La serietà del costume da coniglietta di Playboy

Molte di noi vorrebbero vestirsi da coniglietta di Playboy, per un party di carnevale o un appuntamento sexy. Diverse l’hanno già fatto. Una mia follower ha detto di averle sempre ammirate, “quelle donne mi sono sembrate sempre forti ed emancipate“. Un’altra invece ha commentato “troppo maschilismo in giro per farlo con serenità e senza pregiudizi“. Hanno entrambe ragione. Quando ci vestiamo ad una festa o per un partner stiamo giocando per un giorno, ma se dovessimo indossare un costume del genere per lavorare in un bar sarebbe tutta un’altra storia. Non ci sentiremo sicure o rispettate. Accuseremo di sessismo il datore di lavoro e ce ne andremo perché, a meno che non si tratti appunto del Playboy Club, non ne varrebbe la pena. Questo è il mondo di oggi. Quello di ieri invece era nettamente diverso.

Hugh Hefner

Non si può approfondire la conoscenza sulle conigliette di Playboy, le Playboy bunnies, senza conoscere il fondatore della rivista più famosa d’America: Hugh Hefner. La sua vita al college cambiò nel 1948 quando uscì il rapporto Kinsey sul comportamento sessuale nella donna e nell’uomo. Scoprì che le apparenze della società erano piene di ipocrisia e capì che era ora di iniziare a parlare liberamente di sesso. Prima trattò l’argomento sul suo giornale universitario, Shaft, e dopo essersi sposato e licenziato da Esquire, mise insieme nella sua cucina a Chicago con due suoi amici la rivista Stag Party (festa dello scapolo). Il nome però era già preso ed il suo amico Eldon Sellers suggerì Playboy dal nome della casa di produzione di automobili in cui aveva lavorato sua madre a Detroit, la Playboy Company. Invece di un cervo (stag), la nuova mascotte fu un coniglio (non si sa bene il motivo, forse per il fatto che il titolo ha due Y che ricordano le orecchie del coniglio). La rivista uscì ufficialmente nel dicembre del 1953. Il logo fu creato per il secondo numero dal grafico Art Paul, che divenne la costante di ogni copertina in una curiosa caccia al coniglio. Playboy registrò subito uno straordinario successo per il connubio tra lifestyle e nudo di classe in carne ed ossa (fino ad allora c’erano solo pin-up disegnate sulle riviste).

Norma Jean (Marilyn Monroe)

All’inizio una mano sulla via della popolarità gliela diede la foto nuda di una giovane Norma Jean (Marilyn Monroe), capelli lunghi, sfondo rosso, braccio alzato a scoprire il seno, ma era noioso affidarsi a fotografie già pronte. Quindi Hugh assunse il fotografo Vince Taijiri e creò le playmates, le ragazze della porta accanto, una per ogni mese, e più tardi i famosi paginoni che si aprivano per avere un’esperienza quasi 3D della donna. Ma Playboy non fu solo fatto di ragazze senza veli. Sin dal principio seguì il credo della libertà d’espressione, sulle sue pagine trovavano posto neri e bianchi in maniera paritaria all’epoca del segregazionismo. Le sue famose interviste approfondite interpellarono uomini come Miles Davis, Malcolm X, Marthin Luther King. Era sempre in prima linea per i diritti civili (tanto da fondare a difesa di questi la Playboy Foundation nel 1965) e per quelli delle donne. Promosse la contraccezione, l’aborto, la libertà sessuale e il femminismo, nonostante fosse la rivista nemica numero uno delle femministe radicali americane. Hugh Hefner tentò di confrontarsi con queste in un’intervista prima con Gloria Steinem e poi in tv al Dick Cavett Show. Andò male in entrambi i casi perché una parte del movimento femminista attaccava l’immaginario sessuale stereotipato di cui Playboy era suo malgrado portabandiera.

Hugh Hefner con Bonnie Jo Halpin, la coniglietta-icona delle pubblicità del Playboy Club

Le conigliette erano di sicuro uno dei motivi per cui Hefner non veniva preso sul serio. Ma indovinate un po’ chi fu a lanciare l’idea? Una ragazza con cui usciva Hugh Hefner, Ilsa Taurins, un’immigrata lettone. Non che Hefner non ci avesse pensato, ma aveva lasciato perdere perché il coniglio di Playboy era un maschio. Il suo braccio destro, Victor Lownes, invitò invece Taurins a lavorare sul design con sua madre, una sarta. Venne fuori un costume di satin con la coda a pon pon e il cerchietto con le orecchie soffici da coniglio. Hefner suggerì di sgambarlo, aggiunse colletto e polsini, e bustino con lacci laterali da stringere. Il prototipo fu rivelato nello show tv Playboy Penthouse, indossato da Cynthia Maddox, fidanzata di Hefner. La stilista Renée Blot fu reclutata successivamente per apportare modifiche. È l’unica uniforme da servizio che ha ricevuto un brevetto. I colori più popolari erano il rosso, il blu pavone e il verde smeraldo. Le misure delle coppe erano troppo grandi e molte ragazze le imbottivano. I tacchi delle scarpe erano alti all’incirca sette centimetri. Le divise diventarono elemento di moda negli anni, nei Sessanta c’erano le fantasie di Emilio Pucci sui bustini e motivi psichedelici nei Settanta.

