La bellezza e la pace di stare senza mutandine

Prima di beccarmi la candida l’anno scorso, non avrei mai pensato di andare in giro per casa senza mutandine. Dormire nuda ok, ma indossare vestiti privi di intimo sembra essere più tabù nella nostra mente. Soprattutto le donne, hanno molte remore a riguardo, perché hanno timore di essere viste da qualcuno, per costrizioni mentali legate al concetto d’indecenza e, non ultimo, per la convinzione sia poco salutare. “Fuori ci sono andata solo una volta tornando da casa del mio ragazzo perché avevo dimenticato il cambio a casa. Mi sentivo fresca però infastidita, preferisco indossare mutande non per pudore ma per questioni igieniche e di sensazioni.  A casa a volte aspetto a metterle dopo la doccia per continuare a sentirmi libera. Non vedo per quale motivo non portarle: sono utili, se si acquistano di buona fattura e tessuto non danno alcun fastidio e proteggono dai contatti con l’esterno”. La risposta di questa conoscente riassume alla perfezione tutto il disagio che proviamo nell’affrontare una situazione del genere.

erotic, legs, sexy

Io devo dire che mi sono trovata molto bene senza dentro le mura domestiche. Ci sono uscita priva solo una volta in pieno inverno per un progetto artistico dove non dovevo avere segni di biancheria sul corpo. E infatti mi sono presa la fastidiosissima cistite. A meno che non siate ben coperte e abbiate la pancia delicata, evitate il tentativo durante il clima freddo. Tornando all’episodio candida, non avrei scelto di dormire con la vagina all’aria se non me l’avesse consigliato un’amica che lavora nel settore sanitario. In questi casi, nemmeno il cotone o il lino risolvono subito (la seta pure ostruisce la respirazione della pelle). È bello perché non ci si sente costretti in una mutandina o in un perizoma, si scorrazza per l’abitazione più sciolti e disinvolti, e la vulva respira libera e felice. I pruriti diminuiscono sicuro. Bisogna prendere le dovute accortezze: igiene assoluta, altrimenti ogni indumento diventa ricettacolo di batteri. È salutare anche per vaginite e menopausa. Certo, se si abita con qualcuno sensibile, non è il massimo del divertimento, dato che in alcune posizioni bisogna pensare a coprirsi per non “offendere” l’occhio di chi guarda. Se ci uscissi senza, indosserei solo vestiti fino al ginocchio o sotto di esso per limitare i danni. C’è una legge in Italia contro gli atti osceni in luogo pubblico che non riguarda unicamente il sesso ma si riferisce a ciò che oltraggia il pudore generale: le sanzioni partono da 5.000 e arrivano fino a 30.000 euro.

Alcune donne e molti uomini credono sia una pratica sexy per eccitare l’altro. A me fa ridere perché è indice di quanto la nudità non sia considerata normale dal nostro sistema e chi si denuda o scopre una parte del suo corpo viene giudicato come malizioso e con intenzioni sessualmente bellicose.  “Il solo pensiero che una donna non indossi mutandine lo trovo altamente erotico, ho sempre fantasticato su motocicliste in tuta integrale”, “A me piace molto la donna senza mutandine, l’idea mi eccita molto”, “Una donna senza slip addosso è estremamente sexy”, “Se fosse per me vorrei avere una tipa che mi gira sempre nuda dentro casa”. Il fatto che la famosa scena dell’interrogatorio di Sharon Stone in Basic Instinct sia stata girata senza uomini nella stanza ( il regista le ha fatto togliere le mutande bianche con l’inganno) e avendo in mente le reazioni degli attori che sembrano vere, la dice lunga sull’effetto esorbitante della visione ipotetica e non di una vagina sotto la gonna. Il personaggio di Sharon, però, la stava facendo vedere appositamente ed è tutta un’altra storia. Il suo è un gesto apotropaico antichissimo, che era usato per intimorire e mostrare chi ha il vero potere tra le gambe. Ma dubito che Paul Verhoeven avesse questa idea in mente mentre girava.

1405595249-basic
Sharon Stone in Basic Instinct (1992)

Ci sono celebrities che non ci riflettono due volte ad arieggiarsi le parti intime come Kim Kardashian, Kendall Jenner, Miley Cyrus, Jennifer Lopez, Katy Perry, Selena Gomez, Karlie Kloss. Molte di loro scelgono questa soluzione probabilmente per non avere i segni della biancheria e per gli abiti che indossano in occasione dei red carpet, trasparenti o con profondi spacchi. Quando non metto l’intimo, lo faccio per stare bene con me stessa, sentirmi comoda, non per far impazzire l’altro sesso sussurrandogli nell’orecchio: “Non ho le mutandine”. Non c’è nulla di male a giocare col proprio partner o con lo sconosciuto che ti attrae, ma non è la ragione primaria per cui le donne lo fanno.

