La masturbazione maschile non è così banale come siamo abituati a credere

Uomini e donne sono uguali quando si masturbano. Questa è la conclusione alla quale sono giunta dopo esperienze personali e sondaggi sui social. Tuttavia non mi sono accorta di questo importante particolare finché non si è accesa la lampadina direttamente davanti a me. Siamo così occupati ad elevare la masturbazione femminile per vulva e vagina multitasking che il pene viene considerato solo come un “coso” che si eccita semplicemente se lo si massaggia ripetutamente dal basso verso l’alto e viceversa. Che ci vuole? Tutti i peni orgasmano alla grande nonostante la tecnica! Non è esatto.

La prima volta che ci ho riflettuto ero ad una cena di arrosticini abruzzesi (sì, noto l’ironia). Complice forse il vinello rosso della casa, una coppia di amici ha rivelato che lei aveva una pressione diversa quando lo masturbava, anche se questo non comprometteva l’esito. La differenza di pressione è stata salutata con meraviglia da noi donne ascoltatrici, non solo per la constatazione che le mani altrui raccontano una storia differente, ma anche probabilmente perché il pene viene considerato come un mero oggetto di pongo sempre dritto e pronto. D’altronde nella mia storia sessuale ricordo pochi uomini che mi abbiano detto come si masturbavano esattamente da soli. Nessuna indicazione specifica, mi hanno fatto seguire solo “il sentimento” del momento, quando io avrei apprezzato una sorta di bussola. Chiunque abbia a cuore il piacere del proprio partner fisso o occasionale, saluta con gratitudine ogni piccola guida. Mi sono imbattuta di nuovo nella riflessione qualche tempo fa, nel mentre che un tizio mi spiegava come più gli piaceva masturbarsi. Ho deciso quindi di approfondire la questione. Gli uomini hanno un solo modo di venire oppure molteplici?

Foto: Luca Matarazzo

La seconda opzione della domanda è la risposta giusta. Il “metodo classico” come chiamato da molti non è disdegnato ma ci sono delle varianti: c’è chi tiene ferma la base e stimola in su e giù la parte superiore concentrandosi sul glande, tanti che coinvolgono l’ano per raggiungere un orgasmo più forte, qualcuno massaggia i testicoli o si stimola i capezzoli perché sua grande zona erogena, altri usano lubrificanti o sex toy. Un follower Instagram addirittura ha provato il massaggio prostatico ispirato da un programma tv sull’argomento e lo consiglia come metodo per raggiungere un orgasmo più intenso. Purtroppo un punto chiave che mi interessava ha ricevuto poche risposte: comunicate le vostre tecniche ai partner? Tre persone hanno ammesso di dirlo ed una ha confessato: “Lascio fare se no il bello svanisce. Dopo un po’ correggo”. Per il resto, silenzio. Spero non sia la tendenza generale e che non si dia nulla per scontato. In caso contrario, uomini, non abbiate timore di comunicare i vostri bisogni. Fornite le coordinate senza paura e, se necessario, non solo con “vai più piano o stringilo meno o più forte”. Il piacere deve essere ricambiato adeguatamente se possibile, non accontentiamoci sempre delle briciole.

Sarebbe un paradosso non essere sinceri per la categoria maschile che per istituzione è abituata a vivere una sessualità libera ma non senza paturnie. Se non sei continuamente performante, non ti vogliamo. Se non fai sesso dalla mattina alla sera soprattutto quando sei single, sei uno sfigato. Bisogna sempre essere gagliardi per la legge del patriarcato. Tuttavia, in questa continua dimostrazione di “durezza” accadono episodi curiosi, interessanti e soprattutto liberatori. Navigando per questa ricerca, ho letto un articolo di GQ America che parlava dei gruppi di masturbazione che vanno di nuovo di moda in USA (se avete letto i miei post precedenti, questo fenomeno non è una novità, risale nella modernità almeno alla fine degli anni Settanta ed è nato nella comunità gay americana —> anche se i primi gruppi maschili di masturbazione risalgono all’Antico Egitto) e sono anche frequentati da eterosessuali. Il motivo? La maggior parte di loro ha vissuto delle esperienze, specialmente in età adolescenziale, di masturbazione di gruppo e non ci trova nulla di male. Tumblr ha dato un nome in inglese al fenomeno “buddy bating“. Il numero di pareri che confermano questa pratica tra i miei followers è stato superiore alle domande generiche sulla masturbazione maschile. È successo a tanti o lo hanno sentito raccontare da amici, e spesso è accaduto che l’amico o il conoscente aiutasse l’altro a venire o si creassero situazioni di piacere reciproco. Alcuni hanno scoperto di essere bisex così.

