Perché mi chiamo Fiore Avvelenato

“C’era una volta un bellissimo fiore rigoglioso attorno a cui ronzavano diverse api. Queste non si azzardavano ad avvicinarsi perché sapevano che il suo polline era troppo pregiato per loro. Un giorno un serpente vide una farfalla depositarsi sul polline per succhiarlo e si avventò contro di lei. Invece di addentarla, morse il polline del fiore avvelenandolo. Il fiore non fu più lo stesso. Rinacque a nuova vita e le api iniziarono ad abbeverarsi al suo nettare”.  

Quando ho lanciato il sondaggio tra i miei follower sul motivo per cui mi chiamassi Fiore Avvelenato, le risposte sono state bizzarre. “Perché la fregna (fica in marchigiano) ce mazza (ammazza) a tutti!” forse è stata una delle intuizioni più esilaranti che mi è arrivata. Alcuni si sono concentrati sulla parola “fiore”: “un fiore carino a cui hanno fatto girare le ovaie”, “un fiore morso da un serpente”, “il fiore del frutto della vita di Adamo ed Eva”. Altri si sono soffermati sul significato di “avvelenato”: “volto alla provocazione per causare riflessione”, “una cosa bella che può essere al tempo stesso pericolosa ed ingannevole”, “avvelenato implica un intervento esterno, non velenoso di per sé, ma reso tale” (ci è andato vicino). L’idea della storiella iniziale me l’ha data un follower inventandosi una favola shakesperiana. “Fiore Avvelenato perché attira le sue prede, le api. È un fiore strano, non da polline, ma da veleno di serpente. Un giorno un serpente velenoso si era innamorato di quella specie di Fiore particolare, si avvicinò e fu scacciato dalle api che ritenevano i fiori loro territorio. L’animale, arrabbiato, avvelenò con i suoi denti tutti quei tipi di fiori e da lì in poi le api che si posano su quelli, muoiono. Così non essendo impollinati, si estinsero ed il serpente rimase senza il suo fiore. Pentito di ciò che aveva fatto, si tolse la vita avvelenandosi esso stesso, e si adagiò sui petali secchi dei ‘fiori avvelenati’ sparsi a terra. Una ragazza passò e vide il serpente morto sui fiori. Prese un petalo ancora fresco, e riuscì a farlo ridiventare fiore tramite un miscuglio di veleno del serpente morto, ali di api e ‘venuto’ della sua vagina. Il Fiore ricominciò a riprodursi e la ragazza gli diede il nome di Fiore Avvelenato”.

Fiore. Nell’emisfero occidentale il fiore è una delle rappresentazioni principe della vagina, alla quale viene spesso associata una rosa. Ho sempre pensato che la mia assieme a tutte le altre fosse qualcosa di magnifico e bello, una gioia visiva e nettare per le api che vi si posano. Le dinastie cinesi Han e Ming la paragonavano ad un fiore di loto dorato, entrata per il paradiso. La chiamavano anche “rosa nera” perché il pelo pubico abbondante era indice di passionalità e sensualità e se formava un triangolo equilatero era segno di grande bellezza. Chi era priva di peli, era chiamata “tigre bianca”. Altri nomi floreali che usavano in Cina per designare la vagina erano: loto della saggezza, cuore di peonia, peonia appena sbocciata, guanciale di muschio, giglio puro, anemone dell’amore. Le piccole labbra erano chiamate germogli di grano e il mini cappuccio di pelle che copre la clitoride giardino notturno. Nell’antica Grecia la clitoride e le piccole labbra erano indicate come bacca o frutto di mirto, pianta sacra ad Afrodite, il quale aroma veniva associato ai genitali femminili (myrtos significa profumo). Era quindi anche un potente afrodisiaco. Nel testo classico indiano Ananga Ranga le donne, divise in quattro classi, sono celebrate per gusto e forma delle loro vagine. La padmini, donna loto, ha secrezioni sessuali profumate come gigli sbocciati. Oltre al fiore, nella tradizione artistica classica, medievale e rinascimentale europea la mandorla era sinonimo di genitali femminili. In epoca romana questo seme era un talismano per la fertilità, dato che era nato dalla vagina di Cibele, dea della natura, e manciate di mandorle erano lanciate agli sposi. La vesica piscis, di forma simile, per i primi cristiani era la vagina della Vergine Maria. Insomma, tutte sembianze migliori del nome latino “vagina” che sta per “fodero” o “guaina”.

