I migliori racconti erotici online si trovano su Clitoridea, molto più di una semplice raccolta

Clitoridea è un sito di racconti erotici nato ufficialmente nel dicembre del 2016. L’ideatrice è Ketty Rotundo, originaria di Catanzaro e residente a Cosenza, che qualche mese prima ad agosto aveva avuto la stimolante illuminazione. La scelta del nome è stata casuale. “Ero a letto con un tipo con il quale mi frequentavo all’epoca e si stava parlando del mio essere ‘clitoridea’ e non vaginale (o almeno non sempre), lui mi rispose che sarebbe stato un bel nome per un blog”, ricorda, “Da lì ho iniziato a pensare al significato che avrei potuto dargli io, concentrandomi sul gioco di parole. Clitor- idea. Dopo qualche mese dalla sua nascita ho ricevuto la proposta di curare la raccolta di racconti erotici, Red, per una casa editrice di e-book di Cosenza, Teomedia”.

Nella sua raccolta si trova ogni tipo di racconto, l’importante è che sia scritto bene. Le storie sono profonde ed intense, semplici e delicate. I racconti dei suoi autori sembrano frammenti di romanzi più grandi presi nei loro momenti migliori.

Ketty sapeva fin dall’inizio che non si sarebbe fermata ai racconti erotici. Infatti sul suo sito ci sono diverse sezioni: Racconti e Poesie, Handjobs – Storie a quattro mani, Voyeur – I tuoi occhi le nostre mani, Dirty Talk – La letteratura che parla sporco, Clitoridea&Friends. Se volete inviarle qualcosa, scrivetele a clitorideaweb@gmail.com.

Su Instagram conduce spesso sondaggi su letteratura e sessualità, dirette, dibattiti e pubblica sue poesie o riflessioni: https://www.instagram.com/clitoridea/. Recentemente ha subìto una sospensione del profilo da parte di Instagram seguita il giorno dopo da Le Sex en Rose (storia qui su Vice), è riuscita a ripristinarlo ed è tornata più carica di prima.

Logo Clitoridea

Quale tipo di selezione applichi ai racconti che ti arrivano?

Bella domanda. Inizialmente pubblicavo qualsiasi racconto mi venisse inviato. Avevo meno esperienza, anche a livello di lettura di questi. Oggi mi baso su più parametri. La modalità con il quale viene scritto, la grammatica e la punteggiatura.

Secondo te, cosa fa un buon racconto erotico?

Non mi interessa la storia in sé. Ognuno può avere una sua idea di cosa sia un racconto erotico. Sicuramente guardo la forma e la modalità con la quale si arriva ad una scena di sesso. Non che queste facciano di un racconto un racconto erotico. Ci sono casi in cui questo può definirsi erotico anche senza rapporto sessuale. Però, mi soffermo spesso sul come vengono raccontate certe situazioni. È difficile da spiegare. Non c’è una regola precisa in realtà, dipende sempre dalla storia che si vuole raccontare. Alcune necessitano di poetica, altre di pathos, altre ancora di attesa. Se mi viene mandato un racconto nel quale si descrive solamente una scena di sesso, per me non può definirsi tale e quindi non lo pubblico. C’è differenza tra un racconto erotico ed un episodio sessuale che ti è successo e questa sta nei dettagli: possono essere delicati o forti, ma devono esserci.

È stata dura all’inizio acquisire la fiducia dei lettori?

Onestamente no. Sin dalla prima pubblicazione il sito ha avuto diverse visualizzazioni e letture. Dipende anche da quanto viene pubblicizzato. Quindi ciò cambia anche dalla persona che lo scrive ed eventualmente non ha timore a farlo leggere e pubblicizzarlo.

Ci sono dei racconti che ti hanno particolarmente colpita?

Ovviamente sì, ma preferisco non menzionarli!

Il sito ha degli scrittori assidui, i cui racconti si possono trovare spesso?

Sì, qualcuno che scrive spesso c’è. Come Giovanni Canadè , Ensa Fagnano e LolaMa.

@Clitoridea

La tua rubrica Clitoridea&Friends è la più famosa del sito, com’è nata?

È una rubrica nata dall’esigenza dei miei followers di raccontarsi. Non è stata una mia idea (tranne il nome), ma è venuta fuori in modo spontaneo. Raccontare le proprie esperienze è fondamentale. Un po’ perché parlarne aiuta, un po’ perché confrontarsi con gli altri ci fa capire che “non siamo soli”.

Quali sono le altre rubriche?

Oltre a quella dedicata ai racconti ed alle poesie erotiche, c’è la rubrica Voyeur, nella quale vengono pubblicate fotografie di un/una fotografo/a accompagnati da un testo di qualsiasi persona voglia scrivere, facendosi ispirare dalla fotografia appunto. Un’altra rubrica è HandJobs, che raccoglie racconti erotici scritti a quattro( o più) mani. Poi c’è DirtyTalk, delle recensioni su romanzi erotici curate da Giovanni Canadè.

Quanto sei cresciuta col blog e cosa di te è riuscito a cambiare negli anni?

Negli ultimi mesi la pagina Instagram è cresciuta molto ma il mio progetto si estende anche fuori dai social. Per esempio, da qualche mese faccio parte del collettivo Fem. In (Cosentine in lotta) e con loro organizziamo le Chiacchiere sulla sessualità, degli incontri nei quali si sceglie un argomento e se ne parla liberamente ( o almeno proviamo a farlo!). Ho organizzato anche un evento nel quale si gareggiava con la scrittura e lettura di racconti. È stato molto interessante, lo rifarò sicuramente.

Nomina libri di racconti o romanzi erotici fondamentali per la letteratura erotica.

Innanzitutto Paura di Volare di Erica Jong, fondamentale poiché parla di sessualità e femminismo. Consiglio tutto quello che hanno scritto Anaïs Nin ed Henry Miller. In realtà, tutta la letteratura erotica che non fa parte di quella attuale. Purtroppo, spesso, vengono spacciati come “erotici” romanzi che invece sono ‘romance’. La differenza fondamentale che distingue i due generi è che il romance è una storia d’amore (che spesso ha un lieto fine) nella quale ci sono scene di sesso (vedi la trilogia di Cinquanta Sfumature), nei romanzi o racconti erotici non è così, o comunque non è un elemento necessario.

