Le sirene fanno parte di questo mondo

Il mio primissimo film Disney che ho visto al cinema è stato La Sirenetta (1989). Prima che arrivasse Belle de La Bella e La Bestia, era lei la mia preferita, oltre che ad essere il primo cartone animato Disney in assoluto che vedessi sul grande schermo. Crescendo, l’ho sempre rivista con piacere, identificandomi con lei, soprattutto nei periodi in cui mi sentivo intrappolata: routine, relazioni, vita in generale. La canzone intitolata La Sirenetta aveva una particolare presa sulla mia anima da curiosa esploratrice: “Ma un giorno anch’io, se mai potrò esplorerò la riva lassù, fuori dal mar, come vorrei vivere là”. Mi immaginavo di uscire fuori dal guscio e camminare nel mondo con le mie gambe. E così è successo…ma sono rimasta sirena!

Moneta con raffigurazione di Atargatis, conosciuta in Grecia come Derketo

La figura della sirena non è sempre stata negativa nella mitologia. Le creature pesce non erano estranee all’antichità. Il dio mesopotamico della fertilità, Dagon, era un tritone. Nello stesso contesto, gli Apkallu erano semidei dalle sembianze di uomini-pesce che insegnarono civiltà e saggezza agli uomini. Atargatis, dea dell’amore siriana, aveva le sembianze di donna-pesce. Nell’antica Grecia la sirena era metà donna e metà uccello, come il demone babilonese della notte Lilit (la “giovane vento”). Poteva avere zampe o testa di volatile a seconda delle rappresentazioni ed essere femmina o maschio, ma all’epoca non ci si curava del genere sessuale di semi-umani. Le sirene erano creature del mondo infero, non a caso erano a guardia di Persefone, e Demetra le punì trasformandole in creature metà animali per non essere state in grado di proteggere sua figlia da Ade. Per altri la loro natura sarebbe frutto della vendetta di Afrodite, disprezzata dalle sirene per i suoi amori. Erano spesso raffigurate nelle tombe perché avevano il compito di consolare i morti ed accompagnarli nell’Ade. Nella storia di Ulisse viene descritto il loro canto micidiale. Quando appaiono il mare si calma, l’atmosfera si silenzia e la loro voce è una calamita, per questo motivo l’eroe si lega all’albero maestro della sua imbarcazione. Il loro nome deriva probabilmente dal greco corda (seirà) ed éiro (legare): imbrigliano a sé con note seducenti il povero malcapitato, che in genere è uomo, e divorano la sua carne (consultare etimologia qui). In questo ambito sono viste come creature ammaliatrici, predatrici più della mente che del corpo. Quando non cantano, suonano strumenti come cetra e flauto. Nelle Argonautiche di Apollonio Rodio si racconta che la sirena Partenope si sia suicidata sugli scogli assieme alle sorelle Leucosia e Ligeia per l’insensibilità di Ulisse al loro canto e la creatura abbia galleggiato fino alla foce del fiume Sebeto, dove i Cumani fondarono Neapolis, o all’isoletta di Megaride (su cui sorge Castel dell’Ovo). Napoli è l’unico posto in cui una sirena divenne dea protettrice di una città.

Ulisse e le Sirene di Herbert Draper, 1909

Il passaggio da uccello a pesce è stato forse segnato dai bestiari medievali cristiani, dato che nei racconti precedenti erano volatili (Omero non le descrive). Plinio il Vecchio descrive le ninfe Nereidi come metà donne e metà pesci. San Girolamo traduce in latino la versione greca ed ebraica della bibbia (Vulgata) e sostituisce alle parole “sciacalli” e “civette” quella di “sirene” come allegoria. Paragona le sirene anche a dei serpenti, caratteristica che verrà ripresa da altri manoscritti del tempo. Questa confusione ha determinato la crisi d’identità della sirena che nei secoli successivi si trasformerà in una oscura tentatrice. Nel Rinascimento diventa l’epiteto delle cortigiane munite di doti canore. Cantante e single? Sventura sicura! I pericoli dei mari triplicati dopo la scoperta dell’America contribuirono a trasformarla in una virago marina dallo “sguardo di basilisco” (Cornelius a Lapide). Nonostante ci sia un esempio nel folclore del Rio delle Amazzoni di un delfino della specie boto che si trasforma in uomo per irretire le donne e farle rimanere incinte, la malia nei secoli cristiani è esercitata sempre dalla femmina-pesce. Una metafora della condizione della donna oppressa e impedita come la coda di un essere che può nuotare solo nell’acqua, ovvero in un altro mondo.

Kongelike Bibliotek

Nell’Ottocento il mito della sirena diventerà indimenticabile grazie alla storia de La Sirenetta di Hans Christian Andersen (1837). Nel giorno del passaggio all’età adulta alla Sirenetta viene concesso di salire in superficie, vede una nave con un principe e se ne innamora. Lo salva da un naufragio e sparisce prima che possa vederla. Per entrare nel regno degli uomini chiede aiuto alla Strega del Mare che le strappa la lingua in cambio delle gambe per camminare sulla terraferma. Se il principe si innamorerà di lei e la sposerà, otterrà un’anima (secondo Andersen queste creature non la posseggono); se invece sposerà un’altra, la ragazza morirà il giorno dopo di crepacuore trasformandosi in schiuma marina. Il principe però quando la incontra non si infatua di lei perché non ha la voce e si sposa la ragazza che l’ha ritrovato sulla spiaggia dopo il salvataggio della Sirenetta. Questa può riavere la sua pinna solo uccidendo il principe e bagnandosi i piedi nel suo sangue ma non ne ha il coraggio e si butta in mare diventando schiuma. Per la sua bontà, le viene concesso di diventare una figlia dell’aria, un essere invisibile, ed ottenere un’anima dopo trecento anni di buone azioni. Sembrerebbe una metafora dell’adolescenza di quel periodo con una morale: frenare gli istinti passionali e fare le brave bambine obbedendo a ciò che la società aveva in serbo per le donne, il matrimonio combinato con un buon partito. Ma non é così.

