Rosso a Capodanno, rosso tutto l’anno

Quando ho iniziato a pensare a questo post, credevo che nessuno avesse tempo di fare sesso a Capodanno o che l’avesse fatto poco e male. Mi sono dovuta ricredere grazie ad un sondaggio Instagram. Alla domanda “Siete mai riusciti a farlo all’ultimo dell’anno?” hanno vinto i sì sui no. Le migliori risposte sono state: “Sì, con gente attorno nudi. Fantastico”, “Un anno da ragazzino. Ero talmente ubriaco che non ero nemmeno sicuro di averlo fatto. Me lo ha detto lei”, “Spesso. La più curiosa fu con due sorelle senza sapere che loro lo fossero e senza che loro sapessero“. Ovviamente è capitato più a coppie che single, in cene con gruppi consistenti o con più stanze a disposizione in case o strutture ricettive, più da giovanissimi che da adulti. Dietro i no ci sono vari motivi come l’imbarazzo di trovarsi in compagnia e la quantità di cibo o alcool ingollata che non consente una piacevole esecuzione della performance. Personalmente non mi è mai capitato di “consumare un amplesso” a Capodanno, a volte per mancanza di materia prima, altre per questioni logistiche. Non l’ho mai rimpianto perché non sono una persona superstiziosa (“Chi non scopa a Capodanno, non scopa tutto l’anno” o il bacio anglosassone sotto il vischio per buona fortuna) ma la maggior parte delle volte ho sempre indossato un intimo rosso.

L’intento non è mai stato per la speranza di incontrare qualcuno ma per me stessa. Il rosso non è solo un colore che richiama la seduzione e attira l’attenzione o porta fortuna come in Asia. Nei Saturnali dell’Antica Roma (dal 17 al 23 dicembre) si indossava il rosso perché colore divino che rievocava gli antichi fasti della mitica età dell’oro, dove tutti erano uguali e non avevano bisogno di lavorare. Ci si vestiva di questa tonalità per assomigliare per una volta ad un dio o ad una dea. Un’altra parola che fa rima con buona sorte nei significati del rosso, è fertilità e fecondità. L’anno muore per rinascere in un anno prospero, pieno di vita. Peccato che alla persona con cui lo facciamo, in genere non freghi molto della nostra lingerie. È più per noi che per loro. Ma il rosso attrae sempre in quanto presente nei nostri geni dall’epoca primitiva. Un paio di stivali alti di questo tono fanno girare più teste in mezzo alla folla che una persona nuda. Così accade con un intimo del genere. Riproduzione e mestruazioni. Non è un caso che le femmine della famiglia dei primati quando sono fertili, hanno la faccia di un rosso vivo per il picco raggiunto dal livello di estrogeni che fanno esplodere i vasi sanguigni.

È difficile che accada qualcosa se non la si vuole fortemente. Se ci si chiude a riccio e non si è aperti verso gli altri, a Capodanno (e in nessun’altra occasione) non ci si diverte ne si fa sesso. Se, invece, si è possibilisti, tante magie possono accadere!

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La continua attrazione tra sesso e morte

Sotto il periodo di Halloween stavo guardando Le Curiose Creazioni di Christine McConnell, una specie di sitcom Netflix dolciaria a tema horror con protagonista McConnell, performer e straordinaria pasticcera-cuoca-cucitrice, una regina del bricolage leggermente old fashioned. Sono stata colpita da quanto lei si muovesse in maniera sensuale in un contesto macabro e potenzialmente “pericoloso”. Al di là dell’artificio, ho realizzato, mentre mi bevevo avidamente i cinque episodi, che il fascino stava proprio in quello. L’essere in bilico tra la vita e la morte e danzarci sopra in modo elegante ed ironico. È il principio dell’erotismo e per questo Christine era così sexy.

The Curious Creations of Christine McConnell

Ci avete mai fatto caso che in molti film horror americani il culmine di una scena di sesso viene spesso disturbata dalla morte? Non è solo perché questo popolo è erede del puritanesimo dei loro padri fondatori. Sfruttano quell’eccitazione smodata che può portare alla distruzione su cui Freud ha scritto un intero saggio, Al di là del principio del piacere, ispirandosi al filosofo Empedocle. Questo aveva individuato due concetti cosmici che gli servivano da applicare alla biologia: philìa (amore, amicizia) e neikos (discordia, odio). I due vivono in perenne lotta tra loro, il primo unisce gli elementi (nascita), l’altro li separa (morte). Da qui il principio di eros, istinto vitale, e thánatos, istinto di distruzione e morte. Il primo è una pulsione psichica e fisica che vuole sfogare le tensioni all’interno dell’essere umano ed è sempre insoddisfatta. La ripetizione del desiderio porta alla sofferenza placata solo dalla pulsione di morte, il secondo, che riporta l’uomo ad uno stato senza pensiero. Secondo lo psicanalista, sono due opposti perennemente in lotta.

Lo stesso principio di eros è sempre stato rappresentato in maniera non positiva. Le storie che coinvolgono una passione sfrenata o un amore ardente finiscono sempre male. Molto male. Perché fuori dal matrimonio consacrato non poteva esistere nulla. Esempi famosi, Paolo e Francesca nella realtà, Romeo e Giulietta nella finzione letteraria. Il pubblico godeva di queste storie. Perché voleva una conferma della realtà che viveva. Soltanto la monotonia porta sicurezza, il resto è distrazione, pericolo e al massimo puro intrattenimento. Abbandonarsi totalmente a qualcosa per perdere la ragione è come cadere nel buco nero della morte senza fare più ritorno. Il gusto per queste storie esiste ancora tutt’oggi, soprattutto in quelle dark romance. Buffy non poteva fare l’amore con il vampiro Angel perché aveva una maledizione che l’avrebbe trasformato nel vecchio sé cattivo. Era una metafora per dire che una teenager doveva guardarsi dal fare sesso altrimenti il ragazzo o uomo l’avrebbe giudicata una poco di buono. Lo stesso motivo torna in Twilight, in cui Bella e Edward non possono copulare, altrimenti lei potrebbe morire. Non è un caso che la scrittrice sia mormone.