Avvelenato. Avvelenato da veleno di serpente. È un animale che mi ha sempre attratto con i suoi movimenti sinuosi e lo sguardo vitreo. Mi sono anche spesso identificata con Medusa nel corso della mia vita. In seguito ne ho compreso il motivo. La donna, considerata nel mondo occidentale nemica del serpente, in realtà non lo schiaccia sotto i suoi piedi ma incarna il serpente stesso. Le società patriarcali hanno fatto di tutto per distruggere questo animale da Eva in poi proprio perché rappresenta la sensualità e la sessualità della donna. Il Dio biblico disse al serpente “Io porrò inimicizia tra te e la donna”, ed ha mantenuto la promessa fino ai nostri giorni. Il seme della misoginia non è solo colpa della cristianità, ma mise radici nel mondo antico già tra l’XI e il XIII secolo. La dea Serpente delle società primitive e pre-classiche è una testimonianza di come nell’Europa Paleolitica le donne fossero considerate partenogenetiche (come alcune vipere). “Madre di tutti gli Dei che aveva generato prima che il parto esistesse”, recitava l’iscrizione sotto la dea Neith, la prima creatrice, nel tempio egizio di Sais. In diverse comunità del mondo le mestruazioni sono state concettualizzate attraverso riti con la serpe. A partire dall’età classica, il rifiuto delle mestruazioni come sostanza tossica e velenosa ha causato l’allontanamento delle donne dalla vita religiosa, politica e militare. Probabilmente i nostri antenati primitivi ne sapevano più di noi: se si osserva bene, la bocca spalancata di un serpente assomiglia ad una vagina. Il serpente che perde la pelle e si rigenera era l’incarnazione dei misteri di morte e rinascita. La donna deve riappropriarsi della propria sessualità, quindi, parlandone a non finire così che la paura verso il suo enigmatico serpente venga abbattuta e la sua condizione sia alla pari di quella dell’uomo.

Il motivo del blog. I motivi sono tanti. Mi sono sempre trovata a mio agio a parlare di sesso senza tabù e a dare il nome vero alle cose. Questo atteggiamento mi ha stigmatizzata con gli amici e con gli uomini. Perciò spesso mi trovo meglio con gli spiriti liberi, la gente aperta mentalmente, dal lato eccentrico o artistico, come me. Desideravo esplorare me stessa, io che fino all’età di ventisette anni non avevo scoperto molti miei lati nascosti, pur sapendo di avere del potenziale. Non volevo compiere l’esplorazione in solitario ma condividerla con amiche e amici “consenzienti”, provando a smantellare le nostre inibizioni e soddisfacendo le nostre curiosità. A distanza di quasi cinque anni, non so se ci sono riuscita, però sicuramente sono cresciuta molto spiritualmente e nella confidenza a letto. Infine, in alcuni dei primi post, volevo soddisfare le mie fantasie su un uomo che non potevo vedere spesso. Per fortuna, il blog è sopravvissuto a questa storia ed è cambiato negli anni, nei mesi e nei giorni con la solita curiosità che lo contraddistingue. Come un serpente che cambia pelle.

Me stessa in Elf Zhou London
Annunci

L’enigma del peccato nascosto di Lewis Carroll

Charles Dodgson, in arte Lewis Carroll, nacque il 27 gennaio del 1832 a Daresbury nel Cheshire, nord-ovest dell’Inghilterra. Era un ragazzo intelligente e affascinante, sul quale la sua famiglia, composta da altri dieci fratelli e sorelle, nutriva grandi aspettative. Diventò docente di matematica a contratto ad Oxford, nel college di Christ Church. Nel 1856 arrivò il nuovo dean (una sorta di preside) Henry George Liddell che si trasferì assieme alla moglie e ai figli. Fin da subito Charles si legò molto ai Liddell, soprattutto alla consorte di Henry, Lorina Hannah, ed ai suoi bambini. Era graditissimo ospite nella deanery, era invitato a cena e a serate musicali. Usava i suoi famigliari come soggetti per la sua recente passione, la fotografia, incoraggiato dalla stessa Lorina che gli propose le figlie come modelle. Era una donna bella, schietta e sincera e aveva un marito di quindici anni più vecchio sempre molto impegnato. Era logico che cercasse la compagnia di una persona vivace come Dodgson. La casa dei Liddell si trasformò nel suo studio fotografico ma la madre di Lorina, la signora Reeve, lo prese in antipatia perché considerava sconveniente la sua assidua frequentazione della casa. Iniziarono a girare voci sul fatto che passasse troppo tempo con i Liddell e che le sue simpatie fossero dirette alla governante Mary Prickett (a cui si dice si sia ispirato per il personaggio della Regina di Cuori) . Ed esistevano anche dei pettegolezzi su lui e Lorina, e lui e Lorina Charlotte (soprannominata Ina), la figlia.

Dopo due anni di report della relazione coi Liddell nei suoi diari, esiste un lasso di tempo di quattro anni in cui non scrisse. Fu il passaggio dalla gioventù spensierata all’età adulta. Negli anni Sessanta pubblicò le sue prime ed ultime poesie erotiche. È impossibile sapere se questi scritti rispecchino la realtà di ciò che gli accadde nel periodo di latitanza. I componimenti parlano di un uomo che si innamora di una donna perfetta, di amanti che si dichiarano amore eterno ma si debbono separare, di un uomo senza speranza che prova un forte desiderio per una donna irraggiungibile, di un amore negato che non riesce a riprendersi, e di un uomo che sta pensando di andarsene dal luogo dove vive e lavora perché gli ricorda il suo fallimento. Una delle sue poesie meglio riuscite è Stolen Waters (Sorsi Rubati), in cui Charles descrive l’incontro folgorante con una donna alta e bionda che lo fa deviare dal sentiero attraendolo in un luogo ricco di fiori rigogliosi e frutta matura e invitandolo a bere insieme a lei. Lui beve il succo e viene inondato da una sensazione di fuoco nel cervello. Fa sesso con la donna ma quando rinsavisce si accorge che fiori e frutti marciscono attorno a lui. Fugge ma la donna lo segue sempre perché a lei ha lasciato il proprio cuore e porta con sé quello di lei. Quest’ultimo, però, è un cuore di pietra che lo fa sentire esiliato dalla bontà del mondo. Mentre erra per una terra desolata, una voce gli indica la strada della redenzione: “Sii come un bimbo, affinché tu possa gioire di ogni respiro“. L’unico modo di fare ammenda è riscoprire l’innocenza perduta. Simbolismo o realtà? Non lo sapremo mai. Negli stessi anni di composizione dei poemi inizia a menzionare nei suoi diari un grande peccato ignoto.