Uno dei motivi principali per cui ci si masturba in gruppo è che da piccoli sembra naturale e non si pensa per nulla alle etichette imposte dalla società. Da adulti, se non si hanno tendenze sessuali verso il proprio stesso sesso, lo si fa per esibizionismo, curiosità o mancanza di comunicazione e condivisione con il partner. Diversi partecipano a questi “collettivi” che poi si trasformano in club (jackoff clubs) per ottenere approvazione, sfogarsi e cercare amore/affetto. Qualunque sia la motivazione, masturbarsi fa bene all’autostima, all’umore ed al corpo. Dovrebbero farlo anche le donne insieme, come in questo video di Erika Lust, e non soltanto in workshop o lezioni sulla masturbazione. Perché? È un modo per abbattere le proprie barriere, conoscere e scoprire nuovi lati di sé. Imparare a comunicare la propria sessualità agli altri è fondamentale per vivere bene e sereni senza tabù. L’ideale è provare ciò che ci piace o rende curiosi e trasmetterlo. Nella masturbazione siamo tutti uguali nella nostra diversità e molteplicità di risposte. Bisogna solo iniziare a dircelo.

foto: Luca Matarazzo
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Sex toys, questi sconosciuti – Parte 3

Il merito sopra tutti che deve essere riconosciuto ai sex toys è di aver regalato i primi veri orgasmi alle donne di trenta e quarant’anni che non erano in grado di raggiungerlo da sole o col partner. Tuttavia negli anni Settanta solo una frangia femminista, quella meno radicale, riconosceva questa qualità ai suddetti dispositivi e la promuoveva per la masturbazione. La maggior parte sentenziava che erano prodotti del capitalismo e che per questo dovevano essere combattuti. I conservatori li consideravano solo degli aiuti per migliorare la vita di coppia. Ed in generale in quel periodo non erano visti di buon occhio perché non “naturali”.

Ron Braverman, e suo figlio, Chad Braverman, proprietari attuali di Doc Johnson, foto: Robyn Beck di AFP, Getty Images

Negli adult store l’affluenza, almeno negli States, era quasi esclusivamente maschile. Quindi Reuben Sturman, il più grande distributore americano di materiale porno, insieme al figlio David e Ron Braverman creò nel 1976 una linea mainstream di sex toys sia per donne che per uomini chiamata Doc Johnson (ancora esistente). Si inventarono un pupazzetto dottore dai baffoni rassicuranti per infondere un senso di fiducia ed autorevolezza come le grandi catene di fast-food. Venivano però venduti in modo tradizionale come “dispositivi medici” ed “aiuti coniugali” e si rivolgevano soprattutto ad eterosessuali monogami. Furono comunque la prima azienda a creare un brand attorno ai sex toys. Più tardi anche Gosnell Duncan formò una ditta per i suoi dildo per disabili, la Scorpio Products. Tuttavia, la prima ad ammettere concretamente entrambi i sessi dentro il suo store di San Francisco fu nel 1977 Joani Blank con il suo Good Vibrations.

Dell Williams, proprietaria di Eve’s Garden, fece un sondaggio tra i suoi sostenitori per capire quale aspetto per loro dovesse avere un dildo e se dovesse per forza somigliare ad un pene. I suoi clienti dissero che non gli importava della taglia ma della sostanza. Duncan, che faceva dildo su misura per Williams, creò sotto sua ordinazione il Venus di color rosa pallido e marrone cioccolato che assomigliava più a un dito storto che ad un organo sessuale maschile. Il messaggio che doveva passare era che i dildo non fossero imitazioni di peni ma solo oggetti per stimolazione e penetrazione.

Moderni sex toys colorati che assomigliano poco a peni specifici.

Grazie alla nuova produzione di attrezzatura di pelle di Pleasure Chest, il sex shop iniziò a diventare famoso tra i punk che sfruttavano molto l’immaginario sadomasochista nel loro modo di vestirsi. Tanto che Joan Jett comprò la famosa cintura di Sid Vicious ornata da anelli di metallo sadomaso proprio in uno dei suoi negozi e si fece una foto davanti a quello di Los Angeles. Anche Freddie Mercury incluse il nome dell’adult store nella sua famosa canzone del 1978 “Let me entertain you”.

Joan Jett davanti The Pleasure Chest di Los Angeles.

Gli home parties per vendere sex toys iniziarono nello stesso periodo di diffusione degli adult stores ma c’erano già dagli anni Quaranta negli Stati Uniti, quando l’amministrazione dell’elettrificazione rurale li promuoveva per elettrificare le case degli americani. Lo scopo di quelli moderni era di incentivare un atteggiamento più sex positive nelle persone. Erano sia per donne che per uomini ma in modo separato. La più famosa organizzatrice di questo tipo di party in Europa è Ann Summers, catena di intimo e sex toys inglese, che li ha lanciati nel 1981, e adesso è arrivata alla cifra annuale di 4.000 organizzati in tutta Inghilterra. Ora nei paesi anglosassoni lo scopo è solo commerciale ma in quelli latini prevale oltre a questo una sorta di approccio educativo, in particolar modo promosso dalla spagnola La Maleta Roja, in Italia La Valigia Rossa nelle riunioni a domicilio.