Buffy e Angel in Buffy The Vampire Slayer (1997)

Quando facciamo sesso a volte nella foga cerchiamo la morte nel senso di annullamento della mente. Un piacere talmente grande che dissolve l’attività cerebrale così fastidiosa nei nostri momenti animaleschi. In francese, infatti, orgasmo si chiama petite mort ed ai tempi di Shakespeare il verbo to die, morire, significava anche raggiungere l’orgasmo. Morire per poi rinascere svegli e scattanti come se avessimo bevuto un caffé o freschi e rilassati…o tristi per depressione post-coito (ahia). A volte nel sesso cerchiamo il dolore o l’apnea perché non sentiamo completamente il piacere. Più fa male, più godiamo. Un dominatore mi ha detto che diverse donne gli chiedono di stringergli il collo durante il sesso ed una volta si è spaventato perché la tizia gli stava domandando di stringere fino quasi a farsi ammazzare. Penso che in episodi del genere ci siano problemi seri. Come nel breath control o “morte erotica” nell’autoerotismo, che va sempre a finire nel peggiore dei modi (danni cerebrali o morte) e nel sesso a due è comunque consigliato non fare: spezza la libido dell’altro e ci sono accortezze da operazione chirurgica. Ayzad, esperto di sessualità estreme e sex explorer, ribadisce sull’argomento:  “Non c’è altro da dire se non che è da sempre la prima causa di morte in ambito erotico. Quando qualcosa ammazza una media di tre persone al giorno l’unico commento è semplice: non fatelo.

La morte è un tabù più grande del sesso. Non la accettiamo. La rinchiudiamo dentro posti come cimiteri o urne di cenere ma non la guardiamo mai veramente in faccia perché ci ricorda il nostro destino organico: tornare a far parte della terra. I batteri che scompongono un corpo defunto sono vivi e la materia scomposta nutre il terreno. Eppure vita e morte stanno sulla stessa linea, si rincorrono continuamente, si abbracciano e si completano. Come due amanti di cui nessuno vuole tollerare la passione. Tra le divinità antiche ce ne erano alcune che rappresentavano questa dicotomia fondamentale. Persefone vive tra due mondi, quello dell’aldilà e quello terreno, a dimostrare che vita e morte sono fortemente interconnessi. In un periodo precedente a quello classico, la madre Demetra e lei erano venerate l’una accanto all’altra: il raccolto sboccia, cresce e secca, è il ciclo vitale. Numerosi Dei aztechi sono rappresentati come scheletri perché erano simbolo di fertilità, salute e abbondanza. Nel Vodun Baron Samedi e Papa Legba (il cui veve è sul mio sterno nella foto in copertina) si assomigliano: sono molto sessuati e dediti al sesso, controllano i crocevia tra il mondo dei vivi e dei morti e resuscitano le persone. Le civiltà arcaiche e animiste sicuramente avevano un rapporto più naturale con Nostra Signora.

Non possiamo aggrapparci alla ragione con accanimento, come non possiamo vivere sempre in uno stato di costante abbandono. Quando scriviamo, disegniamo, interpretiamo, dobbiamo per forza raggiungere una catarsi, purificazione assoluta dei nostri dolori,  quindi morire, per poi rinascere. Accogliere le proprie pulsioni di morte serve a vivere più intensamente la vita. Dobbiamo guardare in faccia la morte e prenderla per ciò che è: vita. 

La Passione carnale di suor Giulia di Marco che minacciò la Chiesa del Seicento – 1a parte

“Gesù mio! Gesù mio!”, gridò estasiato Aniello nel venire all’interno di Giulia, che lo scrutava in tralice in stato di completo abbandono. L’uomo la guardava come se fosse la reincarnazione stessa della Madonna, pervaso da un fervore mistico mentre si staccava da lei. Suor Giulia di Marco frequentava da qualche mese il suo confessore della Congregazione dei Ministri degli Infermi, il camilliano Aniello Aciero, originario di Gallipoli. Si erano incontrati al capezzale di un ammalato, lui in tonaca nera e croce rossa fiammeggiante camilliana, lei nelle vesti marroni di una terziaria francescana abituata a curare ammalati e moribondi. Il religioso pugliese era rimasto folgorato dal loro primo incontro. La donna aveva lineamenti orientali, un corpo formoso e sensuale, ripresi dalla nonna, una schiava turca. Era figlia di un povero bracciante di Sepino in Molise ed alla sua morte era stata venduta dalla famiglia a un mercante ambulante. Morto anche quest’ultimo, era stata portata dalla sorella di questi a Sessa Aurunca in Campania ed aveva sposato lo staffiere di un gentiluomo che le abitava vicino casa. Una volta incinta, era stata abbandonata da costui, e grazie alla sua padrona partorì segretamente all’Ospedale dei Poveri Orfanelli della Santissima Annunziata, dando via il bambino. Deceduta pure l’anziana, prese i voti per dedicarsi alle opere buone e si diresse verso Napoli, che sarebbe stata sua gioia e rovina. Non aveva ancora trent’anni agli inizi del 1600 e le erano già successe grandi disgrazie. Questa è la storia di un’eresia che avrebbe minacciato di scuotere le fondamenta stesse dell’istituto della Chiesa. L’eresia della Carità Carnale.

