La serietà del costume da coniglietta di Playboy

Molte di noi vorrebbero vestirsi da coniglietta di Playboy, per un party di carnevale o un appuntamento sexy. Diverse l’hanno già fatto. Una mia follower ha detto di averle sempre ammirate, “quelle donne mi sono sembrate sempre forti ed emancipate“. Un’altra invece ha commentato “troppo maschilismo in giro per farlo con serenità e senza pregiudizi“. Hanno entrambe ragione. Quando ci vestiamo ad una festa o per un partner stiamo giocando per un giorno, ma se dovessimo indossare un costume del genere per lavorare in un bar sarebbe tutta un’altra storia. Non ci sentiremo sicure o rispettate. Accuseremo di sessismo il datore di lavoro e ce ne andremo perché, a meno che non si tratti appunto del Playboy Club, non ne varrebbe la pena. Questo è il mondo di oggi. Quello di ieri invece era nettamente diverso.

Hugh Hefner

Non si può approfondire la conoscenza sulle conigliette di Playboy, le Playboy bunnies, senza conoscere il fondatore della rivista più famosa d’America: Hugh Hefner. La sua vita al college cambiò nel 1948 quando uscì il rapporto Kinsey sul comportamento sessuale nella donna e nell’uomo. Scoprì che le apparenze della società erano piene di ipocrisia e capì che era ora di iniziare a parlare liberamente di sesso. Prima trattò l’argomento sul suo giornale universitario, Shaft, e dopo essersi sposato e licenziato da Esquire, mise insieme nella sua cucina a Chicago con due suoi amici la rivista Stag Party (festa dello scapolo). Il nome però era già preso ed il suo amico Eldon Sellers suggerì Playboy dal nome della casa di produzione di automobili in cui aveva lavorato sua madre a Detroit, la Playboy Company. Invece di un cervo (stag), la nuova mascotte fu un coniglio (non si sa bene il motivo, forse per il fatto che il titolo ha due Y che ricordano le orecchie del coniglio). La rivista uscì ufficialmente nel dicembre del 1953. Il logo fu creato per il secondo numero dal grafico Art Paul, che divenne la costante di ogni copertina in una curiosa caccia al coniglio. Playboy registrò subito uno straordinario successo per il connubio tra lifestyle e nudo di classe in carne ed ossa (fino ad allora c’erano solo pin-up disegnate sulle riviste).

Norma Jean (Marilyn Monroe)

All’inizio una mano sulla via della popolarità gliela diede la foto nuda di una giovane Norma Jean (Marilyn Monroe), capelli lunghi, sfondo rosso, braccio alzato a scoprire il seno, ma era noioso affidarsi a fotografie già pronte. Quindi Hugh assunse il fotografo Vince Taijiri e creò le playmates, le ragazze della porta accanto, una per ogni mese, e più tardi i famosi paginoni che si aprivano per avere un’esperienza quasi 3D della donna. Ma Playboy non fu solo fatto di ragazze senza veli. Sin dal principio seguì il credo della libertà d’espressione, sulle sue pagine trovavano posto neri e bianchi in maniera paritaria all’epoca del segregazionismo. Le sue famose interviste approfondite interpellarono uomini come Miles Davis, Malcolm X, Marthin Luther King. Era sempre in prima linea per i diritti civili (tanto da fondare a difesa di questi la Playboy Foundation nel 1965) e per quelli delle donne. Promosse la contraccezione, l’aborto, la libertà sessuale e il femminismo, nonostante fosse la rivista nemica numero uno delle femministe radicali americane. Hugh Hefner tentò di confrontarsi con queste in un’intervista prima con Gloria Steinem e poi in tv al Dick Cavett Show. Andò male in entrambi i casi perché una parte del movimento femminista attaccava l’immaginario sessuale stereotipato di cui Playboy era suo malgrado portabandiera.

Hugh Hefner con Bonnie Jo Halpin, la coniglietta-icona delle pubblicità del Playboy Club

Le conigliette erano di sicuro uno dei motivi per cui Hefner non veniva preso sul serio. Ma indovinate un po’ chi fu a lanciare l’idea? Una ragazza con cui usciva Hugh Hefner, Ilsa Taurins, un’immigrata lettone. Non che Hefner non ci avesse pensato, ma aveva lasciato perdere perché il coniglio di Playboy era un maschio. Il suo braccio destro, Victor Lownes, invitò invece Taurins a lavorare sul design con sua madre, una sarta. Venne fuori un costume di satin con la coda a pon pon e il cerchietto con le orecchie soffici da coniglio. Hefner suggerì di sgambarlo, aggiunse colletto e polsini, e bustino con lacci laterali da stringere. Il prototipo fu rivelato nello show tv Playboy Penthouse, indossato da Cynthia Maddox, fidanzata di Hefner. La stilista Renée Blot fu reclutata successivamente per apportare modifiche. È l’unica uniforme da servizio che ha ricevuto un brevetto. I colori più popolari erano il rosso, il blu pavone e il verde smeraldo. Le misure delle coppe erano troppo grandi e molte ragazze le imbottivano. I tacchi delle scarpe erano alti all’incirca sette centimetri. Le divise diventarono elemento di moda negli anni, nei Sessanta c’erano le fantasie di Emilio Pucci sui bustini e motivi psichedelici nei Settanta.

Anni Sessanta

Il primo Playboy Club aprì a Chicago il 29 febbraio del 1960 in 116 E. Walton Street. Ogni socio aveva delle chiavi con il logo del coniglio sopra e l’iscrizione costava cinquanta dollari ma i prezzi al bar erano stracciati, 1.50 dollari per cibo, bevande e un pacchetto di sigarette con l’accendino, proprio per fare gola anche ai giovani scapoli più attenti. Ai membri veniva data una chiave col simbolo del coniglio ed erano chiamati keyholders. Le conigliette guadagnavano molto di più in una settimana che in un normale mestiere da cameriera grazie alle laute mance che inserivano dentro il loro costume. Se lo Stato in cui il club era lo prevedeva, le bunnies ricevevano anche una paga minima ad ora. Nel libro The Bunny Years tante conigliette intervistate dichiarano di aver svolto questo lavoro per la sua alta rimuneratività. Si incontrava il jet-set cittadino ed internazionale, si imparava ad intrattenere relazioni pubbliche e ovviamente il mestiere da cameriera. Playboy prendeva ragazze che frequentavano college, non solo per la politica della ragazza della porta accanto, ma anche per avere donne intelligenti e argute. Assumeva pure modelle, aspiranti attrici e ragazze madri. All’epoca la rivoluzione sessuale doveva ancora avere inizio. Certo, il requisito base era essere carine, con estrema flessibilità, se scorrete le foto di quegli anni. Tutte le etnie potevano inserirsi nella squadra. Col tempo, venne la disciplina.

Hefner con le Bunnies nel Playboy Club di Chicago, 1960, credit Playboy

Ancora una volta, fu una donna a consigliare di inserire un training di base: Alice Nichols. Coniglietta del club di Chicago, aveva commesso due figuracce con Hugh Hefner: non l’aveva riconosciuto chiedendogli insistentemente la chiave e gli aveva rovesciato addosso i drink. Alice sviluppò assieme al fratello di Hefner, Keith, responsabile del portamento delle bunnies una specie di corso di formazione. Non si poteva uscire con clienti, ospiti, visitatori, manager, direttori di sala, barman, musicisti, performer e aiuto camerieri, dare i propri cognomi, indirizzi di casa o numeri di telefono. L’eccezione alla regola dell’uscita era fatta solo per membri di una stretta cerchia di dirigenti del giornale, tra cui Hefner e Lownes, che si chiamava No. 1 Keyholders. Ma non si era costrette ad andare con loro. Fidanzati e mariti si incontravano ad almeno due isolati dal club. Per aggiungere maggiore controllo, un’agenzia di detective teneva sotto sorveglianza il comportamento delle conigliette nel club.