A quale ultimo progetto stai lavorando?

A tantissimi. Vorrei pubblicare un e-book nel quale raccogliere fotografie e scritti sul corpo. Ma è ancora embrionale. In più c’è il progetto Culinaria, che vorrebbe raccogliere ricette descritte però in modo erotico. Prima o poi partirà! Ne ho anche altri in mente, ma ci vogliono tempo ed energia. (E anche soldi volendo!)

@Clitoridea
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I AM NAKED ON THE INTERNET svela la nostra nudità esteriore ed interiore per continuare ad innamorarsi di sé ogni giorno

Ho conosciuto Iamnakedontheinternet per caso, attraverso uno dei miei contatti Instagram. Mi sono trovata sul suo sito ed è stato amore a prima vista. Giocoso, brioso, pieno di ragazze che se ne fregavano dello sguardo dell’obiettivo e si mostravano come volevano con un top bianco corto e la frase in rosa I am naked on the internet stampata sopra oppure completamente nude con la scritta in grafica. Mi ci sono rispecchiata molto perché sono una blogger di sesso ed erotismo, adoro stare nuda e per le foto dei post ho tirato fuori di nuovo il mio lato esibizionista mai sopito.

Carla Skarlatta, foto: Miss Sorry.

Camilla, in arte Miss Sorry (nome della galleria in cui lavorava a Padova, Sorry Mama), nasce come modella erotica, all’inizio come gesto adolescenziale di ribellione contro la sua famiglia borghese. Negli anni ne ha viste tante in questo lavoro, è stata anche diverse volte vittima di episodi di bullismo. “Per molto tempo ho avuto due facce: la professionista da una parte, e dall’altra foto di nudo ed erotiche che vendevo all’estero”. Nessuno sapeva del suo secondo volto. A diciotto anni è stata una delle prime Suicide Girls italiane, dove alla fine si è fatta archiviare per l’assenza di solidarietà tra modelle. È diventata in seguito una fotografa professionista ed ha aperto uno studio tenendo sempre nascosto il suo lato erotico. Il mondo della moda non è stato clemente con lei e la sua apparenza. “Appena mi vedevano, appariscente e tatuata, mi dicevano ‘ma tu cosa vuoi fare? Professionista di che?’, poi quando davano un’occhiata alle foto, prendevo comunque l’ingaggio”. Le discriminazioni che riceveva hanno quasi sempre riguardato il suo corpo. “Essendo tatuatissima sin dai 14 anni, ero già un genere ed ero trattata come un cliché: agli occhi degli altri mi drogavo, ero una puttana e facevo feste tutto il giorno”. Trovava molto più divertimento a scattare foto di nudo. È stata influenzata nel suo stile pop e colorato dallo stilista Elio Fiorucci, che ha conosciuto e che l’ha spinta con le parole ad andare avanti finché non si sarebbe imposta.

Miss Sorry, foto: Luca Matarazzo

Un giorno ha regalato alla sua assistente fotografica, che posa nuda come lei ed ha paura di essere bullizzata se la scoprono, un cappellino con su scritto: “I am naked on the internet”. Le ha detto: “Te lo metti, ci vai in giro e te ne freghi perché fai delle foto bellissime”.

Da qui l’idea di un progetto su tutte le persone che scelgono di esporsi sul web e vanno incontro alla pubblica morale. Intenzione: raccontare le loro storie. “Chiunque si espone ha delle motivazioni”. Possono essere sia edonistiche, sia legate ad insicurezze che le ragazze decidono di superare così. “C’è un mondo dietro a chi si mostra. L’iniziativa nasce per sdoganare la nudità, che è un’espressione gioiosa e serena di sé”.

Il sito in fase di costruzione racconterà le storie delle persone nelle foto che possono appartenere a qualsiasi categoria, “chiunque compia una scelta di rottura contro la pubblica morale e con un dito medio alzato rispetto alle critiche degli altri”. Ogni quindici giorni ci sarà un mini-set scattato da Miss Sorry in modo ironico e pop che racconta un individuo accompagnato da una video intervista, più materiali fotografici che riguardano il nudo. Tutto nel segno dell’ironia e della spensieratezza.

All you need is love, foto: Miss Sorry

La motivazione comune nell’esporsi che Camilla ha notato ascoltando le storie delle persone è la ricerca dell’amore di sé. “Una delle vicende che mi ha colpito è quella di una donna trentacinquenne che aveva desiderio di fare un porno. Ne ha parlato al compagno e lui l’ha sostenuta e accompagnata nel suo percorso da pornostar, che non è durato molto ma li ha uniti tantissimo”.

Sissy La Muerte, foto: Miss Sorry

Nel making-off dei video Miss Sorry si avvale dell’aiuto di uno staff di ragazzi che dirige. Le prime cinque interviste sono già pronte: una modella berlinese, un rapper, una coppia che ha lavorato nel porno, una petite model, la vicenda di Camilla. Ci saranno pure dei tutorial buffi con basi serie: “come trovare il punto G”, “come sedurre una donna”, ecc. Saranno sponsorizzati artisti che trattano la tematica del nudo.

Per entrare a far parte della “community”, ci sono due tipi di army aperte a tutti. Nella prima si può scattare una foto creativa di qualsiasi tipo (non solo nudo, ma oggetti, animali, posti) con la scritta ben visibile I am naked on the internet. La seconda è per entrare a far parte visivamente della Naked Army: una foto di nudo che può essere anche mascherata, a seconda dei limiti di ognuno, dove compare la scritta e bisogna spiegare il motivo per cui si è deciso di esporsi o che cosa si pensa del progetto in generale. Queste foto, inviate ad una mail specifica (army@iamnakedontheinternet.com), verranno pubblicate sul sito e su Instagram. Le storie più belle saranno raccontate da Camilla ed inserite in home page.