news-00109145-jon-hamm-goes-commando-again-in-la
Jon Hamm senza intimo

Infatti, nessuna di noi pensa che un uomo senza mutande sia sexy. Anzi, siccome ci hanno abituato a temere e schifare il pene come organo sessuale finché “non lo mettiamo al guinzaglio”, siamo orripilate dagli uomini che vanno spesso in giro privi di slip e boxer. E a giudicare dalle risposte che ho ricevuto, sono parecchi. “Ci sono stati e ci sono tuttora periodi in cui non le indosso, mi piace talvolta sentirmi in libertà, avere meno costrizioni”, “Senza mutande fuori casa spesso”, “Per quanto mi riguarda non indosso mutande, solo in casa la notte”. Il celebre attore di Mad Men, Jon Hamm (Don Draper) ha suscitato scandalo qualche anno fa quando ci si è accorti che sotto i pantaloni non portasse nulla. Ed insieme a lui Hugh Jackman, Josh Hartnett, Woody Harrelson, George Clooney, Colin Farrell, Mark Ruffalo, Matthew McCounaghey, Channing Tatum e Justin Theroux. A parte nel caso di begli uomini, la nostra reazione alla notizia della segreta nudità maschile non è “wow” ma “lavati”. Perché immaginiamo che gli uomini abbiano più bagaglio che tocca facilmente gli indumenti, come i non traspiranti jeans, e quindi sia poco igienico. Nessuno però è immune allo sfregamento, in particolar modo con i pantaloni a cavallo stretto. Gli uomini devono stare anche attenti a non indossare slip troppo costringenti, visto che l’alta temperatura riduce la quantità di spermatozoi presenti nei testicoli (articolo approfondito qui e qui). “Contenere” non è mai una buona parola per la salute del corpo.

pexels-photo-1230665

La verità sta nel mezzo. Se indossiamo indumenti ampi e ventilati non ci sono problemi, invece il sintetico, il denim e gli indumenti stretti per lo sport sono il male. Qualsiasi discorso libertario cade di fronte al prurito ed agli odori sgradevoli. Le mutande sono necessarie in questi casi. È più igienico portarle o non portarle? Dipende dalle situazioni e dalla stoffa, come già detto. Ovvio che se non abbiamo una buona opinione della nostra vagina e del nostro pene, tenderemo sempre a coprirci. Questione di scelta ed autostima personale. Tuttavia, vale la pena provare, almeno d’estate. Si sta più rilassati, si sorride e ride di più. Perché si sa qualcosa che gli altri non sanno finché non ci sia motivo di saperlo. Questa è la vera seduzione.

Annunci

Il bikini provocava scandalo in spiaggia e può provocarlo ancora

Il bikini è stato il primo indumento femminile a suggerire le forme del corpo nudo pubblicamente. Per vent’anni e più, non ha avuto vita facile sulle spiagge di tutto il mondo. Tra la fine del Novecento e l’inizio del Ventesimo secolo, si passò dalle cabine di legno a ruote in cui le signore si cambiavano ed erano trasportate direttamente in acqua per non essere viste alla nuotatrice australiana Annette Kellerman che già nel 1905 sfoggiava il suo pratico costume intero a maniche corte e pantaloncini cuciti a delle calze nere per essere più veloce nel nuoto. Quest’ultima fu arrestata per indecenza sulla Revere Beach di Boston mentre si allenava per una gara, ma data la sua popolarità da atleta e performer di vaudeville fu scarcerata. Il giudice capì che era per esercizio, però gli chiese di indossare una gonna finché non si fosse immersa nell’acqua. Fu la prima a sdoganare la tenuta da spiaggia femminile sotto il segno della praticità e della velocità. E la prima star nuda di Hollywood. Nonostante questo, quando il bikini fece capolino nella forma atome di Jacques Heim e in quella più famosa di Louis Réard nel 1946, l’ex atleta disapprovò l’invenzione dicendo che rendeva le gambe brutte.