Risultati immagini per bunny dip
Bunny Dip, da Inside the Playboy Paradise, 1966

C’erano delle pose distintive da assumere: Bunny Stance, Bunny Dip, High Carry, Bunny Crouch, Bunny Perch. La prima era una posa da modella con un piede dietro l’altro e il fianco leggermente spinto fuori. La seconda, molto famosa, era una graziosa arcata all’indietro a ginocchia unite impiegata quando si servivano i drink per evitare che il seno uscisse fuori dal costume. La terza era necessaria per portare un vassoio pieno di bevande sul palmo piatto della mano alto sopra la testa. La quarta era obbligatoria nel prendere gli ordini al tavolo durante gli spettacoli, prevenendo le bunnies dal piegarsi su un cliente ed esporre se stesse. La quinta era per far riposare le conigliette quando non servivano drink (non potevano sedersi, dovevano stare sempre in piedi), potevano appoggiarsi erette sul retro di una sedia o su un corrimano. La coniglietta doveva accogliere i clienti con un sorriso caldo, mettersi in Bunny Stance, posizionare in Bunny Dip i tovagliolini da cocktail col logo in bella vista dalla parte del cliente, chiedere di vedere la chiave e prendere le ordinazioni partendo dalla signora (se c’era, altrimenti l’uomo a destra del Keyholder). Il vassoio era organizzato con un ordine preciso e bisognava conoscere a memoria i nomi di 143 bottiglie di alcolici (31 scotch, 16 bourboun e 30 liquori). Alla fine del training c’era un quiz con diciotto domande di verifica. Erano divise in mansioni: Door Bunnies, Coat Check Bunnies (guardaroba), Cigarette Bunnies, Roaming Camera Bunnies (fotografe serate), Gift Shop Bunnies, Floor Bunnies (cameriere), Pool Bunnies (biliardo). Guardate questo vecchio video per un riassunto del training: https://www.youtube.com/watch?v=XqBBsN8jxi0.

Victor Blackman, Stringer, Getty Images

Meglio come gioco che come lavoro la coniglietta, eh? Eppure Gloria Steinem quando scrisse nel 1963 su Show della sua esperienza da bunny per una settimana a New York non vide serietà e disciplina ma solo quello che voleva vedere. Donne sfruttate in vestiti degradanti che le esponevano come pezzi di carne. È vero, il Playboy Club era una fantasia maschile divenuta realtà ma le conigliette venivano trattate bene e si emancipavano grazie ai cospicui guadagni. Non era un mestiere che si poteva fare tutta la vita, pur se c’è chi lo fece per quattordici anni tra le testimonianze di The Bunny Years, ma sviluppava indubbio savoir faire e spigliatezza nelle donne, impensabile in un’epoca in cui il nostro unico scopo era partorire figli e avere un mestiere rispettabile (da abbandonare una volta sposate). Le Playboy Bunnies di quel periodo sono diventate donne in carriera nello spettacolo e in altri settori come quello immobiliare o letterario. Molte ragazze mi hanno detto che vorrebbero indossare quel costume per acquisire confidenza con il loro corpo. Il bustino è uno strano strumento di tortura democratico assieme alle coppe. Ci fa tutte belle, filiformi e seno dotate.

Reese Witherspoon in Legally Blonde (2001)

Io non ci vedo niente di male in questo stereotipo sexy. È elegante e sofisticato, non volgare o trash come le magliette a fil di seno e i pantaloncini sopra al sedere. In realtà mi piacciono entrambi ma perché sono convinta che ognuno dovrebbe andare in giro come si sente, senza venire multato o invitato a coprirsi. Quando mi sono vestita da coniglietta con un costume semplice e non uguale all’originale, mi sono sentita desiderabile pur senza coppe. Immaginate come doveva essere con quello vero, ancora di più incoraggiante in questa direzione, con la sensazione del raso morbido contro la pelle e la percezione di essere una performer sul palco. Si può sempre argomentare che lo scopo ultimo non fosse nobile, ma c’è della genialità nel far sentire bene una persona in un costume imbarazzante (per l’epoca) e allo stesso tempo avviarla verso una carriera lavorativa che non è quella della strada.

Immagine correlata
Renée Zelwegger in Bridget Jones’s Diary (2001)

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L’inganno degli stivali rossi

Quando ho comprato i miei stivali rossi dopo Natale, non avrei mai immaginato di diventare oggetto di ostinata attenzione da parte delle persone in pubblico. Ho avuto sempre un buon rapporto col colore rosso e con gli stivali in generale (da pirata dal tacco basso, alla caviglia col tacco alto, combat boots, anfibi), ma i cuissardes, come vengono chiamati nella moda, sono tutta un’altra storia. Alti fin sopra il ginocchio e col tacco vertiginoso fanno girare teste, nonostante siano di camoscio, e non di lucida pelle o in PVC. Li ho scelti perché li ho sempre desiderati così da quando è tornato il loro trend nel 2009, li trovo sexy ed eleganti ma purtroppo non tutti la pensano in questo modo. Una delle risposte peggiori che ho ricevuto su Instagram alla domanda “Come giudicate una donna che li porta?” è stata “troia” da un uomo. Che poi si è prontamente corretto quando ho reso pubblico il suo giudizio. Mio malgrado, lui rappresenta la metà delle persone, uomini e donne, che fissano i miei stivali la sera quando esco. Il problema è sempre nell’occhio di chi guarda? Forse.

Kinky Boots, 2005

“Rosso. È il colore del sesso, della paura, del pericolo e dei cartelli che dicono ‘è vietato l’ingresso’. Tutte le cose che preferisco”. “Ma sono comodi”. “Comodi?! Il sesso non può essere comodo”. Questa l’accesa discussione tra la drag queen Lola (Simon) e il designer di scarpe Charlie Price nel film Kinky Boots (2005) quando quest’ultimo le mostra il modello campione di stivali bordeaux dal tacco basso e tozzo che dovrebbe indossare. Non si infilano degli stivali appariscenti col tacco alto per passare inosservati. Si vuole affermare qualcosa di forte, non tanto la propria “scopabilità”, ma la sicurezza nella propria sessualità e nel modo di viverla. Determinata, solco l’asfalto a discapito degli sguardi insistenti. Vi vorrei dire che una “vera dominatrice non si cura della fastidiosa attenzione altrui” ma sarebbe un’affermazione inverosimile da rivista per donne. È una rottura di scatole perché ci si rende conto che in questo Paese sono ancora tanti i tabù da frantumare in mille pezzi, ad iniziare dall’atteggiamento giudicante delle persone in pubblico. D’istinto mi viene da dire, sia ad uomini che donne: “Li vuoi pure tu? Tieni, te li regalo. Basta che smetti di guardarmi con insistenza”. Però non risolverebbe il problema.

Yves Saint Laurent, 1963

Da quando esistono, gli stivali alti sono associati alle sex worker specializzate in sadomasochismo. Eppure le loro origini non sono di stampo feticista, anzi, si perdono sin nel lontano Medioevo e per oltre quattrocento anni sono stati indossati soprattutto dagli uomini. Nel diciannovesimo secolo incominciarono ad essere messi da attrici che ricoprivano ruoli maschili e da prostitute. Per quest’ultimo motivo faticarono a diventare un trend di massa fino agli anni Sessanta del Ventesimo secolo. Yves Saint Laurent fu lo stilista che li consacrò sull’altare della moda grazie all’aiuto di Roger Vivier nel 1963, e ne fu creata anche una versione molto aderente come delle calze. Designer e fotografi come Helmut Newton e Ellen von Unwerth attinsero a piene mani dall’immaginario underground del feticismo dagli anni Venti ai Cinquanta. Charles Guyette, il pioniere dello stile di moda fetish, fu una sicura fonte d’ispirazione per tutti coloro che vennero dopo di lui come Irving Klaw, l’autore delle foto BDSM di Bettie Page, Robert Harrison, editore di magazine di pin-up come Beauty Parade e Wink, Leonard Burtman, produttore il primo film fetish per il pubblico di massa nel 1962, Satan in High Heels, John Willie, fondatore del giornale Bizarre, e cartoonist come Eric Stanton e Gene Bilbrew. Guyette creò le basi dell’immaginario fetish vendendo fotografie a riguardo e perciò fu arrestato e messo in prigione nel 1935 negli USA. Stivali alti neri con tacco alto o a spillo sono il leit motiv di molte sue foto.

Eric Stanton, 1961

Ancora con gli sguardi fissi? È tutto normale. Il feticismo per piedi e scarpe è uno dei più diffusi al mondo. Se cliccate su PornHub, vedrete che vanno forte gli shoejobs, dove “shoe” (scarpa) ha sostituito “blow” (blowjob in inglese sta per pompino) perché massaggia materialmente il pene, che può essere vero o finto, in maniera abbastanza rude. Ci sono anche video di donne che schiacciano sotto le suole vetri, sporcizia, banane, ecc. per eccitare sessualmente. Per non parlare di gente che cammina con tacchi a spillo su corpi nudi.