Sea maid, Harry Clarke, 1916

Andersen era bisessuale. E molti dicono che probabilmente non sfogò mai questa sua inclinazione rimanendo sempre “vergine”. Una sua biografia del 2005 di Jens Andersen rivela che il suo diario era pieno di croci, che indicavano ogni qualvolta si masturbasse. La Sirenetta rappresenta sé stesso. Fu infatti scritta dopo il fallito corteggiamento di Edvard Collin, di differente ceto sociale, che si sposò con una donna e respinse le sue avance in quanto eterosessuale. Dicono tutti che non ci siano prove scritte che abbia consumato carnalmente sia la sua omosessualità che eterosessualità ma questa è la maledizione che cade spesso sugli scrittori di fiabe come Lewis Carroll. Vengono considerati asessuati o al massimo “strani” adoratori di bambini. Io penso che non necessariamente tutto quello che ci accade nella vita dobbiamo scriverlo. Le sue fiabe parlavano del diverso, che non viene mai accettato ma sempre respinto, che si adatta ad ogni tipo di genere sessuale o discriminazione.

Memoirs of a Mermaid, Amiyah Scott

Forse è anche per la storia dietro al creatore de La Sirenetta, che negli ultimi anni la comunità LGBTQI+ si è appropriata della sua figura. Il parallelismo accade in particolare per le persone transgender, dato che il sesso della sirena è sconosciuto proprio per la sua coda di pesce. I trans, sia femmine che maschi, attraversano la curiosità morbosa per i propri genitali, sono considerat* la metà di qualcosa e di sedurre automaticamente gli “eterosessuali” per la loro natura considerata ambigua. La star tv transgender americana Amiyah Scott ha scritto apposta un libro intitolato Memoirs of a Mermaid (Memorie di una Sirena), dove parla della sua transizione da uomo a donna all’età di quindici anni senza il sostegno dei suoi genitori. Nel 2000 è uscito in Italia con una tematica simile Il volo della Sirena – La vera storia di Diana Casas di Liliana Giménez. Mermaids è un’associazione di beneficenza inglese creata nel 1995 da dei genitori che volevano sostenere i loro bimbi trans e che opera ancora per supportare la loro solitudine e ridurre i rischi di suicidio. Jazz Jennings, ex teen star, autrice di I am Jazz e protagonista del documentario fatto dalla sua famiglia I am Jazz: a family in transition, in cui è spiegato come crescere un bambino transgender, è appassionata di sirene ed ha prodotto code in silicone per raccogliere fondi per la sua fondazione TransKids Purple Rainbow. Le sirene come espressione di libertà di essere chi si vuole sono usate nella Mermaid Parade di Coney Island (New York), che ogni sabato prima del solstizio d’estate dal 1983 sfila come una sorta di carnevale estivo per celebrare i nomi delle vie Mermaid e Neptune Avenue e mostrare i lavori degli artisti locali.

Coney Island Mermaid Parade, foto: huffingtonpost.com

Le sirene sono pure un feticismo. Una sex worker ha raccontato di un cliente che voleva fosse una sirena incapace di respirare per poi arrivare lui a salvarla. L’avrebbe pagata per diversi mesi per inscenare sempre lo stesso gioco. Eric Ducharme diventa un tritone infilandosi una coda e nuotando in una sorgente d’acqua naturale tre volte a settimana in Florida. Eric ha fondato un brand di moda di bellissime code, The Mertailor, che collabora con Project Mermaids – Save Our Beach della fotografa Angelina Venturella. Il progetto di beneficenza consiste nell’immortalare persone vestite da sirena e devolvere il 50% del ricavato alla salvaguardia di spiagge e oceani. Col trend delle sirene scoppiato nel 2017, la gente vuole sempre di più diventare una creatura dell’acqua. Il mermaiding è l’attività che indica la sirena di professione. Nuotano con code brevettate o finte per spettacoli, party o servizi fotografici. Purtroppo ricevono spesso attenzioni indesiderate dai pervertiti di questo mezzo-animale (in inglese merverts). Voyeurismo, stalking, richieste di foto porno o di iniziare una relazione sono all’ordine del giorno, soprattutto, pare, per le donne. Alcuni molestatori online inviano addirittura dick pic. E qui noto un inquietante parallelismo con l’universo delle sex blogger. Anche noi subiamo il tema del diverso, di chi va fuori dai binari dritti della società, per parlare di sessualità nella maniera che più ci si addice.

Le sirene fanno parte di questo mondo. Sono la diversità che ci contraddistingue nelle abitudini, nel modo di esprimerci, nel genere e nelle inclinazioni sessuali. Le sirene appartengono alla variegata e variopinta umanità.

Annunci

La seduzione degli occhi è un’arte dimenticata

Il mio principale strumento di seduzione sono gli occhi, azzurri e grandi. Anche se non li uso come dovrei. Anzi, in genere vengo colpita da un complimento a tradimento “che begli occhi” durante il quale o li spalanco o li abbasso ringraziando. Solo crescendo mi sono scattata qualche selfie con luce strategica o ho realizzato video Instagram nel quale erano particolarmente illuminati. Non li ho mai usati conscia del loro potere seduttore. E non saprei come farlo. Ho sempre pensato che la seduzione debba essere sempre più di un quarto inconscia, altrimenti si è tutti degli attori che recitano una parte. È vero però che nel corso del sesso gli occhi vengono usati spesso, se si è oltrepassata la fase “occhi chiusi”. Personalmente, quando li tengo troppo serrati, significa che non sono eccitata e mi trovo in tutt’altro mondo.

Eva Green in Le Crociate (Kingdom of Heaven)

Il contatto visivo è importante nel sesso e può eccitare particolarmente durante un cunnilingus o una fellatio. Ma possono gli occhi da soli far venire le persone? Magari orgasmare no, ma alcuni dicono di sì, pur se molti si riferiscono allo sguardo più che agli occhi come ad oggetti in sé. E qui entriamo nel sempre sorprendente ambito feticista e guardiamo al Giappone, terra garanzia di grandi soddisfazioni nell’ambito di bizzarrie sessuali. È qui che si è sviluppata la pericolosa pratica dell’oculolinctus tra gli studenti, in cui si leccavano le orbite degli occhi. Che poi si è scoperto non essere vera e priva di fondamento, una fake news creata ad arte da un giornale specializzato in subculture. Ma è vero che questa falsa storia ha “ispirato” video cum shot su Pornhub in cui un pene viene su un singolo occhio aperto (voce “eyes cum” o “japanese eyes cum”). Per quanto capisca un facial, non mi spiego il feticismo per l’occhio in sé. Può capitare che gli occhi imbarazzino per la loro bellezza, ma in qualche modo è l’insieme del viso che fa la persona attraente.