Anni Sessanta

Il primo Playboy Club aprì a Chicago il 29 febbraio del 1960 in 116 E. Walton Street. Ogni socio aveva delle chiavi con il logo del coniglio sopra e l’iscrizione costava cinquanta dollari ma i prezzi al bar erano stracciati, 1.50 dollari per cibo, bevande e un pacchetto di sigarette con l’accendino, proprio per fare gola anche ai giovani scapoli più attenti. Ai membri veniva data una chiave col simbolo del coniglio ed erano chiamati keyholders. Le conigliette guadagnavano molto di più in una settimana che in un normale mestiere da cameriera grazie alle laute mance che inserivano dentro il loro costume. Se lo Stato in cui il club era lo prevedeva, le bunnies ricevevano anche una paga minima ad ora. Nel libro The Bunny Years tante conigliette intervistate dichiarano di aver svolto questo lavoro per la sua alta rimuneratività. Si incontrava il jet-set cittadino ed internazionale, si imparava ad intrattenere relazioni pubbliche e ovviamente il mestiere da cameriera. Playboy prendeva ragazze che frequentavano college, non solo per la politica della ragazza della porta accanto, ma anche per avere donne intelligenti e argute. Assumeva pure modelle, aspiranti attrici e ragazze madri. All’epoca la rivoluzione sessuale doveva ancora avere inizio. Certo, il requisito base era essere carine, con estrema flessibilità, se scorrete le foto di quegli anni. Tutte le etnie potevano inserirsi nella squadra. Col tempo, venne la disciplina.

Hefner con le Bunnies nel Playboy Club di Chicago, 1960, credit Playboy

Ancora una volta, fu una donna a consigliare di inserire un training di base: Alice Nichols. Coniglietta del club di Chicago, aveva commesso due figuracce con Hugh Hefner: non l’aveva riconosciuto chiedendogli insistentemente la chiave e gli aveva rovesciato addosso i drink. Alice sviluppò assieme al fratello di Hefner, Keith, responsabile del portamento delle bunnies una specie di corso di formazione. Non si poteva uscire con clienti, ospiti, visitatori, manager, direttori di sala, barman, musicisti, performer e aiuto camerieri, dare i propri cognomi, indirizzi di casa o numeri di telefono. L’eccezione alla regola dell’uscita era fatta solo per membri di una stretta cerchia di dirigenti del giornale, tra cui Hefner e Lownes, che si chiamava No. 1 Keyholders. Ma non si era costrette ad andare con loro. Fidanzati e mariti si incontravano ad almeno due isolati dal club. Per aggiungere maggiore controllo, un’agenzia di detective teneva sotto sorveglianza il comportamento delle conigliette nel club.

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Bunny Dip, da Inside the Playboy Paradise, 1966

C’erano delle pose distintive da assumere: Bunny Stance, Bunny Dip, High Carry, Bunny Crouch, Bunny Perch. La prima era una posa da modella con un piede dietro l’altro e il fianco leggermente spinto fuori. La seconda, molto famosa, era una graziosa arcata all’indietro a ginocchia unite impiegata quando si servivano i drink per evitare che il seno uscisse fuori dal costume. La terza era necessaria per portare un vassoio pieno di bevande sul palmo piatto della mano alto sopra la testa. La quarta era obbligatoria nel prendere gli ordini al tavolo durante gli spettacoli, prevenendo le bunnies dal piegarsi su un cliente ed esporre se stesse. La quinta era per far riposare le conigliette quando non servivano drink (non potevano sedersi, dovevano stare sempre in piedi), potevano appoggiarsi erette sul retro di una sedia o su un corrimano. La coniglietta doveva accogliere i clienti con un sorriso caldo, mettersi in Bunny Stance, posizionare in Bunny Dip i tovagliolini da cocktail col logo in bella vista dalla parte del cliente, chiedere di vedere la chiave e prendere le ordinazioni partendo dalla signora (se c’era, altrimenti l’uomo a destra del Keyholder). Il vassoio era organizzato con un ordine preciso e bisognava conoscere a memoria i nomi di 143 bottiglie di alcolici (31 scotch, 16 bourboun e 30 liquori). Alla fine del training c’era un quiz con diciotto domande di verifica. Erano divise in mansioni: Door Bunnies, Coat Check Bunnies (guardaroba), Cigarette Bunnies, Roaming Camera Bunnies (fotografe serate), Gift Shop Bunnies, Floor Bunnies (cameriere), Pool Bunnies (biliardo). Guardate questo vecchio video per un riassunto del training: https://www.youtube.com/watch?v=XqBBsN8jxi0.

Victor Blackman, Stringer, Getty Images

Meglio come gioco che come lavoro la coniglietta, eh? Eppure Gloria Steinem quando scrisse nel 1963 su Show della sua esperienza da bunny per una settimana a New York non vide serietà e disciplina ma solo quello che voleva vedere. Donne sfruttate in vestiti degradanti che le esponevano come pezzi di carne. È vero, il Playboy Club era una fantasia maschile divenuta realtà ma le conigliette venivano trattate bene e si emancipavano grazie ai cospicui guadagni. Non era un mestiere che si poteva fare tutta la vita, pur se c’è chi lo fece per quattordici anni tra le testimonianze di The Bunny Years, ma sviluppava indubbio savoir faire e spigliatezza nelle donne, impensabile in un’epoca in cui il nostro unico scopo era partorire figli e avere un mestiere rispettabile (da abbandonare una volta sposate). Le Playboy Bunnies di quel periodo sono diventate donne in carriera nello spettacolo e in altri settori come quello immobiliare o letterario. Molte ragazze mi hanno detto che vorrebbero indossare quel costume per acquisire confidenza con il loro corpo. Il bustino è uno strano strumento di tortura democratico assieme alle coppe. Ci fa tutte belle, filiformi e seno dotate.

