Rosita Maugeri spiega il meraviglioso mondo del sex coaching e del contatto indispensabile con le persone

Rosita Maugeri è una consulente sessuale, in inglese sex coach, dal 2017. “Preferisco definirmi sex coach perché, avendo vissuto tre anni negli Stati Uniti, so che lì questa figura è molto rinomata e con questa etichetta la gente capisce bene di che ti occupi”. Dopo essersi laureata in Mediazione linguistica e culturale a Milano, ha pensato di andare a New York per trovare delle risposte alle proprie domande. “Avevo voglia di esplorare il mondo e di non stare chiusa in università. L’Italia mi stava stretta e non avevo quelle scadenze che tutti avevano: trovarsi un lavoro, fidanzarsi, fare figli”. Giovane e malleabile, ha ottenuto le sue risposte nella Grande Mela. “La canzone New York, New York di Frank Sinatra dice ‘If you can make it here, you can make it anywhere’ ed è proprio così”. A New York è entrata casualmente in un sexy shop, Babeland, ed ha scoperto che era un mondo completamente diverso rispetto a quello italiano. “All’inizio non capivo cosa fosse perché era pieno di libri, ho parlato con le meravigliose commesse che mi hanno spiegato il concept”. Babeland è stato aperto da una coppia di donne di Seattle che facevano fatica ad acquistare i sex toys ad inizio anni Novanta ed hanno avuto l’idea di aprire un sex shop women-friendly con addette alla mano in grado di spiegare il funzionamento della merce. “Sono rimasta talmente affascinata dal loro approccio positivo che quando sono tornata a casa ho intrapreso il percorso della sessualità”.

Ha lavorato per La Valigia Rossa per quasi tre anni. “Avevo voglia di mettermi un po’ in gioco e di riuscire meglio a capire le abitudini sessuali delle italiane e di relazionarmi con loro”. La Valigia Rossa è perfetta per questi scopi perché mostra sex toys e prodotti per il piacere a folti gruppi di amiche. “È un’educazione alla sessualità in maniera ludica e divertente”. Questo lavoro ha fatto comprendere a Rosita che la sessualità era la sua strada ma sentiva che le mancavano ancora alcuni strumenti, quindi si è iscritta al corso AISPA (Associazione Italiana Sessuologia Psicologia Applicata) di Milano ed ha ricevuto il diploma di consulente sessuale.

Dentro e fuori La Valigia Rossa ha preso parte ad un primo progetto importante con la Lila – Lega Italiana per la Lotta contro l’AIDS in cui parlavano di affettività e sessualità consapevole alle donne del carcere femminile di San Vittore di Milano. “Ci indirizzavamo a donne responsabili di reati minori, che sarebbero uscite tra qualche mese o anno. Con me c’erano una sessuologa clinica, Paola Ploia, ed una infettivologa specializzata in malattie infettive a trasmissione sessuale, Alessia Carbone”.

Ha collaborato con un locale milanese per delle serate nelle quali cercava di creare una condivisione sui temi della sessualità. “Più delle consulenze one to one, il mio desiderio principale è di instaurare dialogo e condivisione negli eventi che organizzo. Penso che le persone debbano imparare a parlare di sessualità perché sono spesso bloccate”. Rosita prepara incontri particolari dove introduce l’argomento a livello scientifico ed umano e poi fa in modo che i presenti interagiscano tra di loro. “Un po’ come nel programma La Mala EducaXXXion”, trasmesso dal 2011 al 2014 su La7d.

Su questa scia ha modellato tre format, il più recente è Il Salottino dei Tabù, che riprenderà dopo l’estate. “Si svolge all’interno del coworking Lascia La Scia ed è un vero e proprio salottino in cui i temi sono aperti. Si parla di tutti quei tabù che inibiscono una sessualità libera e consapevole alle persone”.

In collaborazione con il sexy shop online My Secret Case organizza da un anno gli AperiGodo. Un evento in chiave giocosa costruito in tre macromomenti: introduzione del mestiere di Rosita e lancio del tema della serata, domande con risposte dei partecipanti scritte su una lavagna per instaurare interattività, l’oca jouer. “Quest’ultimo è un gioco dell’oca versione sexy. Dividiamo le persone in due gruppi, il capogruppo lancia il dado e per ogni casella devono ad esempio presentare un sex toy, inventarsi una poesia erotica e così via”.

L’ultimo si chiama Sex F.A.Q. con le specialiste che ha conosciuto nel progetto LILA. “Da F.A.Q., frequently asked questions. Adesso è un po’ in stand-by”. Si incontravano in una saletta appartata del locale Ghepensi M.I., davano un tema e facevano passare una scatola in cui i presenti inserivano in forma anonima domande inerenti all’argomento della serata o a 360 gradi.