Foto in copertina: Pulsatore Stronic Drei di Fun Factory.

Il contenuto de La Valigia Rossa

Sex toys, questi sconosciuti – Parte 2

I cataloghi americani di prodotti venduti via posta del 1870 pubblicizzavano “dildo o peni artificiali” senza eufemismi. Ma la pacchia durò poco perché nel 1872 fu creata la Commissione della Soppressione del Vizio che credeva che la masturbazione fosse pericolosa e il sesso per il solo scopo del piacere fosse peccato. Questa proibì la vendita postale di sex toys, compresi quadri erotici, facendola diventare un’industria underground.

I primi vibratori tecnologici iniziarono a comparire a fine Ottocento in Inghilterra, Francia, Germania, Cina, Giappone ed USA, potevano andare ad acqua, aria compressa o vapore. Il primo vibratore elettrico fu inventato dal medico inglese Joseph Mortimer Granville per curare la stitichezza, il mal di schiena ed il diabete in uomini e donne. Credeva che i nervi del corpo avessero un equilibrio naturale con vibrazioni salutari e che quando questo venisse a mancare per malattie, doveva essere ristabilito tramite vibrazione. I vibratori erano usati per curare tutti i tipi di disturbi meno che la masturbazione. Stessa storia per i dilatatori rettali, in genere di gomma, metallo o vetro, che erano pubblicizzati su riviste mediche e di salute, spacciati per curatori di diversi mali, tra cui anche la masturbazione maschile. Esistevano pure dilatatori vaginali usati per curare il vaginismo.

Prodotti venduti da Beate Uhse, foto: spiegel.de

In Germania nel frattempo l’ex pilota della Luftwaffe Beate Uhse vendeva alle casalinghe tedesche il suo Volantino X, una brochure dove spiegava alle donne il metodo anticoncezionale Ogino-Knauss, oggi considerato non efficace. Parlava anche di frigidità femminile ed impotenza maschile. La sua azienda di opuscoli si chiamava Betu e ben presto iniziò a confezionare scatoline con condom, che nel dopoguerra scarseggiavano, e libri come Amore senza paura di Eustace Chesser ed Il Perfetto Matrimonio di Theodoor Hendrik van de Velde, in base alle richieste delle sue clienti. Nel febbraio del 1951 fondò una società di vendita per corrispondenza ed assunse un dottore per rispondere alle domande dei clienti. Per sfuggire alla censura ed al carcere, si finse su carta “Salvatrice di matrimoni”. Quando la Germania a fine anni Sessanta si fece più libera di pensiero, iniziò a vendere preservativi chiodati, pillole erotiche ricoperte di zucchero, négligée per la notte. Nel Natale del 1962 Uhse aprì il suo primo “negozio specializzato per l’igiene matrimoniale” a Flensburgo. Ha creato un impero di sex shop durato sessant’anni, che dopo la sua morte nel 2001, è andato in rapido declino e nel 2017 è fallito. Nel 1989 ha ricevuto dal suo Paese la Croce Federale di Merito per aver aiutato i tedeschi a ritrovare una sessualità più rilassata.

Biancheria Sexy dal catalogo di Beate Uhse, foto: spiegel.de

Nel frattempo nell’America di metà anni Sessanta l’ex ventriloquista Ted Marche insieme all’imprenditore John Francis creavano protesi per uomini impotenti, dildi in cloruro di polivinile cotti al forno in una cucina di Los Angeles. Furono loro ad inventare il colore rosa carne e la vagina strap-on: spacciavano i dildi per “aiuti matrimoniali”. È grazie al dildo se William Masters e Virginia Johnson scoprirono nel loro celebre studio del 1966, in cui osservarono oltre diecimila rapporti sessuali, che la donna poteva avere orgasmi multipli, molto più intensi che durante l’atto con un’altra persona. Il paraplegico Gosnell Duncan di Chicago scelse il silicone come materiale ideale per i dildo. A differenza del cloruro, non si scioglieva anche se esposto ad alta temperatura, non era poroso, poteva essere sterilizzato in acqua bollente e non aveva un odore chimico forte. Aiutato dalla General Eletrics ne creò un modello che non fosse irritante per il corpo. Di origini caraibiche, rese disponibili i dildo in tre gradazioni differenti di nero ed uno bianco. Erano venduti come protesi strap-on per aiutare i disabili: i dildo e i vibratori infatti sono molto utili perché aumentano le possibilità di erezione. Duncan li faceva a mano su misura, non erano vuoti ma solidi, e potevano essere attaccati all’osso pubico lasciando testicoli e pene liberi.