Reese Witherspoon in Legally Blonde (2001)

Io non ci vedo niente di male in questo stereotipo sexy. È elegante e sofisticato, non volgare o trash come le magliette a fil di seno e i pantaloncini sopra al sedere. In realtà mi piacciono entrambi ma perché sono convinta che ognuno dovrebbe andare in giro come si sente, senza venire multato o invitato a coprirsi. Quando mi sono vestita da coniglietta con un costume semplice e non uguale all’originale, mi sono sentita desiderabile pur senza coppe. Immaginate come doveva essere con quello vero, ancora di più incoraggiante in questa direzione, con la sensazione del raso morbido contro la pelle e la percezione di essere una performer sul palco. Si può sempre argomentare che lo scopo ultimo non fosse nobile, ma c’è della genialità nel far sentire bene una persona in un costume imbarazzante (per l’epoca) e allo stesso tempo avviarla verso una carriera lavorativa che non è quella della strada.

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Renée Zelwegger in Bridget Jones’s Diary (2001)

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La continua attrazione tra sesso e morte

Sotto il periodo di Halloween stavo guardando Le Curiose Creazioni di Christine McConnell, una specie di sitcom Netflix dolciaria a tema horror con protagonista McConnell, performer e straordinaria pasticcera-cuoca-cucitrice, una regina del bricolage leggermente old fashioned. Sono stata colpita da quanto lei si muovesse in maniera sensuale in un contesto macabro e potenzialmente “pericoloso”. Al di là dell’artificio, ho realizzato, mentre mi bevevo avidamente i cinque episodi, che il fascino stava proprio in quello. L’essere in bilico tra la vita e la morte e danzarci sopra in modo elegante ed ironico. È il principio dell’erotismo e per questo Christine era così sexy.

The Curious Creations of Christine McConnell

Ci avete mai fatto caso che in molti film horror americani il culmine di una scena di sesso viene spesso disturbata dalla morte? Non è solo perché questo popolo è erede del puritanesimo dei loro padri fondatori. Sfruttano quell’eccitazione smodata che può portare alla distruzione su cui Freud ha scritto un intero saggio, Al di là del principio del piacere, ispirandosi al filosofo Empedocle. Questo aveva individuato due concetti cosmici che gli servivano da applicare alla biologia: philìa (amore, amicizia) e neikos (discordia, odio). I due vivono in perenne lotta tra loro, il primo unisce gli elementi (nascita), l’altro li separa (morte). Da qui il principio di eros, istinto vitale, e thánatos, istinto di distruzione e morte. Il primo è una pulsione psichica e fisica che vuole sfogare le tensioni all’interno dell’essere umano ed è sempre insoddisfatta. La ripetizione del desiderio porta alla sofferenza placata solo dalla pulsione di morte, il secondo, che riporta l’uomo ad uno stato senza pensiero. Secondo lo psicanalista, sono due opposti perennemente in lotta.

Lo stesso principio di eros è sempre stato rappresentato in maniera non positiva. Le storie che coinvolgono una passione sfrenata o un amore ardente finiscono sempre male. Molto male. Perché fuori dal matrimonio consacrato non poteva esistere nulla. Esempi famosi, Paolo e Francesca nella realtà, Romeo e Giulietta nella finzione letteraria. Il pubblico godeva di queste storie. Perché voleva una conferma della realtà che viveva. Soltanto la monotonia porta sicurezza, il resto è distrazione, pericolo e al massimo puro intrattenimento. Abbandonarsi totalmente a qualcosa per perdere la ragione è come cadere nel buco nero della morte senza fare più ritorno. Il gusto per queste storie esiste ancora tutt’oggi, soprattutto in quelle dark romance. Buffy non poteva fare l’amore con il vampiro Angel perché aveva una maledizione che l’avrebbe trasformato nel vecchio sé cattivo. Era una metafora per dire che una teenager doveva guardarsi dal fare sesso altrimenti il ragazzo o uomo l’avrebbe giudicata una poco di buono. Lo stesso motivo torna in Twilight, in cui Bella e Edward non possono copulare, altrimenti lei potrebbe morire. Non è un caso che la scrittrice sia mormone.

Buffy e Angel in Buffy The Vampire Slayer (1997)

Quando facciamo sesso a volte nella foga cerchiamo la morte nel senso di annullamento della mente. Un piacere talmente grande che dissolve l’attività cerebrale così fastidiosa nei nostri momenti animaleschi. In francese, infatti, orgasmo si chiama petite mort ed ai tempi di Shakespeare il verbo to die, morire, significava anche raggiungere l’orgasmo. Morire per poi rinascere svegli e scattanti come se avessimo bevuto un caffé o freschi e rilassati…o tristi per depressione post-coito (ahia). A volte nel sesso cerchiamo il dolore o l’apnea perché non sentiamo completamente il piacere. Più fa male, più godiamo. Un dominatore mi ha detto che diverse donne gli chiedono di stringergli il collo durante il sesso ed una volta si è spaventato perché la tizia gli stava domandando di stringere fino quasi a farsi ammazzare. Penso che in episodi del genere ci siano problemi seri. Come nel breath control o “morte erotica” nell’autoerotismo, che va sempre a finire nel peggiore dei modi (danni cerebrali o morte) e nel sesso a due è comunque consigliato non fare: spezza la libido dell’altro e ci sono accortezze da operazione chirurgica. Ayzad, esperto di sessualità estreme e sex explorer, ribadisce sull’argomento:  “Non c’è altro da dire se non che è da sempre la prima causa di morte in ambito erotico. Quando qualcosa ammazza una media di tre persone al giorno l’unico commento è semplice: non fatelo.