_88290467_ed
Annette Kellermann
micheline-bernardini-7690ebb0-5a45-49d3-8f20-62a5ef8b130-resize-750
Micheline Bernardini nel bikini di Reard

All’inizio solo le ballerine e le donne di spettacolo lo indossarono. Le modelle si rifiutarono in massa per una questione di reputazione. Il due pezzi fu subito bandito nel 1948 dalle spiagge italiane e spagnole, nel 1949 sulle coste atlantiche francesi. Addirittura Miss Mondo lo proibì dal 1951 per cinque anni. Un articolo del 49 dell’Osservatore Romano, giornale del Vaticano, paragonò il bikini ai quattro cavalieri dell’apocalisse e le chiese cristiane lo videro come un oggetto corrotto. Il Vaticano bollò l’atto di indossarlo come peccaminoso. I comunisti lo definirono “decadenza capitalista” e le femministe lo definirono “porcata chauvinista”. Il bikini era così scabroso per il pubblico benpensante che infestò in pianta stabile i giornali per uomini per una decina d’anni prima di essere accettato. Era sexy, comodo e rivelava le grazie delle donne. Una visione paradisiaca. Le “ragazze perbene” non se lo mettevano anche se lo ammiravano al cinema nei film di Hollywood, dove la ragazza col bikini serviva per fare cassa ed era provocatrice di scandalo. È solo alla fine degli anni Cinquanta che Vogue inizia a far comparire il bikini sulle sue pagine (1957) e viene ufficialmente legittimato sulle spiagge negli anni Sessanta. Ursula Andress nel bikini bianco di Honey Ryder in Dr. No (1962) e Raquel Welch nel costumino di pelle e pelliccia in  Un milione di anni fa (1966) diventano delle icone da copiare.

ursula-andress-dr-no-bikini
Ursula Andress in Dr. No (1962)

Il 1964 e il 1974 segnano le date di nuovi scandali lanciati dallo stilista Rudi Gernreich: il monokini ed il tanga. Il monokini era una mutanda dotata di fasce o bretelle che lasciava scoperti i seni. Non ebbe molto successo nella realtà, i pochi modelli sulle spiagge coprivano verticalmente i capezzoli per dargli un’illusione di decenza, ma di sicuro fu il trampolino di lancio per il tanga, la sola micro-mutandina che rivela i glutei, da indossare a seno scoperto. Gernreich lo disegnò in risposta ad un divieto di abbronzarsi nudi sulle spiagge del consiglio municipale di Los Angeles. Prima di allora era stato portato solo dalle “exotic dancers” e dalle burlesquer. Da quel momento in poi, l’abbigliamento da mare si fa senza frontiere e viene accettato pure nell’haute couture (il bikini di fiori di Yves Saint Laurent). I video dei rapper ed in seguito quelli pop pullulano di completi decorati da pailettes, diamanti, borchie, frange ed altro. Se non sono succinti e seducenti, il mainstream non li vuole. Purtroppo non vanno di pari passo le proibizioni a riguardo da parte di governi e comuni. Soprattutto, la spiaggia italiana così come è concepita dai tempi del fascismo non aiuta la libera espressione del corpo. Stabilimenti balneari ed ombrelloni ovunque, poca spiaggia senza padroni e la buon costume nascosta nel DNA del tuo vicino di ombrellone. Tecnicamente, nessuno ti dà fastidio se sei a tette nude però c’è sempre qualcuno che può denunciarti per aver turbato la sua mente. Per non parlare del nudo integrale, ammesso in genere in spiagge vicine a riserve naturali o in località di villeggiatura ma selvagge.

daphnc3a9-dayle-photo-paul-schutzer-life-magazine-1964-2
Life magazine, 1964
fashion-2015-11-helmut-main
Lisa Taylor e Jerry Hall, foto: Helmut Lang, 1975

L’evoluzione del bikini, comunque, non è finita. Negli ultimi anni, ragazze, donne e anziane indossano la brasiliana, una mutandina che scopre un po’ più della metà dei glutei regalandogli una forma a cuore piuttosto intrigante. È la preferita dagli uomini e la più portata nonostante i difetti fisici che ciascuna può avere. Non sta bene a chiunque, però è da apprezzare che alla maggior parte delle donne non freghi nulla. Alcune non la portano perché dà fastidio tra le natiche o hanno problemi di accettazione con il loro corpo, quindi si buttano sul classico. Infatti, la filosofia che dovrebbe prevalere sulla battigia dovrebbe essere “vado come mi sento” e “sono figa con quello che mi pare”. Un costume intero può essere sexy, come quelli di Pin-Up Stars o Yandy, studiati in modo tale da impreziosire la figura, o avere una striscia simile al tanga sul sedere come questo indossato da Kendall Jenner. Nei 2000 si poneva più enfasi sulla grandezza del décolleté negli anni dieci il sedere è diventato il protagonista indiscusso del corpo di una donna grazie alle Kardashians. Nel caso di Kim, recentemente ha creato scalpore una sua foto dal Messico in bikini che rivela il didietro normale di una donna. Anche lei ha la cellulite, come ognuna di noi, e ciò la mette sul nostro stesso livello. Non ci basta, vorremmo che anche la pubblicità non usasse Photoshop per raggiungere modelli di perfezione inesistenti (notate bene, pure le modelle hanno difetti di cellulite o smagliature). Tuttavia, è scientificamente provato che un completino indosso alla persona giusta vende di più che su una comune mortale. Indi per cui, il problema si rivela spinoso. Tutte vorremmo advertising con corpi simili al nostro ma ci lanceremmo a comprarne i modelli?