Vagina strap-on

In Inghilterra furono aperti una serie di sex shop negli anni Sessanta da Carl Slack a Soho. Nel 1971 aprì a New York, nove anni dopo Beate Uhse, il primo negozio di sex toys gay e women friendly, Pleasure Chest, gestito da Duane Colglazier e Bill Rifkin. Inizialmente era un negozio di soli materassi ad acqua, i sex toys furono aggiunti per attirare l’attenzione, dato che i prodotti erano su ordinazione. A Milano aprì il primo lo stesso anno in Piazza Sempione, Basta Problemi di Ercole Sabbatini e sua moglie Angela Masia. Con la rivoluzione sessuale a cavallo di Anni Sessanta e Settanta i sex toys furono considerati uno strumento per la rivoluzione politica e perciò sempre più femministe americane iniziarono ad interessarsene, una di queste, Dell Williams, aprì il primo sex shop femminista dedicato alle donne Eve’s Garden a Manhattan nel 1974. Tuttavia, il più grande distributore di materiale pornografico e sex toys negli States rimase per lungo tempo (nonostante i numerosi problemi legali) Reuben Sturman, che aveva cominciato il suo business nei primi Sessanta.

To be continued

Foto copertina: Pulsatore Stronic Drei di Fun Factory

I proprietari di Basta Problemi Sex Shop di Milano

Sex toys, questi sconosciuti – Breve storia

Nella mia vita non ho mai usato sex toys fino all’anno scorso. Influenzata da sex bloggers come Valiziosa, Le Sex en Rose e l’ostetrica Violeta Benini (intervistata qualche tempo fa da me e Le Sex en Rose), ho pensato fosse giunto il momento di give it a try. Ho chiamato una mia amica che vende sex toys e ne ho provati diversi, tra cui top per me sono stati Ina Wave di Lelo e Twenty One Vibrating Diamond di Bijoux Indiscrets. Il primo perché è un vibratore rabbit (doppia stimolazione punto G e clitoride) dal silicone sottile, liscio e soffice. Il secondo ha una forma a prisma che fa vedere stelle ed universo al clitoride. Ne ho provati anche di kitsch, come un rabbit con un farfallone enorme come stimolatore clitorideo. They didn’t work. Forse il pupazzetto buffo mi deconcentrava. Sono stata un’entusiasta ed ingenua scolaretta giapponese bisognosa di assorbire tutto quello che c’era da sapere. Usare sex toys è un viaggio affascinante alla scoperta del piacere che non finisce mai e le loro origini si perdono nei meandri del tempo.

Vaso greco

Sono stati ritrovati bastoni fallici in Eurasia durante l’Era Glaciale e dildo forse usati durante le cerimonie del dio Shiva in Pakistan (4.000 a.C). Addirittura i primi dildi doppi risalgono alla Preistoria (13.000 – 19.000 anni fa). Nell’antico Egitto le donne sono dipinte con grandi falli attorno alla vita (i primi strap-on?) nei riti dedicati ad Osiride, divinità della fertilità e della resurrezione. Per chi non è famigliare col mito di questo dio, ricordo che il fratello Seth lo aveva smembrato e disperso tutti i suoi pezzi per il Paese. Il suo pene era stato mangiato dai pesci del Nilo ed Iside, sua consorte e sorella, era stata costretta a ricostruirgliene uno nuovo col quale concepirono Horus. Nell’antica Grecia i dildo erano così comuni da avere almeno otto diversi termini con i quali chiamarli, tra cui “olisbos”. Questi erano rivestiti di pelle sottile, venivano riempiti di lana, lucidati e lubrificati con l’olio d’oliva. Altri erano fatti di pane, ma non è chiaro se fossero usati per scopi sessuali o solo per cerimonie religiose. Uno dei più antichi riferimenti letterari ai sex toys proviene sorprendentemente dalla Bibbia (Ezechiele 16:7): “Dio castigò la popolazione di Gerusalemme perché presero l’oro e l’argento che Lui gli diede e ci fecero immagini falliche e fornicarono con esse”. Nella commedia Lisistrata di Aristofane il dildo viene più volte nominato per il fatto che le donne per protesta contro la Guerra del Peloponneso hanno deciso di fare lo sciopero del sesso con i propri mariti e potrebbero usarli come sostituti momentanei del piacere.