Bizarre, John Willie

La calzatura, dice Valerie Steele nel suo libro Fetish – Fashion, Sex & Power, può funzionare sia come sostituto fallico per il pene sia per la vagina in cui il piede fallico viene inserito. La scarpa dal tacco vertiginoso significa potere e dominazione. Quest’ultimo modifica passo e postura, cambiando il movimento dei fianchi e del sedere, enfatizza la schiena arcuata spingendola in avanti, accresce la curva del polpaccio e il risultato finale è far sembrare la gamba più lunga e snella. Così, gli stivali alti sottolineano consistenza e linea di gambe e cosce rendendole immediato oggetto del desiderio. Le scarpe feticiste dalla punta dritta hanno spesso un tacco molto fino per la penetrazione anale. Per l’antropologo Ernest Becker i feticisti preferiscono concentrarsi su un accessorio bello e lussureggiante perché provano ansia verso il rapporto sessuale in sé. L’ansia da prestazione è tipica degli uomini in una società patriarcale, per questo il sesso dei feticisti è in genere maschile. Tuttavia, non sono sicura dell’assolutezza delle affermazioni di Becker, quindi aspetto volentieri che qualche feticista smentisca queste teorie.

Possibilities: the photographs of John Willie, 2016

Per il resto, tutto nella vita pubblica è travestimento. L’adorare la pelle non ci rende immediatamente delle persone sicure di sé e aggressive, può invece dire l’esatto contrario. Se ci piace la sensazione che ci dà un materiale rude o uno stivale, spesso significa che quell’aspetto manca nel nostro carattere e abbiamo bisogno del potere della maschera per acquisirlo (oppure ci ricorda sensazioni di una vita precedente, chissà). Quante volte avete incontrato una tigre vestita di colori pastello e dai modi delicati? Ancora una volta, l’abito non fa il monaco.

Charles Guyette, 1920

Talking Tushies, le fantastiche toppe parlanti che sensibilizzano alla violenza di genere

Talking Tushies (‘chiappe parlanti’) è un progetto sociale no-profit internazionale per sensibilizzare le persone alla violenza sessuale. Dietro c’è la mente creativa dell’artista Emma Duehr di Portland, Oregon, che ha iniziato a cucire delle toppe con le statistiche sulle molestie sessuali e le ha attaccate ai suoi jeans. Subito ha riscosso un enorme successo in giro ed ha pensato di cominciare una sua produzione per dare il via a delle conversazioni sulle aggressioni sessuali. La seconda parte della sua iniziativa è raccogliere più storie possibili di violenza in modo anonimo o meno nella sezione del suo sito “Share Stories“. In un modulo si possono inserire le proprie esperienze e alcune di queste vengono cucite in indumenti intimi appesi come in un armadio in un’installazione pubblica.

Talking Tushies, the wonderful talking patches that raise awareness on sexual violence

Talking Tushies is an international no-profit social project to raise awareness on sexual assault. The artist behind it is Emma Duehr from Portland, Oregon, who started to sew patches with sexual violence statistics and stitched them to her pants. Immediately she received a lot of approval and started her own production to begin conversations on sexual assault. Her project second part is to collect as many survivors stories as possible anonimously or not in her website section “Share Stories“. You can submit your experiences and some of these are embroidered on undergarments to become a public installation.

Emma Duehr

Raccontami meglio l’origine del progetto.

Il progetto è iniziato nel giorno delle udienze a Kavanaugh negli Stati Uniti (ottobre, ndr), quando è stato eletto giudice della Corte Suprema. Mi sono sentita così violata dalle priorità del mio Paese, dalla mancanza di rispetto verso le donne e le vittime di stupro che ho avviato una conversazione sull’argomento sulla mia pagina Instagram. Mi sono aperta riguardo alle mie esperienze personali con l’aggressione sessuale, la violenza e la molestia ed ho chiesto se qualcun altro volesse condividere. Volevo chiacchierare con altre persone per aiutarmi a superare mentalmente la settimana estenuante. Ho ricevuto più di trenta storie sulle molestie sessuali quel pomeriggio e sono continuate ad arrivarne la mattina. La stessa sera, ho ricevuto un commento sul mio corpo che mi ha fatto sentire fisicamente violata al punto che prima ho cambiato il mio outfit e poi sono andata a casa.

How did you start your project?

The project began on the day of the Kavanaugh hearings going on in the United States, when he was elected to Supreme Justice. I felt so personally violated by my country’s priorities and lack of respect for women and survivors that I initiated a conversation on the subject via my Instagram page. I opened up about my personal experiences with sexual assault, violence, harassment and asked if anyone else would like to share. I decided to talk to other people to help me mentally recover from the exhausting week. Over 30 people sent me sexual assault stories that afternoon and it continued to morning. That evening, I received a comment about my body that made me feel physically violated to the point that I first changed my outfit and then decided to go home.

Una settimana terribile. Come sei arrivata alle toppe?

Desideravo trovare un modo per dire alle persone di smettere di fare commenti sul mio corpo o guardarmi in modo intenzionalmente non appropriato. Ho preso il mio paio preferito di pantaloni, l’ho ricamato direttamente sulla tasca posteriore con un messaggio carico di odio e l’ho indossato il giorno dopo. Ho ricevuto un riscontro fantastico e richieste da parte delle persone di confezionargliene uno loro. Volevo combinare trend di moda attuale, materiali tradizionalmente femminili e atteggiamenti sessuali inopportuni. Ho deciso di usare i dati statistici di ricerca sull’argomento e creare toppe da inviare alle persone interessate. Nel novembre 2018 ero l’unica a indossare una toppa Talking Tushies e attraverso di loro avevo intenzione di diffondere consapevolezza, senso di legittimizzazione e ostentazione di arte itinerante nelle vite degli altri.

An awful week. How did you come to patches?

I desired to come up with a way to tell people to stop making comments about my body or looking at me intentionally inappropriate. I took my favorite pair of pants and embroidered directly into the backpocket a hateful message and wore them the next day. I received amazing feedback and requests for people to do their own. I wanted to utilize current fashion trends, traditionally-feminine materials, and to confront inappropriate sexual behaviors. I decided to use the research data and create patches to be able to send to interested individuals. In November 2018, I was the only person wearing a Talking Tushies patch, and wanted to spread the awareness, empowerment and traveling art display into other’s lives.

@talkingtushies Instagram
Una delle esperienze inserite nella condivisione storie, @talkingtushies Instagram

Quante esperienze condivise ricevi ogni giorno sul tuo sito?

Al momento ci sono più di 130 storie sulle violenze sessuali inserite dalle vittime di tutto il mondo. Dopo le 30 storie dell’inizio, la mole cresce ogni giorno. Le mie esperienze personali sono successe tra i 14 e i 19 anni, e ora ho 23 anni. Iniziare questo progetto mi ha permesso di condividere le mie storie in modo aperto con una comunità di supporto internazionale.

How many shared experiences do you receive every day on your website?

Currently on my website there are over 130 sexual assault stories submitted by survivors across the globe. The amount of stories grows everyday by survivors choosing to tell their story into the public domain. My personal experiences occurred between the ages of 14-19 and I am now 23 years old. Initiating this project allowed me to share my stories openly with a community support worldwide.

Qual è stata la storia più dura che hai letto tra queste?

Considero ogni storia traumatica allo stesso modo, dato che il 94% delle vittime di molestie sessuali sviluppano sintomi da PTSD (post traumatic stress disorder, disturbo da stress post-traumatico). La violenza sessuale interessa le persone in maniera differente ma le esperienze sono ugualmente traumatizzanti. Di certo, ci sono delle storie che sono state condivise che mi provocano una reazione veramente emotiva e qualche volta scioccante. Ciascuna vicenda è estremamente dura da leggere e ha avuto di sicuro un costo personale su di me, ma questo è il potere di condividere le storie. Le vittime hanno una voce e i loro episodi meritano di essere raccontati e ascoltati. Ho voluto inventarmi un modo per far diventare questo atto di guarigione più facile per le persone. Sono grata di aver trovato una sorta di comunità che mi aiuta giornalmente a parlare e ascoltare quando io ne ho bisogno o gli altri ne hanno necessità.

What was the most harsh story did you read among them?

I consider every story to be equally traumatizing as 94% of sexual assault survivors develop symptoms of PTSD. Violence affects people differently but are equally as shocking. There are certainly many events that have been shared that provoked a very emotional and sometimes traumatic experience for myself. Every story is extremely hard to read and has definitely take a toll on me personally at times, but that is the power of sharing survivor stories. Survivors have a voice and deserve to have their events told and heard. I wanted to create a way to make this healing act a little easier for people. I am grateful that I have found a community-like setting to help me along daily by having people to talk to and to listen when I need it or when they need it.

