quei posti: ne ho viste, lette e sentite di tutti i colori!

Cosa ti ha insegnato condividere le tue esperienze sulle dating app con altre donne della community?

La mole di storie e opinioni condivise nel gruppo, così ricorrenti nei loro copioni, mi ha dato ulteriore prova di quanto il fenomeno e i sentimenti correlati alle vicissitudini e disavventure da dating app siano un’esperienza trasversale e diffusa. E quanto ci sia bisogno e voglia di parlarne, soprattutto tra donne, dove spesso vige anche del maschilismo interiorizzato che ci porta a giudicarci e suddividerci in “sante e puttane”, col risultato spesso di sentirsi isolate e “sbagliate” anche nel proprio giro di amicizie. Anche se a me non è mai successo – per fortuna le mie amiche non mi hanno mai giudicata ma anzi, pur alcune non apprezzando le dating app né “praticandole”, mi hanno sempre ascoltata e hanno raccolto le mie lacrime negli anni – leggo di donne che non possono sfogarsi con amiche e amici proprio per paura di essere giudicate.

Nuovi progetti?

Voglio organizzare eventi con format inediti e continuare a sviscerare le dinamiche delle dating app, di fatto essendo il mio posizionamento, e continuando a incuriosirmi anche se ora non vi sono immersa fino al collo come anni fa. Ma anche spaziare in campi correlati come la sessualità consapevole ed, ancora, le tematiche e le istanze del femminismo, oggi come non mai urgenti e fondamentali per non perdere terreno sotto ai piedi e difendere e acquisire sempre maggiore parità tra i sessi.

Sex toys, questi sconosciuti – Parte 2

I cataloghi americani di prodotti venduti via posta del 1870 pubblicizzavano “dildo o peni artificiali” senza eufemismi. Ma la pacchia durò poco perché nel 1872 fu creata la Commissione della Soppressione del Vizio che credeva che la masturbazione fosse pericolosa e il sesso per il solo scopo del piacere fosse peccato. Questa proibì la vendita postale di sex toys, compresi quadri erotici, facendola diventare un’industria underground.

I primi vibratori tecnologici iniziarono a comparire a fine Ottocento in Inghilterra, Francia, Germania, Cina, Giappone ed USA, potevano andare ad acqua, aria compressa o vapore. Il primo vibratore elettrico fu inventato dal medico inglese Joseph Mortimer Granville per curare la stitichezza, il mal di schiena ed il diabete in uomini e donne. Credeva che i nervi del corpo avessero un equilibrio naturale con vibrazioni salutari e che quando questo venisse a mancare per malattie, doveva essere ristabilito tramite vibrazione. I vibratori erano usati per curare tutti i tipi di disturbi meno che la masturbazione. Stessa storia per i dilatatori rettali, in genere di gomma, metallo o vetro, che erano pubblicizzati su riviste mediche e di salute, spacciati per curatori di diversi mali, tra cui anche la masturbazione maschile. Esistevano pure dilatatori vaginali usati per curare il vaginismo.

Prodotti venduti da Beate Uhse, foto: spiegel.de

In Germania nel frattempo l’ex pilota della Luftwaffe Beate Uhse vendeva alle casalinghe tedesche il suo Volantino X, una brochure dove spiegava alle donne il metodo anticoncezionale Ogino-Knauss, oggi considerato non efficace. Parlava anche di frigidità femminile ed impotenza maschile. La sua azienda di opuscoli si chiamava Betu e ben presto iniziò a confezionare scatoline con condom, che nel dopoguerra scarseggiavano, e libri come Amore senza paura di Eustace Chesser ed Il Perfetto Matrimonio di Theodoor Hendrik van de Velde, in base alle richieste delle sue clienti. Nel febbraio del 1951 fondò una società di vendita per corrispondenza ed assunse un dottore per rispondere alle domande dei clienti. Per sfuggire alla censura ed al carcere, si finse su carta “Salvatrice di matrimoni”. Quando la Germania a fine anni Sessanta si fece più libera di pensiero, iniziò a vendere preservativi chiodati, pillole erotiche ricoperte di zucchero, négligée per la notte. Nel Natale del 1962 Uhse aprì il suo primo “negozio specializzato per l’igiene matrimoniale” a Flensburgo. Ha creato un impero di sex shop durato sessant’anni, che dopo la sua morte nel 2001, è andato in rapido declino e nel 2017 è fallito. Nel 1989 ha ricevuto dal suo Paese la Croce Federale di Merito per aver aiutato i tedeschi a ritrovare una sessualità più rilassata.