Un’altra leggenda è che fosse legato ad Alice in modo sentimentale e sessuale. Chi contribuì ad alimentare il sacro fuoco di questo mito fu suo nipote, Stewart Dodgson Collingwood, il primo a scrivere una biografia su di lui (e a far sparire documenti), la poetessa e critica letteraria Florence Becker Lennon, dell’insegnante e scrittore scozzese Alexander Taylor. Collingwood speculò sulla relazione dello zio con la bambina, Lennon suggerì che fosse un rapporto romantico vicina ad una passione sessuale, e Taylor affermò che non ci fosse dubbio sull’amore di Dodgson per lei. Nei diari non ci sono indizi a riguardo. Sono sbucate solo due “prove” molto contestabili. Una voce di corridoio dei tardi anni Settanta, quando Alice era ormai ventiseienne ed adulta, in una frase canzonatoria in una lettera privata di Lord Salisbury che suggeriva che Charles avesse chiesto di recente la mano di Alice, fosse stato rifiutato e “uscito di testa”. L’altra è più criptica. In un’annotazione di diario del 17 ottobre 1866 si legge: “Sabato zio S. ha cenato con me e domenica ho cenato con lui al Randolph e in ognuna delle due occasioni abbiamo parlato un bel po’ di Wilfred e di A.L. – è un argomento molto delicato”. Wilfred era il fratello squattrinato di Charles che corteggiava una ragazza di quindici anni di meno di nome Alice Donkin. La L potrebbe essere un lapsus. Che c’entrava con Alice Liddell? Se fossero state due cose distinte, Charles avrebbe usato le parole “due argomenti delicati”.

Veri o meno i pettegolezzi, e non si sa se a causa di questo peccato per cui Charles riteneva di dover fare penitenza, smise nel 1863 per sei mesi di fare visita ai Liddell e si tenne distante da loro in pubblico. Ci riallacciò brevemente i rapporti tra dicembre e gennaio 1864, che poi precipitarono per questioni politiche interne al college di Christ Church. Nel breve periodo in cui si rifrequentò con loro, il suo diario era pieno di osservazioni come “Dio aiutami ad emendare la mia vita, in nome di Gesù Cristo”, “le mie prediche non siano una beffa solenne, dato che le mie parole istigano gli altri a fare buone azioni mentre io per primo sono un reietto”. La sua relazione con loro non cessò definitivamente ma furono mantenuti rapporti formali. Un anno dopo la spaccatura con i Liddell Charles scriverà la sua ultima poesia d’amore, The Valley of the Shadow of Death, che racconta di un uomo che ha finalmente imparato a lasciarsi alle spalle i propri peccati.

L’altra metà della sua vita fu caratterizzata da un turbinio di donne eclettiche ed intelligenti di cui amava circondarsi. Parlava apertamente di sessualità e si discostava dall’atteggiamento pruriginoso della sua epoca nei confronti di tale argomento. Non si sposò mai e si autodefinì un “vecchio scapolone dal cuore spezzato”. Scrisse poesie sulla nostalgia per ciò che era stato e non poteva tornare più. Nell’ultimo periodo della sua vita fu ossessionato dalla morte, convinto che fosse vicina. Morì il 14 gennaio 1898 di polmonite, portando il suo segreto per sempre con sé. Lorina proibì al biografo di suo marito (morto quattro giorni dopo Charles) di citare il nome di Dodgson, si spense nel 1909.

La leggenda di Lewis Carroll pedofilo è una fake news

“Charles te ne devi andare”, la donna in piedi di fronte a lui lo scrutava con severità tanto da farlo sentire piccolo nella poltrona che aveva accolto molte volte le sue letture. “Cosa succede, Ina? “, si alzò afferrandole le mani impaurito. Lorina Hannah Liddell si scostò senza guardarlo come se stesse per compiere un qualcosa di odioso ai suoi occhi. “Girano voci”, gli riferì, “Su di noi?”, la incalzò. “No, sul fatto che usi i miei figli per corteggiare la governante e che tenti di fare la corte anche ad Ina”. Charles Dodgson abbozzò un sorriso per quanto fossero assurde quelle dicerie ma poi ritornò serio per il viso accigliato di Lorina. “Se Henry lo scopre…”. “Non scoprirà mai niente, te lo prometto”, la rassicurò stringendole piano una spalla. Lei annuì e si scostò congiungendo le mani davanti a lei. “Devi stare lontano da noi per un periodo, almeno finché le voci non si saranno calmate”. L’uomo la squadrò perplesso come se non fosse preparato a questa risoluzione. Sospirò e chinò la testa per un attimo come per assimilare la notizia. “Sia”, acconsentì ed uscì dalla stanza per prendere il suo soprabito.

