Il bikini provocava scandalo in spiaggia e può provocarlo ancora

Il bikini è stato il primo indumento femminile a suggerire le forme del corpo nudo pubblicamente. Per vent’anni e più, non ha avuto vita facile sulle spiagge di tutto il mondo. Tra la fine del Novecento e l’inizio del Ventesimo secolo, si passò dalle cabine di legno a ruote in cui le signore si cambiavano ed erano trasportate direttamente in acqua per non essere viste alla nuotatrice australiana Annette Kellerman che già nel 1905 sfoggiava il suo pratico costume intero a maniche corte e pantaloncini cuciti a delle calze nere per essere più veloce nel nuoto. Quest’ultima fu arrestata per indecenza sulla Revere Beach di Boston mentre si allenava per una gara, ma data la sua popolarità da atleta e performer di vaudeville fu scarcerata. Il giudice capì che era per esercizio, però gli chiese di indossare una gonna finché non si fosse immersa nell’acqua. Fu la prima a sdoganare la tenuta da spiaggia femminile sotto il segno della praticità e della velocità. E la prima star nuda di Hollywood. Nonostante questo, quando il bikini fece capolino nella forma atome di Jacques Heim e in quella più famosa di Louis Réard nel 1946, l’ex atleta disapprovò l’invenzione dicendo che rendeva le gambe brutte.

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Annette Kellermann
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Micheline Bernardini nel bikini di Reard

All’inizio solo le ballerine e le donne di spettacolo lo indossarono. Le modelle si rifiutarono in massa per una questione di reputazione. Il due pezzi fu subito bandito nel 1948 dalle spiagge italiane e spagnole, nel 1949 sulle coste atlantiche francesi. Addirittura Miss Mondo lo proibì dal 1951 per cinque anni. Un articolo del 49 dell’Osservatore Romano, giornale del Vaticano, paragonò il bikini ai quattro cavalieri dell’apocalisse e le chiese cristiane lo videro come un oggetto corrotto. Il Vaticano bollò l’atto di indossarlo come peccaminoso. I comunisti lo definirono “decadenza capitalista” e le femministe lo definirono “porcata chauvinista”. Il bikini era così scabroso per il pubblico benpensante che infestò in pianta stabile i giornali per uomini per una decina d’anni prima di essere accettato. Era sexy, comodo e rivelava le grazie delle donne. Una visione paradisiaca. Le “ragazze perbene” non se lo mettevano anche se lo ammiravano al cinema nei film di Hollywood, dove la ragazza col bikini serviva per fare cassa ed era provocatrice di scandalo. È solo alla fine degli anni Cinquanta che Vogue inizia a far comparire il bikini sulle sue pagine (1957) e viene ufficialmente legittimato sulle spiagge negli anni Sessanta. Ursula Andress nel bikini bianco di Honey Ryder in Dr. No (1962) e Raquel Welch nel costumino di pelle e pelliccia in  Un milione di anni fa (1966) diventano delle icone da copiare.

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Ursula Andress in Dr. No (1962)

Il 1964 e il 1974 segnano le date di nuovi scandali lanciati dallo stilista Rudi Gernreich: il monokini ed il tanga. Il monokini era una mutanda dotata di fasce o bretelle che lasciava scoperti i seni. Non ebbe molto successo nella realtà, i pochi modelli sulle spiagge coprivano verticalmente i capezzoli per dargli un’illusione di decenza, ma di sicuro fu il trampolino di lancio per il tanga, la sola micro-mutandina che rivela i glutei, da indossare a seno scoperto. Gernreich lo disegnò in risposta ad un divieto di abbronzarsi nudi sulle spiagge del consiglio municipale di Los Angeles. Prima di allora era stato portato solo dalle “exotic dancers” e dalle burlesquer. Da quel momento in poi, l’abbigliamento da mare si fa senza frontiere e viene accettato pure nell’haute couture (il bikini di fiori di Yves Saint Laurent). I video dei rapper ed in seguito quelli pop pullulano di completi decorati da pailettes, diamanti, borchie, frange ed altro. Se non sono succinti e seducenti, il mainstream non li vuole. Purtroppo non vanno di pari passo le proibizioni a riguardo da parte di governi e comuni. Soprattutto, la spiaggia italiana così come è concepita dai tempi del fascismo non aiuta la libera espressione del corpo. Stabilimenti balneari ed ombrelloni ovunque, poca spiaggia senza padroni e la buon costume nascosta nel DNA del tuo vicino di ombrellone. Tecnicamente, nessuno ti dà fastidio se sei a tette nude però c’è sempre qualcuno che può denunciarti per aver turbato la sua mente. Per non parlare del nudo integrale, ammesso in genere in spiagge vicine a riserve naturali o in località di villeggiatura ma selvagge.

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Life magazine, 1964
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Lisa Taylor e Jerry Hall, foto: Helmut Lang, 1975