pexels-photo-722036
Brasiliana

Le tendenze adesso sfociano sul bondage con lacci e stringhe che si incrociano o legano dietro in un groviglio che solo le magre e le tornite possono permettersi. I bikini assomigliano sempre di più alla lingerie di moda. La realtà è che ognuna dovrebbe crearsi il suo costume per essere sensuale con il proprio stile. Ci sono molti siti che danno questa possibilità come Surania o Kiniswimwear e in Italia La Bikineria. Beachcandy ha anche l’opzione “coprire le cicatrici”, per quelle di noi che hanno subìto un intervento al seno, si adatta a 5 tipi di silhouette, si informa sul tuo grado di abbronzatura, e ti chiede pure qual è la caratteristica di punta del tuo corpo e quale il difetto che ti preoccupa maggiormente. Peccato sia una semplice guida ai suoi modelli già pronti, altrimenti sarebbe un configuratore ideale.

Che sia costume intero, bikini, trikini, monokini, tanga che scegliate, l’importante è sentirsi a proprio agio e seducenti come una Nicki Minaj sirenetta nel video di Bed.

56569-image_5b41295c99621
Nicki Minaj, Bed (2018)

 

 

 

La Carmilla che è in noi

claudia

Claudia, “Intervista col Vampiro” (1994)

Il vampiro è poi incline a essere affascinato, con crescente veemenza, simile all’amore, da particolari persone. Per raggiungere queste persone il vampiro ha una pazienza inesauribile e attua i più sottili stratagemmi, perché a volte incontra centinaia di difficoltà per arrivare alla meta. Il vampiro non desiste fino a quando non soddisfa la propria passione e prosciuga la vita della sua vittima. In questi casi il vampiro protrae più a lungo possibile questo godimento omicida, con la raffinatezza di un epicureo, e accresce il proprio piacere con un assiduo corteggiamento. In casi simili sembra anelare alla comprensione e al consenso. In tutti gli altri casi, invece, il vampiro va dritto al suo scopo, paralizza la vittima con la violenza, strangolandola e dissanguandola in una sola volta“. – Carmilla, Sheridan Le Fanu

“Siamo tutte vampire, ecco perché oggi non ce ne sono più!”, esclama una mia amica esperta di letteratura vampirica al telefono. Io rido divertita. “Ma pensaci no? Possiamo andare dove ci pare, vestirci come ci pare e parlare come più ci aggrada”. In linea di massima è vero. Rispetto a centoquarantanove anni fa (Carmilla è stato scritto nel 1872),  le donne sono libere di fare quello che vogliono. Eppure se l’aborto in Italia è rimesso in discussione e Asia Argento non viene considerata vittima ma colpevole di un abuso, significa che questo Paese non è tanto in salute. Il famoso detto “uno Stato civile si riconosce da come tratta le donne” vale ancora. Questa estate i femminicidi sono stati all’ordine del giorno (e continuano, in barba alla scusa “è colpa del caldo”) e il revenge porn alla Tiziana Cantone dilaga.

Nell’Ottocento le donne-vampiro erano quella categoria femminile che si “opponeva” alla società. Le cosidette “fallen women” (donne decadute) potevano essere aristocratiche avventuriere, vedove senza soldi, prostitute, donne internate in manicomio. Figure negative marginalizzate dalla società vittoriana, la prima ad industrializzarsi in maniera moderna, perché non rispondevano ai canoni della famosa “donna angelo” dedita alla casa e alla famiglia. La donna “libera” era temuta, dato che non conosceva padroni. La contrapposizione tra questi due aspetti è ben evidenziata prima da Goethe nel suo Faust con Lilith, la lussuria, e Margherita, l’amore, e poi da Stoker con Lucy, ragazza “disinvolta” che viene subito presa da Dracula e Mina, spirito gentile, difficilmente soggiogabile dal conte. La femmina sfrontata è subito punita e condannata ad essere una succhiasangue che attrae nelle sue grinfie preti novizi (come il protagonista di La Morta Innamorata di T. Gautier) e ragazze aristocratiche annoiate (come Laura in Carmilla di Le Fanu).

Il problema è centrato perfettamente dal dipinto “Lady Lilith” del preraffaellita Dante Gabriel Rossetti nella versione più sensuale e aggressiva con la modella Alexa Wilding. Nel dipinto Lilith si pettina i lunghi capelli mossi guardandosi ad uno specchio. L’espressione è di una persona che ha la sua vita in pugno. Una sensualità consapevole che spiazza e ammalia l’uomo ottocentesco. Una figura autonoma responsabile del proprio piacere. Un erotismo non riproduttivo che eccita, intriga e terrorizza il maschio moderno. Davanti alla donna vampiro si sente affascinato ed inutile allo stesso tempo.