Sella della tortura cinese

In Cina c’erano strumenti di tortura simili a sex toys. Come la sella ornata da un dildo penetrativo che veniva usata per punire le donne infedeli. Nello stesso Paese venivano usate gabbie per il pene forse per prevenire la perdita del jing, lo sperma. I taoisti infatti credono che se l’uomo perde troppo di questo liquido, si impoverisca di energia. Oggi invece queste gabbie sono usate nei giochi BDSM. Far fuoriuscire lo sperma era perdere il potere virile, quindi è automatico che nel 1200 andassero di moda tra la nobiltà i cock rings per trattenere il piacere. I dildo erano presenti, quelli di bronzo o giada appartenevano agli uomini più ricchi che per tradizione dovevano avere molte mogli e gli fornivano questi sex toys come loro sostituti. Negli shunga giapponesi del diciassettesimo secolo sono presenti dildo a profusione con cui i personaggi rappresentati giocano come se fossero normali oggetti da usare nel quotidiano. La forma più classica era l’harigata usato in coppia e nei rapporti sessuali tra femmine sia come dildo che come strap-on. I giapponesi sono famosi per aver inventato i rin no tama, conosciute da noi come palline vaginali o della geisha, erano due paia di palline una vuota e una ripiena di mercurio da inserire in vagina. Attraverso piccoli movimenti creavano vibrazioni.

Diversi tipi di sex toys da Manpuku wagojin (Divinità del rapporto sessuale) di Katsushika Hokusai (1760-1849)

Non ci sono particolari testimonianze dell’uso dei dildo nel Medioevo, se ne trova solo qualcuna nei penitenziali cattolici. Questi erano dei libri che indicavano ai preti quali punizioni infliggere ai parrocchiani che confessavano i loro peccati nei confessionali. Nel Seicento i dildo erano forgiati da donne europee ed erano soprattutto di manifattura italiana. In Inghilterra furono fatte leggi contro coloro che li fabbricavano. Nel 1670 il celebre libertino John Wilmot importò dildi per la sua società sessuale Ballers Club che gli furono confiscati e bruciati. Lui controbatté con la poesia Signor Dildo, che trovate qui. Nell’Ottocento iniziarono ad arrivare i primi rudimentali sex toys tecnologici. La sfera vibrante del dottore George Taylor era incastonata in un tavolo ed all’inizio era stata progettata per disturbi pelvici. Il dottor Joseph Mortimer Granville creò un vibratore portatile con la batteria da 18 chili per massaggiare i muscoli degli uomini che fu usato anche sulle donne con altri scopi. C’erano anche la sedia da cavallo elettrica, i sex toys a vapore (complessi oggetti che non ricordano nemmeno lontanamente un oggetto di piacere) o vibratori che si mettevano in moto con manovelle, dilatatori rettali nati come cura per la stitichezza, la spanking machine. È stato scoperto di recente che non c’è alcuna prova o fonte che convalidi che i vibratori fossero usati per curare l’isteria, come diffuso dal libro Tecnologia dell’orgasmo di Rachel Maines (approfondimento: http://journalofpositivesexuality.org/wp-content/uploads/2018/08/Failure-of-Academic-Quality-Control-Technology-of-Orgasm-Lieberman-Schatzberg.pdf).

Foto: Missis Whitekeys

Non si è infine sicuri dell’origine della stessa parola dildo. Forse risale al Rinascimento. Dal verbo latino dilatare o dalla parola diletto. In inglese antico forse da dill-doll derivata dal norreno dilla, dare sollievo. Nel ventesimo secolo con la repressione degli istinti sessuali e il rinnovato senso del decoro, i sex toys diventano un oggetto sanitario, e poi sociale e politico, che si fa strada a fatica durante la liberazione sessuale.

To be continued

Foto: Ephemeral Scraps/flickr/CC-BY 2.0

Le foto erotiche di Paola Malloppo scoprono la bellezza interiore delle donne

Paola Malloppo è una fotografa originaria di Foggia che è diventata famosa per i suoi ritratti di donne, seminude e nude, che mostrano il proprio potere sensuale in ogni tipo di corpo. Ogni modella, spesso non professionista, ha la sua anima e il suo modo di porsi di fronte all’obiettivo. Paola fissa alcune in faccia, altre le guarda solo in specifiche parti del corpo. Nella sua storia in evidenza su Instagram intitolata “Come lavoro” avverte: “Non mi interessa la bellezza, preferisco il carattere. Tendo a non fotografare ragazze che posano solo ed esclusivamente per vanità: non sono qui per farvi sentire belle se già non lo credete da sole”. La fotografia di Paola è spontanea, naturale, non invasiva e fornisce un ritratto inedito della persona. Nel 2016 ha iniziato un progetto rivoluzionario in Italia sulla masturbazione femminile, Self-Control, ancora in corso, in cui ha chiesto a delle ragazze di mostrarle il loro modo di masturbarsi.

Come sei arrivata alla fotografia erotica?

Una delle prime foto che ho scattato era una fotografia erotica, quindi evidentemente il desiderio c’è sempre stato. Per tanto tempo ho fotografato un po’ di tutto e poi sono ritornata all’erotico perché avevo sempre voluto provare a fare meglio in questo campo. Quando mi sono trasferita a Bologna, sono riuscita a trovare più modelle disponibili, a creare una rete e ad avere più successo.

Paola Malloppo

Le modelle si proponevano da sole?