La morte è un tabù più grande del sesso. Non la accettiamo. La rinchiudiamo dentro posti come cimiteri o urne di cenere ma non la guardiamo mai veramente in faccia perché ci ricorda il nostro destino organico: tornare a far parte della terra. I batteri che scompongono un corpo defunto sono vivi e la materia scomposta nutre il terreno. Eppure vita e morte stanno sulla stessa linea, si rincorrono continuamente, si abbracciano e si completano. Come due amanti di cui nessuno vuole tollerare la passione. Tra le divinità antiche ce ne erano alcune che rappresentavano questa dicotomia fondamentale. Persefone vive tra due mondi, quello dell’aldilà e quello terreno, a dimostrare che vita e morte sono fortemente interconnessi. In un periodo precedente a quello classico, la madre Demetra e lei erano venerate l’una accanto all’altra: il raccolto sboccia, cresce e secca, è il ciclo vitale. Numerosi Dei aztechi sono rappresentati come scheletri perché erano simbolo di fertilità, salute e abbondanza. Nel Vodun Baron Samedi e Papa Legba (il cui veve è sul mio sterno nella foto in copertina) si assomigliano: sono molto sessuati e dediti al sesso, controllano i crocevia tra il mondo dei vivi e dei morti e resuscitano le persone. Le civiltà arcaiche e animiste sicuramente avevano un rapporto più naturale con Nostra Signora.

Non possiamo aggrapparci alla ragione con accanimento, come non possiamo vivere sempre in uno stato di costante abbandono. Quando scriviamo, disegniamo, interpretiamo, dobbiamo per forza raggiungere una catarsi, purificazione assoluta dei nostri dolori,  quindi morire, per poi rinascere. Accogliere le proprie pulsioni di morte serve a vivere più intensamente la vita. Dobbiamo guardare in faccia la morte e prenderla per ciò che è: vita. 

Il bikini provocava scandalo in spiaggia e può provocarlo ancora

Il bikini è stato il primo indumento femminile a suggerire le forme del corpo nudo pubblicamente. Per vent’anni e più, non ha avuto vita facile sulle spiagge di tutto il mondo. Tra la fine del Novecento e l’inizio del Ventesimo secolo, si passò dalle cabine di legno a ruote in cui le signore si cambiavano ed erano trasportate direttamente in acqua per non essere viste alla nuotatrice australiana Annette Kellerman che già nel 1905 sfoggiava il suo pratico costume intero a maniche corte e pantaloncini cuciti a delle calze nere per essere più veloce nel nuoto. Quest’ultima fu arrestata per indecenza sulla Revere Beach di Boston mentre si allenava per una gara, ma data la sua popolarità da atleta e performer di vaudeville fu scarcerata. Il giudice capì che era per esercizio, però gli chiese di indossare una gonna finché non si fosse immersa nell’acqua. Fu la prima a sdoganare la tenuta da spiaggia femminile sotto il segno della praticità e della velocità. E la prima star nuda di Hollywood. Nonostante questo, quando il bikini fece capolino nella forma atome di Jacques Heim e in quella più famosa di Louis Réard nel 1946, l’ex atleta disapprovò l’invenzione dicendo che rendeva le gambe brutte.

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Annette Kellermann

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Micheline Bernardini nel bikini di Reard

All’inizio solo le ballerine e le donne di spettacolo lo indossarono. Le modelle si rifiutarono in massa per una questione di reputazione. Il due pezzi fu subito bandito nel 1948 dalle spiagge italiane e spagnole, nel 1949 sulle coste atlantiche francesi. Addirittura Miss Mondo lo proibì dal 1951 per cinque anni. Un articolo del 49 dell’Osservatore Romano, giornale del Vaticano, paragonò il bikini ai quattro cavalieri dell’apocalisse e le chiese cristiane lo videro come un oggetto corrotto. Il Vaticano bollò l’atto di indossarlo come peccaminoso. I comunisti lo definirono “decadenza capitalista” e le femministe lo definirono “porcata chauvinista”. Il bikini era così scabroso per il pubblico benpensante che infestò in pianta stabile i giornali per uomini per una decina d’anni prima di essere accettato. Era sexy, comodo e rivelava le grazie delle donne. Una visione paradisiaca. Le “ragazze perbene” non se lo mettevano anche se lo ammiravano al cinema nei film di Hollywood, dove la ragazza col bikini serviva per fare cassa ed era provocatrice di scandalo. È solo alla fine degli anni Cinquanta che Vogue inizia a far comparire il bikini sulle sue pagine (1957) e viene ufficialmente legittimato sulle spiagge negli anni Sessanta. Ursula Andress nel bikini bianco di Honey Ryder in Dr. No (1962) e Raquel Welch nel costumino di pelle e pelliccia in  Un milione di anni fa (1966) diventano delle icone da copiare.