Purtroppo il testo sui cui si basa il mio racconto è uno solo, quello del teatino e archivista don Valerio Pagano, redatto nella seconda metà del Seicento. Uno scritto di parte, visto che un testimone diretto dell’ordine denunciò l’eresia di Giulia e l’indagine condotta sempre dai teatini, che erano la polizia segreta della Controriforma, conferirà ulteriore lustro al loro nome. Gli atti processuali sono conservati in Vaticano ma non sono disponibili al pubblico e nel fondo manoscritti San Martino della Biblioteca Nazionale di Napoli si trova il codice 352 che contiene dettagli riguardo suor Giulia e la sua setta. Chi avrebbe mai detto che la venuta di una suora in via Forcella creasse tanto scompiglio? Eppure la sua fama sarebbe giunta fino a Betlemme. Aniello Aciero fu sicuramente il suo primo amante e seguace che ebbe la rivelazione della Carità carnale. Il camilliano era convinto di aver visto Dio in persona in Giulia nell’unione dell’amplesso. Il loro era stato sesso sacro con lo scopo di raggiungere la divinità. Un particolare che suona familiare a chi è esperto di tradizioni pagane (vedi post blog qui). Le caratteristiche scomode erano due: il sesso per arrivare all’estasi divina e una donna come canale di energia. Giulia era il Verbo incarnato che avrebbe regalato la salvezza a chi l’avrebbe desiderata. La Chiesa, in assetto di guerra dopo la defezione di Martin Lutero meno di un secolo prima, non avrebbe permesso ulteriori distorsioni della sua dottrina.

La Carità carnale avrebbe rimediato alle passioni sotto le quali era preda la città di Napoli: faide, delitti e prostituzione sarebbero stati debellati dal libero amore offerto da Giulia.  Aniello creò una santa ad hoc.  La dotò di capacità profetiche, svelandole i segreti dei suoi penitenti, e la mise in contatto con le sue conoscenze altolocate che si estendevano fino al governo spagnolo, che l’avrebbero aiutata a crescere e sostenersi. La suora abbracciava, baciava e accarezzava i suoi seguaci, chiamati Figli, elargendo grazie a non finire per il suo contatto diretto con Dio. Ma fu con l’avvocato Giuseppe De Vicariis che  sarebbe passata alla creazione di vere e proprie orge in una casa in via dei Mannesi. La profana triade si era finalmente composta. I Figli arrivavano nella dimora di sera in carrozze oscurate. Giulia aveva sia donne che uomini come proseliti e non voleva che i maschi superassero il venticinquesimo anno d’età perché più facili da ingannare e adatti a soddisfare donne di ogni età. Gli “esercizi spirituali”, ovvero gli atti sessuali, erano consumati in una stanza ribattezzata Oratorio. Si univano nel segreto dell’oscurità e poi ciascuno tornava a casa sua. Il sesso era una pratica religiosa.

Giulia era diventata una santa vivente, non estranea ad altre del suo tempo tipo Orsola Benincasa e in generale alle tradizioni di Napoli, come allo stesso modo lo è la celebrazione della sessualità. La prima dea venerata fu Mater Matuta (Madre del Mattino), ritrovata in molte statuette pre-romane a Capua, poco distante dal capoluogo campano, seduta sul suo scranno con un’infinità di bambini in braccio e il simbolo del melograno, che indica fertilità. La seconda è Parthenope, che assieme alle sue sorelle non riuscì ad ammaliare Ulisse di passaggio davanti Punta Campanella, e si suicidò andandosi a scontrare con gli scogli dell’isolotto di Megaride, dove sorge ora Castel dell’Ovo. Fu ritrovata dai pescatori che la adorarono come una divinità e si dissolse dando forma al paesaggio di Napoli. La terza è Demetra (Cerere), alla quale le sirene sono collegate. Secondo Ovidio, queste erano le ancelle della figlia Persefone trasformate in creature dal corpo di uccello e testa di donna dalla dea delle messi per aver fallito nel compito di proteggere la ragazza da Ade (l’iconografia popolare gli attribuirà poi la coda di pesce). Strabone, inoltre, dice che a Sorrento ci fosse un tempio dedicato alle sirene, quindi il mito non sarebbe casuale. Il culto di Demetra è stato introdotto nella città di Parthenope da una colonia attica (Napoli è stata fondata dai greci eubei dell’isola di Calcide) . Un tempio dedicato alla dea si trovava nella via di San Gregorio Armeno che conserva un bassorilievo forse raffigurante una canefora, sacerdotessa di Cerere. Per quanto riguarda il sesso, il dio Priapo ha sempre spadroneggiato a Napoli. La festa della Madonna di Piedigrotta era in suo onore, infatti apparteneva alla divinità il tempio della Crypta Neapolitana, luogo di incontro per celebrare la sessualità libera, poi diventato santuario mariano. Le sue statue erano dipinte di rosso e i cornetti contro la malasorte sono reminescenza degli antichi amuleti a forma di fallo volante (approfondimento qui).

Eresie simili a quella di Giulia, erano già capitate in passato, come insegnano i Fratelli e le Sorelle del Libero Spirito e gli Alumbrados o Illuminati. Così come l’occhio vigile della Chiesa aveva già provveduto ad inquisire nel passato i due movimenti, così nel 1606 il frate domenicano Diodato Gentile, vescovo genovese di Caserta e commissario del Sant’Uffizio, avvisò Roma delle oscure riunioni nella casa di via dei Mannesi.