All’inizio erano poche le volontarie e altrettanto poche quelle che mostravano il viso in foto. Quest’ultimo particolare mi ha fatto creare il mio primo progetto, Censored, foto di nudo in cui non si vedevano i volti delle ragazze. Lo esposi a Foggia perché mi parve la città giusta; rispetto al nord, ha una mentalità più ristretta che si adatta bene al senso della mostra.

Nel tempo hai identificato uno scopo ben preciso da mostrare in fotografia?

Col tempo ho capito che non si arriva mai pienamente ad una risposta, c’è sempre una parte dello scopo che si riesce a carpire ed una istintuale che sfugge. Sicuramente l’intento è sdoganare il nudo, far spogliare più gente possibile (ultimamente cerco di fotografare anche uomini, anche se non è semplice). Mi piacerebbe che la nudità diventasse una “cosa da tutti i giorni”. Poi ci sono tanti piccoli motivi, che ho iniziato a collezionare nel corso del tempo e che variano un po’ anche a seconda del periodo o della situazione.

Sono più disinibiti gli uomini o le donne?

Dipende dalla personalità del soggetto. A volte può capitare, addirittura, che sia più disinibita io, e che quindi debba “aiutare” il soggetto a venire fuori.

Paola Malloppo

Ottieni subito la fiducia delle modelle?

Molte delle ragazze che ho scattato mi hanno detto di avere più fiducia in me che in un fotografo uomo. Questa è una cosa che mi dispiace perché utopicamente mi piacerebbe che tutti avessero fiducia in tutti. Nel mio caso, comunque, si tratta spesso di ragazze che non hanno mai scattato e si sentono più a loro agio e sicure nel farlo con una donna la prima volta.

Cosa fai per metterle a proprio agio?

Non ci sono strategie particolari. Valgono le regole del buon senso civile: non essere invadenti e non forzare una persona a fare qualcosa che non vuole. Lasciarsi il tempo per parlare, prima di cominciare, credo sia importantissimo (per il mio tipo di foto, ovviamente).

C’è qualche tabù che hai in comune con le tue modelle?

Sono una persona molto diversa dalle ragazze che ritraggo. Non appaio mai in foto per una questione pratica, per separare la vita fotografica da quella privata. In generale, non sono mai stata una fan delle foto a me stessa, non mi sono mai dedicata all’autoritratto, ho sempre invidiato nelle modelle che fotografo quella capacità di mettersi davanti all’obiettivo, anche in maniera un po’ sfrontata. Forse scattargli delle foto è un modo per partecipare a questa disinibizione. Più che un tabù, mi sembra un feticcio.

Paola Malloppo

Le tue foto aiutano le modelle ad abbattere i tabù?

Sì, a volte hanno delle insicurezze che cerchiamo di superare insieme. Spesso me lo dicono apertamente, prima o dopo. Mi confessano spesso che le foto le hanno aiutate a vincere tabù personali. Scattando in analogico, ottengo foto reali, non ritoccate: brufoli, smagliature, pelle d’oca sono ben visibili. Le modelle vedono nella vecchia pellicola una foto bella ma reale, in cui vengono a patti con le loro imperfezioni.

Credi che ci sia del voyeurismo nei tuoi ritratti?

Sicuramente. Credo sia una cosa implicita nel mezzo: la lente della macchina fotografica è come il vetro di una finestra o il buco di una serratura.

Dal 2013 senti che c’è stata un’evoluzione nella tua fotografia, ciò che cercavi prima è lo stesso di adesso?

Da quando ho iniziato sono cambiate tante cose. Per quando riguarda il pensiero che c’è dietro, è sicuramente maturato, la parte conscia diventa sempre maggiore e si aggiungono dei piccoli tasselli mano a mano che trascorre il tempo. A livello di mezzi o stile (se così si può chiamare), sono passata dal digitale all’analogico e questo mi ha portato a ripensare la mia fotografia. Adesso sono più limitata, soprattutto nei tagli e nella postproduzione.

Paola Malloppo

Come mai hai fatto questa scelta?

Per una questione pratica. Ho notato che quando scattavo in digitale, mi concentravo troppo su quello che veniva fuori. Ogni volta guardare lo schermo era come interrompere un processo. Su un set fotografico c’è una certa aura tra te e il soggetto, un contatto visivo continuo che non dovrebbe essere spezzato. L’analogico ti permette di focalizzarti su quello che sta succedendo lì in quel momento, mentre il digitale ti distrae molto. È come avere un cellulare sul tavolo mentre sei ad un appuntamento importante.

Tre cose che in ordine rappresentano per te sensualità, erotismo e pornografia.

Onestamente non le ho queste tre cose perché trovo questi tre termini aleatori. Sensualità ed erotismo mi sembrano due sinonimi. La pornografia è un termine che ognuno riempie un po’ come vuole, per molti è una degenerazione dell’erotismo e questo mi dispiace perché sembra porre un limite al nudo, e per me quest’ultimo non dovrebbe avere nessuna linea di demarcazione.