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Ursula Andress in Dr. No (1962)

Il 1964 e il 1974 segnano le date di nuovi scandali lanciati dallo stilista Rudi Gernreich: il monokini ed il tanga. Il monokini era una mutanda dotata di fasce o bretelle che lasciava scoperti i seni. Non ebbe molto successo nella realtà, i pochi modelli sulle spiagge coprivano verticalmente i capezzoli per dargli un’illusione di decenza, ma di sicuro fu il trampolino di lancio per il tanga, la sola micro-mutandina che rivela i glutei, da indossare a seno scoperto. Gernreich lo disegnò in risposta ad un divieto di abbronzarsi nudi sulle spiagge del consiglio municipale di Los Angeles. Prima di allora era stato portato solo dalle “exotic dancers” e dalle burlesquer. Da quel momento in poi, l’abbigliamento da mare si fa senza frontiere e viene accettato pure nell’haute couture (il bikini di fiori di Yves Saint Laurent). I video dei rapper ed in seguito quelli pop pullulano di completi decorati da pailettes, diamanti, borchie, frange ed altro. Se non sono succinti e seducenti, il mainstream non li vuole. Purtroppo non vanno di pari passo le proibizioni a riguardo da parte di governi e comuni. Soprattutto, la spiaggia italiana così come è concepita dai tempi del fascismo non aiuta la libera espressione del corpo. Stabilimenti balneari ed ombrelloni ovunque, poca spiaggia senza padroni e la buon costume nascosta nel DNA del tuo vicino di ombrellone. Tecnicamente, nessuno ti dà fastidio se sei a tette nude però c’è sempre qualcuno che può denunciarti per aver turbato la sua mente. Per non parlare del nudo integrale, ammesso in genere in spiagge vicine a riserve naturali o in località di villeggiatura ma selvagge.

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Life magazine, 1964

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Lisa Taylor e Jerry Hall, foto: Helmut Lang, 1975

L’evoluzione del bikini, comunque, non è finita. Negli ultimi anni, ragazze, donne e anziane indossano la brasiliana, una mutandina che scopre un po’ più della metà dei glutei regalandogli una forma a cuore piuttosto intrigante. È la preferita dagli uomini e la più portata nonostante i difetti fisici che ciascuna può avere. Non sta bene a chiunque, però è da apprezzare che alla maggior parte delle donne non freghi nulla. Alcune non la portano perché dà fastidio tra le natiche o hanno problemi di accettazione con il loro corpo, quindi si buttano sul classico. Infatti, la filosofia che dovrebbe prevalere sulla battigia dovrebbe essere “vado come mi sento” e “sono figa con quello che mi pare”. Un costume intero può essere sexy, come quelli di Pin-Up Stars o Yandy, studiati in modo tale da impreziosire la figura, o avere una striscia simile al tanga sul sedere come questo indossato da Kendall Jenner. Nei 2000 si poneva più enfasi sulla grandezza del décolleté negli anni dieci il sedere è diventato il protagonista indiscusso del corpo di una donna grazie alle Kardashians. Nel caso di Kim, recentemente ha creato scalpore una sua foto dal Messico in bikini che rivela il didietro normale di una donna. Anche lei ha la cellulite, come ognuna di noi, e ciò la mette sul nostro stesso livello. Non ci basta, vorremmo che anche la pubblicità non usasse Photoshop per raggiungere modelli di perfezione inesistenti (notate bene, pure le modelle hanno difetti di cellulite o smagliature). Tuttavia, è scientificamente provato che un completino indosso alla persona giusta vende di più che su una comune mortale. Indi per cui, il problema si rivela spinoso. Tutte vorremmo advertising con corpi simili al nostro ma ci lanceremmo a comprarne i modelli?

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Brasiliana

Le tendenze adesso sfociano sul bondage con lacci e stringhe che si incrociano o legano dietro in un groviglio che solo le magre e le tornite possono permettersi. I bikini assomigliano sempre di più alla lingerie di moda. La realtà è che ognuna dovrebbe crearsi il suo costume per essere sensuale con il proprio stile. Ci sono molti siti che danno questa possibilità come Surania o Kiniswimwear e in Italia La Bikineria. Beachcandy ha anche l’opzione “coprire le cicatrici”, per quelle di noi che hanno subìto un intervento al seno, si adatta a 5 tipi di silhouette, si informa sul tuo grado di abbronzatura, e ti chiede pure qual è la caratteristica di punta del tuo corpo e quale il difetto che ti preoccupa maggiormente. Peccato sia una semplice guida ai suoi modelli già pronti, altrimenti sarebbe un configuratore ideale.

Che sia costume intero, bikini, trikini, monokini, tanga che scegliate, l’importante è sentirsi a proprio agio e seducenti come una Nicki Minaj sirenetta nel video di Bed.