Il pubblico in genere è costituito da Millennials e Generazione Z (ventenni), molto aperti a tante tipologie di sessualità. “Un ragazzo una volta ha parlato disinvolto al pubblico di partecipanti della sua transizione da donna a uomo. Per le generazioni precedenti, non sarebbe stato così facile”. Secondo Rosita, per le nuove generazioni il vanilla sex è superato, il sesso anale e il rimming lo mangiano a colazione. “Dei ragazzi alla domanda dell’oca jouer su che cosa li facesse eccitare di più a letto risposero il knife play, ovvero farsi tagliare con le lame”. Invece nella generazione primi anni Ottanta e Settanta Rosita ha notato molta paura del giudizio altrui, soprattutto nei confronti di sé stessi e del partner.

Il Salottino dei Tabù prossimamente diventerà un corso con più incontri, una sequenza di workshop “per aiutare le persone a fare un percorso di cambiamento”. Rosita vorrebbe fornire gli strumenti adatti per migliorare la loro consapevolezza sessuale.

Trovate Rosita su Instagram come rosita.sexcoach e su Facebook come Rosita Maugeri.

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Making (of) Love, il film in crowdfunding fatto dai ragazzi per i ragazzi che insegna l’educazione sessuale senza tabù

Lunedì 27 maggio è partito il crowdfunding di Making (of) Love. Il progetto è nato da un’idea del professore Paolo Mottana dell’ Università degli Studi di Milano-Bicocca, in cui insegna Filosofia dell’Educazione ed Ermeneutica della Formazione e pratiche immaginali. Mottana si è reso conto della totale assenza di educazione sessuale in Italia e un anno fa ha contattato due registi, Lucio Basadonne e Anna Pollio (Unlearning, 2015, e Figli della Libertà, 2017), per portarla nel nostro Paese nel modo più immediato possibile: un film dove fossero protagonisti solo ragazzi e rivolto a ragazzi. Perché è questa la fascia che ne ha più bisogno. Hanno indetto un casting a Genova in cui si sono candidati giovani da tutta Italia e ne sono stati scelti otto: quattro maschi e quattro femmine. “Abbiamo inviato delle candidature online”, racconta Isa, una delle ragazze selezionate, “All’inizio ne eravamo 300 poi siamo stati scremati a 100. Questi ultimi hanno dovuto inviare un video autoprodotto col cellulare dicendo come avremo illustrato la nostra educazione sessuale”. Ne hanno selezionati 34 ed è stato condotto il casting fisico a Genova in uno spazio artistico particolare ed accogliente. Sono stati divisi in gruppi di otto persone, a cui sono state chieste domande e sono state esortate a giocare ad obbligo o verità sul tema sessualità. I selezionatori hanno infine messo della musica ed invitato i partecipanti ad esprimersi liberamente sempre nel rispetto dell’altro. Dopo una settimana gli interessati sono stati presi per imbarcarsi in questa avventura. I nomi dei ragazzi tra i diciannove e i venticinque anni sono: Clode, Enri, Feel, Isa, Lorenzo, Matilde, Matteo, Pip.

“Abbiamo finito di scrivere la sceneggiatura nelle ultime settimane”, informa Isa. Con l’obiettivo di trattare la sessualità nelle sue diverse sfaccettature, i ragazzi hanno partecipato un mese fa a un workshop a cui hanno partecipato relatori italiani che hanno condiviso le loro conoscenze in ambito di BDSM, feticismo ed orientamento sessuale. “Il nostro obiettivo è far vedere questo film soprattutto ad adolescenti dai quattordici anni in su nelle scuole e nei cinema”. Le altre persone che parteciperanno insieme a loro nel film saranno pescate dalla lista di candidature per il progetto inviate fino ad oggi, a seconda delle esigenze del momento.

In Italia crescere non sarà più un tabù“, questo lo slogan di Making (of) Love. Di sicuro, non sarà la solita lezione di educazione sessuale asettica. “Desideriamo far vedere l’intera meraviglia che c’è dietro a questo mondo, che non si vede nella pornografia, unico mezzo e strumento di conoscenza attuale della sessualità”. Making (of) Love ha un manifesto molto chiaro sulle linee guida che intende seguire nel girare le scene del film. L’intento principale è mostrare il sesso nelle sue imperfezioni senza discriminazioni di genere o gusti. Verrà abbracciata la body positivity mostrando corpi veri. Sarà sottolineata l’importanza della comunicazione ed usato il linguaggio moderno dell’arte erotica nelle forme della pittura, scultura, poesia e cinema. Il tutto secondo le regole del rispetto e del dialogo aperto.