Una pratica invece molto vista in manga e cartoni è quella di leccare le lacrime, in genere della donna, considerato in genere come gesto erotico/tenero/romantico.

È lo sguardo che cambia il gioco. La volontà che si trasmette attraverso di esso può essere di interesse, desiderio, consenso, comando. È uno strumento di comunicazione fondamentale che oggi spesso non viene usato al suo massimo. Nel passato era usata di più perché esistevano più costrizioni e divieti sociali. Siamo tutti impegnati a fare gli zombie con i cellulari ed a guardare distrattamente le persone, pure quando queste ci piacciono. Kezia Noble, una famosa dating coach per uomini, afferma che la seduzione non verbale è un’arte perduta. Siamo troppo abituati al sexting ed a passare subito al sodo. Si dice sempre che la chimica è un qualcosa di naturale, in parte è sicuramente vero, ma dall’altra se le persone sono sempre più distratte, spesso non si impegnano a mostrare loro modi di fare attraenti o lati di sé interessanti, che magari si scoprono solo col tempo…quando di tempo ad un primo incontro ce ne è poco! La tecnica di Kezia, chiamata The Upside Down Triangle, non è altro che sedurre con il ritmo rallentato della voce ed il contatto degli occhi. Dura pochi secondi e poi si ritorna al tono normale e si distoglie lo sguardo. Non credo molto in questi metodi, se uno non ci sa fare, non impara dal nulla e si dovrebbe allenare in appuntamenti con persone diverse. Il punto è che se non piacciamo all’interlocutore possiamo risultare veramente ridicoli. Meglio cogliere qualche segnale positivo prima di tuffarsi.

Glenn Close e Michael Douglas in Fatal Attraction

Il contatto con gli occhi, la comunicazione non verbale sono ormai dei grandi assenti, almeno nel contesto pubblico. Ovvio che sedurre con lo sguardo non significa fissare. Basta un istante per agganciarsi con lo sguardo se lo scopo è simile. Ma come si fa nell’epoca di app e telefonini? Bisogna tornare ad osservare. Non uno schermo ma le persone. Guardarle sul serio. Riconoscerle come occupanti uno spazio. Ascoltarle veramente. Andare agli eventi da soli, fare conoscenze, senza necessariamente affidarsi ad un app (anche se in queste situazioni Happn potrebbe essere utile se proprio si vuole incontrare con sicurezza qualcuno). Però quanto è bello essere intrigati da uno sguardo intuendo le sue intenzioni senza conoscerle appieno?

Entrare in un onsen ci fa capire che siamo tutti uguali

Di recente sono stata in Giappone. Otto giorni in un mondo completamente diverso ma familiare, dato che leggo manga da quando sono in quarta elementare. È stato grazie anche quest’arte se ho trovato perfettamente normali i confini labili tra generi e le stravaganze sessuali. I giapponesi sono repressi nell’espressione delle emozioni ma non nella nudità e nel sesso. Certo, anche lì hanno le loro contraddizioni, come tutti. Ad esempio, esiste una legge che vieta di mostrare peni e vagine (a meno che non siano dei pupazzi fortemente stilizzati) su qualsiasi supporto cartaceo, pubblicità o altro. Ma poi hanno il tanuki (spirito del cane procione) dai testicoli grandi quanto due borracce ad ogni angolo delle strade e il Kanamara Matsuri, una festa del santuario Kanamara dedicata al fallo. Lo stesso vale per gli onsen, i bagni termali pubblici. Una volta erano interamente konyoku, misti, ora invece questi ultimi sono scesi a meno di cinquecento nel Paese, a favore di quelli divisi per genere, degenerando in una visione troppo occidentale.

Koibana Onsen di Kenjiro Kawatsu (2008-2010), come potete vedere la protagonista sta leccando un pene inesistente.

Quando sono arrivata in Giappone, volevo provare l’esperienza dell’onsen. Non tanto per la nudità, ma per la bellezza di stare immersi in una vasca calda e guardare la natura che ti circonda. Mi immaginavo tra le montagne cespugliose e strette di questa terra. Purtroppo non è stato così per i tempi di viaggio, le mie amiche ed io abbiamo dovuto rimediare su un onsen all’ottavo piano di un edificio di Osaka. I tatuati non possono accedere perché il tatuaggio è sinonimo di criminale appartenente alla yakuza, la mafia giapponese. Per fortuna, di recente i bagni sono diventati flessibili e trovate una lista qui di quelli tattoo friendly: https://tattoo-friendly.jp/.

Tennen Onsen Naniwa-no-Yu, Osaka
Scarpiere
Macchinette tickets

Appena entri, ti togli le scarpe che riponi dentro una scarpiera col lucchetto. Poi fai il ticket d’ingresso alle macchinette e decidi se vuoi un asciugamano grande o piccolo, sapone, spazzole o altro. Le inservienti ti consegnano l’occorrente ed entri nel reparto donne che è come lo spogliatoio di una piscina però più cool. Ci sono armadietti con lucchetto dove riporre i vestiti, una fila di specchi ciascuno dotato di fono, kleenex, e specchi beauty per sedersi e rifarsi il trucco. Ci si spoglia nude e si entra nell’onsen vero e proprio dotato di diverse vasche a varie temperature (una sola era fredda a diciassette gradi, le altre sempre sui 40), alcune con indicati i minerali specifici. Ci si lava su sgabelli con sapone e doccino davanti a specchi, all’occorrenza si possono sciacquare i capelli con shampoo e balsamo, oppure si legano sopra la testa. Meglio non andarci truccate come ho fatto io, il vapore delle vasche è intenso e fa sudare. Se si ha un’asciugamano, lo si lascia a bordo vasca o lo si pone sopra la testa. Quando si esce da una vasca particolarmente calda, ci si butta dell’acqua fredda sulla schiena. Si può parlare, in genere a voce bassa per non disturbare. L’atmosfera migliore era nelle vasche esterne con piante, rocce e il cielo stellato, schermato da dei grandi gazebi di legno scuro. La nostra vasca preferita è stata una dove ti potevi stendere completamente con l’acqua calda al minimo. Una goduria.