L’evoluzione del bikini, comunque, non è finita. Negli ultimi anni, ragazze, donne e anziane indossano la brasiliana, una mutandina che scopre un po’ più della metà dei glutei regalandogli una forma a cuore piuttosto intrigante. È la preferita dagli uomini e la più portata nonostante i difetti fisici che ciascuna può avere. Non sta bene a chiunque, però è da apprezzare che alla maggior parte delle donne non freghi nulla. Alcune non la portano perché dà fastidio tra le natiche o hanno problemi di accettazione con il loro corpo, quindi si buttano sul classico. Infatti, la filosofia che dovrebbe prevalere sulla battigia dovrebbe essere “vado come mi sento” e “sono figa con quello che mi pare”. Un costume intero può essere sexy, come quelli di Pin-Up Stars o Yandy, studiati in modo tale da impreziosire la figura, o avere una striscia simile al tanga sul sedere come questo indossato da Kendall Jenner. Nei 2000 si poneva più enfasi sulla grandezza del décolleté negli anni dieci il sedere è diventato il protagonista indiscusso del corpo di una donna grazie alle Kardashians. Nel caso di Kim, recentemente ha creato scalpore una sua foto dal Messico in bikini che rivela il didietro normale di una donna. Anche lei ha la cellulite, come ognuna di noi, e ciò la mette sul nostro stesso livello. Non ci basta, vorremmo che anche la pubblicità non usasse Photoshop per raggiungere modelli di perfezione inesistenti (notate bene, pure le modelle hanno difetti di cellulite o smagliature). Tuttavia, è scientificamente provato che un completino indosso alla persona giusta vende di più che su una comune mortale. Indi per cui, il problema si rivela spinoso. Tutte vorremmo advertising con corpi simili al nostro ma ci lanceremmo a comprarne i modelli?

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Brasiliana

Le tendenze adesso sfociano sul bondage con lacci e stringhe che si incrociano o legano dietro in un groviglio che solo le magre e le tornite possono permettersi. I bikini assomigliano sempre di più alla lingerie di moda. La realtà è che ognuna dovrebbe crearsi il suo costume per essere sensuale con il proprio stile. Ci sono molti siti che danno questa possibilità come Surania o Kiniswimwear e in Italia La Bikineria. Beachcandy ha anche l’opzione “coprire le cicatrici”, per quelle di noi che hanno subìto un intervento al seno, si adatta a 5 tipi di silhouette, si informa sul tuo grado di abbronzatura, e ti chiede pure qual è la caratteristica di punta del tuo corpo e quale il difetto che ti preoccupa maggiormente. Peccato sia una semplice guida ai suoi modelli già pronti, altrimenti sarebbe un configuratore ideale.

Che sia costume intero, bikini, trikini, monokini, tanga che scegliate, l’importante è sentirsi a proprio agio e seducenti come una Nicki Minaj sirenetta nel video di Bed.

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Nicki Minaj, Bed (2018)

 

 

 

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Rosso seduzione, nero mistero

Il titolo è sbagliato. Why? Il rosso e il nero significano entrambi la stessa cosa: fecondità. Messi insieme sono – KABOOM! – una combinazione potente. Io non lo sapevo. L’ho scoperto andando a fondo all’origine di questi colori. Mi sono domandata perché io non avessi problemi con queste due tonalità comuni e forti e gli altri spesso sì. Ancora non mi sono data una risposta specifica, forse proviene dal fatto che quando uscivo i primi tempi il venerdì e il sabato, era un modo facile di emanare seduzione e sentirsi sexy. Adesso lo associo di più al non avere paura di vivere la propria sessualità e al fatto che mi piacciono, insieme e separati.

Deadpool, 2016, Marvel

Il rosso e il nero indicano entrambi fecondità e vita. Soprattutto nell’Antico Egitto, il nero richiamava il limo che si depositava durante le inondazioni sulle sponde del Nilo. L’universo inizia in un magma oscuro pieno di nulla simile alle profondità di una caverna. Una cavità fatta di terra, ocra rossa, rosso scuro, marrone, nera, fertile, simile al grembo materno dal quale usciamo coperti di sangue e al quale torniamo come polvere. Gli antichi immaginavano gli esseri umani fossero fatti di argilla o di pietra, tanto che il nome Adamah, Adamo, significa “argilla rossa”, con la quale il “primo uomo” fu creato da Yahweh.  In epoca medievale la ferita di Gesù Cristo era rappresentata come una vescica cremisi dalla fenditura nera per sottolineare sacrificio e rinascita. La terra cambia continuamente forma, assetto e composizione, per questo il rosso indica cambiamento, ribellione, rivoluzione. È la vita che scorre nelle vene così come la passione che arde i corpi come un fuoco, le fiamme si innalzano verso il piacere portando alla morte apparente, l’orgasmo.

 

Salterio e Libro di Preghiera di Bonne di Lussemburgo

Il rosso e il nero nel medioevo cristiano sono diventati dei colori negativi, maledetti e pericolosi. Il rosso ostenta troppo ricchezza e lusso, il nero evoca luoghi oscuri e il diavolo. Quest’ultimo, personaggio completamente figlio della cristianità occidentale, a forma di capro, è spesso raffigurato di nero, rosso, verde o blu scuro. La notte del suo peccato e dell’assenza di dio sono rappresentati dai protestanti delle riforme del Cinquecento e del Seicento proprio con il nero. Dall’anno mille in avanti questo colore designa coloro che hanno rapporti di affinità o dipendenza con la Nemesi del Creatore. Streghe ed eretici sono suoi figli, nei trattati di demonologia, nelle descrizioni dei sabba e delle cerimonie sataniche tutto è avvolto dalle tenebre. La messa è nera, i partecipanti hanno indumenti neri, il Diavolo e gli animali che lo seguono sono neri (gatti, cani, corvi, civette, serpenti, scorpioni, ecc.),  la magia è nera, il sangue dei bambini sacrificati si trasforma in nero. Il contrario della luce. Per questo i colpevoli vengono bruciati sul rogo con vesti bianche, per ritrovare la purezza perduta almeno nella morte. Anche il rosso per i grandi riformatori è una tonalità peccaminosa. Per Lutero indica la Roma papista delle indulgenze, il potere clericale corrotto dagli eccessi di agio e ricchezza. È completamente da bandire, a differenza del suo compagno di disavventure, presente in larga parte sugli abiti di religiosi e adottato come colore del lutto dal XVII sec.