Che progetto ti piacerebbe intraprendere che non hai già fatto?

Sto ancora portando avanti il progetto Self-Control sulla masturbazione femminile, in cui fotografo il modo che le donne hanno di masturbarsi. Ho tanti progetti in testa che spero di poter realizzare. Non sono tipa da iniziative di ‘pancia’, quando rifletto su un lavoro mi chiedo il motivo per cui lo faccio e come lo voglio organizzare, ma a volte questo porta anche ad un periodo di stasi.

In Self-Control hai scoperto qualcosa di nuovo sulla masturbazione femminile?

Ho scoperto tantissime cose che non sapevo nel fotografare così tante ragazze e nel parlare così tanto con loro di certi meccanismi, si arriva ad avere una prospettiva molto ampia del fenomeno, spesso ridotto ad uno stereotipo da internet o da mondo del porno. Fotografando queste ragazze credo di aver ottenuto una narrazione – quasi – completa.

È difficile trovare volontarie per questo progetto?

Sì, soprattutto perché è l’unico progetto in cui mi rifiuto di coprire il volto (il taglio diventa una scelta mia). Ho bisogno che la masturbazione venga accolta come un’azione naturale, spontanea e diffusa e credo sarebbe un controsenso se le modelle si vergognassero. In un certo senso diventano delle testimoni.

Paola Malloppo

Piacevoli letture sotto l’albero

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Quando si parla di cose pratiche come le attività sessuali, i libri lasciano il tempo che trovano. Come dice Mark Rylance, celebre attore teatrale e regista inglese, e come hanno affermato altri prima di lui: “Imparo la parte e poi dimentico tutto.” I supporti cartacei sono delle buone basi informative se si è all’oscuro di determinate attività sessuali, storie e culture. Ma bisogna prenderli per quello che sono: opinioni. E’ bello leggere un’opera di qualcuno che la pensa come noi, però magari se lo si consiglia all’amica o amico pruriginoso si ottiene l’effetto opposto alla nostra intenzione. Spesso le persone hanno bisogno di essere guidate a piccoli passi verso l’obiettivo perchè altrimenti si rischia di spaventarle e confonderle.

Questi che vi consiglio, quindi, sono regali che fate a voi stessi, supponendo che se state leggendo il mio blog, siete abbastanza in linea col mio pensiero.

Garden of Desires – The Evolution of Women’s Sexual Fantasies, Emily Dubberley. E’ una versione aggiornata del pioneristico libro sulle fantasie di Nancy Friday intitolato My Secret Garden che all’epoca fece scalpore, interamente incentrato sulle fantasie delle donne. Rassicurante, lascia una sensazione divertita di pace con l’universo. Siamo nella norma e la maggior parte dell’estremo nella nostra mente non si avvererà mai nei termini immaginati.

She comes First – the thinking man’s guide to pleasuring a woman, Ian Kerner (in italiano Lei viene prima). Scritto da un sessuologo americano, è l’ode di un uomo al cunnilingus, eletta pratica principale del gioco erotico. Leggerlo è semplicemente un piacere profondo.

Passionista – The Empowered Woman’s Guide to Pleasuring a Man, Ian Kerner. Stesso sessuologo di cui sopra, elogio di fellatio e sesso anale. Illuminante ma da scartare piano piano.

The Boudoir Bible – The Uninhibited Sex Guide for Today, Betony Vernon. Betony Vernon è una gioielliera che crea gioielli BDSM. Nei primi tempi di promozione della sua idea incontrò notevole difficoltà nel venderla, dovuta soprattutto alla mancanza di un sapere sessuale adeguato negli acquirenti. Dunque, ha deciso di buttarsi in workshop per la diffusione di una mentalità più aperta nella propria vita sessuale. Nei vari capitoli sono trattati tutti i temi inerenti al sesso, a cominciare dallo stare bene con se stessi. Interessante, ricco di nozioni e il tono assomiglia a quello del mio blog.

Sette Sfumature di Eros, a cura di Riccardo Reim – I Mammut. I romanzi libertini sono nati con intenti non esclusivamente sessuali. Erano una critica al sistema repressivo di una società ancora legata a ritualità e valori seicenteschi che verso la metà del Settecento iniziavano a decadere. Le storie più degne di nota della raccolta sono Il portinaio dei certosini di Gervaise de Latouche, Memorie di una cantante tedesca di Anonimo e Venere in Pelliccia di Sacher-Masoch.