Il prodotto cinematografico si farà anche con pochi fondi. “In un mese vorremmo raggiungere il goal di 60.000 euro ma se non dovesse succedere probabile prolungheremo la durata di tempo della raccolta”, spiega Isa, “Abbiamo chiesto dei finanziamenti alla Regione Liguria perché i registi sono liguri ed alla Puglia. Lucio e Anna vogliono comunque realizzare il film ad ogni costo”, conclude Isa. Per il momento hanno già raccolto in quattro giorni 2.364 euro. La “terza rivoluzione sessuale” sta per iniziare!

La campagna di crowdfunding è a questo link: https://makingoflove.starteed.eu/

Rosso a Capodanno, rosso tutto l’anno

Quando ho iniziato a pensare a questo post, credevo che nessuno avesse tempo di fare sesso a Capodanno o che l’avesse fatto poco e male. Mi sono dovuta ricredere grazie ad un sondaggio Instagram. Alla domanda “Siete mai riusciti a farlo all’ultimo dell’anno?” hanno vinto i sì sui no. Le migliori risposte sono state: “Sì, con gente attorno nudi. Fantastico”, “Un anno da ragazzino. Ero talmente ubriaco che non ero nemmeno sicuro di averlo fatto. Me lo ha detto lei”, “Spesso. La più curiosa fu con due sorelle senza sapere che loro lo fossero e senza che loro sapessero“. Ovviamente è capitato più a coppie che single, in cene con gruppi consistenti o con più stanze a disposizione in case o strutture ricettive, più da giovanissimi che da adulti. Dietro i no ci sono vari motivi come l’imbarazzo di trovarsi in compagnia e la quantità di cibo o alcool ingollata che non consente una piacevole esecuzione della performance. Personalmente non mi è mai capitato di “consumare un amplesso” a Capodanno, a volte per mancanza di materia prima, altre per questioni logistiche. Non l’ho mai rimpianto perché non sono una persona superstiziosa (“Chi non scopa a Capodanno, non scopa tutto l’anno” o il bacio anglosassone sotto il vischio per buona fortuna) ma la maggior parte delle volte ho sempre indossato un intimo rosso.

L’intento non è mai stato per la speranza di incontrare qualcuno ma per me stessa. Il rosso non è solo un colore che richiama la seduzione e attira l’attenzione o porta fortuna come in Asia. Nei Saturnali dell’Antica Roma (dal 17 al 23 dicembre) si indossava il rosso perché colore divino che rievocava gli antichi fasti della mitica età dell’oro, dove tutti erano uguali e non avevano bisogno di lavorare. Ci si vestiva di questa tonalità per assomigliare per una volta ad un dio o ad una dea. Un’altra parola che fa rima con buona sorte nei significati del rosso, è fertilità e fecondità. L’anno muore per rinascere in un anno prospero, pieno di vita. Peccato che alla persona con cui lo facciamo, in genere non freghi molto della nostra lingerie. È più per noi che per loro. Ma il rosso attrae sempre in quanto presente nei nostri geni dall’epoca primitiva. Un paio di stivali alti di questo tono fanno girare più teste in mezzo alla folla che una persona nuda. Così accade con un intimo del genere. Riproduzione e mestruazioni. Non è un caso che le femmine della famiglia dei primati quando sono fertili, hanno la faccia di un rosso vivo per il picco raggiunto dal livello di estrogeni che fanno esplodere i vasi sanguigni.

È difficile che accada qualcosa se non la si vuole fortemente. Se ci si chiude a riccio e non si è aperti verso gli altri, a Capodanno (e in nessun’altra occasione) non ci si diverte ne si fa sesso. Se, invece, si è possibilisti, tante magie possono accadere!

La continua attrazione tra sesso e morte

Sotto il periodo di Halloween stavo guardando Le Curiose Creazioni di Christine McConnell, una specie di sitcom Netflix dolciaria a tema horror con protagonista McConnell, performer e straordinaria pasticcera-cuoca-cucitrice, una regina del bricolage leggermente old fashioned. Sono stata colpita da quanto lei si muovesse in maniera sensuale in un contesto macabro e potenzialmente “pericoloso”. Al di là dell’artificio, ho realizzato, mentre mi bevevo avidamente i cinque episodi, che il fascino stava proprio in quello. L’essere in bilico tra la vita e la morte e danzarci sopra in modo elegante ed ironico. È il principio dell’erotismo e per questo Christine era così sexy.