Il rosso è  il colore per eccellenza della prostituzione. Non ci sono spiegazioni precise per questa associazione, esistono diverse ipotesi verosimili, che però fanno dedurre che essendo il colore della fecondità e della procreazione, non poteva che essere associato al sesso, anche se mercenario, perché per lungo tempo è stato effettuato senza protezioni particolari, ad eccezione del coito interrotto. Nelle prime città islamiche c’erano quartieri del piacere sulle quali porte pendevano bandiere scarlatte. Le prostitute indiane si distinguevano dalle donne “rispettabili” con delle vesti rosse come segno di riconoscimento, eppure questo colore era lo stesso delle spose. Nell’Apocalisse l’apostolo Giovanni racconta che la prostituta di Babilonia indossa una veste cremisi. Questa non è altro che la dea Ishtar, dea dell’amore, della fertilità, dell’erotismo, nel cui tempio si praticava la prostituzione sacra. “L’angelo mi trasportò in spirito nel deserto. Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, coperta di nomi blasfemi, con sette teste e dieci corna. La donna era ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle, e teneva in mano una coppa d’oro, colma degli abomini e delle immondezze della sua prostituzione. Sulla fronte aveva scritto un nome misterioso: ‘Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra’” . Insomma, il rosso è il colore della vita, quindi della donna che dà la vita e che mestrua una volta ogni 28 giorni, il colore del potere femminile per eccellenza.

Pretty Woman, 1990

Il nero non è seducente solo per la sua passata (e facile) affinità col Principe delle Tenebre. Filippo III il Buono duca di Borgogna a metà quattordicesimo secolo lo ergerà a tonalità di lusso, adottandolo per tutta la vita. In quanto colore difficile o costoso da ottenere, diventerà la tonalità preferita di cariche regali ed istituzionali. Sarà il colore della borghesia nell’età industriale e dell’eroe romantico-gotico, emaciato, malinconico e quasi desideroso di morire del tardo Ottocento. Il nero ha una natura doppia come il rosso, da un lato positivo ed elegante, dall’altro oscuro e negativo. Insieme nell’epoca moderna sono trasgressivi. Paladini di movimenti politici, della pirateria, del punk e del rock. Il nero rappresenta la modernità di un tubino nero dalle linee essenziali di Coco Chanel e il rosso la provocazione di un abito punk-vittoriano di Vivienne Westwood. In molti adesso pensano che i colori abbiano perso la loro carica di dramma ma se ancora vedere un sito rosso e nero (fatta eccezione in Italia per la squadra del Milan) vi fa presupporre sia a tema porno o erotico, significa che alcuni codici millenari sono rimasti impressi nella nostra memoria genetica e culturale.

E probabilmente anche Lucifero e divinità pagane rimangono.

Melisandre, La Donna Rossa, Il Trono di Spade

Vuoi essere il mio papino?

Harley Quinn, Suicide Squad (2016)

I sugar daddy li conosciamo bene ormai. Persone più grandi o anziane che pagano ricariche telefoniche, abbigliamento, accessori e qualsiasi vizio possibile alle loro ragazzine in cambio di prestazioni sessuali. Negli ultimi anni sono fioriti e scomparsi siti a riguardo, si sono imbastiti casi attorno un qualcosa di vecchio quanto la storia di Abramo con le sue mogli più giovani. Pedofili schifosi e ragazze costrette a “prostituirsi” da un sistema lavorativo che non le favorisce. Stereotipi che minimizzano un fenomeno che purtroppo è sempre esistito nella nostra società. Quando mi riferisco al “papino“, però, non intendo un tipo di rapporto sessuale-economico o una forma minore di sex working. Mi riferisco ad un giochetto ‘innocente’ verbale o fisico che può nascondere dietro lievi ruoli di dominatore e sottomesso.

Il “daddy” trend, ovvero chiamare il proprio partner “papino”, è abbastanza consolidato all’estero. Si pensi in primis ai latino-americani che hanno l’abitudine di chiamarsi tra fidanzati “papi” e “mami” (vi ricordate il video di Jennifer Lopez?). Sono modi “sexy” di chiamare qualcuno che si conosce in modo intimo o confidenziale (papi = stallone), non indicano ruoli o età della persona. Pure nei paesi anglosassoni si può chiamare il proprio ragazzo o uomo, che può essere più piccolo o coetaneo, “daddy”, papino appunto. Un termine d’affetto o un appellativo usato dalle fan per riferirsi ai loro idoli maschili. Spesso è un gioco divertente o erotico che non sfocia mai nell’adult baby.

È curioso come molti uomini e donne interpellati abbiano interpretato questo modo di riferirsi ad una forma d’incesto. In parte è vero. Ho posto a riguardo qualche domandina ad Ayzad, massimo esperto di sessualità estrema in Italia, che ha tenuto a far presente: “È un argomento vasto, vissuto in modi molto differenti che vanno dal gioco di ruolo alla rielaborazione di esperienze incestuose, incentrati su altrettanto differenziate dinamiche di erotismo, affettività, dominazione, violenza e altro. Generalizzare è dunque impossibile”. Ho sempre pensato che questi tipi di fantasie nel genere maschile etero sia generato da specifiche categorie porno (teen porn —> daddy fucks daughter) e la mia considerazione non sembra essere tanto lontana dalla realtà. “Nel libro A Billion Wicked Thoughts“, prosegue Ayzad, “viene presentata un’analisi molto approfondita delle fantasie erotiche nel mondo basata su ciò che le persone cercano online quando non sanno di essere osservate. Il risultato è che soggetti molto giovani e rapporti incestuosi compaiono regolarmente ai primissimi posti fra i generi più desiderati, e altri studi mostrano come questo immaginario sia comunque sempre stato molto gettonato anche nei secoli passati. Potremmo fare grandi discussioni antropologiche al riguardo, ma credo che ciò indichi che il teen porn sia più il sintomo che la causa. In generale si è osservato che fruire di pornografia ‘deviante’ tende a disinnescare pulsioni inaccettabili nella realtà e a renderle innocue”. Insomma, alla fine potrebbe essere positivo se non si trasforma in un’ossessione nella realtà. Come non c’è nulla di male a chiamarsi “papino” e “figlioletta” o “zietto” e “nipotina”. “Se il gioco viene fatto con consapevolezza, in fondo non è diverso da immaginarsi medico e paziente, o padrona e schiavo, ed esplorare insieme i diversi ruoli“.