Lewis Carroll, al secolo Charles Dodgson, è uno dei personaggi più misteriosi della letteratura inglese dopo Shakespeare. Sulla sua vita privata ricade un vero e proprio giallo, in parte risolto in tempi recenti con il ritrovamento di un riassunto di una pagina mancante di un suo diario. I discendenti della sua famiglia hanno fatto sparire cinque anni e mezzo dei suoi taccuini grigi. Karoline Leach, attrice, autrice e regista teatrale, mentre conduceva delle ricerche per una sceneggiatura, ritrovò nel 1996 nell’archivio Dodgson un documento indicato in catalogo come “Pagine di Diario Tagliate”. Attorno a queste, dopo la sua morte, si erano scatenate delle vere e proprie leggende, la più diffusa delle quali era quella che parlassero della sua relazione proibita con Alice Liddell, protagonista di Alice nel Paese delle Meraviglie. Tuttavia, il riassunto della pagina del 27 giugno 1863, redatto probabilmente da una delle nipoti di Charles, descrive una giornata in cui Alice è scorbutica per essersi fatta male alla gamba e riporta la seguente frase: “L.C. (Lewis Carroll) viene a conoscenza dalla signora Liddell che si dice in giro che lui usa i bambini come strumento per fare la corte alla governante e anche che [illeggibile] farebbe la corte a Ina”.

Carroll? Quello stesso Carroll che è stato tacciato più volte nella storia di smaccata pedofilia impugnando come evidenza le sue foto a bambine lascive dai volti inquietanti? Ebbene sì, l’uomo di famiglia ecclesiastica che non si fece mai prete, era uno scapolo amante delle donne. Di tutte quelle in età da marito per la legge dell’epoca, quindi dai sedici anni in su. Charles aveva ricci castani, occhi azzurri, un volto trasognato che piaceva al sesso femminile, gli unici suoi difetti erano la sordità dell’orecchio destro per una pertosse avuta da piccolo e il balbettio. Si accompagnava sia con donne sposate che single, che era consono chiamare “child-friends” (piccole amiche). Circolavano pettegolezzi sulle sue frequentazioni mature, dato che in genere usciva con artiste o donne occupate. I problemi riguardo alla veridicità del racconto della sua vita sono stati innescati dalla sua famiglia, fortemente conservatrice, che dopo la sua morte distrusse molte carte private e si rifiutò fino alla metà del ventesimo secolo (settant’anni dopo la sua morte nel 1898) di rendere pubblici i documenti che lo riguardavano. Due biografi in particolare misero alla berlina la sua reputazione. Langford Reed, sceneggiatore e umorista, disse che le sue amicizie con le bambine finivano in fase prepuberale, e Anthony Goldschimdt insinuò l’idea moderna che fosse sessualmente deviato e represso.

Il Novecento influenzato dall’invenzione della psicanalisi trasformò la sua predilezione per i bambini in pedofilia scordando l’epoca in cui era vissuto. L’epoca vittoriana adorava l’innocenza dell’infanzia. Il Bambino era un’invenzione del sentimentalismo vittoriano che riteneva l’amore per la compagnia dei bimbi sinonimo di integrità morale. La rappresentazione di bambine nude non era un’espressione pornografica ma un’immagine artistica popolare e comunemente accettata come gli angioletti nudi nei dipinti. La bambina senza veli era asessuata perché raffigurava la purezza così disperatamente cercata dalla borghesia. Il concetto di pedofilia e di “zio cattivo” sarebbe stato coniato relativamente più tardi da Krafft-Ebing negli anni Ottanta dell’Ottocento. Dopo la morte del padre, nel 1868, Charles cercò rifugio nell’immaginario fanciullesco in segno di redenzione per uno strappo che non era mai riuscito a ricucire col genitore: l’aver rinunciato al prelato ed essere un impenitente viveur. Il tempo che trascorreva con i bambini era un atto di espiazione, era per dimostrare a se stesso che il suo cuore fosse ancora puro. E il motivo probabilmente non risiedeva solo nell’essere stato un figlio degenere… —> Seconda parte

La cara vecchia Befana, dea della fertilità e della nascita

Ogni anno ci domandiamo che senso abbia festeggiare una ricorrenza che sembra essere solo per i più piccoli. Ci trasciniamo annoiati al tavolo da pranzo, riempiamo calze di dolci e caramelle o ci travestiamo da Befana per amici e parenti. Per cercare di spazzare via la tristezza serale da fine ferie natalizie andiamo a qualche festa trash dove viene eletta la Befana più sexy, un branco di streghe col cappello a punta scappato da Halloween, e se indossiamo il costume in questione, ci rallegriamo del fatto che almeno quest’anno non ci vestiremo a Carnevale. Abbiamo perso il senso di questa festa già quando Mussolini distribuiva pacchi dedicati alla vecchietta nazionale.