The Curious Creations of Christine McConnell

Ci avete mai fatto caso che in molti film horror americani il culmine di una scena di sesso viene spesso disturbata dalla morte? Non è solo perché questo popolo è erede del puritanesimo dei loro padri fondatori. Sfruttano quell’eccitazione smodata che può portare alla distruzione su cui Freud ha scritto un intero saggio, Al di là del principio del piacere, ispirandosi al filosofo Empedocle. Questo aveva individuato due concetti cosmici che gli servivano da applicare alla biologia: philìa (amore, amicizia) e neikos (discordia, odio). I due vivono in perenne lotta tra loro, il primo unisce gli elementi (nascita), l’altro li separa (morte). Da qui il principio di eros, istinto vitale, e thánatos, istinto di distruzione e morte. Il primo è una pulsione psichica e fisica che vuole sfogare le tensioni all’interno dell’essere umano ed è sempre insoddisfatta. La ripetizione del desiderio porta alla sofferenza placata solo dalla pulsione di morte, il secondo, che riporta l’uomo ad uno stato senza pensiero. Secondo lo psicanalista, sono due opposti perennemente in lotta.

Lo stesso principio di eros è sempre stato rappresentato in maniera non positiva. Le storie che coinvolgono una passione sfrenata o un amore ardente finiscono sempre male. Molto male. Perché fuori dal matrimonio consacrato non poteva esistere nulla. Esempi famosi, Paolo e Francesca nella realtà, Romeo e Giulietta nella finzione letteraria. Il pubblico godeva di queste storie. Perché voleva una conferma della realtà che viveva. Soltanto la monotonia porta sicurezza, il resto è distrazione, pericolo e al massimo puro intrattenimento. Abbandonarsi totalmente a qualcosa per perdere la ragione è come cadere nel buco nero della morte senza fare più ritorno. Il gusto per queste storie esiste ancora tutt’oggi, soprattutto in quelle dark romance. Buffy non poteva fare l’amore con il vampiro Angel perché aveva una maledizione che l’avrebbe trasformato nel vecchio sé cattivo. Era una metafora per dire che una teenager doveva guardarsi dal fare sesso altrimenti il ragazzo o uomo l’avrebbe giudicata una poco di buono. Lo stesso motivo torna in Twilight, in cui Bella e Edward non possono copulare, altrimenti lei potrebbe morire. Non è un caso che la scrittrice sia mormone.

Buffy e Angel in Buffy The Vampire Slayer (1997)

Quando facciamo sesso a volte nella foga cerchiamo la morte nel senso di annullamento della mente. Un piacere talmente grande che dissolve l’attività cerebrale così fastidiosa nei nostri momenti animaleschi. In francese, infatti, orgasmo si chiama petite mort ed ai tempi di Shakespeare il verbo to die, morire, significava anche raggiungere l’orgasmo. Morire per poi rinascere svegli e scattanti come se avessimo bevuto un caffé o freschi e rilassati…o tristi per depressione post-coito (ahia). A volte nel sesso cerchiamo il dolore o l’apnea perché non sentiamo completamente il piacere. Più fa male, più godiamo. Un dominatore mi ha detto che diverse donne gli chiedono di stringergli il collo durante il sesso ed una volta si è spaventato perché la tizia gli stava domandando di stringere fino quasi a farsi ammazzare. Penso che in episodi del genere ci siano problemi seri. Come nel breath control o “morte erotica” nell’autoerotismo, che va sempre a finire nel peggiore dei modi (danni cerebrali o morte) e nel sesso a due è comunque consigliato non fare: spezza la libido dell’altro e ci sono accortezze da operazione chirurgica. Ayzad, esperto di sessualità estreme e sex explorer, ribadisce sull’argomento:  “Non c’è altro da dire se non che è da sempre la prima causa di morte in ambito erotico. Quando qualcosa ammazza una media di tre persone al giorno l’unico commento è semplice: non fatelo.