Il Sant’Uffizio ordinò al vescovo di isolare Giulia dai suo seguaci all’inizio dentro casa sua ed in seguito nel monastero di Sant’Antonio da Padova in piazza Bellini. Alla donna fu imposto il divieto di farsi scrivere o ricevere lettere, pena la scomunica. Ad Aciero fu proibito di confessare ed intimato di rimanere all’interno dei confini dello stato della Chiesa. Fu sostituito come confessore della suora dal teatino don Ludovico Antinori, consultore del Sant’Uffizio di San Paolo Maggiore. L’unico che si salvò in modo momentaneo fu De Vicariis. Giulia rimase nel monastero per tre anni, scambiando missive con Giuseppe tramite un’educanda del convento, Violante Toledo, e l’uomo riusciva anche a visitarla di persona qualche volta. Perciò, fu trasferita di nuovo in un monastero di Cerreto Sannita. La città era spaccata in due: il potere spagnolo voleva indietro Giulia, l’Inquisizione (che a Napoli non era spagnola ma del Sant’Uffizio) applicava la legge della Chiesa per coloro che si allontanavano dalla retta via. Nel frattempo cambiò commissario, Diodato Gentile aveva lasciato il posto al vescovo di Nocera dei Pagani, Stefano De Vicariis, e Giuseppe sfruttò l’identicità del cognome per spacciarsi come parente e scagionare la suora. Il vescovo si portò la donna nel convento di Nocera, in cui vi rimase per otto mesi. Provvide al suo rilascio con un documento inviato a Roma la seconda alta carica del regno dopo il viceré, il decano del Collaterale (consiglio del vicereame di Napoli) Fulvio Di Costanzo, appellandosi all’innocenza della donna. Giulia tornò in città nell’ottobre del 1610. La sua tragedia però doveva ancora iniziare.

To be continued…

Seconda Parte

 

Il sesso occasionale serve solo all’autostima

Sembra essere la moda dell’ultimo decennio. Ho fatto sesso con tizio, caio e sempronio. Il rapporto a due è noioso, bisogna uscire fuori dagli schemi, qualche scappatella, dirlo o non dirlo al partner. Facciamo i moderni, confessiamoglielo: ahi. Facciamo i fedifraghi, non riferiamoglielo: doppio ahi. Pare la cronaca isterica delle vicissitudini di varie relazioni moderne, ma in realtà è ciò che propinano i giornali cosiddetti “femminili”, nel disperato tentativo di essere all’avanguardia. Purtroppo o per fortuna, la realtà non è una sola, come la “verità”, e una pagina di carta stampata con un tipo e una tipa longilinei e freschi che si dimenano in uno spazio asettico minimal chic dal gusto statunitense (bianco, grigio e nero di solito) è solo da riciclo.

Sesso “occasionale”, lo dice la parola stessa, è attività fisica che si compie ad occasione. E mi sento di specificare che una volta basta e avanza. Perché in genere c’è un motivo per cui lo si fa con quella persona UNA volta sola. Se si è fortunati, il seguito non c’è. Se invece si è “possibilisti”, si capisce ben presto perché il fato ci stava riservando una notte o un giorno da non ripetere. Alcune volte il motivo può risiedere in una frase, altre in un atteggiamento, altre ancora in un carattere. Bello quando si “crea la situazione”, più macchinoso quando si organizza. In questo ultimo caso, non si può definire un rapporto occasionale, se perpetrato spesso con il medesimo tizio. È una sorta di stramba abitudine che assomiglia ad una relazione.

Ma qual è il motivo per cui si va con una persona? Se si è sani di mente, non sussiste alcuna ragione particolare. È istinto del momento. Vorrei tanto affermare che non è per tutti, però non posso. Dopo aver rotto il ghiaccio, anche per i più reticenti, non è niente di trascendentale. Tutti sono in grado di farlo. Molte persone in coppia si arrabbiano se scoprono il tradimento di un attimo, tuttavia, se non sussiste alcun genere di sentimento, il coinvolgimento è minimo. Pochi minuti spensierati e solitari di pura wildness.

A che serve allora? A parte scacciare via eventuali pensieri malefici o un periodo no, è utile all’autostima. Nell’after sex vi sentite energizzati ed in pace. Come se aveste esorcizzato qualcosa. Equivale ad un piccolo sfogo. Non è un caso che le divinità di diverse culture usassero il sesso con gli umani come mezzo per liberarli dalle proprie preoccupazioni. Il sesso occasionale è uno scacciapensieri. Un sentirsi fighi, un autosollevarsi. Il partner che ci sta davanti è un mezzo per raggiungere la vetta della spensieratezza.

E dato che rappresenta la libertà di fare ciò che ci pare, è demonizzato dalla società. I giornali spesso stanno dalla parte dei lettori per vendere. In Italia a tutti è successo almeno una volta (se non è così, correte ai ripari, sempre con gente che vi eccita), però al solito la donna è un puttanone e l’uomo è un leone. Pure i milioni di film americani sul tema, rivelano la natura conservatrice di questo Paese, Land of (fake) Freedom. Casual Sex, filmetto anni Ottanta sul tema, termina con un discutibile lieto fine.  E ancora Seeing Other People, No strings attached. Persino Trainwreck della stand up comedian americana Amy Schumer ritorna allo status quo. Bisogna per forza chiudere il cerchio, sistemarsi, innamorarsi e levarsi dalla “zona di caccia”.

Grazie agli dei, la vita non funziona così. E ci regala scariche di adrenalina quando meno ce lo aspettiamo!