@talkingtushies Instagram

Quante toppe hai confezionato?

Ho cominciato il progetto nell’ottobre del 2018 e ho completato la mia duecentesima toppa la settimana scorsa. Ne creo di continuo a casa sul mio divano. Cerco di averne almeno 20 disponibili alla volta per soddisfare le continue richieste dei clienti. Ho inviato 200 toppe a più di 30 stati degli USA e nazioni come Canada, Gran Bretagna, Germania e Africa. Si possono ordinare quante toppe si preferisce, ho anche messo un leggero sconto in caso se ne compri più di una! Quando si ordina, si scelgono le statistiche che si preferiscono e si aggiungono al carrello separatamente. Ci sono link veloci per ordinarne una a 15 dollari, due a 25 e 5 a 65. Ho concluso qualche ordine in cui ne chiedevano più di 10. Il mio obiettivo è portarle nelle vite di più persone possibile nel mondo per iniziare un dialogo sulla violenza sessuale.

How many patches did you make?

I began the project October of 2018 and I completed my 200th patch the last week. I continuously am creating patches in my own home on my couch. I try to have at least 20 available at a time as repeatedly create custom requests. I have sent the 200 patches out to over 30 United States, Canada, the United Kingdom, Germany and Africa. You can order as many patches as you please, I just provide a slight discount for purchasing more than one! When ordering, you choose the statistic you prefer for the patch and add to the cart separately. I have quick links to order just one patch for $15, two patches for $25, and five patches for $65. I have completed a few orders requesting more than 10 patches. My goal is to bring them into the lives of as many people as possible to activate as many public places around the world to initiate the conversation about sexual assault.

Qualcuno vicino a te ha mai provato la molestia sessuale?

Sfortunatamente, ci sono molte persone nella mia vita che hanno dovuto attraversare il trauma della violenza sessuale. Talking Tushies ha innescato tante conversazioni necessarie nella mia vita privata ed ha reso il compito di condividere le reciproche storie meno spaventoso. Ho esperienze personali di violenza sia da partner intimi, sia da sconosciuti ad una festa. Uomini e donne che conosco hanno esperienze di violenza sessuale domestica, molestie da bambini, abuso intimo da parte del partner, aggressione sessuale, stupro, essere drogati per essere violentati, ecc. La maggioranza della nostra popolazione ha provato qualche forma di contatto sessuale non voluto, molestia e/o aggressione. Quando ho iniziato il progetto, uno sconosciuto mi ha chiesto apertamente “Sei stata mai violentata?” Ero in un posto pubblico e all’inizio mi sono sentita violata, ma è stato il punto in cui ho capito che avevo bisogno di parlarne e che i luoghi pubblici fossero perfetti per aprirsi a riguardo. Risposi dicendo: “L’81% delle donne negli Stati Uniti si è imbattuto nella violenza sessuale, quindi anch’io e la maggior parte delle donne nella tua vita lo sono state”. Dopo ne abbiamo parlato per un po’.

Someone next to you has ever experienced sexual assault?

Unfortunately, I am aware of many people within my life that have undergone the trauma of sexual assault. Creating this project has initiated many necessary conversations in my own life and has made the task of sharing each others stories less frightening. I have personal experiences, from intimate partners to strangers at a party. Both men and women I know have experiences with domestic sexual violence, child molestation, intimate partner abuse, sexual assault, rape, being drugged, etc. The majority of our population has experienced some form of unwanted sexual contact, sexual harassment, and/or sexual assault. When I first started the project, a stranger openly asked me “Have you been sexually assaulted?” I was in a public place and initially felt violated, but that was the point that I knew I needed to talk about it, and that public places were indeed perfect to open up about it. I responded to his question saying, “81% of women in the United States have an encounter with sexual violence, so myself and the majority of the women in your life have been as well”. We talked for awhile about it afterwards.

81% of women experience sexual assault, @talkingtushies Instagram

Da quando hai iniziato il progetto, senti che la conversazione sulla violenza sessuale sta cambiando nel tuo Paese?

Onestamente ho sempre ignorato l’argomento della violenza sessuale prima di iniziare questo progetto. Mi nascondevo dal parlarne perché mi sentivo imbarazzata o impaurita nell’ammettere di avere avuto delle esperienze personali. La settimana dell’udienza a Kavanaugh mi ha portato fuori delle emozioni alle quali non ero veramente preparata, però non potevo ignorare ciò che stavo sentendo. Dovevo dirlo a qualcuno. Aprirmi. Dovevo iniziare il mio processo di guarigione. Ero ancora imbarazzata e impaurita, così ho dato il via all’opzione dell’inserimento anonimo per poter finalmente ammettere cosa mi fosse accaduto senza doverlo dire in pubblico a chiunque conoscessi. Credo sul serio che un sacco di vittime si sentano in questo modo e veramente una delle parti più difficili è confessare cosa sia successo e poi parlarne. Il primo passo è riconoscere a se stessi che cosa si è subìto e di seguito inizia a diventare più semplice. Penso che la violenza sessuale si sia trasformando meno in un tabù, visto che le persone stanno imparando quanto grande e piena di impatto sia questa esperienza. Il movimento #MeToo ha avviato conversazioni pubbliche sulle molestie sessuali e questo ha inciso su vite del mondo intero: la violenza di genere sta diventando un argomento più frequentemente discusso. Le vittime guariscono in maniera differente ed hanno necessità di seguire il proprio percorso, ma sapere che c’è una comunità in cui tutti possono riconoscersi di sicuro aiuta. Il Paese si sta evolvendo nel bene e nel male: più emergono discussioni aperte, più arriveremo presto allo sdoganamento del tabù.

Since you began your project, do you feel the conversation on sexual assault is changing in your country?

I honestly ignored the topic of sexual assault before I started this project; I hid from talking about sexual assault as I felt embarrassed or fearful admitting my own experiences. The week of the Kavanaugh hearings brought emotions out of me that I really wasn’t prepared for, but honestly I couldn’t ignore what I was feeling. I had to finally tell someone. I had to open up. I had to start my healing process. I was still embarrassed and afraid, so I began the anonymous submission option so I could finally just admit what had happened to me without having to really admit publicly to everyone I knew. I really believe a lot of survivors feel this way and truly one of the hardest parts is acknowledging what had happened and then talking about it. The first step is admitting to yourself what you have gone through, then I think it starts to get easier. I do believe sexual assault is becoming less of a taboo subject as people are learning just how large and impactful the experience is. The “Me too” movement initiated public conversations about sexual assault and impacted lives across the world; sexual assault is becoming a subject more frequently talked about. Survivors heal differently and need to follow their own path, but knowing there is a community and others that can relate definitely helps. The country is evolving, good and bad; the more open discussions that arise, the sooner we will get there.

Dove hai fatto le tue prime mostre?

Non ho in realtà tenuto ancora mostre ufficiali del progetto perché le toppe sono fatte per essere indossate in ambienti pubblici di tutto il pianeta. Ho una statistica differente su ogni paio dei miei jeans, dato che scelgo quale indossare a seconda del luogo in cui sono diretta. Se sto andando in un campus per una lezione, indosso spesso una statistica in relazione agli studenti universitari. Le metto sui trasporti pubblici, agli alimentari, e mentre faccio commissioni. Considero il progetto una Performance di Arte Pubblica Internazionale in quanto le persone di ogni parte del mondo diffondono la consapevolezza del problema portando l’arte in ambienti pubblici.

Where did you hold your exhibitions?

I really haven’t held a formal “exhibition” of the project as the patches are made to be worn in public environments across the globe. I have a different statistic on each pair of my own pants as I chose what pants to wear based on the destination I am headed. I choose the statistic based on the environment where they will be seen. I wear them to class, on public transportation, grocery shopping, and doing everyday errands. I consider the project to be an “International Public-Art Performance,” as people all over the globe are together spreading awareness through bringing art into public settings.

@talkingtushies Instagram
@talkingtushies Instagram

Quali sono state le prime impressioni?

Molte delle prime impressioni sul progetto sono state positive e di supporto con particolare slancio nell’essere coinvolti. Non ho incontrato nessun commento o azione d’odio mentre indossavo una toppa. Credo che sul serio aiutino a bloccare il verificarsi di un episodio inopportuno. Ho ricevuto commenti negative solo su internet perché ci sono molti troll dappertutto nel web. Ho usato questa opportunità per iniziare una discussione con queste persone, sforzarmi di educarli sull’argomento della molestia sessuale e trattare le persone con rispetto.