Tuttavia, a parte i casi culturali stranieri, nella metà delle situazioni questi nomignoli vengono adottati in relazioni dove l’uomo è più grande e dietro suo consenso. Non piace a tutti sentirsi vecchi, ma il più delle volte non è per questo motivo che si affibbia questo denominativo. È per sentirsi, in un breve istante, in potere dell’altro. Un desiderio di prendersene cura per scopi sessuali che la donna può accettare solo se lo trova eccitante, sente il bisogno di passare lo scettro per un po’ a lui, e soprattutto ha bisogno di sentirsi guidata e “protetta”. “Che schifo!”, “Ma perchè?!”, “Dove le leggi queste cose”, è il sunto dei pareri femminili raccolti, a dimostrare che non è un’abitudine così diffusa, anche perché dipende dalla tipologia d’esperienza che si vive con uomo e come questo ci considera. Non tutte, per fortuna, sono uguali! Mai dire mai, e se vi capita…perché non stare al gioco?

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Oltre le Sfumature e l’ignoranza: il sano benessere del BDSM secondo Ayzad

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Ayzad

 Ho conosciuto il lavoro di Ayzad un anno e un mese fa su Wired, in un articolo sulla breve durata delle relazioni estreme. Sono sempre stata incuriosita dal mondo BDSM ed i suoi meccanismi (nello specifico, post Giochi di Ruolo). Il primo incontro con quest’arte sessuale l’ho avuto all’università con il tomo di Valerie Steele Fetish: Fashion, Sex and Power, che evidenzia la stretta connessione tra moda e feticismo, essendo la prima già in sé una fantasia estrema. Tuttavia, solo con il libro I love BDSM di Ayzad sono riuscita ad umanizzare le pratiche sessuali riunite sotto questo acronimo.

Ayzad è giornalista, scrittore ed esperto di sessualità alternative, che pratica il BDSM da trent’anni. Qualcuno direbbe che è una sorta di Mr. Grey italiano ma mi permetto di dissentire. A differenza del ricco belloccio appassionato di fruste, è un uomo sano senza traumi freudiani a giustificazione delle sue “abitudini” sessuali. Si è avventurato nel BDSM per curiosità e divertimento, non di certo per noia e desiderio di dominazione.

Come hai scoperto il BDSM?

Il primo contatto col BDSM vero e proprio l’ho avuto a 18 anni, scoprendolo prima attraverso le poche riviste a tema che circolavano in Italia a quei tempi, e subito dopo visitando un club per appassionati dove mi sono potuto rendere conto che la cultura dell’eros estremo fosse ben diversa dalle rappresentazioni violente e malsane che ne davano i media.
Se invece ci riferiamo alle prime intuizioni che ci fosse qualcosa di interessante nel legare belle ragazze e far loro di tutto, dobbiamo tornare a molti anni prima, quando, fra una caccia al dinosauro e l’altra, noi bambini ci rilassavamo guardando in televisione Le avventure di Penelope Pitstop , un cartone animato dello stesso studio dell’Orso Yogi che era inesplicabilmente strapieno di scene di bondage. Comunque, a conti fatti, sto continuando a studiare e scoprire il BDSM tutti i giorni.

Lo pratichi da trent’anni in un paese come l’Italia in cui è arduo vivere liberamente la propria sessualità. A che tipo di difficoltà sei andato incontro?

La causa comune di ogni difficoltà è l’ignoranza, che travisa un’arte, intensa finché vuoi ma basata sul rispetto reciproco e la sicurezza, in un’aberrazione inaccettabile. Capita allora di incontrare persone che si rifiutano di studiare e comprendere il BDSM e lo praticano in modo malsano, altre piene di pregiudizi che si arrogano il diritto di giudicare la vita privata altrui e di “punirla”, ma anche individui folli o che sfruttano in malafede questa ignoranza per proprio tornaconto.
Sul mio sito trovi per esempio tutta la documentazione di una gogna mediatica che ho patito per mesi semplicemente perché avevo accettato l’invito di un’università a tenere una conferenza sul tema. La cosa è finita in nulla quando il paladino cattolico più livoroso nei miei confronti è stato (ri)arrestato per prostituzione minorile gay e il Parlamento ha respinto l’interrogazione con cui un senatore, noto per cercare periodicamente di rifondare il partito fascista, aveva proposto di vietarmi la parola nelle istituzioni scolastiche.

Stai percependo negli ultimi anni un cambio d’atteggiamento verso le pratiche sessuali alternative e il modo di relazionarsi con esse?

Assolutamente sì. Se l’ostacolo è costituito dall’ignoranza, col cambio di secolo la facilità di informazione e di socializzazione consentita da Internet ha trasformato radicalmente il panorama dell’eros in generale. È triste che l’educazione alla sessualità venga più dal porno online che dalla scuola o dalle famiglie, ma si tratta comunque di un enorme passo avanti rispetto a quando non c’era nemmeno quella. L’effetto di questo cambiamento si percepisce chiaramente vedendo l’approccio molto più sereno alla sessualità delle nuove generazioni, che per esempio non si fanno alcun problema a partecipare anche a eventi dedicati come Sadistique, dove oltre a giocare, esibirsi e conoscere nuovi partner si approfitta dell’occasione per imparare e confrontarsi sul piano intellettuale. Peccato che esista anche l’opposto, cioè individui gretti che usano Internet solo per confermare e alimentare la propria misoginia e l’odio per le minoranze. Fenomeni come il berluscon-trumpismo, il femminicidio e i cosiddetti “stupri virtuali” sono un’espressione della loro refrattarietà nei confronti di cultura ed empatia. Per fortuna, le persone sane sono in maggioranza.