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Ultimi ma non ultimi, i top. Sono di American Apparel, un marchio californiano basic di qualità, e sono in vendita sul sito ad un modico prezzo. Servono per incoraggiare le ragazze ad entrare nel progetto ancora in work in progress. Il sito sarà probabilmente pronto per luglio. In questi giorni Camilla organizza per tutti coloro che hanno voglia di divertirsi e mettersi in gioco un casting per la sua sigla, un video introduttivo del progetto. Per candidarsi basta inviare un DM (direct message) al suo profilo Instagram Iamnakedontheinternet. Il video sarà girato il 12 e il 13 giugno a Padova.

Azarath, foto: Miss Sorry

La serietà del costume da coniglietta di Playboy

Molte di noi vorrebbero vestirsi da coniglietta di Playboy, per un party di carnevale o un appuntamento sexy. Diverse l’hanno già fatto. Una mia follower ha detto di averle sempre ammirate, “quelle donne mi sono sembrate sempre forti ed emancipate“. Un’altra invece ha commentato “troppo maschilismo in giro per farlo con serenità e senza pregiudizi“. Hanno entrambe ragione. Quando ci vestiamo ad una festa o per un partner stiamo giocando per un giorno, ma se dovessimo indossare un costume del genere per lavorare in un bar sarebbe tutta un’altra storia. Non ci sentiremo sicure o rispettate. Accuseremo di sessismo il datore di lavoro e ce ne andremo perché, a meno che non si tratti appunto del Playboy Club, non ne varrebbe la pena. Questo è il mondo di oggi. Quello di ieri invece era nettamente diverso.

Hugh Hefner

Non si può approfondire la conoscenza sulle conigliette di Playboy, le Playboy bunnies, senza conoscere il fondatore della rivista più famosa d’America: Hugh Hefner. La sua vita al college cambiò nel 1948 quando uscì il rapporto Kinsey sul comportamento sessuale nella donna e nell’uomo. Scoprì che le apparenze della società erano piene di ipocrisia e capì che era ora di iniziare a parlare liberamente di sesso. Prima trattò l’argomento sul suo giornale universitario, Shaft, e dopo essersi sposato e licenziato da Esquire, mise insieme nella sua cucina a Chicago con due suoi amici la rivista Stag Party (festa dello scapolo). Il nome però era già preso ed il suo amico Eldon Sellers suggerì Playboy dal nome della casa di produzione di automobili in cui aveva lavorato sua madre a Detroit, la Playboy Company. Invece di un cervo (stag), la nuova mascotte fu un coniglio (non si sa bene il motivo, forse per il fatto che il titolo ha due Y che ricordano le orecchie del coniglio). La rivista uscì ufficialmente nel dicembre del 1953. Il logo fu creato per il secondo numero dal grafico Art Paul, che divenne la costante di ogni copertina in una curiosa caccia al coniglio. Playboy registrò subito uno straordinario successo per il connubio tra lifestyle e nudo di classe in carne ed ossa (fino ad allora c’erano solo pin-up disegnate sulle riviste).

Norma Jean (Marilyn Monroe)

All’inizio una mano sulla via della popolarità gliela diede la foto nuda di una giovane Norma Jean (Marilyn Monroe), capelli lunghi, sfondo rosso, braccio alzato a scoprire il seno, ma era noioso affidarsi a fotografie già pronte. Quindi Hugh assunse il fotografo Vince Taijiri e creò le playmates, le ragazze della porta accanto, una per ogni mese, e più tardi i famosi paginoni che si aprivano per avere un’esperienza quasi 3D della donna. Ma Playboy non fu solo fatto di ragazze senza veli. Sin dal principio seguì il credo della libertà d’espressione, sulle sue pagine trovavano posto neri e bianchi in maniera paritaria all’epoca del segregazionismo. Le sue famose interviste approfondite interpellarono uomini come Miles Davis, Malcolm X, Marthin Luther King. Era sempre in prima linea per i diritti civili (tanto da fondare a difesa di questi la Playboy Foundation nel 1965) e per quelli delle donne. Promosse la contraccezione, l’aborto, la libertà sessuale e il femminismo, nonostante fosse la rivista nemica numero uno delle femministe radicali americane. Hugh Hefner tentò di confrontarsi con queste in un’intervista prima con Gloria Steinem e poi in tv al Dick Cavett Show. Andò male in entrambi i casi perché una parte del movimento femminista attaccava l’immaginario sessuale stereotipato di cui Playboy era suo malgrado portabandiera.

Hugh Hefner con Bonnie Jo Halpin, la coniglietta-icona delle pubblicità del Playboy Club

Le conigliette erano di sicuro uno dei motivi per cui Hefner non veniva preso sul serio. Ma indovinate un po’ chi fu a lanciare l’idea? Una ragazza con cui usciva Hugh Hefner, Ilsa Taurins, un’immigrata lettone. Non che Hefner non ci avesse pensato, ma aveva lasciato perdere perché il coniglio di Playboy era un maschio. Il suo braccio destro, Victor Lownes, invitò invece Taurins a lavorare sul design con sua madre, una sarta. Venne fuori un costume di satin con la coda a pon pon e il cerchietto con le orecchie soffici da coniglio. Hefner suggerì di sgambarlo, aggiunse colletto e polsini, e bustino con lacci laterali da stringere. Il prototipo fu rivelato nello show tv Playboy Penthouse, indossato da Cynthia Maddox, fidanzata di Hefner. La stilista Renée Blot fu reclutata successivamente per apportare modifiche. È l’unica uniforme da servizio che ha ricevuto un brevetto. I colori più popolari erano il rosso, il blu pavone e il verde smeraldo. Le misure delle coppe erano troppo grandi e molte ragazze le imbottivano. I tacchi delle scarpe erano alti all’incirca sette centimetri. Le divise diventarono elemento di moda negli anni, nei Sessanta c’erano le fantasie di Emilio Pucci sui bustini e motivi psichedelici nei Settanta.