Quante volte ci è capitato di essere definite “spregiudicate” per aver preso l’iniziativa con un uomo? Alcuni ci hanno ammirato, tanti giudicato. Non fa differenza in quale contesto, se amoroso o sessuale. Gli amici ci hanno guardato con timore/reverenza/disgusto e pochi uomini ci hanno compreso. Questo perché ancora nel mondo di oggi (mi riferisco in particolare a quello italiano) non ci è concesso di vivere come desideriamo senza cadere nella rete del pregiudizio, che non sempre è manifesto, e spesso viene sfogato in modo violento via social e con l’omicidio nei casi più estremi.

E siamo anche scambiate per vampire, demonesse strappamutande Empusa style (“colei che comprime”, mostro ellenico che terrorizza o divora), se ci comportiamo con sicurezza, facciamo sexting spinto o lo prendiamo in bocca ad un uomo di nostra volontà. Non possiamo essere una delicata Beatrice con le proprie fragilità, ma siamo sicuramente delle puttane dissolute che dopo un appuntamento ne hanno un altro e ancora un altro fino alla fine della notte. Siamo indomabili e zingare come una tribù nomade che si sposta da una parte all’altra di un continente. Che poi “puttana” o “troia” siano termini troppo complimentosi, non passa nell’anticamera del cervello di chi li lancia, donna o uomo che sia. Presume un’esperienza che chi non lo fa di mestiere, non ha, e fa sorridere quando non è detto con cattiveria.

La maggior parte delle volte la leggenda è superiore alla realtà. Siamo delle creature soggette ad interpretazione come la Lamia di John Keats, dall’ambigua natura, buona o malvagia, che muore proprio nel momento in cui si vede negata la sua individualità. La libertà di scegliere, di autodeterminarsi non è ben vista pure adesso alla luce di fenomeni come lo slut-shaming, una sorta di caccia al vampiro digitale. Tutti hanno scheletri nell’armadio ma la società li autorizza a diventare cacciatori di presunti vampiri per esorcizzare i propri mostri. Come succedeva nell’Ottocento con la letteratura gotica e i penny dreadful (“spavento da un penny”, racconti gotici e non a puntate), i mostri erano un mezzo per sfogare le difficoltà di una vita borghese morigerata. Erano specchi di “malattie” sociali.

Quando qualcuno vi guarda ammirato e dice “Vorrei avere la libertà che hai tu”, significa che non sa di cosa stia parlando. Essere liberi è un sacrificio come stare insieme a qualcuno. Anche la vampira non è libera, per sopravvivere deve succhiare sangue. La femme fatale deperisce nella vecchiaia e copre gli specchi di casa come la Contessa di Castiglione. La temeraria sbarazzina deve essere in grado di sopportare bene la solitudine. E sotto i canini può nascondersi una grande insicurezza come Carmilla, “trasformata” alla tenera età di sedici anni ad un ballo in maschera.

Stuzzicarsi: Il sesso sta nel trucco

Marilyn Monroe in Theda Bara, Richard Avedon, 1958

“The most beautiful make-up for a woman is passion.” – Yves Saint-Laurent

Il sesso è un ottimo cosmetico naturale. Sicuramente almeno una volta dopo averlo fatto siete entrate in bagno, vi siete guardate allo specchio e vi siete sembrate belle e sane. Gli occhi sono luminosi, le guance imporporate, le labbra piene o arrossate. Sicuramene il sesso riattiva la circolazione sanguigna e linfatica. Ma non si può essere sempre splendidi in salute e soprattutto non si può pretendere di fare l’amore ogni volta che dobbiamo uscire. Il rimedio migliore è il trucco. Nasconde ogni amenità che abbiamo e che crediamo di avere, aiutando a valorizzare i nostri punti di forza.

“Sì, ma agli uomini non frega nulla, noi ci trucchiamo per noi stesse.” Se all’uomo non fregasse nulla dell’apparenza, non noterebbe le donne agghindate nei locali. Tutte andremo naturali, in pigiama e scarpe basse. Stesso assioma per il genere femminile. Alla donna importa essere al meglio, almeno una volta o due nella vita. Etero, lesbiche o bisex. Il motivo generale è voler migliorare il proprio aspetto, quindi il sembrare in salute. I preparati per cosmetici fatti in casa tramandati di generazione in generazione servivano ad eliminare le imperfezioni, accrescere il colore e a rimuovere eventuali tracce di vaiolo. Un motivo universale all’origine addirittura della cosmetica egizia. Gli antichi egiziani non si delineavano gli occhi di kohl, si spalmavano unguenti e indossavano parrucche solo a scopi decorativi e rituali. Il kohl era per combattere le malattie agli occhi e il rasarsi la testa sostituendo i propri capelli con una corolla di nera chioma finta era per prevenire i pidocchi. Al contrario, però, le materie prime usate potevano rivelarsi nocive per la salute. Il rossetto rosso che indicava l’alto rango di una persona, era composto da alghe, iodio e bromo, questi metalli erano talmente letali, che un bacio era chiamato “bacio della morte”. Una faccia dipinta di bianco nell’antica Roma era indice di donna benestante e seducente ma gli ingredienti della maschera di bellezza erano nocivi: piombo bianco e gesso.