What were the first impressions?

Much of the first impressions of the project were positive with support and eagerness to get involved. I haven’t encountered any hateful comments or actions while wearing a patch as I believe they truly help stop inappropriate behavior from occurring. I have only received negative comments over the internet as their are aggressive trolls everywhere on the web. I use this opportunity to start a conversation with these people and strive to help educate them on the topic of sexual harassment and treating people with respect.

Prossimi passi del progetto o collaborazioni.

Il progetto sta continuamente crescendo come la ricerca, le collaborazioni e le mete. Ragiono continuamente su metodi per condividere queste storie con il grande pubblico per diffondere più consapevolezza delle esperienze reali. Il futuro del progetto sarà espandersi in un workshop itinerante e in un centro di risorsa per le persone che vorranno partecipare nel mondo.

Project next steps or collaborations.

The project is continuously growing as research, collaboration, and destinations expand. I am continuously thinking of methods to share these stories with the greater public to spread more awareness of real experiences. I currently believe the future of the project will expand to a traveling workshop and resource center for people to get involved around the world.

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Il bikini provocava scandalo in spiaggia e può provocarlo ancora

Il bikini è stato il primo indumento femminile a suggerire le forme del corpo nudo pubblicamente. Per vent’anni e più, non ha avuto vita facile sulle spiagge di tutto il mondo. Tra la fine del Novecento e l’inizio del Ventesimo secolo, si passò dalle cabine di legno a ruote in cui le signore si cambiavano ed erano trasportate direttamente in acqua per non essere viste alla nuotatrice australiana Annette Kellerman che già nel 1905 sfoggiava il suo pratico costume intero a maniche corte e pantaloncini cuciti a delle calze nere per essere più veloce nel nuoto. Quest’ultima fu arrestata per indecenza sulla Revere Beach di Boston mentre si allenava per una gara, ma data la sua popolarità da atleta e performer di vaudeville fu scarcerata. Il giudice capì che era per esercizio, però gli chiese di indossare una gonna finché non si fosse immersa nell’acqua. Fu la prima a sdoganare la tenuta da spiaggia femminile sotto il segno della praticità e della velocità. E la prima star nuda di Hollywood. Nonostante questo, quando il bikini fece capolino nella forma atome di Jacques Heim e in quella più famosa di Louis Réard nel 1946, l’ex atleta disapprovò l’invenzione dicendo che rendeva le gambe brutte.

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Annette Kellermann

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Micheline Bernardini nel bikini di Reard

All’inizio solo le ballerine e le donne di spettacolo lo indossarono. Le modelle si rifiutarono in massa per una questione di reputazione. Il due pezzi fu subito bandito nel 1948 dalle spiagge italiane e spagnole, nel 1949 sulle coste atlantiche francesi. Addirittura Miss Mondo lo proibì dal 1951 per cinque anni. Un articolo del 49 dell’Osservatore Romano, giornale del Vaticano, paragonò il bikini ai quattro cavalieri dell’apocalisse e le chiese cristiane lo videro come un oggetto corrotto. Il Vaticano bollò l’atto di indossarlo come peccaminoso. I comunisti lo definirono “decadenza capitalista” e le femministe lo definirono “porcata chauvinista”. Il bikini era così scabroso per il pubblico benpensante che infestò in pianta stabile i giornali per uomini per una decina d’anni prima di essere accettato. Era sexy, comodo e rivelava le grazie delle donne. Una visione paradisiaca. Le “ragazze perbene” non se lo mettevano anche se lo ammiravano al cinema nei film di Hollywood, dove la ragazza col bikini serviva per fare cassa ed era provocatrice di scandalo. È solo alla fine degli anni Cinquanta che Vogue inizia a far comparire il bikini sulle sue pagine (1957) e viene ufficialmente legittimato sulle spiagge negli anni Sessanta. Ursula Andress nel bikini bianco di Honey Ryder in Dr. No (1962) e Raquel Welch nel costumino di pelle e pelliccia in  Un milione di anni fa (1966) diventano delle icone da copiare.

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Ursula Andress in Dr. No (1962)

Il 1964 e il 1974 segnano le date di nuovi scandali lanciati dallo stilista Rudi Gernreich: il monokini ed il tanga. Il monokini era una mutanda dotata di fasce o bretelle che lasciava scoperti i seni. Non ebbe molto successo nella realtà, i pochi modelli sulle spiagge coprivano verticalmente i capezzoli per dargli un’illusione di decenza, ma di sicuro fu il trampolino di lancio per il tanga, la sola micro-mutandina che rivela i glutei, da indossare a seno scoperto. Gernreich lo disegnò in risposta ad un divieto di abbronzarsi nudi sulle spiagge del consiglio municipale di Los Angeles. Prima di allora era stato portato solo dalle “exotic dancers” e dalle burlesquer. Da quel momento in poi, l’abbigliamento da mare si fa senza frontiere e viene accettato pure nell’haute couture (il bikini di fiori di Yves Saint Laurent). I video dei rapper ed in seguito quelli pop pullulano di completi decorati da pailettes, diamanti, borchie, frange ed altro. Se non sono succinti e seducenti, il mainstream non li vuole. Purtroppo non vanno di pari passo le proibizioni a riguardo da parte di governi e comuni. Soprattutto, la spiaggia italiana così come è concepita dai tempi del fascismo non aiuta la libera espressione del corpo. Stabilimenti balneari ed ombrelloni ovunque, poca spiaggia senza padroni e la buon costume nascosta nel DNA del tuo vicino di ombrellone. Tecnicamente, nessuno ti dà fastidio se sei a tette nude però c’è sempre qualcuno che può denunciarti per aver turbato la sua mente. Per non parlare del nudo integrale, ammesso in genere in spiagge vicine a riserve naturali o in località di villeggiatura ma selvagge.

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Life magazine, 1964

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Lisa Taylor e Jerry Hall, foto: Helmut Lang, 1975

L’evoluzione del bikini, comunque, non è finita. Negli ultimi anni, ragazze, donne e anziane indossano la brasiliana, una mutandina che scopre un po’ più della metà dei glutei regalandogli una forma a cuore piuttosto intrigante. È la preferita dagli uomini e la più portata nonostante i difetti fisici che ciascuna può avere. Non sta bene a chiunque, però è da apprezzare che alla maggior parte delle donne non freghi nulla. Alcune non la portano perché dà fastidio tra le natiche o hanno problemi di accettazione con il loro corpo, quindi si buttano sul classico. Infatti, la filosofia che dovrebbe prevalere sulla battigia dovrebbe essere “vado come mi sento” e “sono figa con quello che mi pare”. Un costume intero può essere sexy, come quelli di Pin-Up Stars o Yandy, studiati in modo tale da impreziosire la figura, o avere una striscia simile al tanga sul sedere come questo indossato da Kendall Jenner. Nei 2000 si poneva più enfasi sulla grandezza del décolleté negli anni dieci il sedere è diventato il protagonista indiscusso del corpo di una donna grazie alle Kardashians. Nel caso di Kim, recentemente ha creato scalpore una sua foto dal Messico in bikini che rivela il didietro normale di una donna. Anche lei ha la cellulite, come ognuna di noi, e ciò la mette sul nostro stesso livello. Non ci basta, vorremmo che anche la pubblicità non usasse Photoshop per raggiungere modelli di perfezione inesistenti (notate bene, pure le modelle hanno difetti di cellulite o smagliature). Tuttavia, è scientificamente provato che un completino indosso alla persona giusta vende di più che su una comune mortale. Indi per cui, il problema si rivela spinoso. Tutte vorremmo advertising con corpi simili al nostro ma ci lanceremmo a comprarne i modelli?

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Brasiliana

Le tendenze adesso sfociano sul bondage con lacci e stringhe che si incrociano o legano dietro in un groviglio che solo le magre e le tornite possono permettersi. I bikini assomigliano sempre di più alla lingerie di moda. La realtà è che ognuna dovrebbe crearsi il suo costume per essere sensuale con il proprio stile. Ci sono molti siti che danno questa possibilità come Surania o Kiniswimwear e in Italia La Bikineria. Beachcandy ha anche l’opzione “coprire le cicatrici”, per quelle di noi che hanno subìto un intervento al seno, si adatta a 5 tipi di silhouette, si informa sul tuo grado di abbronzatura, e ti chiede pure qual è la caratteristica di punta del tuo corpo e quale il difetto che ti preoccupa maggiormente. Peccato sia una semplice guida ai suoi modelli già pronti, altrimenti sarebbe un configuratore ideale.