 

 

Benvenuti nel Club del Prurito

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“E dopo lu ride, vè lu piagne” (e dopo il ridere, viene il piangere), recita, a ragione, il mio dialetto. Se siete scampati a qualsiasi tipo di malattia irritante, complimenti. Anch’io una volta, ora conosco il nemico ed ho imparato a combatterlo (forse). Sui blog di sesso in genere si parla a fiumi di tecniche di seduzione, del piacere delle attività sessuali, di pratiche inusuali, di prevenzione, ma poco spesso delle infezioni ed infiammazioni più comuni che si possono buscare dopo il sesso: candida e cistite. Ho sempre evitato la forma del diario di scuola, tuttavia è l’unico modo per raccontarvi in modo comico una serie di sfortunati eventi.

La candida mi è venuta a seguito degli antibiotici della terapia post-operatoria della ciste endometriosica e una seconda volta, credo, per via sessuale. Fa impazzire. Letteralmente. È un prurito per cui si vuole strappare la vulva e venderla al migliore offerente. Non pensate di curarla con metodi naturali. Mi è stato consigliato di tutto: bicarbonato, creme farmaceutiche più o meno forti, ovuli da inserire in vagina (orrore, no), olio dell’albero del tè (non provato), detergente intimo p.H. 5 (aiuta a stabilizzare flora batterica), fermenti lattici (10 miliardi, servono sempre), asciugamani piccoli di lino, intimo rigorosamente di cotone (il sintetico irrita). Una mia conoscente mi ha detto che ci sono persone che usano il metodo dell’aglio: immergono il bulbo nello yogurt e lo inseriscono in vagina. Mah! Il bello è che nessuno mi aveva avvertito del problema che si sarebbe presentato. Il commento del ginecologo al mio accenno sulla candida è stato: “Ah, ma è normale”. Bravo! Mi ha prescritto una medicina blanda da sciogliere nell’acqua e tanti saluti. Alla fine ho ingollato per due giorni una pillola di cui non farò il nome per non pubblicizzarla e per il fatto che non sono un medico, ma si deve prendere sotto prescrizione perché dicono rovini il fegato alla lunga (spero non ne soffriate spesso). Passato qualche giorno, la candida se ne è andata. Era trascorso quasi un mese. Meno male che ho amiche intelligenti che lavorano in ospedale. Se sospettate di averla, vi consiglio di farvi fare un tampone per verificare sia la giusta diagnosi. Non vi innervosite, l’infezione si nutre di stress.

La cistite invece mi è piombata addosso per una serie di sfortunati eventi ed il principale è questo: sono stata soggetta ad un freddo assurdo per un periodo prolungato di tempo. Stimolo di andare sempre al bagno e un mattone al basso ventre. Antipaticissima, non vi permette di percorrere consistenti distanze, a meno che non siate abituati (uso il maschile-neutro perché pure gli uomini ne possono soffrire). L’ho ignorata per una settimana, credendo fosse candida ed ho preso la stessa pillola di cui parlo sopra totalmente a caso (non lo fate). Ciò dimostra quanto in passato sia stata soggetta a questi episodi: meno che zero. Poi parlando con un’amica, che soffre di cistite, mi ha messo davanti alla realtà. Due bustine serali di antibiotico al dì, dopo quattro o cinque giorni va via. Se ovviamente non è un’infezione da escherichia coli o da altri tipi di batteri…in ogni caso un’urinocoltura toglie ogni dubbio.

Il risultato di queste disavventure è l’uscirne un po’ provati e facilmente suggestionabili. Il particolare più deludente è che a volte una visita non fa la differenza e che spesso bisogna decifrare i propri sintomi da soli ed autocurarsi, sperando di fare bene. L’unica nota positiva è che non si è sole nella lotta al prurito, una flotta di amiche e conoscenti ha già attraversato i mari dell’impazienza nervosa che queste malattie generano e può infonderci coraggio. Probabile che quando mi tornerà la candida penserò che è cistite e quando sarà cistite penserò che è candida. Un momento! Che cos’è questo strano pizzicore?

Oltre le Sfumature e l’ignoranza: il sano benessere del BDSM secondo Ayzad

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Ayzad

 Ho conosciuto il lavoro di Ayzad un anno e un mese fa su Wired, in un articolo sulla breve durata delle relazioni estreme. Sono sempre stata incuriosita dal mondo BDSM ed i suoi meccanismi (nello specifico, post Giochi di Ruolo). Il primo incontro con quest’arte sessuale l’ho avuto all’università con il tomo di Valerie Steele Fetish: Fashion, Sex and Power, che evidenzia la stretta connessione tra moda e feticismo, essendo la prima già in sé una fantasia estrema. Tuttavia, solo con il libro I love BDSM di Ayzad sono riuscita ad umanizzare le pratiche sessuali riunite sotto questo acronimo.

Ayzad è giornalista, scrittore ed esperto di sessualità alternative, che pratica il BDSM da trent’anni. Qualcuno direbbe che è una sorta di Mr. Grey italiano ma mi permetto di dissentire. A differenza del ricco belloccio appassionato di fruste, è un uomo sano senza traumi freudiani a giustificazione delle sue “abitudini” sessuali. Si è avventurato nel BDSM per curiosità e divertimento, non di certo per noia e desiderio di dominazione.

Come hai scoperto il BDSM?

Il primo contatto col BDSM vero e proprio l’ho avuto a 18 anni, scoprendolo prima attraverso le poche riviste a tema che circolavano in Italia a quei tempi, e subito dopo visitando un club per appassionati dove mi sono potuto rendere conto che la cultura dell’eros estremo fosse ben diversa dalle rappresentazioni violente e malsane che ne davano i media.
Se invece ci riferiamo alle prime intuizioni che ci fosse qualcosa di interessante nel legare belle ragazze e far loro di tutto, dobbiamo tornare a molti anni prima, quando, fra una caccia al dinosauro e l’altra, noi bambini ci rilassavamo guardando in televisione Le avventure di Penelope Pitstop , un cartone animato dello stesso studio dell’Orso Yogi che era inesplicabilmente strapieno di scene di bondage. Comunque, a conti fatti, sto continuando a studiare e scoprire il BDSM tutti i giorni.