Anni Sessanta

Il primo Playboy Club aprì a Chicago il 29 febbraio del 1960 in 116 E. Walton Street. Ogni socio aveva delle chiavi con il logo del coniglio sopra e l’iscrizione costava cinquanta dollari ma i prezzi al bar erano stracciati, 1.50 dollari per cibo, bevande e un pacchetto di sigarette con l’accendino, proprio per fare gola anche ai giovani scapoli più attenti. Ai membri veniva data una chiave col simbolo del coniglio ed erano chiamati keyholders. Le conigliette guadagnavano molto di più in una settimana che in un normale mestiere da cameriera grazie alle laute mance che inserivano dentro il loro costume. Se lo Stato in cui il club era lo prevedeva, le bunnies ricevevano anche una paga minima ad ora. Nel libro The Bunny Years tante conigliette intervistate dichiarano di aver svolto questo lavoro per la sua alta rimuneratività. Si incontrava il jet-set cittadino ed internazionale, si imparava ad intrattenere relazioni pubbliche e ovviamente il mestiere da cameriera. Playboy prendeva ragazze che frequentavano college, non solo per la politica della ragazza della porta accanto, ma anche per avere donne intelligenti e argute. Assumeva pure modelle, aspiranti attrici e ragazze madri. All’epoca la rivoluzione sessuale doveva ancora avere inizio. Certo, il requisito base era essere carine, con estrema flessibilità, se scorrete le foto di quegli anni. Tutte le etnie potevano inserirsi nella squadra. Col tempo, venne la disciplina.

Hefner con le Bunnies nel Playboy Club di Chicago, 1960, credit Playboy

Ancora una volta, fu una donna a consigliare di inserire un training di base: Alice Nichols. Coniglietta del club di Chicago, aveva commesso due figuracce con Hugh Hefner: non l’aveva riconosciuto chiedendogli insistentemente la chiave e gli aveva rovesciato addosso i drink. Alice sviluppò assieme al fratello di Hefner, Keith, responsabile del portamento delle bunnies una specie di corso di formazione. Non si poteva uscire con clienti, ospiti, visitatori, manager, direttori di sala, barman, musicisti, performer e aiuto camerieri, dare i propri cognomi, indirizzi di casa o numeri di telefono. L’eccezione alla regola dell’uscita era fatta solo per membri di una stretta cerchia di dirigenti del giornale, tra cui Hefner e Lownes, che si chiamava No. 1 Keyholders. Ma non si era costrette ad andare con loro. Fidanzati e mariti si incontravano ad almeno due isolati dal club. Per aggiungere maggiore controllo, un’agenzia di detective teneva sotto sorveglianza il comportamento delle conigliette nel club.

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Bunny Dip, da Inside the Playboy Paradise, 1966

C’erano delle pose distintive da assumere: Bunny Stance, Bunny Dip, High Carry, Bunny Crouch, Bunny Perch. La prima era una posa da modella con un piede dietro l’altro e il fianco leggermente spinto fuori. La seconda, molto famosa, era una graziosa arcata all’indietro a ginocchia unite impiegata quando si servivano i drink per evitare che il seno uscisse fuori dal costume. La terza era necessaria per portare un vassoio pieno di bevande sul palmo piatto della mano alto sopra la testa. La quarta era obbligatoria nel prendere gli ordini al tavolo durante gli spettacoli, prevenendo le bunnies dal piegarsi su un cliente ed esporre se stesse. La quinta era per far riposare le conigliette quando non servivano drink (non potevano sedersi, dovevano stare sempre in piedi), potevano appoggiarsi erette sul retro di una sedia o su un corrimano. La coniglietta doveva accogliere i clienti con un sorriso caldo, mettersi in Bunny Stance, posizionare in Bunny Dip i tovagliolini da cocktail col logo in bella vista dalla parte del cliente, chiedere di vedere la chiave e prendere le ordinazioni partendo dalla signora (se c’era, altrimenti l’uomo a destra del Keyholder). Il vassoio era organizzato con un ordine preciso e bisognava conoscere a memoria i nomi di 143 bottiglie di alcolici (31 scotch, 16 bourboun e 30 liquori). Alla fine del training c’era un quiz con diciotto domande di verifica. Erano divise in mansioni: Door Bunnies, Coat Check Bunnies (guardaroba), Cigarette Bunnies, Roaming Camera Bunnies (fotografe serate), Gift Shop Bunnies, Floor Bunnies (cameriere), Pool Bunnies (biliardo). Guardate questo vecchio video per un riassunto del training: https://www.youtube.com/watch?v=XqBBsN8jxi0.

Victor Blackman, Stringer, Getty Images

Meglio come gioco che come lavoro la coniglietta, eh? Eppure Gloria Steinem quando scrisse nel 1963 su Show della sua esperienza da bunny per una settimana a New York non vide serietà e disciplina ma solo quello che voleva vedere. Donne sfruttate in vestiti degradanti che le esponevano come pezzi di carne. È vero, il Playboy Club era una fantasia maschile divenuta realtà ma le conigliette venivano trattate bene e si emancipavano grazie ai cospicui guadagni. Non era un mestiere che si poteva fare tutta la vita, pur se c’è chi lo fece per quattordici anni tra le testimonianze di The Bunny Years, ma sviluppava indubbio savoir faire e spigliatezza nelle donne, impensabile in un’epoca in cui il nostro unico scopo era partorire figli e avere un mestiere rispettabile (da abbandonare una volta sposate). Le Playboy Bunnies di quel periodo sono diventate donne in carriera nello spettacolo e in altri settori come quello immobiliare o letterario. Molte ragazze mi hanno detto che vorrebbero indossare quel costume per acquisire confidenza con il loro corpo. Il bustino è uno strano strumento di tortura democratico assieme alle coppe. Ci fa tutte belle, filiformi e seno dotate.