Pin your selfie UP

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Quando Bunny Yeager si autoscattò una foto in body non avrebbe mai pensato che cinquantatre anni dopo il selfie sarebbe diventato il nuovo modo di affermarsi nel mondo e tutti sarebbero diventati delle pin up.
Essere una pin up era appannaggio esclusivo di attrici, cantanti e modelle degli anni Quaranta che necessitavano di promuovere la propria immagine. Oggigiorno sono tuttavia poche le persone in grado di ostentare la naturalezza spontanea davanti all’obiettivo di una Bettie Page. Prevale una sorta di autocompiacimento quasi ridicolo. Le stesse imitatrici delle pin up di un tempo come Bernie Dexter risultano noiose in pose artefatte da cartolina ammiccante. Non si gioca con la macchina fotografica o la fotocamera del cellulare. Si risulta prevedibili stringendo la bocca a cuore e strabuzzando gli occhi in una finzione di sensualità caricaturale.
Non si comprende che non si posa per lo sguardo degli altri ma per il proprio. Questo è direttamente collegato alla consapevolezza delle forme del nostro corpo, quindi alla nostra autostima. Se ci apprezziamo, lo esprimiamo in foto e…ci autoeccitiamo.
Lo sapeva Hannah Cullwick, modella sui generis del gentiluomo Arthur Munby a metà Ottocento. La passione di quest’ultimo per il suo fisico robusto di domestica abituata agli sforzi fisici appagava l’esibizionismo sottomesso di lei che era espresso in foto. La fotografia serviva per eccitare i due e aumentare la tensione nei loro giochi feticisti. L’imperfezione era la regola, come la cenere del camino non omogenea sparsa sul corpo di Hannah, i capelli scomposti o un seno semiscoperto. Il diavolo sta nel dettaglio “casuale”.

Oggi piace essere guardati. Siamo stati educati così. Non c’è nulla di male nel farsi una foto. Dai che stai benissimo. L’apprezzamento degli altri gonfia la nostra autostima. Studiamo il profilo e le pose migliori, anche quando vogliamo risultare defilati. Conferiamo importanza al mezzo fotografico pure quando non vogliamo farci vedere. Una volta la paura di risultare sgradevoli era limitata a rivedere immagini stampate di se stessi tra amici. Nell’epoca odierna il male più grande è essere taggati su Facebook in un’espressione poco lusinghiera. E’ per questo che la maggior parte di noi vuole risultare al meglio o toglie il tag per non essere visto. Inutile che alziate un sopracciglio scettico. Ci siamo cascati tutti, a seconda del grado di esibizionismo. Se avete paura ancora di essere fotografati, potreste essere più esibizionisti di chi si espone con disinvoltura. Siamo passati dai bagni di My Space, dove era in embrione il concetto di selfie, al salotto di Facebook. Ora sono tutti dei professionisti di sè. Ci sentiamo dei gran fighi e delle gran fighe. A seconda dei like e dei commenti. Giudichiamo una buona foto a seconda del riscontro che ha ricevuto in bacheca. Questa spesso diventerà la nostra prossima foto profilo.

Se ci sporgiamo oltre la tenda rossa dell’apparenza, intravediamo il buio del risvolto oscuro della medaglia. Succede a me dai tempi di My Space, in cui facevo la pin up da strapazzo (è sempre bello fare outing), e credo sia successo almeno una volta a voi, soprattutto alle femmine che stanno leggendo: vi è stato chiesto se avevate delle foto particolari, in intimo o nude. A prescindere dal fatto che le abbiate o meno, un brivido di quello che avete identificato come terrore vi ha scosse. In realtà si trattava di eccitazione. Il pensiero di essere apprezzate nell’occhio altrui vi ha emozionato. Poi siete state bloccate da vari fattori, tra cui, oltre al pudore, l’amico o la persona sconosciuta che può farle vedere al mondo. Un discorso legittimo ma ridicolo nell’universo della fotografia digitale. Basta uno schiocco di dita per rendere qualsiasi cosa che sta su un pc pubblica.

Nonostante la nostra vittoriana reticenza, siamo tutti dei guardoni. Con la diffusione del selfie ad ogni ora del giorno e della notte, con i più disparati outfit e non, e con la distruzione della sfera privata da parte di Facebook in cui siamo resi dei personaggio pubblici nostro malgrado, il pudore è andato a farsi friggere. Sono spuntati Instagram e Snapchat. Si combatte a suon di hashtag su chi abbia il sedere più bello (#assambition). Si inventa il termine “basic bitch” per indicare ragazze o ragazzi che si fotografano in trend passeggeri, con l’ultimo beverone Starbucks e le sneakers fighe del momento (con altrettanto account per prenderle in giro, brosbeingbasic). Si realizzano selfie erotico/artistici come quelli di Alexandra Marzella, che ti fanno ancora sperare nel mitico piano D. Ci si imbeve di immagini, ci si eccita, spesso si imita.

Fatele quelle foto. Per soddisfazione personale. E conservatele per ricordarvi quanto eravate e siete fighe. Autoeccitatevi.