Tennen Onsen Naniwa-no-Yu

Sì, ma stavi nuda! Chi segue il blog, sa che non mi importa per nulla questo aspetto. Sono pudica solo per rispetto all’occhio dell’altro se ne è turbato. Non mi era ancora mai successo di trovarmi con altre persone nude totalmente estranee ma se tutti sono a proprio agio e non ti fissano, anche tu lo sei. Le giapponesi non ti filano e pensano a se stesse. Lo scopo dell’onsen è rilassarsi e curarsi dalle fatiche quotidiane, se guardano i corpi delle altre, non lo danno proprio a vedere. Siamo noi occidentali che non possiamo fare a meno di guardare. Tuttavia, la prima sensazione che ho provato nell’entrare è stata di calma pacifica e ho subito realizzato che siamo tutti uguali. Sarà una banalità, ma il vestito ci divide, crea differenze e separazioni. La nudità ci unisce. Non esistono difetti. Solo corpi differenti e simili al nostro. Troverete spesso scritto da giornalisti o blogger stranieri maldestri che le giapponesi si depilano, influenzati soprattutto dal porno. Non è vero. Al massimo ai lati. Ho visto mantelli pelosi su tutte, giovani e anziane. Ho fatto una ricerca ed ho scoperto che la brasiliana va molto poco di moda in Giappone. Più del 50% della popolazione la lascia così com’è, depilandola ai lati. Bisognerebbe avere degli onsen pure in Italia, aumentano l’autostima e fanno sentire più sexy. L’acqua calda rigenera il corpo e una volta superato il possibile imbarazzo, scopriamo che nudità è potere e percepiamo la nostra sensualità. Ma chissà se in un bagno misto avrei avuto le stesse impressioni?

In Europa i bagni termali misti non sono una novità in Austria, Germania e Paesi dell’Est (quelli di Budapest sono famosi). Non rientrano nella cultura mediterranea, la divisione termale risale in Italia agli antichi romani, anche se followers di Instagram mi hanno detto che in Italia ce ne sono misti ad Avella in Campania e Brunico in Alto Adige. Io fino a qualche settimana fa non lo sapevo perché non mi ero ancora interessata al problema. In Giappone i bagni misti ci sono da secoli, sono nominati nelle prime cronache storiche giapponesi come il Nihon Shoki (seconda metà del primo secolo) e il Kojiki (VII secolo). Il Paese deve le sue tremila sorgenti d’acqua calda all’intensa attività vulcanica, di cui 2.300 riconosciute dal governo. Sono necessari quarant’anni per visitarle tutte. Si ipotizza che gli antichi cacciatori le abbiano scoperte seguendo gli animali feriti. Nel 552 d.C. il Buddismo popolarizzò l’usanza di immergersi in queste pozze per lavarsi dai peccati della carne. I primi cristiani che andarono in missione in Giappone nel 1592 trovarono questa usanza disgustosa. All’epoca gli occidentali non si lavavano e pensavano che farlo ogni giorno danneggiasse la salute. Gli onsen nel passato erano solo separati tra classi. Nel 1709 il medico Goto Konzan inizia i suoi studi sulle proprietà curative termali e dimostra i suoi benefici. In particolare dopo la Seconda Guerra Mondiale, sono sorti ospedali onsen in cui sono stati curati reumatismi, ipertensione, ferite, recupero post-operatorio, riabilitazione. I bagni misti hanno resistito all’occidentalizzazione del periodo Meiji (1868) ma negli anni Cinquanta del ventesimo secolo, delle parlamentari giapponesi hanno forzato la Dieta a far passare una norma che obbligasse gli onsen a separare bagni maschili e femminili. Dopo l’approvazione della legge anti-prostituzione nel 1956, le regole dei bagni sono diventate più ferree.

Sukayu Onsen, prefettura di Aomori, foto: Sukayu Onsen

Come vi accennavo prima, i bagni misti sono in rapida estinzione in Giappone. Hanno resistito per secoli a divieti di ogni tipo e adesso stanno andando a fondo. Le cause? Prima fra tutte, il fatto che grazie alle leggi sopra descritte, non possono aprire nuovi onsen misti. Se si convertono a generi separati, non possono tornare indietro perché non sono in grado di fare cambiamenti su larga scala come trasferire un bagno. Sembra poi si stiano occidentalizzando in modo negativo. Situazioni promiscue e guardoni. Diversi onsen hanno dovuto chiudere perché venivano girati video porno al loro interno, spesso all’insaputa dei proprietari, come è successo a Shiobara, nella prefettura di Tochigi a fine 2016. Gruppi di gente informata sulla losca attività andava ad assistere allo spettacolo. Le cattive maniere dei bagnanti sono pure sotto accusa. Aumentano i wani (coccodrilli), dei guardoni di professione che aspettano l’avvicinarsi di donne o coppie a mollo nella vasca e le fissano per l’intero tempo senza conversare. Ne esistono pure esemplari femminili. Infine, il senso di comunità sta venendo meno. L’onsen è sempre stato una piazza dove i locali si riunivano per socializzare. Ora la società nipponica è più individualista. Una giornalista, Mina, ha creato una lista degli ultimi onsen misti rimasti: https://www.food-travel.jp/ (potete tradurre la pagina con Google). Sono valutati su soddisfazione e sul livello d’imbarazzo che può provare una donna.

L’onsen, separato o misto, è un’esperienza unica, salutare e benefica che consiglio a ognuno di voi per sentirvi in pace col mondo. Superate le vostre inibizioni e immergetevi come placidi ippopotami in acque benefiche.