Che sia costume intero, bikini, trikini, monokini, tanga che scegliate, l’importante è sentirsi a proprio agio e seducenti come una Nicki Minaj sirenetta nel video di Bed.

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Nicki Minaj, Bed (2018)

 

 

 

Rosso seduzione, nero mistero

Il titolo è sbagliato. Why? Il rosso e il nero significano entrambi la stessa cosa: fecondità. Messi insieme sono – KABOOM! – una combinazione potente. Io non lo sapevo. L’ho scoperto andando a fondo all’origine di questi colori. Mi sono domandata perché io non avessi problemi con queste due tonalità comuni e forti e gli altri spesso sì. Ancora non mi sono data una risposta specifica, forse proviene dal fatto che quando uscivo i primi tempi il venerdì e il sabato, era un modo facile di emanare seduzione e sentirsi sexy. Adesso lo associo di più al non avere paura di vivere la propria sessualità e al fatto che mi piacciono, insieme e separati.

Deadpool, 2016, Marvel

Il rosso e il nero indicano entrambi fecondità e vita. Soprattutto nell’Antico Egitto, il nero richiamava il limo che si depositava durante le inondazioni sulle sponde del Nilo. L’universo inizia in un magma oscuro pieno di nulla simile alle profondità di una caverna. Una cavità fatta di terra, ocra rossa, rosso scuro, marrone, nera, fertile, simile al grembo materno dal quale usciamo coperti di sangue e al quale torniamo come polvere. Gli antichi immaginavano gli esseri umani fossero fatti di argilla o di pietra, tanto che il nome Adamah, Adamo, significa “argilla rossa”, con la quale il “primo uomo” fu creato da Yahweh.  In epoca medievale la ferita di Gesù Cristo era rappresentata come una vescica cremisi dalla fenditura nera per sottolineare sacrificio e rinascita. La terra cambia continuamente forma, assetto e composizione, per questo il rosso indica cambiamento, ribellione, rivoluzione. È la vita che scorre nelle vene così come la passione che arde i corpi come un fuoco, le fiamme si innalzano verso il piacere portando alla morte apparente, l’orgasmo.

 

Salterio e Libro di Preghiera di Bonne di Lussemburgo

Il rosso e il nero nel medioevo cristiano sono diventati dei colori negativi, maledetti e pericolosi. Il rosso ostenta troppo ricchezza e lusso, il nero evoca luoghi oscuri e il diavolo. Quest’ultimo, personaggio completamente figlio della cristianità occidentale, a forma di capro, è spesso raffigurato di nero, rosso, verde o blu scuro. La notte del suo peccato e dell’assenza di dio sono rappresentati dai protestanti delle riforme del Cinquecento e del Seicento proprio con il nero. Dall’anno mille in avanti questo colore designa coloro che hanno rapporti di affinità o dipendenza con la Nemesi del Creatore. Streghe ed eretici sono suoi figli, nei trattati di demonologia, nelle descrizioni dei sabba e delle cerimonie sataniche tutto è avvolto dalle tenebre. La messa è nera, i partecipanti hanno indumenti neri, il Diavolo e gli animali che lo seguono sono neri (gatti, cani, corvi, civette, serpenti, scorpioni, ecc.),  la magia è nera, il sangue dei bambini sacrificati si trasforma in nero. Il contrario della luce. Per questo i colpevoli vengono bruciati sul rogo con vesti bianche, per ritrovare la purezza perduta almeno nella morte. Anche il rosso per i grandi riformatori è una tonalità peccaminosa. Per Lutero indica la Roma papista delle indulgenze, il potere clericale corrotto dagli eccessi di agio e ricchezza. È completamente da bandire, a differenza del suo compagno di disavventure, presente in larga parte sugli abiti di religiosi e adottato come colore del lutto dal XVII sec.

Il rosso è  il colore per eccellenza della prostituzione. Non ci sono spiegazioni precise per questa associazione, esistono diverse ipotesi verosimili, che però fanno dedurre che essendo il colore della fecondità e della procreazione, non poteva che essere associato al sesso, anche se mercenario, perché per lungo tempo è stato effettuato senza protezioni particolari, ad eccezione del coito interrotto. Nelle prime città islamiche c’erano quartieri del piacere sulle quali porte pendevano bandiere scarlatte. Le prostitute indiane si distinguevano dalle donne “rispettabili” con delle vesti rosse come segno di riconoscimento, eppure questo colore era lo stesso delle spose. Nell’Apocalisse l’apostolo Giovanni racconta che la prostituta di Babilonia indossa una veste cremisi. Questa non è altro che la dea Ishtar, dea dell’amore, della fertilità, dell’erotismo, nel cui tempio si praticava la prostituzione sacra. “L’angelo mi trasportò in spirito nel deserto. Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, coperta di nomi blasfemi, con sette teste e dieci corna. La donna era ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle, e teneva in mano una coppa d’oro, colma degli abomini e delle immondezze della sua prostituzione. Sulla fronte aveva scritto un nome misterioso: ‘Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra’” . Insomma, il rosso è il colore della vita, quindi della donna che dà la vita e che mestrua una volta ogni 28 giorni, il colore del potere femminile per eccellenza.

Pretty Woman, 1990

Il nero non è seducente solo per la sua passata (e facile) affinità col Principe delle Tenebre. Filippo III il Buono duca di Borgogna a metà quattordicesimo secolo lo ergerà a tonalità di lusso, adottandolo per tutta la vita. In quanto colore difficile o costoso da ottenere, diventerà la tonalità preferita di cariche regali ed istituzionali. Sarà il colore della borghesia nell’età industriale e dell’eroe romantico-gotico, emaciato, malinconico e quasi desideroso di morire del tardo Ottocento. Il nero ha una natura doppia come il rosso, da un lato positivo ed elegante, dall’altro oscuro e negativo. Insieme nell’epoca moderna sono trasgressivi. Paladini di movimenti politici, della pirateria, del punk e del rock. Il nero rappresenta la modernità di un tubino nero dalle linee essenziali di Coco Chanel e il rosso la provocazione di un abito punk-vittoriano di Vivienne Westwood. In molti adesso pensano che i colori abbiano perso la loro carica di dramma ma se ancora vedere un sito rosso e nero (fatta eccezione in Italia per la squadra del Milan) vi fa presupporre sia a tema porno o erotico, significa che alcuni codici millenari sono rimasti impressi nella nostra memoria genetica e culturale.

E probabilmente anche Lucifero e divinità pagane rimangono.

Melisandre, La Donna Rossa, Il Trono di Spade

Vuoi essere il mio papino?

Harley Quinn, Suicide Squad (2016)

I sugar daddy li conosciamo bene ormai. Persone più grandi o anziane che pagano ricariche telefoniche, abbigliamento, accessori e qualsiasi vizio possibile alle loro ragazzine in cambio di prestazioni sessuali. Negli ultimi anni sono fioriti e scomparsi siti a riguardo, si sono imbastiti casi attorno un qualcosa di vecchio quanto la storia di Abramo con le sue mogli più giovani. Pedofili schifosi e ragazze costrette a “prostituirsi” da un sistema lavorativo che non le favorisce. Stereotipi che minimizzano un fenomeno che purtroppo è sempre esistito nella nostra società. Quando mi riferisco al “papino“, però, non intendo un tipo di rapporto sessuale-economico o una forma minore di sex working. Mi riferisco ad un giochetto ‘innocente’ verbale o fisico che può nascondere dietro lievi ruoli di dominatore e sottomesso.

Il “daddy” trend, ovvero chiamare il proprio partner “papino”, è abbastanza consolidato all’estero. Si pensi in primis ai latino-americani che hanno l’abitudine di chiamarsi tra fidanzati “papi” e “mami” (vi ricordate il video di Jennifer Lopez?). Sono modi “sexy” di chiamare qualcuno che si conosce in modo intimo o confidenziale (papi = stallone), non indicano ruoli o età della persona. Pure nei paesi anglosassoni si può chiamare il proprio ragazzo o uomo, che può essere più piccolo o coetaneo, “daddy”, papino appunto. Un termine d’affetto o un appellativo usato dalle fan per riferirsi ai loro idoli maschili. Spesso è un gioco divertente o erotico che non sfocia mai nell’adult baby.