La morte è un tabù più grande del sesso. Non la accettiamo. La rinchiudiamo dentro posti come cimiteri o urne di cenere ma non la guardiamo mai veramente in faccia perché ci ricorda il nostro destino organico: tornare a far parte della terra. I batteri che scompongono un corpo defunto sono vivi e la materia scomposta nutre il terreno. Eppure vita e morte stanno sulla stessa linea, si rincorrono continuamente, si abbracciano e si completano. Come due amanti di cui nessuno vuole tollerare la passione. Tra le divinità antiche ce ne erano alcune che rappresentavano questa dicotomia fondamentale. Persefone vive tra due mondi, quello dell’aldilà e quello terreno, a dimostrare che vita e morte sono fortemente interconnessi. In un periodo precedente a quello classico, la madre Demetra e lei erano venerate l’una accanto all’altra: il raccolto sboccia, cresce e secca, è il ciclo vitale. Numerosi Dei aztechi sono rappresentati come scheletri perché erano simbolo di fertilità, salute e abbondanza. Nel Vodun Baron Samedi e Papa Legba (il cui veve è sul mio sterno nella foto in copertina) si assomigliano: sono molto sessuati e dediti al sesso, controllano i crocevia tra il mondo dei vivi e dei morti e resuscitano le persone. Le civiltà arcaiche e animiste sicuramente avevano un rapporto più naturale con Nostra Signora.

Non possiamo aggrapparci alla ragione con accanimento, come non possiamo vivere sempre in uno stato di costante abbandono. Quando scriviamo, disegniamo, interpretiamo, dobbiamo per forza raggiungere una catarsi, purificazione assoluta dei nostri dolori,  quindi morire, per poi rinascere. Accogliere le proprie pulsioni di morte serve a vivere più intensamente la vita. Dobbiamo guardare in faccia la morte e prenderla per ciò che è: vita. 

La Passione carnale di suor Giulia di Marco che minacciò la Chiesa del Seicento – 1a parte

“Gesù mio! Gesù mio!”, gridò estasiato Aniello nel venire all’interno di Giulia, che lo scrutava in tralice in stato di completo abbandono. L’uomo la guardava come se fosse la reincarnazione stessa della Madonna, pervaso da un fervore mistico mentre si staccava da lei. Suor Giulia di Marco frequentava da qualche mese il suo confessore della Congregazione dei Ministri degli Infermi, il camilliano Aniello Aciero, originario di Gallipoli. Si erano incontrati al capezzale di un ammalato, lui in tonaca nera e croce rossa fiammeggiante camilliana, lei nelle vesti marroni di una terziaria francescana abituata a curare ammalati e moribondi. Il religioso pugliese era rimasto folgorato dal loro primo incontro. La donna aveva lineamenti orientali, un corpo formoso e sensuale, ripresi dalla nonna, una schiava turca. Era figlia di un povero bracciante di Sepino in Molise ed alla sua morte era stata venduta dalla famiglia a un mercante ambulante. Morto anche quest’ultimo, era stata portata dalla sorella di questi a Sessa Aurunca in Campania ed aveva sposato lo staffiere di un gentiluomo che le abitava vicino casa. Una volta incinta, era stata abbandonata da costui, e grazie alla sua padrona partorì segretamente all’Ospedale dei Poveri Orfanelli della Santissima Annunziata, dando via il bambino. Deceduta pure l’anziana, prese i voti per dedicarsi alle opere buone e si diresse verso Napoli, che sarebbe stata sua gioia e rovina. Non aveva ancora trent’anni agli inizi del 1600 e le erano già successe grandi disgrazie. Questa è la storia di un’eresia che avrebbe minacciato di scuotere le fondamenta stesse dell’istituto della Chiesa. L’eresia della Carità Carnale.

Purtroppo il testo sui cui si basa il mio racconto è uno solo, quello del teatino e archivista don Valerio Pagano, redatto nella seconda metà del Seicento. Uno scritto di parte, visto che un testimone diretto dell’ordine denunciò l’eresia di Giulia e l’indagine condotta sempre dai teatini, che erano la polizia segreta della Controriforma, conferirà ulteriore lustro al loro nome. Gli atti processuali sono conservati in Vaticano ma non sono disponibili al pubblico e nel fondo manoscritti San Martino della Biblioteca Nazionale di Napoli si trova il codice 352 che contiene dettagli riguardo suor Giulia e la sua setta. Chi avrebbe mai detto che la venuta di una suora in via Forcella creasse tanto scompiglio? Eppure la sua fama sarebbe giunta fino a Betlemme. Aniello Aciero fu sicuramente il suo primo amante e seguace che ebbe la rivelazione della Carità carnale. Il camilliano era convinto di aver visto Dio in persona in Giulia nell’unione dell’amplesso. Il loro era stato sesso sacro con lo scopo di raggiungere la divinità. Un particolare che suona familiare a chi è esperto di tradizioni pagane (vedi post blog qui). Le caratteristiche scomode erano due: il sesso per arrivare all’estasi divina e una donna come canale di energia. Giulia era il Verbo incarnato che avrebbe regalato la salvezza a chi l’avrebbe desiderata. La Chiesa, in assetto di guerra dopo la defezione di Martin Lutero meno di un secolo prima, non avrebbe permesso ulteriori distorsioni della sua dottrina.