Reese Witherspoon in Legally Blonde (2001)

Io non ci vedo niente di male in questo stereotipo sexy. È elegante e sofisticato, non volgare o trash come le magliette a fil di seno e i pantaloncini sopra al sedere. In realtà mi piacciono entrambi ma perché sono convinta che ognuno dovrebbe andare in giro come si sente, senza venire multato o invitato a coprirsi. Quando mi sono vestita da coniglietta con un costume semplice e non uguale all’originale, mi sono sentita desiderabile pur senza coppe. Immaginate come doveva essere con quello vero, ancora di più incoraggiante in questa direzione, con la sensazione del raso morbido contro la pelle e la percezione di essere una performer sul palco. Si può sempre argomentare che lo scopo ultimo non fosse nobile, ma c’è della genialità nel far sentire bene una persona in un costume imbarazzante (per l’epoca) e allo stesso tempo avviarla verso una carriera lavorativa che non è quella della strada.

Immagine correlata
Renée Zelwegger in Bridget Jones’s Diary (2001)

La continua attrazione tra sesso e morte

Sotto il periodo di Halloween stavo guardando Le Curiose Creazioni di Christine McConnell, una specie di sitcom Netflix dolciaria a tema horror con protagonista McConnell, performer e straordinaria pasticcera-cuoca-cucitrice, una regina del bricolage leggermente old fashioned. Sono stata colpita da quanto lei si muovesse in maniera sensuale in un contesto macabro e potenzialmente “pericoloso”. Al di là dell’artificio, ho realizzato, mentre mi bevevo avidamente i cinque episodi, che il fascino stava proprio in quello. L’essere in bilico tra la vita e la morte e danzarci sopra in modo elegante ed ironico. È il principio dell’erotismo e per questo Christine era così sexy.

The Curious Creations of Christine McConnell

Ci avete mai fatto caso che in molti film horror americani il culmine di una scena di sesso viene spesso disturbata dalla morte? Non è solo perché questo popolo è erede del puritanesimo dei loro padri fondatori. Sfruttano quell’eccitazione smodata che può portare alla distruzione su cui Freud ha scritto un intero saggio, Al di là del principio del piacere, ispirandosi al filosofo Empedocle. Questo aveva individuato due concetti cosmici che gli servivano da applicare alla biologia: philìa (amore, amicizia) e neikos (discordia, odio). I due vivono in perenne lotta tra loro, il primo unisce gli elementi (nascita), l’altro li separa (morte). Da qui il principio di eros, istinto vitale, e thánatos, istinto di distruzione e morte. Il primo è una pulsione psichica e fisica che vuole sfogare le tensioni all’interno dell’essere umano ed è sempre insoddisfatta. La ripetizione del desiderio porta alla sofferenza placata solo dalla pulsione di morte, il secondo, che riporta l’uomo ad uno stato senza pensiero. Secondo lo psicanalista, sono due opposti perennemente in lotta.

Lo stesso principio di eros è sempre stato rappresentato in maniera non positiva. Le storie che coinvolgono una passione sfrenata o un amore ardente finiscono sempre male. Molto male. Perché fuori dal matrimonio consacrato non poteva esistere nulla. Esempi famosi, Paolo e Francesca nella realtà, Romeo e Giulietta nella finzione letteraria. Il pubblico godeva di queste storie. Perché voleva una conferma della realtà che viveva. Soltanto la monotonia porta sicurezza, il resto è distrazione, pericolo e al massimo puro intrattenimento. Abbandonarsi totalmente a qualcosa per perdere la ragione è come cadere nel buco nero della morte senza fare più ritorno. Il gusto per queste storie esiste ancora tutt’oggi, soprattutto in quelle dark romance. Buffy non poteva fare l’amore con il vampiro Angel perché aveva una maledizione che l’avrebbe trasformato nel vecchio sé cattivo. Era una metafora per dire che una teenager doveva guardarsi dal fare sesso altrimenti il ragazzo o uomo l’avrebbe giudicata una poco di buono. Lo stesso motivo torna in Twilight, in cui Bella e Edward non possono copulare, altrimenti lei potrebbe morire. Non è un caso che la scrittrice sia mormone.

Buffy e Angel in Buffy The Vampire Slayer (1997)

Quando facciamo sesso a volte nella foga cerchiamo la morte nel senso di annullamento della mente. Un piacere talmente grande che dissolve l’attività cerebrale così fastidiosa nei nostri momenti animaleschi. In francese, infatti, orgasmo si chiama petite mort ed ai tempi di Shakespeare il verbo to die, morire, significava anche raggiungere l’orgasmo. Morire per poi rinascere svegli e scattanti come se avessimo bevuto un caffé o freschi e rilassati…o tristi per depressione post-coito (ahia). A volte nel sesso cerchiamo il dolore o l’apnea perché non sentiamo completamente il piacere. Più fa male, più godiamo. Un dominatore mi ha detto che diverse donne gli chiedono di stringergli il collo durante il sesso ed una volta si è spaventato perché la tizia gli stava domandando di stringere fino quasi a farsi ammazzare. Penso che in episodi del genere ci siano problemi seri. Come nel breath control o “morte erotica” nell’autoerotismo, che va sempre a finire nel peggiore dei modi (danni cerebrali o morte) e nel sesso a due è comunque consigliato non fare: spezza la libido dell’altro e ci sono accortezze da operazione chirurgica. Ayzad, esperto di sessualità estreme e sex explorer, ribadisce sull’argomento:  “Non c’è altro da dire se non che è da sempre la prima causa di morte in ambito erotico. Quando qualcosa ammazza una media di tre persone al giorno l’unico commento è semplice: non fatelo.