Biancheria Sexy dal catalogo di Beate Uhse, foto: spiegel.de

Nel frattempo nell’America di metà anni Sessanta l’ex ventriloquista Ted Marche insieme all’imprenditore John Francis creavano protesi per uomini impotenti, dildi in cloruro di polivinile cotti al forno in una cucina di Los Angeles. Furono loro ad inventare il colore rosa carne e la vagina strap-on: spacciavano i dildi per “aiuti matrimoniali”. È grazie al dildo se William Masters e Virginia Johnson scoprirono nel loro celebre studio del 1966, in cui osservarono oltre diecimila rapporti sessuali, che la donna poteva avere orgasmi multipli, molto più intensi che durante l’atto con un’altra persona. Il paraplegico Gosnell Duncan di Chicago scelse il silicone come materiale ideale per i dildo. A differenza del cloruro, non si scioglieva anche se esposto ad alta temperatura, non era poroso, poteva essere sterilizzato in acqua bollente e non aveva un odore chimico forte. Aiutato dalla General Eletrics ne creò un modello che non fosse irritante per il corpo. Di origini caraibiche, rese disponibili i dildo in tre gradazioni differenti di nero ed uno bianco. Erano venduti come protesi strap-on per aiutare i disabili: i dildo e i vibratori infatti sono molto utili perché aumentano le possibilità di erezione. Duncan li faceva a mano su misura, non erano vuoti ma solidi, e potevano essere attaccati all’osso pubico lasciando testicoli e pene liberi.

Vagina strap-on

In Inghilterra furono aperti una serie di sex shop negli anni Sessanta da Carl Slack a Soho. Nel 1971 aprì a New York, nove anni dopo Beate Uhse, il primo negozio di sex toys gay e women friendly, Pleasure Chest, gestito da Duane Colglazier e Bill Rifkin. Inizialmente era un negozio di soli materassi ad acqua, i sex toys furono aggiunti per attirare l’attenzione, dato che i prodotti erano su ordinazione. A Milano aprì il primo lo stesso anno in Piazza Sempione, Basta Problemi di Ercole Sabbatini e sua moglie Angela Masia. Con la rivoluzione sessuale a cavallo di Anni Sessanta e Settanta i sex toys furono considerati uno strumento per la rivoluzione politica e perciò sempre più femministe americane iniziarono ad interessarsene, una di queste, Dell Williams, aprì il primo sex shop femminista dedicato alle donne Eve’s Garden a Manhattan nel 1974. Tuttavia, il più grande distributore di materiale pornografico e sex toys negli States rimase per lungo tempo (nonostante i numerosi problemi legali) Reuben Sturman, che aveva cominciato il suo business nei primi Sessanta.

To be continued

Foto copertina: Pulsatore Stronic Drei di Fun Factory

I proprietari di Basta Problemi Sex Shop di Milano

Franco Trentalance, l’ex pornodivo eclettico che stupisce sempre

Di recente Franco Trentalance è stato nella mia cittadina per presentare la sua nuova graphic novel Bloody Park. Ho sempre voluto intervistare un pornodivo o una pornodiva e lui si è reso gentilmente disponibile. Ha lasciato il mondo dell’hard nel 2017, ed essendo una persona eclettica, non si è limitato a fare tv ma ha esplorato l’universo della scrittura, del coaching e dell’enogastronomia. Non si tratta della prima star del porno che si dà alla parola scritta, come Sasha Grey, o dedita alla scrittura, come Stoya. Tuttavia, sembra essere uno dei pochi continuativi e particolarmente bravo a scrivere. È discreto anche nella recitazione, caratteristica non scontata per un ex porno attore. Si è fatto conoscere al grande pubblico con la partecipazione nel 2008 alla terza edizione del programma La Talpa di Mediaset. Negli anni ha vinto diversi premi sia come porno attore che scrittore: Premio alla Carriera (BMB Festival IV Edizione, Milano, 2011), Miglior Testimonial dell’Hard Italiano e Personaggio dell’Anno ( Premio Hard Channel TV, 2012, 2014), Accademia Res Aulica Scrittori in gusto per Tre giorni di buio (2015) e Premio FiPiLi Horror Book Festival per Il guardiano del parco (2017).