Ti celi dietro un nome d’arte. È normale nel BDSM averne uno o ci sono alcuni che mantengono il proprio nome e cognome? Non ti sembra una contraddizione in termini essere riconosciuto a livello nazionale come un’autorità in sesso estremo, quindi disinibito, e nasconderti dietro a un nome fittizio?

Il nom de plume ha diversi motivi, dalla banalità di quello anagrafico al desiderio di garantire un po’ di privacy alla mia famiglia e alle persone che mi sono vicine: tutto sommato non faccio che seguire l’esempio di Sting, Madonna o Zerocalcare.
Ciascuno di noi vive quotidianamente tante identità e tante maschere, a seconda della situazione in cui si trova. A pensarci bene, potersi scegliere il nome da dare alla propria identità erotica è anche un privilegio, no?

Nel tuo libro si parla subito di tenerezza e amore come elementi quasi imprescindibili di quest’arte sessuale, per questo è fondamentale, se già lo si ha, chiedere prima al proprio partner se non gli dispiaccia addentrarsi in questa avventura. Hai trovato l’amore col BDSM o l’hai ritrovato?

L’ho trovato incontrando le mie compagne di vita e lo ritrovo ogni volta che ci concediamo il lusso di donarci reciprocamente, mettendo a nudo le nostre anime più sincere. In onestà, trovo inconcepibile vivere incontri così profondi e non innamorarsi di chi ti affidi letteralmente la propria vita, o di chi si prenda la responsabilità di dirigere ogni tua sensazione ed emozione.

Illustra le regole basilari per non farsi male.

Restare coi piedi per terra; ricordare sempre che il partner è una persona e non un oggetto per i nostri piaceri; studiare prima di passare alla pratica. Probabilmente avrai sentito parlare di SSC, acronimo che sta per “sano, sicuro, consensuale” – sono principi che non sarebbe male seguire anche fuori dalla camera da letto, ma quando si parla di attività per definizione estreme è ovvio che preparazione e buon senso diventino indispensabili.

Qual è la pratica amata sin da subito dai neofiti del BDSM?

Non saprei risponderti. Il bello dell’eros estremo è che racchiude infinite interpretazioni, pratiche, varianti: ciascuno di noi è diverso ed è normale che sia attratto da pratiche differenti, che altrettanto normalmente cambiano col tempo, le situazioni e i partner con cui si condividono.
In compenso posso dirti quale sia l’aspetto più apprezzato da chi il BDSM lo conosce a fondo: è la serenità derivante dal lasciarsi alle spalle mille ipocrisie, atteggiamenti e pensieri che si pensavano imposti dalla società, ma che alla fine si rivelano essere solo fardelli personali del tutto superflui.

Hai scritto un libro noir sull’argomento, Peccati Originali, nel quale ci scappava il morto per una pratica estrema finita male. Qual è l’incidente più clamoroso che è accaduto nella storia di quest’arte sessuale?

Sfogliando i giornali capita con una certa frequenza di incontrare notizie tragiche legate a “giochini strani”, ma leggendo meglio ci si accorge sempre che non si tratta di BDSM, bensì di persone che agiscono in maniera improvvisata, imitando i video porno visti online o senza una vera preparazione. Se si guarda la cosa da un punto di vista statistico e si considera che il 10% della popolazione ama l’eros di dominazione e sottomissione, ci si rende conto che rispetto al totale dei giochi fatti le sciagure che arrivano in cronaca siano un numero così irrisorio da essere la dimostrazione stessa di quanto sia efficace la cultura di sicurezza e rispetto promossa dai praticanti di BDSM.
Se vogliamo abbandonarci alla morbosità, comunque, la pratica sessuale più pericolosa in assoluto non fa nemmeno parte del BDSM ed è il breath control, l’asfissia autoerotica, che ammazza una media di tre persone ogni giorno in tutto il mondo.

Di mestiere fai anche il personal coach, sai riconoscere a primo impatto dominatore e sottomesso?

Per quello non serve essere un coach. Dopo un po’ che si frequenta l’ambiente di chi pratica BDSM, si impara a riconoscere quasi istintivamente le preferenze altrui. La cosa più divertente e utile è identificare le diverse inclinazioni fuori da quell’ambiente.

Che tipo di richieste di consulenza ricevi dalle aziende che affrontano il mercato delle sessualità alternative?

Si va da consulenze di marketing (il BDSM è molto usato in pubblicità, anche in modi molto sottili) a studi di prodotti, dalla creazione di eventi e ambienti a tema a necessità davvero molto particolari. La maggior parte delle richieste tuttavia arriva ancora da parte di chi è convinto che “quelli che fanno le robe strane” siano un ingenuo mercato di polli da spennare, e finisce col ritirarsi con la coda fra le gambe quando capisce che si tratti invece di persone abituate a esercitare un bello spirito critico.

Secondo te, moda, fetish e BDSM sono spesso strettamente collegati per il concetto di costrizione e travestimento che hanno alla base?