Niseko, Hokkaido

La bellezza e la pace di stare senza mutandine

Prima di beccarmi la candida l’anno scorso, non avrei mai pensato di andare in giro per casa senza mutandine. Dormire nuda ok, ma indossare vestiti privi di intimo sembra essere più tabù nella nostra mente. Soprattutto le donne, hanno molte remore a riguardo, perché hanno timore di essere viste da qualcuno, per costrizioni mentali legate al concetto d’indecenza e, non ultimo, per la convinzione sia poco salutare. “Fuori ci sono andata solo una volta tornando da casa del mio ragazzo perché avevo dimenticato il cambio a casa. Mi sentivo fresca però infastidita, preferisco indossare mutande non per pudore ma per questioni igieniche e di sensazioni.  A casa a volte aspetto a metterle dopo la doccia per continuare a sentirmi libera. Non vedo per quale motivo non portarle: sono utili, se si acquistano di buona fattura e tessuto non danno alcun fastidio e proteggono dai contatti con l’esterno”. La risposta di questa conoscente riassume alla perfezione tutto il disagio che proviamo nell’affrontare una situazione del genere.

erotic, legs, sexy

Io devo dire che mi sono trovata molto bene senza dentro le mura domestiche. Ci sono uscita priva solo una volta in pieno inverno per un progetto artistico dove non dovevo avere segni di biancheria sul corpo. E infatti mi sono presa la fastidiosissima cistite. A meno che non siate ben coperte e abbiate la pancia delicata, evitate il tentativo durante il clima freddo. Tornando all’episodio candida, non avrei scelto di dormire con la vagina all’aria se non me l’avesse consigliato un’amica che lavora nel settore sanitario. In questi casi, nemmeno il cotone o il lino risolvono subito (la seta pure ostruisce la respirazione della pelle). È bello perché non ci si sente costretti in una mutandina o in un perizoma, si scorrazza per l’abitazione più sciolti e disinvolti, e la vulva respira libera e felice. I pruriti diminuiscono sicuro. Bisogna prendere le dovute accortezze: igiene assoluta, altrimenti ogni indumento diventa ricettacolo di batteri. È salutare anche per vaginite e menopausa. Certo, se si abita con qualcuno sensibile, non è il massimo del divertimento, dato che in alcune posizioni bisogna pensare a coprirsi per non “offendere” l’occhio di chi guarda. Se ci uscissi senza, indosserei solo vestiti fino al ginocchio o sotto di esso per limitare i danni. C’è una legge in Italia contro gli atti osceni in luogo pubblico che non riguarda unicamente il sesso ma si riferisce a ciò che oltraggia il pudore generale: le sanzioni partono da 5.000 e arrivano fino a 30.000 euro.

Alcune donne e molti uomini credono sia una pratica sexy per eccitare l’altro. A me fa ridere perché è indice di quanto la nudità non sia considerata normale dal nostro sistema e chi si denuda o scopre una parte del suo corpo viene giudicato come malizioso e con intenzioni sessualmente bellicose.  “Il solo pensiero che una donna non indossi mutandine lo trovo altamente erotico, ho sempre fantasticato su motocicliste in tuta integrale”, “A me piace molto la donna senza mutandine, l’idea mi eccita molto”, “Una donna senza slip addosso è estremamente sexy”, “Se fosse per me vorrei avere una tipa che mi gira sempre nuda dentro casa”. Il fatto che la famosa scena dell’interrogatorio di Sharon Stone in Basic Instinct sia stata girata senza uomini nella stanza ( il regista le ha fatto togliere le mutande bianche con l’inganno) e avendo in mente le reazioni degli attori che sembrano vere, la dice lunga sull’effetto esorbitante della visione ipotetica e non di una vagina sotto la gonna. Il personaggio di Sharon, però, la stava facendo vedere appositamente ed è tutta un’altra storia. Il suo è un gesto apotropaico antichissimo, che era usato per intimorire e mostrare chi ha il vero potere tra le gambe. Ma dubito che Paul Verhoeven avesse questa idea in mente mentre girava.

1405595249-basic
Sharon Stone in Basic Instinct (1992)

Ci sono celebrities che non ci riflettono due volte ad arieggiarsi le parti intime come Kim Kardashian, Kendall Jenner, Miley Cyrus, Jennifer Lopez, Katy Perry, Selena Gomez, Karlie Kloss. Molte di loro scelgono questa soluzione probabilmente per non avere i segni della biancheria e per gli abiti che indossano in occasione dei red carpet, trasparenti o con profondi spacchi. Quando non metto l’intimo, lo faccio per stare bene con me stessa, sentirmi comoda, non per far impazzire l’altro sesso sussurrandogli nell’orecchio: “Non ho le mutandine”. Non c’è nulla di male a giocare col proprio partner o con lo sconosciuto che ti attrae, ma non è la ragione primaria per cui le donne lo fanno.

news-00109145-jon-hamm-goes-commando-again-in-la
Jon Hamm senza intimo

Infatti, nessuna di noi pensa che un uomo senza mutande sia sexy. Anzi, siccome ci hanno abituato a temere e schifare il pene come organo sessuale finché “non lo mettiamo al guinzaglio”, siamo orripilate dagli uomini che vanno spesso in giro privi di slip e boxer. E a giudicare dalle risposte che ho ricevuto, sono parecchi. “Ci sono stati e ci sono tuttora periodi in cui non le indosso, mi piace talvolta sentirmi in libertà, avere meno costrizioni”, “Senza mutande fuori casa spesso”, “Per quanto mi riguarda non indosso mutande, solo in casa la notte”. Il celebre attore di Mad Men, Jon Hamm (Don Draper) ha suscitato scandalo qualche anno fa quando ci si è accorti che sotto i pantaloni non portasse nulla. Ed insieme a lui Hugh Jackman, Josh Hartnett, Woody Harrelson, George Clooney, Colin Farrell, Mark Ruffalo, Matthew McCounaghey, Channing Tatum e Justin Theroux. A parte nel caso di begli uomini, la nostra reazione alla notizia della segreta nudità maschile non è “wow” ma “lavati”. Perché immaginiamo che gli uomini abbiano più bagaglio che tocca facilmente gli indumenti, come i non traspiranti jeans, e quindi sia poco igienico. Nessuno però è immune allo sfregamento, in particolar modo con i pantaloni a cavallo stretto. Gli uomini devono stare anche attenti a non indossare slip troppo costringenti, visto che l’alta temperatura riduce la quantità di spermatozoi presenti nei testicoli (articolo approfondito qui e qui). “Contenere” non è mai una buona parola per la salute del corpo.

pexels-photo-1230665

La verità sta nel mezzo. Se indossiamo indumenti ampi e ventilati non ci sono problemi, invece il sintetico, il denim e gli indumenti stretti per lo sport sono il male. Qualsiasi discorso libertario cade di fronte al prurito ed agli odori sgradevoli. Le mutande sono necessarie in questi casi. È più igienico portarle o non portarle? Dipende dalle situazioni e dalla stoffa, come già detto. Ovvio che se non abbiamo una buona opinione della nostra vagina e del nostro pene, tenderemo sempre a coprirci. Questione di scelta ed autostima personale. Tuttavia, vale la pena provare, almeno d’estate. Si sta più rilassati, si sorride e ride di più. Perché si sa qualcosa che gli altri non sanno finché non ci sia motivo di saperlo. Questa è la vera seduzione.