È curioso come molti uomini e donne interpellati abbiano interpretato questo modo di riferirsi ad una forma d’incesto. In parte è vero. Ho posto a riguardo qualche domandina ad Ayzad, massimo esperto di sessualità estrema in Italia, che ha tenuto a far presente: “È un argomento vasto, vissuto in modi molto differenti che vanno dal gioco di ruolo alla rielaborazione di esperienze incestuose, incentrati su altrettanto differenziate dinamiche di erotismo, affettività, dominazione, violenza e altro. Generalizzare è dunque impossibile”. Ho sempre pensato che questi tipi di fantasie nel genere maschile etero sia generato da specifiche categorie porno (teen porn —> daddy fucks daughter) e la mia considerazione non sembra essere tanto lontana dalla realtà. “Nel libro A Billion Wicked Thoughts“, prosegue Ayzad, “viene presentata un’analisi molto approfondita delle fantasie erotiche nel mondo basata su ciò che le persone cercano online quando non sanno di essere osservate. Il risultato è che soggetti molto giovani e rapporti incestuosi compaiono regolarmente ai primissimi posti fra i generi più desiderati, e altri studi mostrano come questo immaginario sia comunque sempre stato molto gettonato anche nei secoli passati. Potremmo fare grandi discussioni antropologiche al riguardo, ma credo che ciò indichi che il teen porn sia più il sintomo che la causa. In generale si è osservato che fruire di pornografia ‘deviante’ tende a disinnescare pulsioni inaccettabili nella realtà e a renderle innocue”. Insomma, alla fine potrebbe essere positivo se non si trasforma in un’ossessione nella realtà. Come non c’è nulla di male a chiamarsi “papino” e “figlioletta” o “zietto” e “nipotina”. “Se il gioco viene fatto con consapevolezza, in fondo non è diverso da immaginarsi medico e paziente, o padrona e schiavo, ed esplorare insieme i diversi ruoli“.

Tuttavia, a parte i casi culturali stranieri, nella metà delle situazioni questi nomignoli vengono adottati in relazioni dove l’uomo è più grande e dietro suo consenso. Non piace a tutti sentirsi vecchi, ma il più delle volte non è per questo motivo che si affibbia questo denominativo. È per sentirsi, in un breve istante, in potere dell’altro. Un desiderio di prendersene cura per scopi sessuali che la donna può accettare solo se lo trova eccitante, sente il bisogno di passare lo scettro per un po’ a lui, e soprattutto ha bisogno di sentirsi guidata e “protetta”. “Che schifo!”, “Ma perchè?!”, “Dove le leggi queste cose”, è il sunto dei pareri femminili raccolti, a dimostrare che non è un’abitudine così diffusa, anche perché dipende dalla tipologia d’esperienza che si vive con uomo e come questo ci considera. Non tutte, per fortuna, sono uguali! Mai dire mai, e se vi capita…perché non stare al gioco?

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Oltre le Sfumature e l’ignoranza: il sano benessere del BDSM secondo Ayzad

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Ayzad

 Ho conosciuto il lavoro di Ayzad un anno e un mese fa su Wired, in un articolo sulla breve durata delle relazioni estreme. Sono sempre stata incuriosita dal mondo BDSM ed i suoi meccanismi (nello specifico, post Giochi di Ruolo). Il primo incontro con quest’arte sessuale l’ho avuto all’università con il tomo di Valerie Steele Fetish: Fashion, Sex and Power, che evidenzia la stretta connessione tra moda e feticismo, essendo la prima già in sé una fantasia estrema. Tuttavia, solo con il libro I love BDSM di Ayzad sono riuscita ad umanizzare le pratiche sessuali riunite sotto questo acronimo.

Ayzad è giornalista, scrittore ed esperto di sessualità alternative, che pratica il BDSM da trent’anni. Qualcuno direbbe che è una sorta di Mr. Grey italiano ma mi permetto di dissentire. A differenza del ricco belloccio appassionato di fruste, è un uomo sano senza traumi freudiani a giustificazione delle sue “abitudini” sessuali. Si è avventurato nel BDSM per curiosità e divertimento, non di certo per noia e desiderio di dominazione.

Come hai scoperto il BDSM?

Il primo contatto col BDSM vero e proprio l’ho avuto a 18 anni, scoprendolo prima attraverso le poche riviste a tema che circolavano in Italia a quei tempi, e subito dopo visitando un club per appassionati dove mi sono potuto rendere conto che la cultura dell’eros estremo fosse ben diversa dalle rappresentazioni violente e malsane che ne davano i media.
Se invece ci riferiamo alle prime intuizioni che ci fosse qualcosa di interessante nel legare belle ragazze e far loro di tutto, dobbiamo tornare a molti anni prima, quando, fra una caccia al dinosauro e l’altra, noi bambini ci rilassavamo guardando in televisione Le avventure di Penelope Pitstop , un cartone animato dello stesso studio dell’Orso Yogi che era inesplicabilmente strapieno di scene di bondage. Comunque, a conti fatti, sto continuando a studiare e scoprire il BDSM tutti i giorni.

Lo pratichi da trent’anni in un paese come l’Italia in cui è arduo vivere liberamente la propria sessualità. A che tipo di difficoltà sei andato incontro?

La causa comune di ogni difficoltà è l’ignoranza, che travisa un’arte, intensa finché vuoi ma basata sul rispetto reciproco e la sicurezza, in un’aberrazione inaccettabile. Capita allora di incontrare persone che si rifiutano di studiare e comprendere il BDSM e lo praticano in modo malsano, altre piene di pregiudizi che si arrogano il diritto di giudicare la vita privata altrui e di “punirla”, ma anche individui folli o che sfruttano in malafede questa ignoranza per proprio tornaconto.
Sul mio sito trovi per esempio tutta la documentazione di una gogna mediatica che ho patito per mesi semplicemente perché avevo accettato l’invito di un’università a tenere una conferenza sul tema. La cosa è finita in nulla quando il paladino cattolico più livoroso nei miei confronti è stato (ri)arrestato per prostituzione minorile gay e il Parlamento ha respinto l’interrogazione con cui un senatore, noto per cercare periodicamente di rifondare il partito fascista, aveva proposto di vietarmi la parola nelle istituzioni scolastiche.

Stai percependo negli ultimi anni un cambio d’atteggiamento verso le pratiche sessuali alternative e il modo di relazionarsi con esse?

Assolutamente sì. Se l’ostacolo è costituito dall’ignoranza, col cambio di secolo la facilità di informazione e di socializzazione consentita da Internet ha trasformato radicalmente il panorama dell’eros in generale. È triste che l’educazione alla sessualità venga più dal porno online che dalla scuola o dalle famiglie, ma si tratta comunque di un enorme passo avanti rispetto a quando non c’era nemmeno quella. L’effetto di questo cambiamento si percepisce chiaramente vedendo l’approccio molto più sereno alla sessualità delle nuove generazioni, che per esempio non si fanno alcun problema a partecipare anche a eventi dedicati come Sadistique, dove oltre a giocare, esibirsi e conoscere nuovi partner si approfitta dell’occasione per imparare e confrontarsi sul piano intellettuale. Peccato che esista anche l’opposto, cioè individui gretti che usano Internet solo per confermare e alimentare la propria misoginia e l’odio per le minoranze. Fenomeni come il berluscon-trumpismo, il femminicidio e i cosiddetti “stupri virtuali” sono un’espressione della loro refrattarietà nei confronti di cultura ed empatia. Per fortuna, le persone sane sono in maggioranza.

Ti celi dietro un nome d’arte. È normale nel BDSM averne uno o ci sono alcuni che mantengono il proprio nome e cognome? Non ti sembra una contraddizione in termini essere riconosciuto a livello nazionale come un’autorità in sesso estremo, quindi disinibito, e nasconderti dietro a un nome fittizio?

Il nom de plume ha diversi motivi, dalla banalità di quello anagrafico al desiderio di garantire un po’ di privacy alla mia famiglia e alle persone che mi sono vicine: tutto sommato non faccio che seguire l’esempio di Sting, Madonna o Zerocalcare.
Ciascuno di noi vive quotidianamente tante identità e tante maschere, a seconda della situazione in cui si trova. A pensarci bene, potersi scegliere il nome da dare alla propria identità erotica è anche un privilegio, no?

Nel tuo libro si parla subito di tenerezza e amore come elementi quasi imprescindibili di quest’arte sessuale, per questo è fondamentale, se già lo si ha, chiedere prima al proprio partner se non gli dispiaccia addentrarsi in questa avventura. Hai trovato l’amore col BDSM o l’hai ritrovato?