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Nicki Minaj, Bed (2018)

 

 

 

Gotico & Halloween. La nudità dell’orrore

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Vania Zouravliov
– They just wait don’t they?
– What?
– The monsters inside us.
– Monsters?
– What would you call them?
– For me…demons. But one word is much like another.
– And when they’re released?
– We’re most who we are. Unrestrained. Ourselves.
(Penny Dreadful, stagione 2, episodio 7, Ethan Chandler – Vanessa Ives)

 

Vi state coprendo gli occhi. Le mani sono premute a forza contro il viso. Non volete guardare l’orrore sullo schermo. Prendete la mano del vostro vicino e la stringete forte. Il cuore che batte all’impazzata. Non riuscite a togliere lo schermo visivo ma allo stesso tempo sbirciate tra le fessure delle dita. Vi atterrisce e incuriosisce. Desiderate sapere senza avere il coraggio di osservare completamente la scena che si sta svolgendo nel film horror. Una buona pellicola di questa categoria scava nelle nostre anomalie estremizzandole. Cos’è l’Esorcista se non un passaggio dall’infanzia alla pubertà? Il mondo di Buffy – L’ammazzavampiri l’universo pericoloso del liceo?

L’horror proviene dal gotico, genere letterario nato alla metà del Settecento. Il gotico deve avere un elemento soprannaturale che funga da perno della narrazione e sconvolga le vite dei protagonisti. Ogni grande romanzo gotico è diventato tale per aver rispecchiato una forma di fobia. Frankenstein rappresenta l’evoluzione della scienza verso l’ignoto, il giocare a dio con la natura. Dorian Gray è la fame del bello che consuma da dentro, la sete insaziabile di piacere, il consumismo sfrenato privo di amore. Dracula è la paura del sesso, della sensualità e dell’omosessualità, caratteristica dell’epoca vittoriana, che in una certa misura esiste ancora in quella odierna. Nel corso dei secoli il soprannaturale ha spesso cercato di narrare inquietudini, spiegare cambiamenti e sciogliere le rigidità di un sistema repressivo.

Il gotico e l’horror hanno le tipiche componenti di un film o di un libro erotico: tensione iniziale, scoperta improvvisa e climax. Le atmosfere sono morbose, chiuse, spesso ripetitive. “Ecco l’impero dei sensi“, tratto dalla storia vera dell’assassina Sada Abe, mostra come la mania sessuale reiterata uccida e nel suo incedere verso la fine infonde un’angoscia del tutto simile a quella che si prova in un film del terrore. American Horror Story è una serie antologica composta dagli stereotipi di questo genere: la casa, il manicomio, la congrega di streghe, il circo, l’hotel e di nuovo una casa sull’ex colonia di Roanoke. Le nostre pulsioni recondite sono sfogate in spazi chiusi o luoghi nei quali le stranezze sono accettate. In pubblico è necessario mantenere il controllo delle nostre inclinazioni, come fa Vanessa Ives in Penny Dreadful, un convincente riassunto moderno dell’essenza del gotico. Vanessa è una donna attraente e sensuale nel secolo sbagliato. Va a letto con il promesso sposo della sua migliore amica Mina alla vigilia del suo matrimonio. Tradisce la sua fiducia e commette un peccato carnale. Attraversa un periodo depressivo ed è internata in manicomio. Lì i “dottori” le inculcano in testa che il naturale istinto sessuale è da reprimere. Vanessa non si accetta per quello che è, così come altri personaggi della serie. Ognuno di loro si sente un mostro o ha dentro una bestia che “graffia per uscire fuori”.

L’horror, il romanzo gotico, il classico racconto del terrore di Edgar Allan Poe scoperchiano i nostri nervi, la carne viva sotto la pelle, denudano la nostra intimità. Spingono le fantasie e i desideri al limite per scuotere i tabù dalle fondamenta. Il vampiro è la sensualità personificata, succhia il sangue, che rappresenta lo scambio di fluidi durante un rapporto. Il demone è l’io interiore che scalpita per fare ciò che vuole. Il lupo mannaro è il nostro istinto animale primordiale violento e sanguinario che si scatena all’improvviso. La creatura assemblata in laboratorio è il desiderio dell’uomo di raggiungere la perfezione e l’immortalità nella vita. Lo zombie è l’incarnazione delle paure di estinzione o di completo asservimento ad una società dominante della specie umana.

Il soprannaturale è un’espediente per raccontare qualcos’altro che tormenta le nostre coscienze. Halloween, Samhain ‘insieme’ in gaelico, rappresentava la fine dell’anno celtico. Ci si travestiva da creature della notte per esorcizzare i propri timori profondi. Si onoravano gli antenati, i morti, per togliersi la vecchia pelle e indossarne una nuova. Ciò che siamo muore nella notte di passaggio tra passato e presente. Affrontiamo l’orrore dei nostri dispiaceri esasperandoli e rinasciamo il mattino dopo. Immortali e terribili.

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Stuzzicarsi: Il sesso sta nel trucco

Marilyn Monroe in Theda Bara, Richard Avedon, 1958

“The most beautiful make-up for a woman is passion.” – Yves Saint-Laurent

Il sesso è un ottimo cosmetico naturale. Sicuramente almeno una volta dopo averlo fatto siete entrate in bagno, vi siete guardate allo specchio e vi siete sembrate belle e sane. Gli occhi sono luminosi, le guance imporporate, le labbra piene o arrossate. Sicuramene il sesso riattiva la circolazione sanguigna e linfatica. Ma non si può essere sempre splendidi in salute e soprattutto non si può pretendere di fare l’amore ogni volta che dobbiamo uscire. Il rimedio migliore è il trucco. Nasconde ogni amenità che abbiamo e che crediamo di avere, aiutando a valorizzare i nostri punti di forza.