Il bikini provocava scandalo in spiaggia e può provocarlo ancora

Il bikini è stato il primo indumento femminile a suggerire le forme del corpo nudo pubblicamente. Per vent’anni e più, non ha avuto vita facile sulle spiagge di tutto il mondo. Tra la fine del Novecento e l’inizio del Ventesimo secolo, si passò dalle cabine di legno a ruote in cui le signore si cambiavano ed erano trasportate direttamente in acqua per non essere viste alla nuotatrice australiana Annette Kellerman che già nel 1905 sfoggiava il suo pratico costume intero a maniche corte e pantaloncini cuciti a delle calze nere per essere più veloce nel nuoto. Quest’ultima fu arrestata per indecenza sulla Revere Beach di Boston mentre si allenava per una gara, ma data la sua popolarità da atleta e performer di vaudeville fu scarcerata. Il giudice capì che era per esercizio, però gli chiese di indossare una gonna finché non si fosse immersa nell’acqua. Fu la prima a sdoganare la tenuta da spiaggia femminile sotto il segno della praticità e della velocità. E la prima star nuda di Hollywood. Nonostante questo, quando il bikini fece capolino nella forma atome di Jacques Heim e in quella più famosa di Louis Réard nel 1946, l’ex atleta disapprovò l’invenzione dicendo che rendeva le gambe brutte.

_88290467_ed
Annette Kellermann

micheline-bernardini-7690ebb0-5a45-49d3-8f20-62a5ef8b130-resize-750
Micheline Bernardini nel bikini di Reard

All’inizio solo le ballerine e le donne di spettacolo lo indossarono. Le modelle si rifiutarono in massa per una questione di reputazione. Il due pezzi fu subito bandito nel 1948 dalle spiagge italiane e spagnole, nel 1949 sulle coste atlantiche francesi. Addirittura Miss Mondo lo proibì dal 1951 per cinque anni. Un articolo del 49 dell’Osservatore Romano, giornale del Vaticano, paragonò il bikini ai quattro cavalieri dell’apocalisse e le chiese cristiane lo videro come un oggetto corrotto. Il Vaticano bollò l’atto di indossarlo come peccaminoso. I comunisti lo definirono “decadenza capitalista” e le femministe lo definirono “porcata chauvinista”. Il bikini era così scabroso per il pubblico benpensante che infestò in pianta stabile i giornali per uomini per una decina d’anni prima di essere accettato. Era sexy, comodo e rivelava le grazie delle donne. Una visione paradisiaca. Le “ragazze perbene” non se lo mettevano anche se lo ammiravano al cinema nei film di Hollywood, dove la ragazza col bikini serviva per fare cassa ed era provocatrice di scandalo. È solo alla fine degli anni Cinquanta che Vogue inizia a far comparire il bikini sulle sue pagine (1957) e viene ufficialmente legittimato sulle spiagge negli anni Sessanta. Ursula Andress nel bikini bianco di Honey Ryder in Dr. No (1962) e Raquel Welch nel costumino di pelle e pelliccia in  Un milione di anni fa (1966) diventano delle icone da copiare.

ursula-andress-dr-no-bikini
Ursula Andress in Dr. No (1962)

Il 1964 e il 1974 segnano le date di nuovi scandali lanciati dallo stilista Rudi Gernreich: il monokini ed il tanga. Il monokini era una mutanda dotata di fasce o bretelle che lasciava scoperti i seni. Non ebbe molto successo nella realtà, i pochi modelli sulle spiagge coprivano verticalmente i capezzoli per dargli un’illusione di decenza, ma di sicuro fu il trampolino di lancio per il tanga, la sola micro-mutandina che rivela i glutei, da indossare a seno scoperto. Gernreich lo disegnò in risposta ad un divieto di abbronzarsi nudi sulle spiagge del consiglio municipale di Los Angeles. Prima di allora era stato portato solo dalle “exotic dancers” e dalle burlesquer. Da quel momento in poi, l’abbigliamento da mare si fa senza frontiere e viene accettato pure nell’haute couture (il bikini di fiori di Yves Saint Laurent). I video dei rapper ed in seguito quelli pop pullulano di completi decorati da pailettes, diamanti, borchie, frange ed altro. Se non sono succinti e seducenti, il mainstream non li vuole. Purtroppo non vanno di pari passo le proibizioni a riguardo da parte di governi e comuni. Soprattutto, la spiaggia italiana così come è concepita dai tempi del fascismo non aiuta la libera espressione del corpo. Stabilimenti balneari ed ombrelloni ovunque, poca spiaggia senza padroni e la buon costume nascosta nel DNA del tuo vicino di ombrellone. Tecnicamente, nessuno ti dà fastidio se sei a tette nude però c’è sempre qualcuno che può denunciarti per aver turbato la sua mente. Per non parlare del nudo integrale, ammesso in genere in spiagge vicine a riserve naturali o in località di villeggiatura ma selvagge.

daphnc3a9-dayle-photo-paul-schutzer-life-magazine-1964-2
Life magazine, 1964

fashion-2015-11-helmut-main
Lisa Taylor e Jerry Hall, foto: Helmut Lang, 1975

L’evoluzione del bikini, comunque, non è finita. Negli ultimi anni, ragazze, donne e anziane indossano la brasiliana, una mutandina che scopre un po’ più della metà dei glutei regalandogli una forma a cuore piuttosto intrigante. È la preferita dagli uomini e la più portata nonostante i difetti fisici che ciascuna può avere. Non sta bene a chiunque, però è da apprezzare che alla maggior parte delle donne non freghi nulla. Alcune non la portano perché dà fastidio tra le natiche o hanno problemi di accettazione con il loro corpo, quindi si buttano sul classico. Infatti, la filosofia che dovrebbe prevalere sulla battigia dovrebbe essere “vado come mi sento” e “sono figa con quello che mi pare”. Un costume intero può essere sexy, come quelli di Pin-Up Stars o Yandy, studiati in modo tale da impreziosire la figura, o avere una striscia simile al tanga sul sedere come questo indossato da Kendall Jenner. Nei 2000 si poneva più enfasi sulla grandezza del décolleté negli anni dieci il sedere è diventato il protagonista indiscusso del corpo di una donna grazie alle Kardashians. Nel caso di Kim, recentemente ha creato scalpore una sua foto dal Messico in bikini che rivela il didietro normale di una donna. Anche lei ha la cellulite, come ognuna di noi, e ciò la mette sul nostro stesso livello. Non ci basta, vorremmo che anche la pubblicità non usasse Photoshop per raggiungere modelli di perfezione inesistenti (notate bene, pure le modelle hanno difetti di cellulite o smagliature). Tuttavia, è scientificamente provato che un completino indosso alla persona giusta vende di più che su una comune mortale. Indi per cui, il problema si rivela spinoso. Tutte vorremmo advertising con corpi simili al nostro ma ci lanceremmo a comprarne i modelli?