I primi due senz’altro: a conti fatti, il fetish non è altro che “la moda” quando sensualità e seduzione vengono spinti ai massimi livelli. Nel BDSM i giochi di ruolo e i loro abbigliamenti costituiscono invece più uno strumento che aiuta a lasciarsi alle spalle le proprie identità quotidiane, permettendo così di immergersi nello spirito erotico senza trascinarsi dietro inibizioni, preoccupazioni e magagne varie.

Perché c’è un’ampia diffusione di moda fetish e pratiche BDSM nel Regno Unito?

In effetti a partire dagli anni Novanta il Regno Unito si è affermato come la patria del genere fetish, con la presenza di parecchi stilisti e negozi di fama mondiale concentrati soprattutto a Londra, dove addirittura Holloway Road era soprannominata da tutti “Fetish Street”. La base è stata posta dalla leggendaria repressione sessuale degli inglesi, sublimata fin dal tardo Settecento nella fissazione per la disciplina corporale, che non a caso nel resto del mondo era chiamata “vizio inglese”. Se pensiamo che nelle scuole britanniche le bacchettate hanno cominciato a essere vietate solo a partire dal 1987 (e dal 2003 in certi territori), è facile intuire quanto radicato sia un certo immaginario nella cultura locale. Questo ha generato una richiesta di dominatrici professioniste, che praticando un’attività legalizzata si facevano aperta pubblicità. Quando ancora esistevano le cabine telefoniche, per esempio, era normale trovarle tappezzate di tart cards, cioè volantini che facevano a gara per attrarre l’attenzione dei potenziali clienti. Il modo migliore per spiccare era mostrarsi addobbate con look spettacolari, quindi alcuni artigiani si erano specializzati fin dagli anni Sessanta nel creare abiti che oggi chiameremmo fetish. Dove ci sono abiti, ci sono anche i relativi appassionati, così a Londra sono nate anche diverse riviste rivolte a quel pubblico, ottime per permettere alle suddette signore e ai suddetti artigiani di farsi pubblicità. Le pubblicazioni impiegavano fotografi che hanno contaminato con i loro scatti il mondo delle gallerie d’arte; questo immaginario culturale è tracimato nella scena del clubbing con organizzazioni colossali quali Torture Garden. Chi andava nei locali voleva vestirsi in quel modo, quindi sono nate le boutique fetish. E così via. È stato un vortice che si è autoalimentato per parecchio tempo. Adesso il fenomeno è un po’ in calo.

L’aspetto più interessante è come tutto ciò abbia contribuito a favorire l’apertura mentale della popolazione nei confronti delle sessualità alternative. In fondo è stato in gran parte effetto di una legislazione senza ipocrisie nei confronti della prostituzione, che ha generato un indotto commerciale tale da farci ritrovare qui a parlarne ancora oggi. Chissà cosa sarebbe successo se anche la leggendaria moda italiana si fosse potuta permettere di esplorare certe direzioni.

Da giornalista ti devo chiedere perché ti autodefinisci “giornalista pentito”?

Vivo da sempre di scrittura e per moltissimo tempo ho amato le redazioni. Una dozzina d’anni fa però la professione di giornalista si è rapidamente svalutata: la ricerca e l’analisi delle notizie è pressoché sparita a vantaggio del rigurgitare comunicati stampa che fanno solo l’interesse dell’azienda o del politicante di turno. Più recentemente si è inoltre affermato il fenomeno del clickbaiting e delle “notizie” concepite esclusivamente per creare ansia, odio o paure con cui tenere avvinto il pubblico, privi di alcun riguardo per il suo benessere. 
Se ci aggiungiamo pure le condizioni economiche vergognose alle quali sono assoggettati i cosiddetti “creatori di contenuti”, puoi capire perché abbia avuto un riflusso di amor proprio, buttato il tesserino e preferito dedicare il mio tempo a produrre qualcosa che faccia invece star bene la gente, o per lo meno la diverta. Le migliaia di email ricevute in questi anni da chi ha tratto beneficio dai miei lavori suggeriscono che abbia fatto la scelta giusta…

Molte ragazze ma soprattutto donne adulte inesperte andranno a vedere 50 Sfumature di Nero a San Valentino. Hai qualche consiglio da dispensare per una corretta visione di una storia dove il BDSM “praticatovi” è pura fantasia?

Lo stesso consiglio che do a chi guarda porno ed altri tipi di spettacoli: se ti piace questa fantasia goditela, ma ricorda anche che si tratta di fiction. Nella vita reale a guidare come Vin Diesel si finisce dal carrozziere con un conto chilometrico, sposarsi una persona che ti ama dà molta più soddisfazione che sbavare dietro alle star del cinema. Per divertirsi col BDSM non servono attici ed elicotteri, ma solo un approccio sano alla cosa, che si può apprendere anche da un libro.

E poi dai… come si fa a provare del desiderio per una bietola sociopatica come il sig. Grey?

Salva

Stuzzicarsi: Il sesso sta nel trucco

Marilyn Monroe in Theda Bara, Richard Avedon, 1958

“The most beautiful make-up for a woman is passion.” – Yves Saint-Laurent

Il sesso è un ottimo cosmetico naturale. Sicuramente almeno una volta dopo averlo fatto siete entrate in bagno, vi siete guardate allo specchio e vi siete sembrate belle e sane. Gli occhi sono luminosi, le guance imporporate, le labbra piene o arrossate. Sicuramene il sesso riattiva la circolazione sanguigna e linfatica. Ma non si può essere sempre splendidi in salute e soprattutto non si può pretendere di fare l’amore ogni volta che dobbiamo uscire. Il rimedio migliore è il trucco. Nasconde ogni amenità che abbiamo e che crediamo di avere, aiutando a valorizzare i nostri punti di forza.