La Carità carnale avrebbe rimediato alle passioni sotto le quali era preda la città di Napoli: faide, delitti e prostituzione sarebbero stati debellati dal libero amore offerto da Giulia.  Aniello creò una santa ad hoc.  La dotò di capacità profetiche, svelandole i segreti dei suoi penitenti, e la mise in contatto con le sue conoscenze altolocate che si estendevano fino al governo spagnolo, che l’avrebbero aiutata a crescere e sostenersi. La suora abbracciava, baciava e accarezzava i suoi seguaci, chiamati Figli, elargendo grazie a non finire per il suo contatto diretto con Dio. Ma fu con l’avvocato Giuseppe De Vicariis che  sarebbe passata alla creazione di vere e proprie orge in una casa in via dei Mannesi. La profana triade si era finalmente composta. I Figli arrivavano nella dimora di sera in carrozze oscurate. Giulia aveva sia donne che uomini come proseliti e non voleva che i maschi superassero il venticinquesimo anno d’età perché più facili da ingannare e adatti a soddisfare donne di ogni età. Gli “esercizi spirituali”, ovvero gli atti sessuali, erano consumati in una stanza ribattezzata Oratorio. Si univano nel segreto dell’oscurità e poi ciascuno tornava a casa sua. Il sesso era una pratica religiosa.

Giulia era diventata una santa vivente, non estranea ad altre del suo tempo tipo Orsola Benincasa e in generale alle tradizioni di Napoli, come allo stesso modo lo è la celebrazione della sessualità. La prima dea venerata fu Mater Matuta (Madre del Mattino), ritrovata in molte statuette pre-romane a Capua, poco distante dal capoluogo campano, seduta sul suo scranno con un’infinità di bambini in braccio e il simbolo del melograno, che indica fertilità. La seconda è Parthenope, che assieme alle sue sorelle non riuscì ad ammaliare Ulisse di passaggio davanti Punta Campanella, e si suicidò andandosi a scontrare con gli scogli dell’isolotto di Megaride, dove sorge ora Castel dell’Ovo. Fu ritrovata dai pescatori che la adorarono come una divinità e si dissolse dando forma al paesaggio di Napoli. La terza è Demetra (Cerere), alla quale le sirene sono collegate. Secondo Ovidio, queste erano le ancelle della figlia Persefone trasformate in creature dal corpo di uccello e testa di donna dalla dea delle messi per aver fallito nel compito di proteggere la ragazza da Ade (l’iconografia popolare gli attribuirà poi la coda di pesce). Strabone, inoltre, dice che a Sorrento ci fosse un tempio dedicato alle sirene, quindi il mito non sarebbe casuale. Il culto di Demetra è stato introdotto nella città di Parthenope da una colonia attica (Napoli è stata fondata dai greci eubei dell’isola di Calcide) . Un tempio dedicato alla dea si trovava nella via di San Gregorio Armeno che conserva un bassorilievo forse raffigurante una canefora, sacerdotessa di Cerere. Per quanto riguarda il sesso, il dio Priapo ha sempre spadroneggiato a Napoli. La festa della Madonna di Piedigrotta era in suo onore, infatti apparteneva alla divinità il tempio della Crypta Neapolitana, luogo di incontro per celebrare la sessualità libera, poi diventato santuario mariano. Le sue statue erano dipinte di rosso e i cornetti contro la malasorte sono reminescenza degli antichi amuleti a forma di fallo volante (approfondimento qui).

Eresie simili a quella di Giulia, erano già capitate in passato, come insegnano i Fratelli e le Sorelle del Libero Spirito e gli Alumbrados o Illuminati. Così come l’occhio vigile della Chiesa aveva già provveduto ad inquisire nel passato i due movimenti, così nel 1606 il frate domenicano Diodato Gentile, vescovo genovese di Caserta e commissario del Sant’Uffizio, avvisò Roma delle oscure riunioni nella casa di via dei Mannesi.