pexels-photo-722036
Brasiliana

Le tendenze adesso sfociano sul bondage con lacci e stringhe che si incrociano o legano dietro in un groviglio che solo le magre e le tornite possono permettersi. I bikini assomigliano sempre di più alla lingerie di moda. La realtà è che ognuna dovrebbe crearsi il suo costume per essere sensuale con il proprio stile. Ci sono molti siti che danno questa possibilità come Surania o Kiniswimwear e in Italia La Bikineria. Beachcandy ha anche l’opzione “coprire le cicatrici”, per quelle di noi che hanno subìto un intervento al seno, si adatta a 5 tipi di silhouette, si informa sul tuo grado di abbronzatura, e ti chiede pure qual è la caratteristica di punta del tuo corpo e quale il difetto che ti preoccupa maggiormente. Peccato sia una semplice guida ai suoi modelli già pronti, altrimenti sarebbe un configuratore ideale.

Che sia costume intero, bikini, trikini, monokini, tanga che scegliate, l’importante è sentirsi a proprio agio e seducenti come una Nicki Minaj sirenetta nel video di Bed.

56569-image_5b41295c99621
Nicki Minaj, Bed (2018)

 

 

 

La Carmilla che è in noi

claudia

Claudia, “Intervista col Vampiro” (1994)

Il vampiro è poi incline a essere affascinato, con crescente veemenza, simile all’amore, da particolari persone. Per raggiungere queste persone il vampiro ha una pazienza inesauribile e attua i più sottili stratagemmi, perché a volte incontra centinaia di difficoltà per arrivare alla meta. Il vampiro non desiste fino a quando non soddisfa la propria passione e prosciuga la vita della sua vittima. In questi casi il vampiro protrae più a lungo possibile questo godimento omicida, con la raffinatezza di un epicureo, e accresce il proprio piacere con un assiduo corteggiamento. In casi simili sembra anelare alla comprensione e al consenso. In tutti gli altri casi, invece, il vampiro va dritto al suo scopo, paralizza la vittima con la violenza, strangolandola e dissanguandola in una sola volta“. – Carmilla, Sheridan Le Fanu

“Siamo tutte vampire, ecco perché oggi non ce ne sono più!”, esclama una mia amica esperta di letteratura vampirica al telefono. Io rido divertita. “Ma pensaci no? Possiamo andare dove ci pare, vestirci come ci pare e parlare come più ci aggrada”. In linea di massima è vero. Rispetto a centoquarantanove anni fa (Carmilla è stato scritto nel 1872),  le donne sono libere di fare quello che vogliono. Eppure se l’aborto in Italia è rimesso in discussione e Asia Argento non viene considerata vittima ma colpevole di un abuso, significa che questo Paese non è tanto in salute. Il famoso detto “uno Stato civile si riconosce da come tratta le donne” vale ancora. Questa estate i femminicidi sono stati all’ordine del giorno (e continuano, in barba alla scusa “è colpa del caldo”) e il revenge porn alla Tiziana Cantone dilaga.

Nell’Ottocento le donne-vampiro erano quella categoria femminile che si “opponeva” alla società. Le cosidette “fallen women” (donne decadute) potevano essere aristocratiche avventuriere, vedove senza soldi, prostitute, donne internate in manicomio. Figure negative marginalizzate dalla società vittoriana, la prima ad industrializzarsi in maniera moderna, perché non rispondevano ai canoni della famosa “donna angelo” dedita alla casa e alla famiglia. La donna “libera” era temuta, dato che non conosceva padroni. La contrapposizione tra questi due aspetti è ben evidenziata prima da Goethe nel suo Faust con Lilith, la lussuria, e Margherita, l’amore, e poi da Stoker con Lucy, ragazza “disinvolta” che viene subito presa da Dracula e Mina, spirito gentile, difficilmente soggiogabile dal conte. La femmina sfrontata è subito punita e condannata ad essere una succhiasangue che attrae nelle sue grinfie preti novizi (come il protagonista di La Morta Innamorata di T. Gautier) e ragazze aristocratiche annoiate (come Laura in Carmilla di Le Fanu).

Il problema è centrato perfettamente dal dipinto “Lady Lilith” del preraffaellita Dante Gabriel Rossetti nella versione più sensuale e aggressiva con la modella Alexa Wilding. Nel dipinto Lilith si pettina i lunghi capelli mossi guardandosi ad uno specchio. L’espressione è di una persona che ha la sua vita in pugno. Una sensualità consapevole che spiazza e ammalia l’uomo ottocentesco. Una figura autonoma responsabile del proprio piacere. Un erotismo non riproduttivo che eccita, intriga e terrorizza il maschio moderno. Davanti alla donna vampiro si sente affascinato ed inutile allo stesso tempo.

Quante volte ci è capitato di essere definite “spregiudicate” per aver preso l’iniziativa con un uomo? Alcuni ci hanno ammirato, tanti giudicato. Non fa differenza in quale contesto, se amoroso o sessuale. Gli amici ci hanno guardato con timore/reverenza/disgusto e pochi uomini ci hanno compreso. Questo perché ancora nel mondo di oggi (mi riferisco in particolare a quello italiano) non ci è concesso di vivere come desideriamo senza cadere nella rete del pregiudizio, che non sempre è manifesto, e spesso viene sfogato in modo violento via social e con l’omicidio nei casi più estremi.