Ma chi è la Befana e cosa diavolo ha a che fare con questo blog? Si tratta della dea Diana che presiede i cicli lunari. In Italia è la divinità della fertilità che, a partire da Santo Stefano, passa sui campi a seminare per dodici giorni. Diana si è fusa con la greca Artemide, che presiedeva anche la caccia, ma la sua origine risiede nella dea Dia dell’antica religione romana, che garantiva la crescita del raccolto e assomigliava a Cerere/Demetra. Il nome Dia deriva da luce, e proprio grazie a quest’ultima i semi potevano prosperare in buoni frutti. Le donne la invocavano per rimanere incinte. Il suo aspetto era quello di un’anziana rappresentante la fine dell’anno, che in genere veniva bruciata sotto forma di fantoccio, scopa o fascio di legna. Vi ricorda qualcosa? La miriade di falò che si accendono sotto l’Epifania in Italia, derivati appunto da usanze contadine. In Veneto ci si riferisce a questa consuetudine proprio con la frase “brusàr la vecia” (bruciare la vecchia). Si ardeva la vecchia per lasciarsi il passato indietro e accogliere il nuovo che sarebbe risorto dalle ceneri. Addirittura, a seconda della direzione che prendeva il fuoco in balia del vento, si poteva divinare il futuro.

Nel resto dell’Italia c’erano tradizioni interessanti durante l’Epifania che riguardavano la ricerca di un compagno o una compagna. In Toscana ci sono i Befani scelti dalla sorte tramite la composizione di una focaccia in cui veniva nascosta una fava fresca simbolo di fertilità. Chi la trovava diventava regina o re della fava e sceglieva il possibile futuro marito o moglie gettandogli la fava nel bicchiere. Un costume simile è presente anche in Francia e Spagna. In Molise le donne si addormentavano la notte del 6 gennaio sperando di sognare l’uomo della propria vita. A Perugia e dintorni da un rametto di ulivo si staccava una fogliolina fresca, la si inumidiva leggermente con la saliva e la si incendiava su una fiamma. Se la foglia bruciava scoppiettando e muovendosi, era segno che l’amore fosse reciproco, se invece cadeva e bruciava lentamente, indicava che il sentimento non fosse ricambiato. Il massimo dei tentativi consentiti era due.

Brian Fraud

La Befana è presente anche in Svizzera, Austria e Germania sotto le sembianze di Frau Holle (Holda) e Perchta. Holda è molto simile a Diana e Artemide, garantisce la fertilità di semi, animali e piante, e ricompensa o punisce chi non fa il proprio dovere. Essendo la signora della morte e della rigenerazione risiede in caverne dentro montagne, grandi luoghi di mistero in quanto rappresentanti il ventre materno. I cavalieri medievali si perdevano al loro interno e spesso erano catapultati in luoghi di perdizione, come Tannhauser, che entra nel Venusberg (monte di Venere) per vivere avventure erotiche.

Non proprio una festa per bambini, dunque, ma per adulti consapevoli dei ritmi della Terra e che accettano il tempo che passa. Non si può fermare il tempo ma solo celebrarlo nel suo scorrere portando con sé le cose buone e abbandonando quelle cattive.

Rosso a Capodanno, rosso tutto l’anno

Quando ho iniziato a pensare a questo post, credevo che nessuno avesse tempo di fare sesso a Capodanno o che l’avesse fatto poco e male. Mi sono dovuta ricredere grazie ad un sondaggio Instagram. Alla domanda “Siete mai riusciti a farlo all’ultimo dell’anno?” hanno vinto i sì sui no. Le migliori risposte sono state: “Sì, con gente attorno nudi. Fantastico”, “Un anno da ragazzino. Ero talmente ubriaco che non ero nemmeno sicuro di averlo fatto. Me lo ha detto lei”, “Spesso. La più curiosa fu con due sorelle senza sapere che loro lo fossero e senza che loro sapessero“. Ovviamente è capitato più a coppie che single, in cene con gruppi consistenti o con più stanze a disposizione in case o strutture ricettive, più da giovanissimi che da adulti. Dietro i no ci sono vari motivi come l’imbarazzo di trovarsi in compagnia e la quantità di cibo o alcool ingollata che non consente una piacevole esecuzione della performance. Personalmente non mi è mai capitato di “consumare un amplesso” a Capodanno, a volte per mancanza di materia prima, altre per questioni logistiche. Non l’ho mai rimpianto perché non sono una persona superstiziosa (“Chi non scopa a Capodanno, non scopa tutto l’anno” o il bacio anglosassone sotto il vischio per buona fortuna) ma la maggior parte delle volte ho sempre indossato un intimo rosso.