Il Sant’Uffizio ordinò al vescovo di isolare Giulia dai suo seguaci all’inizio dentro casa sua ed in seguito nel monastero di Sant’Antonio da Padova in piazza Bellini. Alla donna fu imposto il divieto di farsi scrivere o ricevere lettere, pena la scomunica. Ad Aciero fu proibito di confessare ed intimato di rimanere all’interno dei confini dello stato della Chiesa. Fu sostituito come confessore della suora dal teatino don Ludovico Antinori, consultore del Sant’Uffizio di San Paolo Maggiore. L’unico che si salvò in modo momentaneo fu De Vicariis. Giulia rimase nel monastero per tre anni, scambiando missive con Giuseppe tramite un’educanda del convento, Violante Toledo, e l’uomo riusciva anche a visitarla di persona qualche volta. Perciò, fu trasferita di nuovo in un monastero di Cerreto Sannita. La città era spaccata in due: il potere spagnolo voleva indietro Giulia, l’Inquisizione (che a Napoli non era spagnola ma del Sant’Uffizio) applicava la legge della Chiesa per coloro che si allontanavano dalla retta via. Nel frattempo cambiò commissario, Diodato Gentile aveva lasciato il posto al vescovo di Nocera dei Pagani, Stefano De Vicariis, e Giuseppe sfruttò l’identicità del cognome per spacciarsi come parente e scagionare la suora. Il vescovo si portò la donna nel convento di Nocera, in cui vi rimase per otto mesi. Provvide al suo rilascio con un documento inviato a Roma la seconda alta carica del regno dopo il viceré, il decano del Collaterale (consiglio del vicereame di Napoli) Fulvio Di Costanzo, appellandosi all’innocenza della donna. Giulia tornò in città nell’ottobre del 1610. La sua tragedia però doveva ancora iniziare.

To be continued…

Seconda Parte

 

Il sesso occasionale serve solo all’autostima

Sembra essere la moda dell’ultimo decennio. Ho fatto sesso con tizio, caio e sempronio. Il rapporto a due è noioso, bisogna uscire fuori dagli schemi, qualche scappatella, dirlo o non dirlo al partner. Facciamo i moderni, confessiamoglielo: ahi. Facciamo i fedifraghi, non riferiamoglielo: doppio ahi. Pare la cronaca isterica delle vicissitudini di varie relazioni moderne, ma in realtà è ciò che propinano i giornali cosiddetti “femminili”, nel disperato tentativo di essere all’avanguardia. Purtroppo o per fortuna, la realtà non è una sola, come la “verità”, e una pagina di carta stampata con un tipo e una tipa longilinei e freschi che si dimenano in uno spazio asettico minimal chic dal gusto statunitense (bianco, grigio e nero di solito) è solo da riciclo.

Sesso “occasionale”, lo dice la parola stessa, è attività fisica che si compie ad occasione. E mi sento di specificare che una volta basta e avanza. Perché in genere c’è un motivo per cui lo si fa con quella persona UNA volta sola. Se si è fortunati, il seguito non c’è. Se invece si è “possibilisti”, si capisce ben presto perché il fato ci stava riservando una notte o un giorno da non ripetere. Alcune volte il motivo può risiedere in una frase, altre in un atteggiamento, altre ancora in un carattere. Bello quando si “crea la situazione”, più macchinoso quando si organizza. In questo ultimo caso, non si può definire un rapporto occasionale, se perpetrato spesso con il medesimo tizio. È una sorta di stramba abitudine che assomiglia ad una relazione.

Ma qual è il motivo per cui si va con una persona? Se si è sani di mente, non sussiste alcuna ragione particolare. È istinto del momento. Vorrei tanto affermare che non è per tutti, però non posso. Dopo aver rotto il ghiaccio, anche per i più reticenti, non è niente di trascendentale. Tutti sono in grado di farlo. Molte persone in coppia si arrabbiano se scoprono il tradimento di un attimo, tuttavia, se non sussiste alcun genere di sentimento, il coinvolgimento è minimo. Pochi minuti spensierati e solitari di pura wildness.

A che serve allora? A parte scacciare via eventuali pensieri malefici o un periodo no, è utile all’autostima. Nell’after sex vi sentite energizzati ed in pace. Come se aveste esorcizzato qualcosa. Equivale ad un piccolo sfogo. Non è un caso che le divinità di diverse culture usassero il sesso con gli umani come mezzo per liberarli dalle proprie preoccupazioni. Il sesso occasionale è uno scacciapensieri. Un sentirsi fighi, un autosollevarsi. Il partner che ci sta davanti è un mezzo per raggiungere la vetta della spensieratezza.