L’ho trovato incontrando le mie compagne di vita e lo ritrovo ogni volta che ci concediamo il lusso di donarci reciprocamente, mettendo a nudo le nostre anime più sincere. In onestà, trovo inconcepibile vivere incontri così profondi e non innamorarsi di chi ti affidi letteralmente la propria vita, o di chi si prenda la responsabilità di dirigere ogni tua sensazione ed emozione.

Illustra le regole basilari per non farsi male.

Restare coi piedi per terra; ricordare sempre che il partner è una persona e non un oggetto per i nostri piaceri; studiare prima di passare alla pratica. Probabilmente avrai sentito parlare di SSC, acronimo che sta per “sano, sicuro, consensuale” – sono principi che non sarebbe male seguire anche fuori dalla camera da letto, ma quando si parla di attività per definizione estreme è ovvio che preparazione e buon senso diventino indispensabili.

Qual è la pratica amata sin da subito dai neofiti del BDSM?

Non saprei risponderti. Il bello dell’eros estremo è che racchiude infinite interpretazioni, pratiche, varianti: ciascuno di noi è diverso ed è normale che sia attratto da pratiche differenti, che altrettanto normalmente cambiano col tempo, le situazioni e i partner con cui si condividono.
In compenso posso dirti quale sia l’aspetto più apprezzato da chi il BDSM lo conosce a fondo: è la serenità derivante dal lasciarsi alle spalle mille ipocrisie, atteggiamenti e pensieri che si pensavano imposti dalla società, ma che alla fine si rivelano essere solo fardelli personali del tutto superflui.

Hai scritto un libro noir sull’argomento, Peccati Originali, nel quale ci scappava il morto per una pratica estrema finita male. Qual è l’incidente più clamoroso che è accaduto nella storia di quest’arte sessuale?

Sfogliando i giornali capita con una certa frequenza di incontrare notizie tragiche legate a “giochini strani”, ma leggendo meglio ci si accorge sempre che non si tratta di BDSM, bensì di persone che agiscono in maniera improvvisata, imitando i video porno visti online o senza una vera preparazione. Se si guarda la cosa da un punto di vista statistico e si considera che il 10% della popolazione ama l’eros di dominazione e sottomissione, ci si rende conto che rispetto al totale dei giochi fatti le sciagure che arrivano in cronaca siano un numero così irrisorio da essere la dimostrazione stessa di quanto sia efficace la cultura di sicurezza e rispetto promossa dai praticanti di BDSM.
Se vogliamo abbandonarci alla morbosità, comunque, la pratica sessuale più pericolosa in assoluto non fa nemmeno parte del BDSM ed è il breath control, l’asfissia autoerotica, che ammazza una media di tre persone ogni giorno in tutto il mondo.

Di mestiere fai anche il personal coach, sai riconoscere a primo impatto dominatore e sottomesso?

Per quello non serve essere un coach. Dopo un po’ che si frequenta l’ambiente di chi pratica BDSM, si impara a riconoscere quasi istintivamente le preferenze altrui. La cosa più divertente e utile è identificare le diverse inclinazioni fuori da quell’ambiente.

Che tipo di richieste di consulenza ricevi dalle aziende che affrontano il mercato delle sessualità alternative?

Si va da consulenze di marketing (il BDSM è molto usato in pubblicità, anche in modi molto sottili) a studi di prodotti, dalla creazione di eventi e ambienti a tema a necessità davvero molto particolari. La maggior parte delle richieste tuttavia arriva ancora da parte di chi è convinto che “quelli che fanno le robe strane” siano un ingenuo mercato di polli da spennare, e finisce col ritirarsi con la coda fra le gambe quando capisce che si tratti invece di persone abituate a esercitare un bello spirito critico.

Secondo te, moda, fetish e BDSM sono spesso strettamente collegati per il concetto di costrizione e travestimento che hanno alla base?

I primi due senz’altro: a conti fatti, il fetish non è altro che “la moda” quando sensualità e seduzione vengono spinti ai massimi livelli. Nel BDSM i giochi di ruolo e i loro abbigliamenti costituiscono invece più uno strumento che aiuta a lasciarsi alle spalle le proprie identità quotidiane, permettendo così di immergersi nello spirito erotico senza trascinarsi dietro inibizioni, preoccupazioni e magagne varie.

Perché c’è un’ampia diffusione di moda fetish e pratiche BDSM nel Regno Unito?

In effetti a partire dagli anni Novanta il Regno Unito si è affermato come la patria del genere fetish, con la presenza di parecchi stilisti e negozi di fama mondiale concentrati soprattutto a Londra, dove addirittura Holloway Road era soprannominata da tutti “Fetish Street”. La base è stata posta dalla leggendaria repressione sessuale degli inglesi, sublimata fin dal tardo Settecento nella fissazione per la disciplina corporale, che non a caso nel resto del mondo era chiamata “vizio inglese”. Se pensiamo che nelle scuole britanniche le bacchettate hanno cominciato a essere vietate solo a partire dal 1987 (e dal 2003 in certi territori), è facile intuire quanto radicato sia un certo immaginario nella cultura locale. Questo ha generato una richiesta di dominatrici professioniste, che praticando un’attività legalizzata si facevano aperta pubblicità. Quando ancora esistevano le cabine telefoniche, per esempio, era normale trovarle tappezzate di tart cards, cioè volantini che facevano a gara per attrarre l’attenzione dei potenziali clienti. Il modo migliore per spiccare era mostrarsi addobbate con look spettacolari, quindi alcuni artigiani si erano specializzati fin dagli anni Sessanta nel creare abiti che oggi chiameremmo fetish. Dove ci sono abiti, ci sono anche i relativi appassionati, così a Londra sono nate anche diverse riviste rivolte a quel pubblico, ottime per permettere alle suddette signore e ai suddetti artigiani di farsi pubblicità. Le pubblicazioni impiegavano fotografi che hanno contaminato con i loro scatti il mondo delle gallerie d’arte; questo immaginario culturale è tracimato nella scena del clubbing con organizzazioni colossali quali Torture Garden. Chi andava nei locali voleva vestirsi in quel modo, quindi sono nate le boutique fetish. E così via. È stato un vortice che si è autoalimentato per parecchio tempo. Adesso il fenomeno è un po’ in calo.

L’aspetto più interessante è come tutto ciò abbia contribuito a favorire l’apertura mentale della popolazione nei confronti delle sessualità alternative. In fondo è stato in gran parte effetto di una legislazione senza ipocrisie nei confronti della prostituzione, che ha generato un indotto commerciale tale da farci ritrovare qui a parlarne ancora oggi. Chissà cosa sarebbe successo se anche la leggendaria moda italiana si fosse potuta permettere di esplorare certe direzioni.

Da giornalista ti devo chiedere perché ti autodefinisci “giornalista pentito”?

Vivo da sempre di scrittura e per moltissimo tempo ho amato le redazioni. Una dozzina d’anni fa però la professione di giornalista si è rapidamente svalutata: la ricerca e l’analisi delle notizie è pressoché sparita a vantaggio del rigurgitare comunicati stampa che fanno solo l’interesse dell’azienda o del politicante di turno. Più recentemente si è inoltre affermato il fenomeno del clickbaiting e delle “notizie” concepite esclusivamente per creare ansia, odio o paure con cui tenere avvinto il pubblico, privi di alcun riguardo per il suo benessere. 
Se ci aggiungiamo pure le condizioni economiche vergognose alle quali sono assoggettati i cosiddetti “creatori di contenuti”, puoi capire perché abbia avuto un riflusso di amor proprio, buttato il tesserino e preferito dedicare il mio tempo a produrre qualcosa che faccia invece star bene la gente, o per lo meno la diverta. Le migliaia di email ricevute in questi anni da chi ha tratto beneficio dai miei lavori suggeriscono che abbia fatto la scelta giusta…

Molte ragazze ma soprattutto donne adulte inesperte andranno a vedere 50 Sfumature di Nero a San Valentino. Hai qualche consiglio da dispensare per una corretta visione di una storia dove il BDSM “praticatovi” è pura fantasia?

Lo stesso consiglio che do a chi guarda porno ed altri tipi di spettacoli: se ti piace questa fantasia goditela, ma ricorda anche che si tratta di fiction. Nella vita reale a guidare come Vin Diesel si finisce dal carrozziere con un conto chilometrico, sposarsi una persona che ti ama dà molta più soddisfazione che sbavare dietro alle star del cinema. Per divertirsi col BDSM non servono attici ed elicotteri, ma solo un approccio sano alla cosa, che si può apprendere anche da un libro.

E poi dai… come si fa a provare del desiderio per una bietola sociopatica come il sig. Grey?

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