Lo pratichi da trent’anni in un paese come l’Italia in cui è arduo vivere liberamente la propria sessualità. A che tipo di difficoltà sei andato incontro?

La causa comune di ogni difficoltà è l’ignoranza, che travisa un’arte, intensa finché vuoi ma basata sul rispetto reciproco e la sicurezza, in un’aberrazione inaccettabile. Capita allora di incontrare persone che si rifiutano di studiare e comprendere il BDSM e lo praticano in modo malsano, altre piene di pregiudizi che si arrogano il diritto di giudicare la vita privata altrui e di “punirla”, ma anche individui folli o che sfruttano in malafede questa ignoranza per proprio tornaconto.
Sul mio sito trovi per esempio tutta la documentazione di una gogna mediatica che ho patito per mesi semplicemente perché avevo accettato l’invito di un’università a tenere una conferenza sul tema. La cosa è finita in nulla quando il paladino cattolico più livoroso nei miei confronti è stato (ri)arrestato per prostituzione minorile gay e il Parlamento ha respinto l’interrogazione con cui un senatore, noto per cercare periodicamente di rifondare il partito fascista, aveva proposto di vietarmi la parola nelle istituzioni scolastiche.

Stai percependo negli ultimi anni un cambio d’atteggiamento verso le pratiche sessuali alternative e il modo di relazionarsi con esse?

Assolutamente sì. Se l’ostacolo è costituito dall’ignoranza, col cambio di secolo la facilità di informazione e di socializzazione consentita da Internet ha trasformato radicalmente il panorama dell’eros in generale. È triste che l’educazione alla sessualità venga più dal porno online che dalla scuola o dalle famiglie, ma si tratta comunque di un enorme passo avanti rispetto a quando non c’era nemmeno quella. L’effetto di questo cambiamento si percepisce chiaramente vedendo l’approccio molto più sereno alla sessualità delle nuove generazioni, che per esempio non si fanno alcun problema a partecipare anche a eventi dedicati come Sadistique, dove oltre a giocare, esibirsi e conoscere nuovi partner si approfitta dell’occasione per imparare e confrontarsi sul piano intellettuale. Peccato che esista anche l’opposto, cioè individui gretti che usano Internet solo per confermare e alimentare la propria misoginia e l’odio per le minoranze. Fenomeni come il berluscon-trumpismo, il femminicidio e i cosiddetti “stupri virtuali” sono un’espressione della loro refrattarietà nei confronti di cultura ed empatia. Per fortuna, le persone sane sono in maggioranza.

Ti celi dietro un nome d’arte. È normale nel BDSM averne uno o ci sono alcuni che mantengono il proprio nome e cognome? Non ti sembra una contraddizione in termini essere riconosciuto a livello nazionale come un’autorità in sesso estremo, quindi disinibito, e nasconderti dietro a un nome fittizio?

Il nom de plume ha diversi motivi, dalla banalità di quello anagrafico al desiderio di garantire un po’ di privacy alla mia famiglia e alle persone che mi sono vicine: tutto sommato non faccio che seguire l’esempio di Sting, Madonna o Zerocalcare.
Ciascuno di noi vive quotidianamente tante identità e tante maschere, a seconda della situazione in cui si trova. A pensarci bene, potersi scegliere il nome da dare alla propria identità erotica è anche un privilegio, no?

Nel tuo libro si parla subito di tenerezza e amore come elementi quasi imprescindibili di quest’arte sessuale, per questo è fondamentale, se già lo si ha, chiedere prima al proprio partner se non gli dispiaccia addentrarsi in questa avventura. Hai trovato l’amore col BDSM o l’hai ritrovato?

L’ho trovato incontrando le mie compagne di vita e lo ritrovo ogni volta che ci concediamo il lusso di donarci reciprocamente, mettendo a nudo le nostre anime più sincere. In onestà, trovo inconcepibile vivere incontri così profondi e non innamorarsi di chi ti affidi letteralmente la propria vita, o di chi si prenda la responsabilità di dirigere ogni tua sensazione ed emozione.

Illustra le regole basilari per non farsi male.

Restare coi piedi per terra; ricordare sempre che il partner è una persona e non un oggetto per i nostri piaceri; studiare prima di passare alla pratica. Probabilmente avrai sentito parlare di SSC, acronimo che sta per “sano, sicuro, consensuale” – sono principi che non sarebbe male seguire anche fuori dalla camera da letto, ma quando si parla di attività per definizione estreme è ovvio che preparazione e buon senso diventino indispensabili.

Qual è la pratica amata sin da subito dai neofiti del BDSM?

Non saprei risponderti. Il bello dell’eros estremo è che racchiude infinite interpretazioni, pratiche, varianti: ciascuno di noi è diverso ed è normale che sia attratto da pratiche differenti, che altrettanto normalmente cambiano col tempo, le situazioni e i partner con cui si condividono.
In compenso posso dirti quale sia l’aspetto più apprezzato da chi il BDSM lo conosce a fondo: è la serenità derivante dal lasciarsi alle spalle mille ipocrisie, atteggiamenti e pensieri che si pensavano imposti dalla società, ma che alla fine si rivelano essere solo fardelli personali del tutto superflui.