E siamo anche scambiate per vampire, demonesse strappamutande Empusa style (“colei che comprime”, mostro ellenico che terrorizza o divora), se ci comportiamo con sicurezza, facciamo sexting spinto o lo prendiamo in bocca ad un uomo di nostra volontà. Non possiamo essere una delicata Beatrice con le proprie fragilità, ma siamo sicuramente delle puttane dissolute che dopo un appuntamento ne hanno un altro e ancora un altro fino alla fine della notte. Siamo indomabili e zingare come una tribù nomade che si sposta da una parte all’altra di un continente. Che poi “puttana” o “troia” siano termini troppo complimentosi, non passa nell’anticamera del cervello di chi li lancia, donna o uomo che sia. Presume un’esperienza che chi non lo fa di mestiere, non ha, e fa sorridere quando non è detto con cattiveria.

La maggior parte delle volte la leggenda è superiore alla realtà. Siamo delle creature soggette ad interpretazione come la Lamia di John Keats, dall’ambigua natura, buona o malvagia, che muore proprio nel momento in cui si vede negata la sua individualità. La libertà di scegliere, di autodeterminarsi non è ben vista pure adesso alla luce di fenomeni come lo slut-shaming, una sorta di caccia al vampiro digitale. Tutti hanno scheletri nell’armadio ma la società li autorizza a diventare cacciatori di presunti vampiri per esorcizzare i propri mostri. Come succedeva nell’Ottocento con la letteratura gotica e i penny dreadful (“spavento da un penny”, racconti gotici e non a puntate), i mostri erano un mezzo per sfogare le difficoltà di una vita borghese morigerata. Erano specchi di “malattie” sociali.

Quando qualcuno vi guarda ammirato e dice “Vorrei avere la libertà che hai tu”, significa che non sa di cosa stia parlando. Essere liberi è un sacrificio come stare insieme a qualcuno. Anche la vampira non è libera, per sopravvivere deve succhiare sangue. La femme fatale deperisce nella vecchiaia e copre gli specchi di casa come la Contessa di Castiglione. La temeraria sbarazzina deve essere in grado di sopportare bene la solitudine. E sotto i canini può nascondersi una grande insicurezza come Carmilla, “trasformata” alla tenera età di sedici anni ad un ballo in maschera.

Stuzzicarsi: Il sesso sta nel trucco

Marilyn Monroe in Theda Bara, Richard Avedon, 1958

“The most beautiful make-up for a woman is passion.” – Yves Saint-Laurent

Il sesso è un ottimo cosmetico naturale. Sicuramente almeno una volta dopo averlo fatto siete entrate in bagno, vi siete guardate allo specchio e vi siete sembrate belle e sane. Gli occhi sono luminosi, le guance imporporate, le labbra piene o arrossate. Sicuramene il sesso riattiva la circolazione sanguigna e linfatica. Ma non si può essere sempre splendidi in salute e soprattutto non si può pretendere di fare l’amore ogni volta che dobbiamo uscire. Il rimedio migliore è il trucco. Nasconde ogni amenità che abbiamo e che crediamo di avere, aiutando a valorizzare i nostri punti di forza.

“Sì, ma agli uomini non frega nulla, noi ci trucchiamo per noi stesse.” Se all’uomo non fregasse nulla dell’apparenza, non noterebbe le donne agghindate nei locali. Tutte andremo naturali, in pigiama e scarpe basse. Stesso assioma per il genere femminile. Alla donna importa essere al meglio, almeno una volta o due nella vita. Etero, lesbiche o bisex. Il motivo generale è voler migliorare il proprio aspetto, quindi il sembrare in salute. I preparati per cosmetici fatti in casa tramandati di generazione in generazione servivano ad eliminare le imperfezioni, accrescere il colore e a rimuovere eventuali tracce di vaiolo. Un motivo universale all’origine addirittura della cosmetica egizia. Gli antichi egiziani non si delineavano gli occhi di kohl, si spalmavano unguenti e indossavano parrucche solo a scopi decorativi e rituali. Il kohl era per combattere le malattie agli occhi e il rasarsi la testa sostituendo i propri capelli con una corolla di nera chioma finta era per prevenire i pidocchi. Al contrario, però, le materie prime usate potevano rivelarsi nocive per la salute. Il rossetto rosso che indicava l’alto rango di una persona, era composto da alghe, iodio e bromo, questi metalli erano talmente letali, che un bacio era chiamato “bacio della morte”. Una faccia dipinta di bianco nell’antica Roma era indice di donna benestante e seducente ma gli ingredienti della maschera di bellezza erano nocivi: piombo bianco e gesso.

Ci scrutiamo allo specchio e ci sentiamo meglio. E’ un potente mezzo di autostima. Ci trasformiamo in una persona leggermente diversa da quella che siamo. Si avvicina alla potenza di una maschera. La tendenza è aumentare qualcosa che già c’è. Occhi e labbra sono i fari di punta di un viso. Li sottolineamo con linee e tonalità per farli diventare enormi. Secondo Paul Ekman, uno dei più grandi psicologi studiosi di espressioni facciali ed emotive, ci trucchiamo provocanti cerchiandoci il contorno occhi di nero “perchè nell’ultimo stadio dell’incontro sessuale, un momento o due prima dell’orgasmo, uno dei muscoli che tiene le palpebre superiori su, si rilassa e gli occhi iniziano ad abbassarsi.” In inglese infatti lo “sguardo provocante, seducente” è chiamato “bedroom eyes”, che indica delle palpebre calate a metà. Il rossetto rosso rievoca le labbra ingrossate dall’affluire del sangue quando si è eccitati. Il fard richiama le guance arrossate. Nel regno animale, le femmine segnalano l’essere sessualmente disponibili e la qualità sessuale attraverso segnali fisici. Il make-up ha la stessa funzione nel genere umano. Avverte gli altri che una donna è giovane, fertile e appetibile. E’ per questo che gli uomini, volenti o nolenti, riconoscono questo tipo di segnale e ne sono attratti come mosche.

Al di là dei vari studi, come nel caso della lingerie, lo scopo principale del make-up è sedurre se stesse allo specchio, eccitarsi rendendosi eccitanti, ostentare sicurezza. Distinguersi per essere notate tra le tante. Il trucco infonde un’illusione utile di autostima al quale non possiamo e non dobbiamo rinunciare.