L’intento non è mai stato per la speranza di incontrare qualcuno ma per me stessa. Il rosso non è solo un colore che richiama la seduzione e attira l’attenzione o porta fortuna come in Asia. Nei Saturnali dell’Antica Roma (dal 17 al 23 dicembre) si indossava il rosso perché colore divino che rievocava gli antichi fasti della mitica età dell’oro, dove tutti erano uguali e non avevano bisogno di lavorare. Ci si vestiva di questa tonalità per assomigliare per una volta ad un dio o ad una dea. Un’altra parola che fa rima con buona sorte nei significati del rosso, è fertilità e fecondità. L’anno muore per rinascere in un anno prospero, pieno di vita. Peccato che alla persona con cui lo facciamo, in genere non freghi molto della nostra lingerie. È più per noi che per loro. Ma il rosso attrae sempre in quanto presente nei nostri geni dall’epoca primitiva. Un paio di stivali alti di questo tono fanno girare più teste in mezzo alla folla che una persona nuda. Così accade con un intimo del genere. Riproduzione e mestruazioni. Non è un caso che le femmine della famiglia dei primati quando sono fertili, hanno la faccia di un rosso vivo per il picco raggiunto dal livello di estrogeni che fanno esplodere i vasi sanguigni.

È difficile che accada qualcosa se non la si vuole fortemente. Se ci si chiude a riccio e non si è aperti verso gli altri, a Capodanno (e in nessun’altra occasione) non ci si diverte ne si fa sesso. Se, invece, si è possibilisti, tante magie possono accadere!

La perenne schiavitù di Hannah Cullwick

“Cosa stai facendo?”, disse l’uomo ritirando la scarpa dal volto della donna con un’ombra di disgusto. “Ti sto leccando”, rispose lei in stato confusionale. “Ora sei mia moglie, non devi fare più queste cose”, le disse stizzito. Hannah si rabbuiò, sembrava un’idra irta di serpenti. Si avvicinò al tavolo degli alcolici e si riempì il bicchiere. “C’è qualcuna che è già la tua serva vero?”, si massaggiò nervosamente la manica del vestito che nascondeva il bracciale di cuoio. “Non dire stupidaggini”, le intimò Arthur con nervosismo crescente. “Magari Ellen, andate così d’accordo insieme”, continuò Hannah imperterrita. Ellen era sua sorella e da quando si era installata a casa loro conversava amabilmente con Arthur. Bevve d’un fiato il contenuto alcolico del bicchiere. “Vai a quel paese, stronzo”, sputò verso di lui cogliendolo alla sprovvista. Arthur si alzò dalla poltrona dove era seduto a leggere il giornale e fu aggredito da una gragnola di spregevoli insulti. Hannah aveva il volto arrossato, gli occhi spiritati e non era più bella come prima. Era ora di prendere una decisione.

Hannah Cullwick

Hannah Cullwick nacque nello Shropshire il 26 maggio 1833 da persone povere. Il padre, alcolista, maltrattava madre e fratello ed Hannah si trovava spesso a dover fermare le sue violenze. Ad otto anni iniziò a lavorare come serva in famiglie aristocratiche e borghesi, nelle quali venne caricata di lavori pesanti ed umilianti. Scoprì presto che la dura fatica le piaceva, dato che era forte e robusta. A quattordici anni arrivò a Londra, in cui comprese la bellezza di  spalare il carbone, portare pesi, fare la sguattera in cucina e la contadina quando le famiglie per cui lavorava andavano in vacanza in campagna. Nella stessa città, il giorno del suo compleanno, fu abbagliata dal teatro. Rimase affascinata dal Sardanapalus di Lord Byron. La colpirono in particolare le parole della schiava Mirra, amante del re Sardanapalo, che vorrebbe farne la sua sposa: “Padrone, io sono la tua schiava”. Nella sua testa questo diventò il suo ideale di relazione perché annotò nel suo diario: “Ho pensato se mai dovessi amare qualcuno, è questo che vorrei: che lui sia sopra di me e io sua schiava”.

Arthur Munby

Scovò il suo Sardanapalo nella figura di Arthur Munby, un gentiluomo inglese che la adescò, sempre nel giorno del suo compleanno un anno dopo la pièce teatrale, mentre stava tornando dai signori dove prestava servizio. Munby doveva diventare avvocato per volere del padre, ma la sua vera passione era la poesia unita ad una smodata mania per le donne lavoratrici, che a volte pagava per farsi raccontare le loro mansioni o scattare una foto con la scusa dell’interesse socio-antropologico. Quest’ultimo era uno dei pretesti più usati per la produzione di fotografia pornografica ottocentesca. Hannah e Arthur si trovarono subito negli intenti ed iniziarono una relazione nascosta, dato che appartenevano a due classi sociali diametralmente opposte. Comunicavano attraverso la scrittura i loro desideri, organizzavano incontri furtivi nella stanza presa in affitto da lui a Temple, si davano appuntamenti in pubblico in cui fingevano di non conoscersi per aumentare il desiderio. La pratica feticista più amata dalla coppia era cospargere Hannah di olio e piombo sulla pelle per sembrare o un qualcosa di lurido, come uno spazzacamino, o di esotico, come le donne medio orientali, considerate conturbanti all’epoca. La pulitura del camino avveniva con Hannah nuda e un solo sacchetto in testa. Come atto rituale di ogni incontro, Hannah sgusciava da Arthur e gli leccava ripetutamente gli stivali in segno di sottomissione. Cominciò ad indossare un bracciale di cuoio al polso e una catena al collo, di cui solo lui aveva la chiave, come simbolo di appartenenza al suo padrone. Hannah era orgogliosa ma si piegava al volere di Munby perché le piaceva essere umiliata. I suoi segni di fatica erano simboli di amore e sacrificio per Arthur. Il loro godimento consisteva nello spingersi agli estremi resistendo finché potevano alle tentazioni per aumentare l’eccitazione sessuale.