La morte è un tabù più grande del sesso. Non la accettiamo. La rinchiudiamo dentro posti come cimiteri o urne di cenere ma non la guardiamo mai veramente in faccia perché ci ricorda il nostro destino organico: tornare a far parte della terra. I batteri che scompongono un corpo defunto sono vivi e la materia scomposta nutre il terreno. Eppure vita e morte stanno sulla stessa linea, si rincorrono continuamente, si abbracciano e si completano. Come due amanti di cui nessuno vuole tollerare la passione. Tra le divinità antiche ce ne erano alcune che rappresentavano questa dicotomia fondamentale. Persefone vive tra due mondi, quello dell’aldilà e quello terreno, a dimostrare che vita e morte sono fortemente interconnessi. In un periodo precedente a quello classico, la madre Demetra e lei erano venerate l’una accanto all’altra: il raccolto sboccia, cresce e secca, è il ciclo vitale. Numerosi Dei aztechi sono rappresentati come scheletri perché erano simbolo di fertilità, salute e abbondanza. Nel Vodun Baron Samedi e Papa Legba (il cui veve è sul mio sterno nella foto in copertina) si assomigliano: sono molto sessuati e dediti al sesso, controllano i crocevia tra il mondo dei vivi e dei morti e resuscitano le persone. Le civiltà arcaiche e animiste sicuramente avevano un rapporto più naturale con Nostra Signora.

Non possiamo aggrapparci alla ragione con accanimento, come non possiamo vivere sempre in uno stato di costante abbandono. Quando scriviamo, disegniamo, interpretiamo, dobbiamo per forza raggiungere una catarsi, purificazione assoluta dei nostri dolori,  quindi morire, per poi rinascere. Accogliere le proprie pulsioni di morte serve a vivere più intensamente la vita. Dobbiamo guardare in faccia la morte e prenderla per ciò che è: vita. 

Il bikini provocava scandalo in spiaggia e può provocarlo ancora

Il bikini è stato il primo indumento femminile a suggerire le forme del corpo nudo pubblicamente. Per vent’anni e più, non ha avuto vita facile sulle spiagge di tutto il mondo. Tra la fine del Novecento e l’inizio del Ventesimo secolo, si passò dalle cabine di legno a ruote in cui le signore si cambiavano ed erano trasportate direttamente in acqua per non essere viste alla nuotatrice australiana Annette Kellerman che già nel 1905 sfoggiava il suo pratico costume intero a maniche corte e pantaloncini cuciti a delle calze nere per essere più veloce nel nuoto. Quest’ultima fu arrestata per indecenza sulla Revere Beach di Boston mentre si allenava per una gara, ma data la sua popolarità da atleta e performer di vaudeville fu scarcerata. Il giudice capì che era per esercizio, però gli chiese di indossare una gonna finché non si fosse immersa nell’acqua. Fu la prima a sdoganare la tenuta da spiaggia femminile sotto il segno della praticità e della velocità. E la prima star nuda di Hollywood. Nonostante questo, quando il bikini fece capolino nella forma atome di Jacques Heim e in quella più famosa di Louis Réard nel 1946, l’ex atleta disapprovò l’invenzione dicendo che rendeva le gambe brutte.

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Annette Kellermann

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Micheline Bernardini nel bikini di Reard

All’inizio solo le ballerine e le donne di spettacolo lo indossarono. Le modelle si rifiutarono in massa per una questione di reputazione. Il due pezzi fu subito bandito nel 1948 dalle spiagge italiane e spagnole, nel 1949 sulle coste atlantiche francesi. Addirittura Miss Mondo lo proibì dal 1951 per cinque anni. Un articolo del 49 dell’Osservatore Romano, giornale del Vaticano, paragonò il bikini ai quattro cavalieri dell’apocalisse e le chiese cristiane lo videro come un oggetto corrotto. Il Vaticano bollò l’atto di indossarlo come peccaminoso. I comunisti lo definirono “decadenza capitalista” e le femministe lo definirono “porcata chauvinista”. Il bikini era così scabroso per il pubblico benpensante che infestò in pianta stabile i giornali per uomini per una decina d’anni prima di essere accettato. Era sexy, comodo e rivelava le grazie delle donne. Una visione paradisiaca. Le “ragazze perbene” non se lo mettevano anche se lo ammiravano al cinema nei film di Hollywood, dove la ragazza col bikini serviva per fare cassa ed era provocatrice di scandalo. È solo alla fine degli anni Cinquanta che Vogue inizia a far comparire il bikini sulle sue pagine (1957) e viene ufficialmente legittimato sulle spiagge negli anni Sessanta. Ursula Andress nel bikini bianco di Honey Ryder in Dr. No (1962) e Raquel Welch nel costumino di pelle e pelliccia in  Un milione di anni fa (1966) diventano delle icone da copiare.

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Ursula Andress in Dr. No (1962)

Il 1964 e il 1974 segnano le date di nuovi scandali lanciati dallo stilista Rudi Gernreich: il monokini ed il tanga. Il monokini era una mutanda dotata di fasce o bretelle che lasciava scoperti i seni. Non ebbe molto successo nella realtà, i pochi modelli sulle spiagge coprivano verticalmente i capezzoli per dargli un’illusione di decenza, ma di sicuro fu il trampolino di lancio per il tanga, la sola micro-mutandina che rivela i glutei, da indossare a seno scoperto. Gernreich lo disegnò in risposta ad un divieto di abbronzarsi nudi sulle spiagge del consiglio municipale di Los Angeles. Prima di allora era stato portato solo dalle “exotic dancers” e dalle burlesquer. Da quel momento in poi, l’abbigliamento da mare si fa senza frontiere e viene accettato pure nell’haute couture (il bikini di fiori di Yves Saint Laurent). I video dei rapper ed in seguito quelli pop pullulano di completi decorati da pailettes, diamanti, borchie, frange ed altro. Se non sono succinti e seducenti, il mainstream non li vuole. Purtroppo non vanno di pari passo le proibizioni a riguardo da parte di governi e comuni. Soprattutto, la spiaggia italiana così come è concepita dai tempi del fascismo non aiuta la libera espressione del corpo. Stabilimenti balneari ed ombrelloni ovunque, poca spiaggia senza padroni e la buon costume nascosta nel DNA del tuo vicino di ombrellone. Tecnicamente, nessuno ti dà fastidio se sei a tette nude però c’è sempre qualcuno che può denunciarti per aver turbato la sua mente. Per non parlare del nudo integrale, ammesso in genere in spiagge vicine a riserve naturali o in località di villeggiatura ma selvagge.