La graphic novel Bloody Park è tratta dal suo ultimo romanzo horror Il Guardiano del Parco (2017), scritto con il regista, sceneggiatore e autore tv Marco Limberti. Alba Scott è una studentessa americana in visita a Mozzano, un paese vicino Lucca, per completare la sua tesi universitaria. La sua bellezza non passa inosservata e finisce sulla strada di un serial killer sparendo in modo misterioso. Il fumetto è stato realizzato da Andrea Cavalletto e prodotto da Edizioni Inkiostro.

Perché hai deciso di fare l’attore porno?

Al pari di un musicista, un ballerino, un cantante, un dentista o un ingegnere, volevo fare della mia passione che era il sesso un mestiere. Desideravo diventare un professionista della cosa che mi divertiva di più. Poi ci è voluta una buona dose di coraggio perché più di venti anni fa quando ho iniziato essere un attore o attrice hard non era la cosa più pop del mondo.

In vent’anni di carriera hai attraversato due epoche diverse dell’industria del porno. Come hai vissuto questo cambiamento?

Bene perché alla fine un professionista si concentra sulla scena di sesso pura e la partner piuttosto che sui cambiamenti. Però è vero che siamo passati dal VHS al DVD ai video di Internet, dalle telecamere giganti con i cassettoni dentro a quelle HD con i nastrini alle ultime digitali con la scheda.

Sei passato anche dalla trama alla non trama.

Sì, anche se in realtà il mercato commerciale funzionava così: le case di produzione vendevano dei pacchetti di film. Al loro interno c’erano due prodotti di punta con la trama ed una serie all sex, dove c’era solo sesso, e tutti venivano presentati alle fiere internazionali. Io ho sempre fatto entrambi. La clip di Internet ha determinato la fine della trama.

In un’intervista al giornale Il Tempo dichiari che fare hard ‘non è un lavoro qualunque per l’ansia da prestazione, soprattutto per i maschi’. Quali sono le difficoltà che si devono affrontare in questo mestiere?

È come essere un campione sportivo. Hai un grande valore ed il tifoso si aspetta sempre che tu giochi al cento per cento. Questa è l’ansia iniziale che accomuna uno sportivo ad un attore hard. Ad un campione qualche sconfitta gliela puoi concedere, il porno attore invece non può fare mai cilecca. Siccome non è prevista, il doverci riuscire per forza mette pressione su un set. Quando i ragazzi vogliono fare dei provini in Europa, e sottolineo che in Italia non ci sono, prendono delle pillole per risolvere l’assenza di erezione. Ma se sei nervoso o sotto stress ed il motore non lo accendi, l’aiuto non scatta.

Dici spesso che ti piace andare al sodo, perché allora hai pubblicato un manuale di seduzione (Seduzione Magnetica, 2018)?

Per andare al sodo (ride). Il manuale vale anche per il sesso femminile. Se una donna dedica un mese di tempo ad un uomo che le piace, poi ci finisce a letto e scopre che non è capace, hanno perso tempo tutte e due. Non è per andare a letto insieme subito però se va in porto, avrai guadagnato un mese in più nello stare bene, se va male avrai risparmiato un mese buttato. Il libro non è un manuale di rimorchio. Ci sono dei suggerimenti tattici ma il concetto fondamentale è diventare persone migliori. La seduzione si basa su serietà, affidabilità, disponibilità e preparazione culturale. E questo vale non solo con le donne, ma con tutta la gente che si conosce.

Che cosa ti dà lo scrivere di thriller che il porno non ti ha mai dato?

Mi è sempre piaciuto comunicare: ho fatto l’istruttore sportivo nei villaggi turistici, il barman in discoteca. Mi sono sempre trovato in contesti affollati. L’esaltazione della comunicazione è la parola. Nel porno c’erano tante sensazioni forti ma la comunicazione era parziale. Il poter scrivere rende al meglio ciò che uno percepisce e pensa.