E dato che rappresenta la libertà di fare ciò che ci pare, è demonizzato dalla società. I giornali spesso stanno dalla parte dei lettori per vendere. In Italia a tutti è successo almeno una volta (se non è così, correte ai ripari, sempre con gente che vi eccita), però al solito la donna è un puttanone e l’uomo è un leone. Pure i milioni di film americani sul tema, rivelano la natura conservatrice di questo Paese, Land of (fake) Freedom. Casual Sex, filmetto anni Ottanta sul tema, termina con un discutibile lieto fine.  E ancora Seeing Other People, No strings attached. Persino Trainwreck della stand up comedian americana Amy Schumer ritorna allo status quo. Bisogna per forza chiudere il cerchio, sistemarsi, innamorarsi e levarsi dalla “zona di caccia”.

Grazie agli dei, la vita non funziona così. E ci regala scariche di adrenalina quando meno ce lo aspettiamo!

 

 

Benvenuti nel Club del Prurito

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“E dopo lu ride, vè lu piagne” (e dopo il ridere, viene il piangere), recita, a ragione, il mio dialetto. Se siete scampati a qualsiasi tipo di malattia irritante, complimenti. Anch’io una volta, ora conosco il nemico ed ho imparato a combatterlo (forse). Sui blog di sesso in genere si parla a fiumi di tecniche di seduzione, del piacere delle attività sessuali, di pratiche inusuali, di prevenzione, ma poco spesso delle infezioni ed infiammazioni più comuni che si possono buscare dopo il sesso: candida e cistite. Ho sempre evitato la forma del diario di scuola, tuttavia è l’unico modo per raccontarvi in modo comico una serie di sfortunati eventi.

La candida mi è venuta a seguito degli antibiotici della terapia post-operatoria della ciste endometriosica e una seconda volta, credo, per via sessuale. Fa impazzire. Letteralmente. È un prurito per cui si vuole strappare la vulva e venderla al migliore offerente. Non pensate di curarla con metodi naturali. Mi è stato consigliato di tutto: bicarbonato, creme farmaceutiche più o meno forti, ovuli da inserire in vagina (orrore, no), olio dell’albero del tè (non provato), detergente intimo p.H. 5 (aiuta a stabilizzare flora batterica), fermenti lattici (10 miliardi, servono sempre), asciugamani piccoli di lino, intimo rigorosamente di cotone (il sintetico irrita). Una mia conoscente mi ha detto che ci sono persone che usano il metodo dell’aglio: immergono il bulbo nello yogurt e lo inseriscono in vagina. Mah! Il bello è che nessuno mi aveva avvertito del problema che si sarebbe presentato. Il commento del ginecologo al mio accenno sulla candida è stato: “Ah, ma è normale”. Bravo! Mi ha prescritto una medicina blanda da sciogliere nell’acqua e tanti saluti. Alla fine ho ingollato per due giorni una pillola di cui non farò il nome per non pubblicizzarla e per il fatto che non sono un medico, ma si deve prendere sotto prescrizione perché dicono rovini il fegato alla lunga (spero non ne soffriate spesso). Passato qualche giorno, la candida se ne è andata. Era trascorso quasi un mese. Meno male che ho amiche intelligenti che lavorano in ospedale. Se sospettate di averla, vi consiglio di farvi fare un tampone per verificare sia la giusta diagnosi. Non vi innervosite, l’infezione si nutre di stress.

La cistite invece mi è piombata addosso per una serie di sfortunati eventi ed il principale è questo: sono stata soggetta ad un freddo assurdo per un periodo prolungato di tempo. Stimolo di andare sempre al bagno e un mattone al basso ventre. Antipaticissima, non vi permette di percorrere consistenti distanze, a meno che non siate abituati (uso il maschile-neutro perché pure gli uomini ne possono soffrire). L’ho ignorata per una settimana, credendo fosse candida ed ho preso la stessa pillola di cui parlo sopra totalmente a caso (non lo fate). Ciò dimostra quanto in passato sia stata soggetta a questi episodi: meno che zero. Poi parlando con un’amica, che soffre di cistite, mi ha messo davanti alla realtà. Due bustine serali di antibiotico al dì, dopo quattro o cinque giorni va via. Se ovviamente non è un’infezione da escherichia coli o da altri tipi di batteri…in ogni caso un’urinocoltura toglie ogni dubbio.

Il risultato di queste disavventure è l’uscirne un po’ provati e facilmente suggestionabili. Il particolare più deludente è che a volte una visita non fa la differenza e che spesso bisogna decifrare i propri sintomi da soli ed autocurarsi, sperando di fare bene. L’unica nota positiva è che non si è sole nella lotta al prurito, una flotta di amiche e conoscenti ha già attraversato i mari dell’impazienza nervosa che queste malattie generano e può infonderci coraggio. Probabile che quando mi tornerà la candida penserò che è cistite e quando sarà cistite penserò che è candida. Un momento! Che cos’è questo strano pizzicore?