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Life magazine, 1964

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Lisa Taylor e Jerry Hall, foto: Helmut Lang, 1975

L’evoluzione del bikini, comunque, non è finita. Negli ultimi anni, ragazze, donne e anziane indossano la brasiliana, una mutandina che scopre un po’ più della metà dei glutei regalandogli una forma a cuore piuttosto intrigante. È la preferita dagli uomini e la più portata nonostante i difetti fisici che ciascuna può avere. Non sta bene a chiunque, però è da apprezzare che alla maggior parte delle donne non freghi nulla. Alcune non la portano perché dà fastidio tra le natiche o hanno problemi di accettazione con il loro corpo, quindi si buttano sul classico. Infatti, la filosofia che dovrebbe prevalere sulla battigia dovrebbe essere “vado come mi sento” e “sono figa con quello che mi pare”. Un costume intero può essere sexy, come quelli di Pin-Up Stars o Yandy, studiati in modo tale da impreziosire la figura, o avere una striscia simile al tanga sul sedere come questo indossato da Kendall Jenner. Nei 2000 si poneva più enfasi sulla grandezza del décolleté negli anni dieci il sedere è diventato il protagonista indiscusso del corpo di una donna grazie alle Kardashians. Nel caso di Kim, recentemente ha creato scalpore una sua foto dal Messico in bikini che rivela il didietro normale di una donna. Anche lei ha la cellulite, come ognuna di noi, e ciò la mette sul nostro stesso livello. Non ci basta, vorremmo che anche la pubblicità non usasse Photoshop per raggiungere modelli di perfezione inesistenti (notate bene, pure le modelle hanno difetti di cellulite o smagliature). Tuttavia, è scientificamente provato che un completino indosso alla persona giusta vende di più che su una comune mortale. Indi per cui, il problema si rivela spinoso. Tutte vorremmo advertising con corpi simili al nostro ma ci lanceremmo a comprarne i modelli?

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Brasiliana

Le tendenze adesso sfociano sul bondage con lacci e stringhe che si incrociano o legano dietro in un groviglio che solo le magre e le tornite possono permettersi. I bikini assomigliano sempre di più alla lingerie di moda. La realtà è che ognuna dovrebbe crearsi il suo costume per essere sensuale con il proprio stile. Ci sono molti siti che danno questa possibilità come Surania o Kiniswimwear e in Italia La Bikineria. Beachcandy ha anche l’opzione “coprire le cicatrici”, per quelle di noi che hanno subìto un intervento al seno, si adatta a 5 tipi di silhouette, si informa sul tuo grado di abbronzatura, e ti chiede pure qual è la caratteristica di punta del tuo corpo e quale il difetto che ti preoccupa maggiormente. Peccato sia una semplice guida ai suoi modelli già pronti, altrimenti sarebbe un configuratore ideale.

Che sia costume intero, bikini, trikini, monokini, tanga che scegliate, l’importante è sentirsi a proprio agio e seducenti come una Nicki Minaj sirenetta nel video di Bed.

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Nicki Minaj, Bed (2018)

 

 

 

Gotico & Halloween. La nudità dell’orrore

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Vania Zouravliov
– They just wait don’t they?
– What?
– The monsters inside us.
– Monsters?
– What would you call them?
– For me…demons. But one word is much like another.
– And when they’re released?
– We’re most who we are. Unrestrained. Ourselves.
(Penny Dreadful, stagione 2, episodio 7, Ethan Chandler – Vanessa Ives)

 

Vi state coprendo gli occhi. Le mani sono premute a forza contro il viso. Non volete guardare l’orrore sullo schermo. Prendete la mano del vostro vicino e la stringete forte. Il cuore che batte all’impazzata. Non riuscite a togliere lo schermo visivo ma allo stesso tempo sbirciate tra le fessure delle dita. Vi atterrisce e incuriosisce. Desiderate sapere senza avere il coraggio di osservare completamente la scena che si sta svolgendo nel film horror. Una buona pellicola di questa categoria scava nelle nostre anomalie estremizzandole. Cos’è l’Esorcista se non un passaggio dall’infanzia alla pubertà? Il mondo di Buffy – L’ammazzavampiri l’universo pericoloso del liceo?

L’horror proviene dal gotico, genere letterario nato alla metà del Settecento. Il gotico deve avere un elemento soprannaturale che funga da perno della narrazione e sconvolga le vite dei protagonisti. Ogni grande romanzo gotico è diventato tale per aver rispecchiato una forma di fobia. Frankenstein rappresenta l’evoluzione della scienza verso l’ignoto, il giocare a dio con la natura. Dorian Gray è la fame del bello che consuma da dentro, la sete insaziabile di piacere, il consumismo sfrenato privo di amore. Dracula è la paura del sesso, della sensualità e dell’omosessualità, caratteristica dell’epoca vittoriana, che in una certa misura esiste ancora in quella odierna. Nel corso dei secoli il soprannaturale ha spesso cercato di narrare inquietudini, spiegare cambiamenti e sciogliere le rigidità di un sistema repressivo.

Il gotico e l’horror hanno le tipiche componenti di un film o di un libro erotico: tensione iniziale, scoperta improvvisa e climax. Le atmosfere sono morbose, chiuse, spesso ripetitive. “Ecco l’impero dei sensi“, tratto dalla storia vera dell’assassina Sada Abe, mostra come la mania sessuale reiterata uccida e nel suo incedere verso la fine infonde un’angoscia del tutto simile a quella che si prova in un film del terrore. American Horror Story è una serie antologica composta dagli stereotipi di questo genere: la casa, il manicomio, la congrega di streghe, il circo, l’hotel e di nuovo una casa sull’ex colonia di Roanoke. Le nostre pulsioni recondite sono sfogate in spazi chiusi o luoghi nei quali le stranezze sono accettate. In pubblico è necessario mantenere il controllo delle nostre inclinazioni, come fa Vanessa Ives in Penny Dreadful, un convincente riassunto moderno dell’essenza del gotico. Vanessa è una donna attraente e sensuale nel secolo sbagliato. Va a letto con il promesso sposo della sua migliore amica Mina alla vigilia del suo matrimonio. Tradisce la sua fiducia e commette un peccato carnale. Attraversa un periodo depressivo ed è internata in manicomio. Lì i “dottori” le inculcano in testa che il naturale istinto sessuale è da reprimere. Vanessa non si accetta per quello che è, così come altri personaggi della serie. Ognuno di loro si sente un mostro o ha dentro una bestia che “graffia per uscire fuori”.