“Sì, ma agli uomini non frega nulla, noi ci trucchiamo per noi stesse.” Se all’uomo non fregasse nulla dell’apparenza, non noterebbe le donne agghindate nei locali. Tutte andremo naturali, in pigiama e scarpe basse. Stesso assioma per il genere femminile. Alla donna importa essere al meglio, almeno una volta o due nella vita. Etero, lesbiche o bisex. Il motivo generale è voler migliorare il proprio aspetto, quindi il sembrare in salute. I preparati per cosmetici fatti in casa tramandati di generazione in generazione servivano ad eliminare le imperfezioni, accrescere il colore e a rimuovere eventuali tracce di vaiolo. Un motivo universale all’origine addirittura della cosmetica egizia. Gli antichi egiziani non si delineavano gli occhi di kohl, si spalmavano unguenti e indossavano parrucche solo a scopi decorativi e rituali. Il kohl era per combattere le malattie agli occhi e il rasarsi la testa sostituendo i propri capelli con una corolla di nera chioma finta era per prevenire i pidocchi. Al contrario, però, le materie prime usate potevano rivelarsi nocive per la salute. Il rossetto rosso che indicava l’alto rango di una persona, era composto da alghe, iodio e bromo, questi metalli erano talmente letali, che un bacio era chiamato “bacio della morte”. Una faccia dipinta di bianco nell’antica Roma era indice di donna benestante e seducente ma gli ingredienti della maschera di bellezza erano nocivi: piombo bianco e gesso.

Ci scrutiamo allo specchio e ci sentiamo meglio. E’ un potente mezzo di autostima. Ci trasformiamo in una persona leggermente diversa da quella che siamo. Si avvicina alla potenza di una maschera. La tendenza è aumentare qualcosa che già c’è. Occhi e labbra sono i fari di punta di un viso. Li sottolineamo con linee e tonalità per farli diventare enormi. Secondo Paul Ekman, uno dei più grandi psicologi studiosi di espressioni facciali ed emotive, ci trucchiamo provocanti cerchiandoci il contorno occhi di nero “perchè nell’ultimo stadio dell’incontro sessuale, un momento o due prima dell’orgasmo, uno dei muscoli che tiene le palpebre superiori su, si rilassa e gli occhi iniziano ad abbassarsi.” In inglese infatti lo “sguardo provocante, seducente” è chiamato “bedroom eyes”, che indica delle palpebre calate a metà. Il rossetto rosso rievoca le labbra ingrossate dall’affluire del sangue quando si è eccitati. Il fard richiama le guance arrossate. Nel regno animale, le femmine segnalano l’essere sessualmente disponibili e la qualità sessuale attraverso segnali fisici. Il make-up ha la stessa funzione nel genere umano. Avverte gli altri che una donna è giovane, fertile e appetibile. E’ per questo che gli uomini, volenti o nolenti, riconoscono questo tipo di segnale e ne sono attratti come mosche.

Al di là dei vari studi, come nel caso della lingerie, lo scopo principale del make-up è sedurre se stesse allo specchio, eccitarsi rendendosi eccitanti, ostentare sicurezza. Distinguersi per essere notate tra le tante. Il trucco infonde un’illusione utile di autostima al quale non possiamo e non dobbiamo rinunciare.

La selva oscura

 

Quando leggevamo Dante e ridevamo sul suo viaggio all’Inferno, ci piaceva pensare che si fosse perso all’inizio nella selva oscura di Beatrice. Forse non ci allontanavamo tanto dalla realtà, le donne medievali non rimuovevano i propri peli dalle parti intime a quanto pare.

Oggi il termine “selva oscura” riferito al crine della vagina è pronunciato con disprezzo da uomini e… donne. Ricordiamoci che noi siamo le prime detrattrici di noi stesse. Ci guardiamo e ci disprezziamo, perchè ci hanno insegnato sin da piccole che dobbiamo essere perfette. Nessun capello fuori posto e, di conseguenza, nessun pelo fuori posto.

Cominciamo a togliere i peli pubici nell’adolescenza non per una questione di “piacere” all’altro sesso che ancora si sta ammazzando di seghe, ma per noi stesse. Ci sentiamo guardate e giudicate dal nostro identico genere negli spogliatoi. Ci svestiamo di fretta e contro il muro o accucciate e timorose. Come se stessimo in castigo. Senza sapere che nessuno in realtà ci osserva, dato che siamo troppo occupate a stare nei nostri piccoli mondi ansiosi.

Il pube cespuglioso è la prima caratteristica che ci salta all’occhio ogni volta che abbiamo la sventura di guardarci allo specchio. Crescendo acquisiamo più sicurezza, soprattutto se sperimentiamo delle esperienze sessuali positive che ci aiutano ad amare il nostro corpo.

Il boschetto però rimane sempre qualcosa di selvaggio, ribelle. E viene erroneamente considerato sporco. Quindi vai di ceretta brasiliana, strappiamoci tutto per assomigliare alla superficie di un costume. I capri espiatori di questa “moda” sono le sorelle estetiste brasiliane che a fine anni Ottanta si dice l’abbiano rilanciata a Hollywood, Carrie Bradshaw che le si sottopone ignara ad inizio 2000 in Sex & City, il porno mainstream che sottolinea la performance sessuale nuda e cruda, il lolitismo maschile, le modelle di Victoria’s Secret.

La glabrezza delle parti intime esiste sin dall’Antico Egitto. Gli Egiziani non sopportavano follicoli piliferi di qualunque tipo. Si rasavano la testa e indossavano parrucche. E applicavano ceretta di zucchero alle parti intime. Il caldo fa prendere decisioni drastiche. Stessa storia per Greci, continui inseguitori di perfezione, e per Romani, loro imitatori. Per questi ultimi si trattava di distinguersi dai barbari, popolazioni non civilizzate.