Hai scritto un libro noir sull’argomento, Peccati Originali, nel quale ci scappava il morto per una pratica estrema finita male. Qual è l’incidente più clamoroso che è accaduto nella storia di quest’arte sessuale?

Sfogliando i giornali capita con una certa frequenza di incontrare notizie tragiche legate a “giochini strani”, ma leggendo meglio ci si accorge sempre che non si tratta di BDSM, bensì di persone che agiscono in maniera improvvisata, imitando i video porno visti online o senza una vera preparazione. Se si guarda la cosa da un punto di vista statistico e si considera che il 10% della popolazione ama l’eros di dominazione e sottomissione, ci si rende conto che rispetto al totale dei giochi fatti le sciagure che arrivano in cronaca siano un numero così irrisorio da essere la dimostrazione stessa di quanto sia efficace la cultura di sicurezza e rispetto promossa dai praticanti di BDSM.
Se vogliamo abbandonarci alla morbosità, comunque, la pratica sessuale più pericolosa in assoluto non fa nemmeno parte del BDSM ed è il breath control, l’asfissia autoerotica, che ammazza una media di tre persone ogni giorno in tutto il mondo.

Di mestiere fai anche il personal coach, sai riconoscere a primo impatto dominatore e sottomesso?

Per quello non serve essere un coach. Dopo un po’ che si frequenta l’ambiente di chi pratica BDSM, si impara a riconoscere quasi istintivamente le preferenze altrui. La cosa più divertente e utile è identificare le diverse inclinazioni fuori da quell’ambiente.

Che tipo di richieste di consulenza ricevi dalle aziende che affrontano il mercato delle sessualità alternative?

Si va da consulenze di marketing (il BDSM è molto usato in pubblicità, anche in modi molto sottili) a studi di prodotti, dalla creazione di eventi e ambienti a tema a necessità davvero molto particolari. La maggior parte delle richieste tuttavia arriva ancora da parte di chi è convinto che “quelli che fanno le robe strane” siano un ingenuo mercato di polli da spennare, e finisce col ritirarsi con la coda fra le gambe quando capisce che si tratti invece di persone abituate a esercitare un bello spirito critico.

Secondo te, moda, fetish e BDSM sono spesso strettamente collegati per il concetto di costrizione e travestimento che hanno alla base?

I primi due senz’altro: a conti fatti, il fetish non è altro che “la moda” quando sensualità e seduzione vengono spinti ai massimi livelli. Nel BDSM i giochi di ruolo e i loro abbigliamenti costituiscono invece più uno strumento che aiuta a lasciarsi alle spalle le proprie identità quotidiane, permettendo così di immergersi nello spirito erotico senza trascinarsi dietro inibizioni, preoccupazioni e magagne varie.

Perché c’è un’ampia diffusione di moda fetish e pratiche BDSM nel Regno Unito?

In effetti a partire dagli anni Novanta il Regno Unito si è affermato come la patria del genere fetish, con la presenza di parecchi stilisti e negozi di fama mondiale concentrati soprattutto a Londra, dove addirittura Holloway Road era soprannominata da tutti “Fetish Street”. La base è stata posta dalla leggendaria repressione sessuale degli inglesi, sublimata fin dal tardo Settecento nella fissazione per la disciplina corporale, che non a caso nel resto del mondo era chiamata “vizio inglese”. Se pensiamo che nelle scuole britanniche le bacchettate hanno cominciato a essere vietate solo a partire dal 1987 (e dal 2003 in certi territori), è facile intuire quanto radicato sia un certo immaginario nella cultura locale. Questo ha generato una richiesta di dominatrici professioniste, che praticando un’attività legalizzata si facevano aperta pubblicità. Quando ancora esistevano le cabine telefoniche, per esempio, era normale trovarle tappezzate di tart cards, cioè volantini che facevano a gara per attrarre l’attenzione dei potenziali clienti. Il modo migliore per spiccare era mostrarsi addobbate con look spettacolari, quindi alcuni artigiani si erano specializzati fin dagli anni Sessanta nel creare abiti che oggi chiameremmo fetish. Dove ci sono abiti, ci sono anche i relativi appassionati, così a Londra sono nate anche diverse riviste rivolte a quel pubblico, ottime per permettere alle suddette signore e ai suddetti artigiani di farsi pubblicità. Le pubblicazioni impiegavano fotografi che hanno contaminato con i loro scatti il mondo delle gallerie d’arte; questo immaginario culturale è tracimato nella scena del clubbing con organizzazioni colossali quali Torture Garden. Chi andava nei locali voleva vestirsi in quel modo, quindi sono nate le boutique fetish. E così via. È stato un vortice che si è autoalimentato per parecchio tempo. Adesso il fenomeno è un po’ in calo.

L’aspetto più interessante è come tutto ciò abbia contribuito a favorire l’apertura mentale della popolazione nei confronti delle sessualità alternative. In fondo è stato in gran parte effetto di una legislazione senza ipocrisie nei confronti della prostituzione, che ha generato un indotto commerciale tale da farci ritrovare qui a parlarne ancora oggi. Chissà cosa sarebbe successo se anche la leggendaria moda italiana si fosse potuta permettere di esplorare certe direzioni.

Da giornalista ti devo chiedere perché ti autodefinisci “giornalista pentito”?