Oltre alle pratiche reali, usavano come sfogo dei loro desideri la fotografia. Un fotografo professionista scattava foto ad Hannah vestita nelle mise più disparate: domestica, contadina, signora, ragazzo androgino, Maria Maddalena e molte altre. Le scarpe e le ginocchia di Munby apparvero solo in due scatti. Hannah avrebbe voluto vestirsi da uomo anche nella realtà per stare accanto ad Arthur più facilmente ma non sarebbe mai accaduto. Per il resto, Hannah ebbe carta bianca, perché era lei la vera regista della performance dietro la lente. Questo a dimostrazione che lo schiavo non è passivo nel BDSM, ma attivo, e può esistere uno “scambio” di ruoli col suo dominatore. Arthur richiese anche molte foto delle mani della sua serva preferita, grosse e callose. Il terzo sguardo di un estraneo che osservava la loro ossessione aggiungeva ulteriore eccitazione alla loro passione fotografica. 

Dopo quindici anni di relazione, Munby volle sposare Hannah. Comprò una licenza di matrimonio che permetteva di celebrare le nozze senza sparare mortaretti, ma il padre prese male la notizia e gli vietò di comunicarlo alla madre. Andarono quindi a convivere insieme, Hannah si finse domestica celando il fatto di essere una coppia a vicini e domestici. Finalmente convolarono a nozze il 14 gennaio 1873. Il matrimonio rovinò la loro relazione BDSM mettendo sullo stesso piano i loro ruoli. Hannah non era abituata a fare nulla e si diede al bere come suo padre. Iniziò ad essere gelosa della sorella Ellen che viveva in casa con loro e aveva instaurato un buon rapporto con Arthur. Al culmine di una crisi generata dall’alcool, in cui ricoprì suo marito d’insulti, fu spedita in campagna con la complicità del medico di famiglia. Hannah non torno più a Londra e Munby la visitò ogni tanto. Continuarono però a farsi fotografie fino alla morte di lei nel 1909. Arthur la seguì l’anno dopo. Donò foto, diari e scritti al Trinity College di Cambridge in scatole che avrebbero dovuto essere aperte solo il primo gennaio del 1960.

I costumi scabrosi di Colette, bisex e cougar ante litteram

La ragazza con le due lunghe trecce dietro la schiena si guardava nuda davanti allo specchio. Le piacevano le sue ciglia folte, i suoi occhi allungati dal leggero tocco orientale e il suo corpo longilineo, così diverso da quello delle sue compagne di classe, molte già formate. Fissò i suoi seni piccoli ma belli, ben modellati. Non le sarebbe dispiaciuto se fossero rimasti così. A volte sognava di essere un ragazzo, fare un mestiere da uomo, come il marinaio,  e salpare per luoghi esotici sconosciuti. Le si accesero le pupille per l’eccitazione. Ci sarebbe sicuramente riuscita! La porta della sua stanza si aprì. “Oh, Gabrielle!”, sbottò la madre sorpresa dalla sua nudità. La ragazza si rinfilò la camicia da notte rapida. “Come diavolo farai a trovarti un compagno se sei così innamorata della tua immagine?”. Sidonie-Gabrielle sorrise colpevole. 

Sidonie-Gabrielle nacque a Saint-Sauveur-en-Puisaye in Borgogna nel 1873 e il suo nome di penna era Colette, dal cognome del padre Jules-Joseph. Visse un’infanzia ed un’adolescenza felici grazie ai genitori, liberi pensatori che le permettevano di andare nei boschi, assistere alla nascita del giorno, viaggiare a Parigi e Bruxelles e frequentare le scuole pubbliche. Innamorata della sua immagine, si autodefinì “ragazza-e-ragazzo” per il volto femminile e il fisico che non corrispondeva esattamente ai canoni di bellezza della sua epoca. Il suo fratellastro Achille, uno dei figli del primo matrimonio della madre, la diede in sposa a vent’anni al libertino trentaquattrenne Henry Gauthier-Villars, già con un figlio illegittimo a carico e proprietario di una casa editrice. Henry, detto Willy, aveva una predilezione particolare per le ragazze androgine e per un periodo si divertì a giocare con Colette al padre incestuoso che punisce la figlia cattiva. Poi tornò alle sue vecchie abitudini. Foglietti anonimi informavano la novella sposa sulle nuove conquiste del marito: Louise Willy, Charlotte Kinceler, Georgie Raoul-Duval. Gabrielle fece buon viso a cattivo gioco, diventò amiche delle amanti di Willy e con alcune, come Georgie, esplorò le sue tendenze omosessuali.  Nonostante ciò, soffrì moltissimo dell’infedeltà del marito e si ammalò fisicamente e mentalmente. La scrittura la salvò. Willy, che aveva una squadra di persone che scriveva per suo conto, attorno al 1894 le chiese di scrivere su dei quaderni le sue memorie delle scuole elementari infarcendole di particolari piccanti. All’inizio deluso dal risultato, ripose il lavoro in un cassetto per recuperarlo due anni più tardi.