Ci scrutiamo allo specchio e ci sentiamo meglio. E’ un potente mezzo di autostima. Ci trasformiamo in una persona leggermente diversa da quella che siamo. Si avvicina alla potenza di una maschera. La tendenza è aumentare qualcosa che già c’è. Occhi e labbra sono i fari di punta di un viso. Li sottolineamo con linee e tonalità per farli diventare enormi. Secondo Paul Ekman, uno dei più grandi psicologi studiosi di espressioni facciali ed emotive, ci trucchiamo provocanti cerchiandoci il contorno occhi di nero “perchè nell’ultimo stadio dell’incontro sessuale, un momento o due prima dell’orgasmo, uno dei muscoli che tiene le palpebre superiori su, si rilassa e gli occhi iniziano ad abbassarsi.” In inglese infatti lo “sguardo provocante, seducente” è chiamato “bedroom eyes”, che indica delle palpebre calate a metà. Il rossetto rosso rievoca le labbra ingrossate dall’affluire del sangue quando si è eccitati. Il fard richiama le guance arrossate. Nel regno animale, le femmine segnalano l’essere sessualmente disponibili e la qualità sessuale attraverso segnali fisici. Il make-up ha la stessa funzione nel genere umano. Avverte gli altri che una donna è giovane, fertile e appetibile. E’ per questo che gli uomini, volenti o nolenti, riconoscono questo tipo di segnale e ne sono attratti come mosche.

Al di là dei vari studi, come nel caso della lingerie, lo scopo principale del make-up è sedurre se stesse allo specchio, eccitarsi rendendosi eccitanti, ostentare sicurezza. Distinguersi per essere notate tra le tante. Il trucco infonde un’illusione utile di autostima al quale non possiamo e non dobbiamo rinunciare.

Libertino si nasce, non si diventa

Le Relazioni Pericolose, Stephen Frears, 1988

 

Il libertino è un genere d’uomo che rimane leggenda finché non lo incontri. In testa hai l’immagine del Vicomte de Valmont interpretato da John Malkovich in Dangerous Liaisons di Stephen Frears, tratto dall’omonimo libro di Choderlos de Laclos. Macchiavellico, narciso, orgoglioso ed egoista fino al midollo. La storia in sè è un grandioso racconto di maschere che riflette la corte della seconda metà del Settecento con una spiccata inclinazione per la farsa. Il romanzo è una critica ad una società in decadenza scritta da un suo esponente, il film è un analisi della falsità e delle apparenze che governano l’uomo. Quindi, Valmont non rappresenta a pieno quello che realmente era (ed è ) un libertino perché ne è un’esasperazione. “Trascende ogni mio controllo”, mi dispiace Valmont e donzelle sue ammiratrici.

I libertini del passato, come quelli moderni, erano persone spensierate. Il minimo comune denominatore della spensieratezza era la condizione economica e la nobiltà era quasi un elemento imprescindibile da questa. Alla corte francese, una delle più spregiudicate a tal riguardo, si conoscevano tutti tra di loro. Le personalità più rilevanti sono descritte in un libro di recente uscita della prof. Benedetta Craveri, Gli Ultimi Libertini.  La seduzione mondana si confondeva con quella erotica. Le madame e i monsieur recitavano continuamente una parte. La teatralità andava a nozze con sotterfugi, tresche e giochi erotici. L’arte della parola tesseva la ragnatela del proprio personaggio. La messinscena era così radicata nella nobiltà, che era frequente la presenza di teatri privati nelle dimore aristocratiche nei quali i proprietari potevano recitare per parenti e amici.

Il Settecento è ricordato come il secolo di codificazione del libertino perché raggiunse un bisogno di piacere egocentrico elevato che solo il nostro secolo sembra ora ben disposto a surclassare. È per questo motivo che l’esemplare non è estinto ma estremamente attuale. Pensate a Kanye West e Kim Kardashian e afferrate subito il concetto volgarizzato.