L’horror, il romanzo gotico, il classico racconto del terrore di Edgar Allan Poe scoperchiano i nostri nervi, la carne viva sotto la pelle, denudano la nostra intimità. Spingono le fantasie e i desideri al limite per scuotere i tabù dalle fondamenta. Il vampiro è la sensualità personificata, succhia il sangue, che rappresenta lo scambio di fluidi durante un rapporto. Il demone è l’io interiore che scalpita per fare ciò che vuole. Il lupo mannaro è il nostro istinto animale primordiale violento e sanguinario che si scatena all’improvviso. La creatura assemblata in laboratorio è il desiderio dell’uomo di raggiungere la perfezione e l’immortalità nella vita. Lo zombie è l’incarnazione delle paure di estinzione o di completo asservimento ad una società dominante della specie umana.

Il soprannaturale è un’espediente per raccontare qualcos’altro che tormenta le nostre coscienze. Halloween, Samhain ‘insieme’ in gaelico, rappresentava la fine dell’anno celtico. Ci si travestiva da creature della notte per esorcizzare i propri timori profondi. Si onoravano gli antenati, i morti, per togliersi la vecchia pelle e indossarne una nuova. Ciò che siamo muore nella notte di passaggio tra passato e presente. Affrontiamo l’orrore dei nostri dispiaceri esasperandoli e rinasciamo il mattino dopo. Immortali e terribili.

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Stuzzicarsi: Il sesso sta nel trucco

Marilyn Monroe in Theda Bara, Richard Avedon, 1958

“The most beautiful make-up for a woman is passion.” – Yves Saint-Laurent

Il sesso è un ottimo cosmetico naturale. Sicuramente almeno una volta dopo averlo fatto siete entrate in bagno, vi siete guardate allo specchio e vi siete sembrate belle e sane. Gli occhi sono luminosi, le guance imporporate, le labbra piene o arrossate. Sicuramene il sesso riattiva la circolazione sanguigna e linfatica. Ma non si può essere sempre splendidi in salute e soprattutto non si può pretendere di fare l’amore ogni volta che dobbiamo uscire. Il rimedio migliore è il trucco. Nasconde ogni amenità che abbiamo e che crediamo di avere, aiutando a valorizzare i nostri punti di forza.

“Sì, ma agli uomini non frega nulla, noi ci trucchiamo per noi stesse.” Se all’uomo non fregasse nulla dell’apparenza, non noterebbe le donne agghindate nei locali. Tutte andremo naturali, in pigiama e scarpe basse. Stesso assioma per il genere femminile. Alla donna importa essere al meglio, almeno una volta o due nella vita. Etero, lesbiche o bisex. Il motivo generale è voler migliorare il proprio aspetto, quindi il sembrare in salute. I preparati per cosmetici fatti in casa tramandati di generazione in generazione servivano ad eliminare le imperfezioni, accrescere il colore e a rimuovere eventuali tracce di vaiolo. Un motivo universale all’origine addirittura della cosmetica egizia. Gli antichi egiziani non si delineavano gli occhi di kohl, si spalmavano unguenti e indossavano parrucche solo a scopi decorativi e rituali. Il kohl era per combattere le malattie agli occhi e il rasarsi la testa sostituendo i propri capelli con una corolla di nera chioma finta era per prevenire i pidocchi. Al contrario, però, le materie prime usate potevano rivelarsi nocive per la salute. Il rossetto rosso che indicava l’alto rango di una persona, era composto da alghe, iodio e bromo, questi metalli erano talmente letali, che un bacio era chiamato “bacio della morte”. Una faccia dipinta di bianco nell’antica Roma era indice di donna benestante e seducente ma gli ingredienti della maschera di bellezza erano nocivi: piombo bianco e gesso.

Ci scrutiamo allo specchio e ci sentiamo meglio. E’ un potente mezzo di autostima. Ci trasformiamo in una persona leggermente diversa da quella che siamo. Si avvicina alla potenza di una maschera. La tendenza è aumentare qualcosa che già c’è. Occhi e labbra sono i fari di punta di un viso. Li sottolineamo con linee e tonalità per farli diventare enormi. Secondo Paul Ekman, uno dei più grandi psicologi studiosi di espressioni facciali ed emotive, ci trucchiamo provocanti cerchiandoci il contorno occhi di nero “perchè nell’ultimo stadio dell’incontro sessuale, un momento o due prima dell’orgasmo, uno dei muscoli che tiene le palpebre superiori su, si rilassa e gli occhi iniziano ad abbassarsi.” In inglese infatti lo “sguardo provocante, seducente” è chiamato “bedroom eyes”, che indica delle palpebre calate a metà. Il rossetto rosso rievoca le labbra ingrossate dall’affluire del sangue quando si è eccitati. Il fard richiama le guance arrossate. Nel regno animale, le femmine segnalano l’essere sessualmente disponibili e la qualità sessuale attraverso segnali fisici. Il make-up ha la stessa funzione nel genere umano. Avverte gli altri che una donna è giovane, fertile e appetibile. E’ per questo che gli uomini, volenti o nolenti, riconoscono questo tipo di segnale e ne sono attratti come mosche.

Al di là dei vari studi, come nel caso della lingerie, lo scopo principale del make-up è sedurre se stesse allo specchio, eccitarsi rendendosi eccitanti, ostentare sicurezza. Distinguersi per essere notate tra le tante. Il trucco infonde un’illusione utile di autostima al quale non possiamo e non dobbiamo rinunciare.