Colette (2018)

Nel 1900 fu pubblicato da Olendorff “Claudine à l’école” firmato Willy. Nella prefazione Henry scrisse che si trattava di una sorta di diario intimo che gli era stato inviato da una ragazza. Ancora oggi non sappiamo quanto ci sia di Colette nel testo, dato che suo marito rimaneggiò l’opera e aggiunse di sicuro verve agli episodi lesbo, ed i primi due manoscritti originali furono distrutti. Fu un successo straordinario, soprattutto “Claudine en ménage”, dove si malcelava la storia tra Colette e Georgie. La scrittrice intensificò i rapporti con la scena culturale lesbica parigina, frequentando in una mezza relazione la musa ispiratrice Natalie Clifford-Barney, e acquisì il soprannome di Culotte per il suo stile di vita provocatorio. Willy la immerse nell’ambiente teatrale e Gabrielle si scoprì attrice in ruoli maschili: recitò il ruolo di seduttore che scambia un lungo bacio con una donna conquistata ad un caffè, fu quasi nuda nei panni di Pan, e fu uno scienziato che bacia una mummia femmina per riportarla in vita. Nel frattempo la sua relazione con Henry naufragò,  e nella primavera del 1906 conobbe Mathilde De Marny, detta Missy. Questa coltivava la riproduzione dell’aspetto maschile nell’estetica e negli abiti fino alla caricatura. Nel 1910 si separò definitivamente dal marito dopo aver scoperto che aveva stipulato un contratto che la privava di tutti i diritti sulle vendite annuali di Claudine.

Colette e Missy
Colette

I rapporti con Missy si allentarono nel 1911 quando intrecciò una relazione con Henry De Jouvenel, uno dei redattori capo del Matin, in cui Gabrielle aveva iniziato a lavorare. I due si sposarono un anno più tardi ed ebbero una figlia che Colette chiamò col suo nome omonimo. Sempre piena di impegni e dalla vita frenetica, la scrittrice fu di nuovo rimpiazzata dall’amante ufficiale del marito, Germaine Patat. La depressione di Colette per questo risvolto, però, non durò a lungo perché si consolò con il figliastro Bertrand, proveniente dal precedente matrimonio di De Jouvenel. Il ragazzo trascorreva vacanze e pranzi da lei, e la scrittrice gli fornì un’educazione sentimentale. Li separavano trent’anni di differenza ed il giovane non fu né primo né l’ultimo toy boy di Colette. Nel passato aveva avuto Auguste Hériot, figlio dei proprietari dei Grands Magasins du Louvre, con tredici anni di meno, e di seguito a Bertrand verrà Maurice Goudeket, di sedici più piccolo. Tuttavia il romanzo “Chéri”, in cui una cortigiana ritiratasi dalla scena seduce un venticinquenne, è stato scritto qualche mese prima della relazione con Bertrand e probabilmente è solo una fantasia incestuosa. Il racconto “Le Blé en herbe” invece parla in modo gioioso del loro rapporto sotto pseudonimi.

Dopo aver lasciato De Jouvenel e il Matin, viaggiò molto per il mondo, scrisse per Vogue e Marie-Claire, fu ambasciatrice di Francia in Belgio e incontrò Goudeket, che rimarrà suo amante ed amico fino alla morte. Sotto l’occupazione nazista, assunse una posizione ambigua, in bilico tra il collaborazionismo e la resistenza. Nonostante le molte proteste per questo motivo, Colette, ormai artritica sulla sedia a rotelle, ottenne nel 1953 la legione d’onore. Fu la sola donna nella storia della Repubblica Francese ad avere ricevuto le esequie ufficiali nella sepoltura al cimitero Perè-Lachaise di Parigi.

Colette é stata una donna dalle idee sfuggenti, inafferrabili. Fu restia a definirsi “scrittrice”, disse che la scrittura per lei non era un lavoro, altrimenti l’avrebbe detestata. Difatti  la usò spesso come strumento di autopsicanalisi: in romanzi da teatro vaudeville si vendicherà dei maltrattamenti ricevuti dai suoi ex mariti e descriverà la sua gelosia repressa in La Chatte . Tuttavia, Simone De Beauvoir, autrice del Secondo Sesso, pur condannandole il fatto di aver rifiutato il femminismo come idea, le riconobbe di essere stata la prima scrittrice francese ad aver sul serio vissuto della propria penna. Il 6 dicembre è uscita una sua biopic interpretata da Keira Knightley con la regia di Wash Westmoreland, regista che ha debuttato negli anni Novanta nel mondo del cinema pornografico gay,  in cui ha vinto awards per diversi film.