Il libertino è un uomo innamorato di se stesso. Patrick Bateman (American Psycho) che si guarda allo specchio con soddisfazione mentre si esibisce in un ménage à trois con delle escort è la sua apoteosi. È attirato da ogni tipo di donna. Gli piace la conquista in sé e la femminilità. È profondamente curioso e non si annoia mai. Sorvola in genere sugli umori femminili. Con lui scorre sempre tutto bene dato che non è assolutamente toccato dal lato emotivo della “relazione”, oppure finge di non esserlo, dato che poi si rovinerebbe il gusto dell’avventura. Vi induce a pensare che siete voi la sua favorita e non vi parlerà in maniera diversa da come vi aspettate. Non vi racconterà mai delle “altre”, una mossa considerata di cattivo gusto.

Per essere un “uomo di mondo” occorrono presenza di spirito, arguzia, coraggio, intraprendenza.  Si tratta di una personalità forte che non ha il minimo dubbio su di sé. Qualcuno pone sesso e divertimento in primo piano, qualcun altro in secondo. Dipende dalle priorità della sua vita.

È profondamente odiato e profondamente amato dalle donne. La via di mezzo è l’amicizia. O essere il suo corrispettivo femminile. Non è un uomo che dà problemi a meno che VOI non decidiate di avere un problema con lui. In tal caso, non ne verrete a capo. È difficilmente domabile e incontemplabile per la classica storia seria. A meno che non si innamori, è da pazzi credere che cambi e c’è da rimetterci solo in salute. Le abitudini e le pulsioni sono dure a morire.

AVVERTENZA: SE vi siete innamorate o infatuate del libertino e pensate che non se ne sia accorto, vi sbagliate. Lo capisce prima di voi. Se siete molto fortunate (anche se all’inizio non comprenderete il favore dell’universo), si dileguerà. Se non lo siete, vi inabisserete nel meccanismo della manipolazione psicologica. Il libertino è vanesio e non si lascerà sfuggire il piacere di manovrarvi come un burattino.

 

Stuzzicarsi: L’antica arte dello striptease

Dita Von Teese nel numero The Martini Glass

 

C’è chi dice che la prima a spogliarsi sia stata Inanna (Ishtar), la dea sumera della fecondità, per andare a fare le condoglianze a sua sorella nell’al di là. Per ogni cancello infero lasciava in pegno un indumento per denudarsi del suo potere terreno.  Alcuni dicono sia stata Salomé con la sua danza dei sette veli. Comunque sia andata, l’età d’oro dello strip fu sicuramente tra fine Ottocento ed inizio Novecento, in piena Belle Époque, quando cortigiane, ballerine e attrici conducevano una doppia carriera mostrando le gambe alle Folies-Bergère di Parigi, il primo music hall della città. Si esibivano in numeri esotici simili a quelli del circo. Non si svestivano mai completamente ma stuzzicavano la fantasia del pubblico con il loro abbigliamento. Nel frattempo il Burlesque era nato a New York grazie al gruppo The British Blondes cappeggiato da Lydia Thompson. Con loro si passò dallo sketch comico all’esposizione di una manifesta sessualità femminile. Le Ziegfeld Follies lanciarono una versione ricca e pulita di quest’arte nel 1907 facendo il verso al Moulin Rouge di Montmartre. Dal 1920 lo spogliarello esplicito prende piede a Broadway come forma di competizione con le coreografie di Ziegfeld. Spettacoli meno intellettuali e più carne in vista. Tra alti e bassi il Burlesque resistette fino ad inizio anni Sessanta. Con l’invenzione di Playboy (1953), Penthouse e in seguito con rivoluzione sessuale e femminismo, cadde in decadenza in favore dello striptease duro e puro da night club fino agli Anni Novanta quando fu riportato in auge da Catherine D’Lish e Dita Von Teese.

A noi donne piace il Burlesque. Lo guardiamo con ammirazione se la performer si stima e riesce a non essere né ridicola né volgare. Qualcuna guarda per apprendere, un’altra per stima, un’altra ancora per divertirsi. Siamo affascinate da corsetti, reggicalze, autoreggenti, calze di nylon con riga vecchio stile, strass, pasties e nipple tassels. Qualche volta per sogno o sfida ci immaginiamo di essere in quegli indumenti scenografici che gli americani chiamano “regalia” e spesso cancelliamo la visione perchè ci figuriamo goffe e impacciate nell’imbarazzo più assoluto. Inutile fantasticare, in privato è così che va. Non tanto per l’uomo a cui non importa nulla in linea di massima, ma per gli svariati problemi di accettazione con noi stesse. Se non ci prendiamo sul serio anche in uno spogliarello ironico, risulteremo grottesche. Abbandonate l’idea, se non è il vostro elemento.