Il pube intonso torna a più riprese nel corso della storia. Nei paesi mediorientali e in Turchia, era sinonimo di pulizia e di rispetto nei confronti dello sposo.

Le condizioni del corpo della donna però rispecchiano sempre la sua condizione nella società in cui vive. Più è modificato e carico di monili, più questa è asservita. Far crescere i peli ovunque ci rende simili all’uomo. E’ per questo che le femministe degli anni Settanta protestavano “abbrutendosi” per ottenere parità di diritti.

Dicono che il pelo stia tornando con furore dopo gli ingioiellamenti del vajazzling e il vajacial, ma sfogliare il libro Plush di Marilyn Minter ci fa arricciare il naso come se guardassimo un porno zoofilo. La fotografa ha dovuto aspettare che certe modelle facessero ricrescere i propri peli. L’intento è glamorizzare il manto. Se ci è riuscita o meno, la “verità” sta nell’occhio di chi guarda.

Togliersi i peli pubici è una questione personale che può sfociare nel politico. D’altronde bisogna fare quello che ci fa stare bene, non quello che ci viene imposto. Se un partner ci intima di rimuoverli completamente perchè schifato, è stupido. Chi assaggia con riserve è come chi fa lo schizzinoso a tavola, una persona inaffidabile. La voglia non la ferma nessuno. Nemmeno la foresta inquietante di Twin Peaks.

 

 

Stuzzicarsi: L’antica arte dello striptease

Dita Von Teese nel numero The Martini Glass

 

C’è chi dice che la prima a spogliarsi sia stata Inanna (Ishtar), la dea sumera della fecondità, per andare a fare le condoglianze a sua sorella nell’al di là. Per ogni cancello infero lasciava in pegno un indumento per denudarsi del suo potere terreno.  Alcuni dicono sia stata Salomé con la sua danza dei sette veli. Comunque sia andata, l’età d’oro dello strip fu sicuramente tra fine Ottocento ed inizio Novecento, in piena Belle Époque, quando cortigiane, ballerine e attrici conducevano una doppia carriera mostrando le gambe alle Folies-Bergère di Parigi, il primo music hall della città. Si esibivano in numeri esotici simili a quelli del circo. Non si svestivano mai completamente ma stuzzicavano la fantasia del pubblico con il loro abbigliamento. Nel frattempo il Burlesque era nato a New York grazie al gruppo The British Blondes cappeggiato da Lydia Thompson. Con loro si passò dallo sketch comico all’esposizione di una manifesta sessualità femminile. Le Ziegfeld Follies lanciarono una versione ricca e pulita di quest’arte nel 1907 facendo il verso al Moulin Rouge di Montmartre. Dal 1920 lo spogliarello esplicito prende piede a Broadway come forma di competizione con le coreografie di Ziegfeld. Spettacoli meno intellettuali e più carne in vista. Tra alti e bassi il Burlesque resistette fino ad inizio anni Sessanta. Con l’invenzione di Playboy (1953), Penthouse e in seguito con rivoluzione sessuale e femminismo, cadde in decadenza in favore dello striptease duro e puro da night club fino agli Anni Novanta quando fu riportato in auge da Catherine D’Lish e Dita Von Teese.

A noi donne piace il Burlesque. Lo guardiamo con ammirazione se la performer si stima e riesce a non essere né ridicola né volgare. Qualcuna guarda per apprendere, un’altra per stima, un’altra ancora per divertirsi. Siamo affascinate da corsetti, reggicalze, autoreggenti, calze di nylon con riga vecchio stile, strass, pasties e nipple tassels. Qualche volta per sogno o sfida ci immaginiamo di essere in quegli indumenti scenografici che gli americani chiamano “regalia” e spesso cancelliamo la visione perchè ci figuriamo goffe e impacciate nell’imbarazzo più assoluto. Inutile fantasticare, in privato è così che va. Non tanto per l’uomo a cui non importa nulla in linea di massima, ma per gli svariati problemi di accettazione con noi stesse. Se non ci prendiamo sul serio anche in uno spogliarello ironico, risulteremo grottesche. Abbandonate l’idea, se non è il vostro elemento.

Tralasciando il motivo estetico, la donna indossa questo tipo di lingerie, che nell’epoca moderna è una sorta di sotto-abbigliamento, per autoeccitazione. Molto dipende da un immaginario, spesso erroneo, della donna “lasciva”, “dissoluta”, “infedele” che infrange le norme usando un intimo che è una goduria per gli occhi. La trasgressione “esotica” ha sempre il suo fascino erotico. E’ una situazione eccitante stare di fronte al vostro partner conciate così. Può rimanere fantasia. Però qui stiamo parlando della sua traduzione in realtà.

Spogliarsi è un’arte. Richiede tempo, premura e dedizione in preparazione e riuscita, condite da una sana autoironia. E deve personalmente eccitarvi. L’ansia da prestazione è quasi inevitabile. Molte di noi sterzano, alzando solo il vestito o togliendo tutto in una volta. Dipende dal livello di eccitazione di entrambi. Se si è troppo “agitati”, meglio lasciar perdere e andare subito al sodo. A meno che non seguiate un corso di Burlesque o siate delle stripper professioniste, un’idea stuzzicante è concedere a lui di spogliarvi. Guidarlo nello slacciare e sganciare è divertente perché si partecipa in due. La lentezza è sempre importante, impedisce l’impaccio. Non togliersi subito reggiseno e mutandine permette di essere toccate attraverso il tessuto, un modo stimolante per costruire una tensione sessuale elettrica.

Ricordo di nuovo: bisogna avere tempo per farlo. Non si può creare aspettativa a chi non ne possiede.

Trovate la vostra Inanna interiore ed esibitela al mondo.