Vivo da sempre di scrittura e per moltissimo tempo ho amato le redazioni. Una dozzina d’anni fa però la professione di giornalista si è rapidamente svalutata: la ricerca e l’analisi delle notizie è pressoché sparita a vantaggio del rigurgitare comunicati stampa che fanno solo l’interesse dell’azienda o del politicante di turno. Più recentemente si è inoltre affermato il fenomeno del clickbaiting e delle “notizie” concepite esclusivamente per creare ansia, odio o paure con cui tenere avvinto il pubblico, privi di alcun riguardo per il suo benessere. 
Se ci aggiungiamo pure le condizioni economiche vergognose alle quali sono assoggettati i cosiddetti “creatori di contenuti”, puoi capire perché abbia avuto un riflusso di amor proprio, buttato il tesserino e preferito dedicare il mio tempo a produrre qualcosa che faccia invece star bene la gente, o per lo meno la diverta. Le migliaia di email ricevute in questi anni da chi ha tratto beneficio dai miei lavori suggeriscono che abbia fatto la scelta giusta…

Molte ragazze ma soprattutto donne adulte inesperte andranno a vedere 50 Sfumature di Nero a San Valentino. Hai qualche consiglio da dispensare per una corretta visione di una storia dove il BDSM “praticatovi” è pura fantasia?

Lo stesso consiglio che do a chi guarda porno ed altri tipi di spettacoli: se ti piace questa fantasia goditela, ma ricorda anche che si tratta di fiction. Nella vita reale a guidare come Vin Diesel si finisce dal carrozziere con un conto chilometrico, sposarsi una persona che ti ama dà molta più soddisfazione che sbavare dietro alle star del cinema. Per divertirsi col BDSM non servono attici ed elicotteri, ma solo un approccio sano alla cosa, che si può apprendere anche da un libro.

E poi dai… come si fa a provare del desiderio per una bietola sociopatica come il sig. Grey?

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Stuzzicarsi: Il sesso sta nel trucco

Marilyn Monroe in Theda Bara, Richard Avedon, 1958

“The most beautiful make-up for a woman is passion.” – Yves Saint-Laurent

Il sesso è un ottimo cosmetico naturale. Sicuramente almeno una volta dopo averlo fatto siete entrate in bagno, vi siete guardate allo specchio e vi siete sembrate belle e sane. Gli occhi sono luminosi, le guance imporporate, le labbra piene o arrossate. Sicuramene il sesso riattiva la circolazione sanguigna e linfatica. Ma non si può essere sempre splendidi in salute e soprattutto non si può pretendere di fare l’amore ogni volta che dobbiamo uscire. Il rimedio migliore è il trucco. Nasconde ogni amenità che abbiamo e che crediamo di avere, aiutando a valorizzare i nostri punti di forza.

“Sì, ma agli uomini non frega nulla, noi ci trucchiamo per noi stesse.” Se all’uomo non fregasse nulla dell’apparenza, non noterebbe le donne agghindate nei locali. Tutte andremo naturali, in pigiama e scarpe basse. Stesso assioma per il genere femminile. Alla donna importa essere al meglio, almeno una volta o due nella vita. Etero, lesbiche o bisex. Il motivo generale è voler migliorare il proprio aspetto, quindi il sembrare in salute. I preparati per cosmetici fatti in casa tramandati di generazione in generazione servivano ad eliminare le imperfezioni, accrescere il colore e a rimuovere eventuali tracce di vaiolo. Un motivo universale all’origine addirittura della cosmetica egizia. Gli antichi egiziani non si delineavano gli occhi di kohl, si spalmavano unguenti e indossavano parrucche solo a scopi decorativi e rituali. Il kohl era per combattere le malattie agli occhi e il rasarsi la testa sostituendo i propri capelli con una corolla di nera chioma finta era per prevenire i pidocchi. Al contrario, però, le materie prime usate potevano rivelarsi nocive per la salute. Il rossetto rosso che indicava l’alto rango di una persona, era composto da alghe, iodio e bromo, questi metalli erano talmente letali, che un bacio era chiamato “bacio della morte”. Una faccia dipinta di bianco nell’antica Roma era indice di donna benestante e seducente ma gli ingredienti della maschera di bellezza erano nocivi: piombo bianco e gesso.

Ci scrutiamo allo specchio e ci sentiamo meglio. E’ un potente mezzo di autostima. Ci trasformiamo in una persona leggermente diversa da quella che siamo. Si avvicina alla potenza di una maschera. La tendenza è aumentare qualcosa che già c’è. Occhi e labbra sono i fari di punta di un viso. Li sottolineamo con linee e tonalità per farli diventare enormi. Secondo Paul Ekman, uno dei più grandi psicologi studiosi di espressioni facciali ed emotive, ci trucchiamo provocanti cerchiandoci il contorno occhi di nero “perchè nell’ultimo stadio dell’incontro sessuale, un momento o due prima dell’orgasmo, uno dei muscoli che tiene le palpebre superiori su, si rilassa e gli occhi iniziano ad abbassarsi.” In inglese infatti lo “sguardo provocante, seducente” è chiamato “bedroom eyes”, che indica delle palpebre calate a metà. Il rossetto rosso rievoca le labbra ingrossate dall’affluire del sangue quando si è eccitati. Il fard richiama le guance arrossate. Nel regno animale, le femmine segnalano l’essere sessualmente disponibili e la qualità sessuale attraverso segnali fisici. Il make-up ha la stessa funzione nel genere umano. Avverte gli altri che una donna è giovane, fertile e appetibile. E’ per questo che gli uomini, volenti o nolenti, riconoscono questo tipo di segnale e ne sono attratti come mosche.

Al di là dei vari studi, come nel caso della lingerie, lo scopo principale del make-up è sedurre se stesse allo specchio, eccitarsi rendendosi eccitanti, ostentare sicurezza. Distinguersi per essere notate tra le tante. Il trucco infonde un’illusione utile di autostima al quale non possiamo e non dobbiamo rinunciare.