Tralasciando il motivo estetico, la donna indossa questo tipo di lingerie, che nell’epoca moderna è una sorta di sotto-abbigliamento, per autoeccitazione. Molto dipende da un immaginario, spesso erroneo, della donna “lasciva”, “dissoluta”, “infedele” che infrange le norme usando un intimo che è una goduria per gli occhi. La trasgressione “esotica” ha sempre il suo fascino erotico. E’ una situazione eccitante stare di fronte al vostro partner conciate così. Può rimanere fantasia. Però qui stiamo parlando della sua traduzione in realtà.

Spogliarsi è un’arte. Richiede tempo, premura e dedizione in preparazione e riuscita, condite da una sana autoironia. E deve personalmente eccitarvi. L’ansia da prestazione è quasi inevitabile. Molte di noi sterzano, alzando solo il vestito o togliendo tutto in una volta. Dipende dal livello di eccitazione di entrambi. Se si è troppo “agitati”, meglio lasciar perdere e andare subito al sodo. A meno che non seguiate un corso di Burlesque o siate delle stripper professioniste, un’idea stuzzicante è concedere a lui di spogliarvi. Guidarlo nello slacciare e sganciare è divertente perché si partecipa in due. La lentezza è sempre importante, impedisce l’impaccio. Non togliersi subito reggiseno e mutandine permette di essere toccate attraverso il tessuto, un modo stimolante per costruire una tensione sessuale elettrica.

Ricordo di nuovo: bisogna avere tempo per farlo. Non si può creare aspettativa a chi non ne possiede.

Trovate la vostra Inanna interiore ed esibitela al mondo.

Cappuccetto Fetish

Into the Woods by Mert Alas & Marcus Piggot, Vogue US Sept 2009

 

C’era una volta una ragazza che stava tornando a casa infagottata nel suo cappotto scamosciato nero, il cappuccio bordato di pelliccia calato sul viso. Ad un tratto sentì un rumore di passi risuonare sui sanpietrini dietro di lei. Qualcuno la stava seguendo. Accelerò la camminata tentando di seminare l’inseguitore. Svoltò di fretta l’angolo fiondandosi verso il portone della sua abitazione. Scosse la testa ansimando appoggiata ad esso. Non era la prima volta che capitava. – tratto da Una moderna Cappuccetto Rosso

Ho sempre notato lo sguardo maschile quando una donna indossa elementi di pelliccia o pelle. Un guizzo primordiale si accende nel fondo della sua pupilla. Come se fosse attratto o volesse possedere la donna solo per i vestiti che porta. E’ una reazione normale, principio base del feticismo, tipica del genere maschile. “Ma come, noi donne siamo maniache delle scarpe!”- direte. Come afferma Valerie Steele nel suo libro Fetish – Fashion, Sex & Power, la differenza tra uomo e donna sta nel significato del loro comportamento. Le donne indossano capi per moda, praticità, formalità, non per ottenere una soddisfazione erotica diretta. Vi sarà capitato di fare sesso con addosso un particolare tipo di calzature, scarpe col tacco alto a stiletto o stivali, senza che l’altro ve li togliesse. Voi non ci avete fatto caso, però il vostro uomo sì e l’avrà trovato più eccitante dell’intera nudità. La pelle d’animale agisce da seconda pelle (così come gomma, latex, pelliccia e satin). Trasmette sicurezza a chi la indossa e a chi la guarda, sensualità, aggressività e consapevolezza sessuale.

Il problema insorge solo quando si sostituisce la cosa alla persona. Se questa diventa un’ossessione, il fetish vira verso la patologia.

La pelliccia era l’ossessione di Leopold von Sacher-Masoch, autore di Venere in pelliccia. Il protagonista, Severin, non si “emozionava” senza che Wanda von Dunajew adagiasse sulle sue forme una stola di pelliccia. Il richiamo al pelo pubico è piuttosto esplicito, metafora sostenuta anche da Freud. Per alcuni studiosi le scarpette della favola originaria di Cenerentola erano delle pantofole di pelliccia. Charles Perrault le descrisse di vetro perchè all’epoca era un materiale molto ricercato e prezioso che poteva ben rappresentare la verginità di una ragazza.

L’essere attirati dal pelo artificiale in questi giorni può sfociare in certe forme estreme come la Furry Community. In delle pratiche che sfiorano superficialmente la zoofilia, le persone di questa comunità si eccitano nel farlo mascherati da animali umanoidi (volpi, cani e lupi sono i più gettonati) e a guardare pornografia disegnata con i suddetti soggetti. Esistono addirittura dei sex toys chiamati yiffy, specifici per gli amanti del genere. Hanno pure un festival tutto loro, il Midwest FurFest in Illinois.

D’un tratto il classico mondo fetish vi sembra rassicurante, vero?