“Sì, ma agli uomini non frega nulla, noi ci trucchiamo per noi stesse.” Se all’uomo non fregasse nulla dell’apparenza, non noterebbe le donne agghindate nei locali. Tutte andremo naturali, in pigiama e scarpe basse. Stesso assioma per il genere femminile. Alla donna importa essere al meglio, almeno una volta o due nella vita. Etero, lesbiche o bisex. Il motivo generale è voler migliorare il proprio aspetto, quindi il sembrare in salute. I preparati per cosmetici fatti in casa tramandati di generazione in generazione servivano ad eliminare le imperfezioni, accrescere il colore e a rimuovere eventuali tracce di vaiolo. Un motivo universale all’origine addirittura della cosmetica egizia. Gli antichi egiziani non si delineavano gli occhi di kohl, si spalmavano unguenti e indossavano parrucche solo a scopi decorativi e rituali. Il kohl era per combattere le malattie agli occhi e il rasarsi la testa sostituendo i propri capelli con una corolla di nera chioma finta era per prevenire i pidocchi. Al contrario, però, le materie prime usate potevano rivelarsi nocive per la salute. Il rossetto rosso che indicava l’alto rango di una persona, era composto da alghe, iodio e bromo, questi metalli erano talmente letali, che un bacio era chiamato “bacio della morte”. Una faccia dipinta di bianco nell’antica Roma era indice di donna benestante e seducente ma gli ingredienti della maschera di bellezza erano nocivi: piombo bianco e gesso.

Ci scrutiamo allo specchio e ci sentiamo meglio. E’ un potente mezzo di autostima. Ci trasformiamo in una persona leggermente diversa da quella che siamo. Si avvicina alla potenza di una maschera. La tendenza è aumentare qualcosa che già c’è. Occhi e labbra sono i fari di punta di un viso. Li sottolineamo con linee e tonalità per farli diventare enormi. Secondo Paul Ekman, uno dei più grandi psicologi studiosi di espressioni facciali ed emotive, ci trucchiamo provocanti cerchiandoci il contorno occhi di nero “perchè nell’ultimo stadio dell’incontro sessuale, un momento o due prima dell’orgasmo, uno dei muscoli che tiene le palpebre superiori su, si rilassa e gli occhi iniziano ad abbassarsi.” In inglese infatti lo “sguardo provocante, seducente” è chiamato “bedroom eyes”, che indica delle palpebre calate a metà. Il rossetto rosso rievoca le labbra ingrossate dall’affluire del sangue quando si è eccitati. Il fard richiama le guance arrossate. Nel regno animale, le femmine segnalano l’essere sessualmente disponibili e la qualità sessuale attraverso segnali fisici. Il make-up ha la stessa funzione nel genere umano. Avverte gli altri che una donna è giovane, fertile e appetibile. E’ per questo che gli uomini, volenti o nolenti, riconoscono questo tipo di segnale e ne sono attratti come mosche.

Al di là dei vari studi, come nel caso della lingerie, lo scopo principale del make-up è sedurre se stesse allo specchio, eccitarsi rendendosi eccitanti, ostentare sicurezza. Distinguersi per essere notate tra le tante. Il trucco infonde un’illusione utile di autostima al quale non possiamo e non dobbiamo rinunciare.

La depressione galoppante del film erotico

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Love (2015), Gaspar Noé

I film erotici non li ho mai tanto calcolati. Sarà perchè all’università iniziavo a vedere le prime serie tv americane, la metà delle quali era rigorosamente targata HBO (cliccate). Per chi ne fosse all’oscuro, è l’emittente storica di Sex&City. Da quando è finita, parecchia acqua è passata sotto i ponti e serie dal sesso estremo che sfociano nel gore e nello snuff sono emerse, ponendo in imbarazzo un Tinto Brass qualunque. Il mio immaginario è stato formato da True Blood e Game of Thrones, quindi la visione di un qualunque film del passato o del passato recente mi sembra un esercizio di stile manieristico. Un bel quadro che non mi comunica nulla.

Ho visto film vecchi e nuovi, e a parte rari casi come Emmanuelle (1974), il sapore generale era di noia e amarezza. Love di Gaspar Noé è stato “superpompato” l’anno scorso per le sue scene di sesso 3D, soprattutto il ménage à trois. L’intento sarebbe quello di dimostrare che anche un film è capace di ritrarre la sessualità sentimentale. Sì, quella perfetta. I protagonisti si comportano come dei consumati pornoattori. Sono belli, interessanti e hanno dei corpi desiderabili. Un’altra caratteristica fastidiosa presente nella maggioranza dei film erotici: fisici splendidi. L’unica differenza con un porno mainstream è il fatto che la donna o l’uomo potrebbero non avere le parti intime interamente depilate.

Si rimpiange l’imperfezione, il vedo/non vedo e uno straccio di trama, che non sia trita e ritrita. La mente riporta per forza a GIRLS (HBO) e il suo sesso impacciato, confuso, ridicolo con personaggi difettosi e normali. Leggendaria la scena in cui Adam “sbaglia” a penetrare Hannah stile doggy, la quale gli spiega che il sesso anale non le piace e il ragazzo la asseconda rassicurandola: “Facciamo il gioco tranquillo.” Marnie sul divano con Elijah, bisex, che nell’esplorare la sua parte etero fallisce a mantenere l’erezione nel rapporto in corso e tutto finisce in un silenzio imbarazzante. Shoshanna che si fa “mangiare la vagina”, espressione inglese per “leccatina/leccata” pur non essendo mai stata con un uomo e lo confessa al tipo sotto di lei qualche minuto dopo. Scene che pongono a disagio: dissacranti, divertenti, brutte. E’ la realtà che non eccita.

Anche due statue greche che si esibiscono nei più disparati virtuosismi non eccitano. Inoltre ormai le pellicole odierne, essendo in competizione con le serie tv sempre al passo con i gusti del pubblico, hanno i loro sfoghi erotici così da far apparire vuoto e deprimente quelle prettamente destinate allo scopo. I generi si fondono insieme in una distinzione non più netta.

E se vogliamo trovare un residuo di stimolo sessuale? Guardiamo i porno girati da donne, che si adattano sia alle fantasie femminili che a quelle maschili. Il sito We Love Good Sex, gestito da Lucie Blush, regista del settore, è una buona guida all’industria in rosa. Il motivo per cui sono da preferire all’erotico? Perchè non pretendono di avere una trama, non sono tristi, non finiscono male. E sono tutti felici.

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Stuzzicarsi: Giochi di ruolo

MBDNIPO EC007Charlotte Rampling in Il Portiere di Notte (1974)

Fingere di essere qualcun altro non è un gioco da sottovalutare. Può essere pericoloso. Se non avete un buon equilibrio mentale, è meglio abbandoniate l’idea. Potreste convincervi di essere bravi nel fare gli attori come in The Little Death o potreste ritrovarvi in Strade Perdute di David Lynch. Calpestereste mattonelle bianche e nere in corridoi rosso scarlatto. I corridoi della mente sono imprevedibili.
Effettuato un check-up di voi stessi e del vostro partner, potete passare al gioco di ruolo che eccita di più entrambi. Ricordatevi che poche volte il gioco si relaziona con una fantasia articolata. È più concentrato su una situazione di dominazione/sottomissione. Perchè lo scopo è sessuale. Qualcuno sta già smettendo di leggere. Qualcun altro invece è curioso. Funziona proprio così. C’è a chi piace e a chi non piace. La parcondicio va a farsi benedire. E’ possibile ribaltare i ruoli per non sentirsi da meno, però alla fine prevale la tendenza alla quale siete più inclini. E’ il principio base del BDSM (Bondage e Disciplina, Dominazione e Sottomissione, Sadismo e Masochismo). Non ci sono fruste, strangolatori (chokers in inglese), anelli di appartenenza, manette. L’ambientazione rimane soft. A meno che la vostra idea non sia schiava/padrone. In genere però si mantiene la carica erotica sulle parti da impersonare e sull’abbigliamento da indossare.

La maggioranza delle donne dichiara che preferisce una posizione dominante. La risposta è indotta da secoli di dominazione maschile. E’ logico che come reazione vogliamo avere lo scettro al letto. Eppure se si trova la persona adatta, ovvero, se riponiamo piena fiducia in questa, le probabilità di provare il ruolo della sottomessa si alzano. Vi piacerà. Se e solo se siete aperte ad ogni tipo di gioco. Perchè nella sottomissione non si pongono domande fino a che la finzione non termina. E’ quella sottile paura, quel brivido dell’ignoto che vi pervade la schiena, ad innescare la tensione sessuale. E’ lo scopo del gioco: portare la tensione ai massimi livelli per esplodere in un piacere più torbido e intenso di una ordinaria situazione eccitante.

Il degenero è sempre alle porte. Abusare di questi giochi può farvi scoprire inclinazioni che non sapevate di avere. Oppure l’amore può condurvi su una strada dissestata. Sono da dosare con cautela. La curiosità può portarvi dentro un taxi col vostro uomo che vi chiede di sfilare le mutandine e alzarvi la gonna per stare a contatto con la pelle del sedile e poi lasciarvi in balia di estranei che dispongono di voi come credono. Questa è Histoire d’O di Pauline Réage (pseudonimo di Dominique Aury). O è innamorata di René e per lui è disposta ad umiliarsi sotto gli occhi di una comunità BDSM. Scopre nel mentre un certo piacere ad essere sottomessa ed in seguito a dominare. Il romanzo ha sicuramente più senso di Cinquanta Sfumature di Grigio, dove la protagonista è una sorta di bambola di pezza inanimata. Abnegazione non è necessariamente sinonimo di stupidità. Pensate ai santi (ride). La protagonista si sente più sicura di sé, sensuale, una femme fatale. E’ una sorta di educazione sentimentale rovesciata. Una contraddizione in termini.

E’ da considerare pure l’altra faccia della medaglia. Nonostante il BDSM sia stato eliminato recentemente dalle parafilie (impulsi erotici ricorrenti), la morbosità di alcuni comportamenti è da considerare con attenzione. Il motivo del controllo mentale sta tutto qui. Se vi accorgete di aver sviluppato una sorta di dipendenza ossessiva, potreste avere un problema. Il Portiere di Notte è un film fantastico per aver individuato la profonda relazione tra eros e thanatos e tra terrore e sadomasochismo. Ma la relazione tra il portiere Maximilian, ex SS, e Lucia, ex deportata, è malata. Lucia non si trasforma in un’altra persona, regredisce allo stato di bambina, la sua volontà è completamente annullata dal manifesto lolitismo di Max. Inutile dire che da certi annientamenti si esce soltanto con un aiuto esterno. Spero non vi capiti mai.

Quindi, giochi di ruolo sì ma da usare con moderazione. Evitate di ridere. Nella finzione più siete seri, più è sicura la riuscita.