L’enigma del peccato nascosto di Lewis Carroll

Charles Dodgson, in arte Lewis Carroll, nacque il 27 gennaio del 1832 a Daresbury nel Cheshire, nord-ovest dell’Inghilterra. Era un ragazzo intelligente e affascinante, sul quale la sua famiglia, composta da altri dieci fratelli e sorelle, nutriva grandi aspettative. Diventò docente di matematica a contratto ad Oxford, nel college di Christ Church. Nel 1856 arrivò il nuovo dean (una sorta di preside) Henry George Liddell che si trasferì assieme alla moglie e ai figli. Fin da subito Charles si legò molto ai Liddell, soprattutto alla consorte di Henry, Lorina Hannah, ed ai suoi bambini. Era graditissimo ospite nella deanery, era invitato a cena e a serate musicali. Usava i suoi famigliari come soggetti per la sua recente passione, la fotografia, incoraggiato dalla stessa Lorina che gli propose le figlie come modelle. Era una donna bella, schietta e sincera e aveva un marito di quindici anni più vecchio sempre molto impegnato. Era logico che cercasse la compagnia di una persona vivace come Dodgson. La casa dei Liddell si trasformò nel suo studio fotografico ma la madre di Lorina, la signora Reeve, lo prese in antipatia perché considerava sconveniente la sua assidua frequentazione della casa. Iniziarono a girare voci sul fatto che passasse troppo tempo con i Liddell e che le sue simpatie fossero dirette alla governante Mary Prickett (a cui si dice si sia ispirato per il personaggio della Regina di Cuori) . Ed esistevano anche dei pettegolezzi su lui e Lorina, e lui e Lorina Charlotte (soprannominata Ina), la figlia.

Dopo due anni di report della relazione coi Liddell nei suoi diari, esiste un lasso di tempo di quattro anni in cui non scrisse. Fu il passaggio dalla gioventù spensierata all’età adulta. Negli anni Sessanta pubblicò le sue prime ed ultime poesie erotiche. È impossibile sapere se questi scritti rispecchino la realtà di ciò che gli accadde nel periodo di latitanza. I componimenti parlano di un uomo che si innamora di una donna perfetta, di amanti che si dichiarano amore eterno ma si debbono separare, di un uomo senza speranza che prova un forte desiderio per una donna irraggiungibile, di un amore negato che non riesce a riprendersi, e di un uomo che sta pensando di andarsene dal luogo dove vive e lavora perché gli ricorda il suo fallimento. Una delle sue poesie meglio riuscite è Stolen Waters (Sorsi Rubati), in cui Charles descrive l’incontro folgorante con una donna alta e bionda che lo fa deviare dal sentiero attraendolo in un luogo ricco di fiori rigogliosi e frutta matura e invitandolo a bere insieme a lei. Lui beve il succo e viene inondato da una sensazione di fuoco nel cervello. Fa sesso con la donna ma quando rinsavisce si accorge che fiori e frutti marciscono attorno a lui. Fugge ma la donna lo segue sempre perché a lei ha lasciato il proprio cuore e porta con sé quello di lei. Quest’ultimo, però, è un cuore di pietra che lo fa sentire esiliato dalla bontà del mondo. Mentre erra per una terra desolata, una voce gli indica la strada della redenzione: “Sii come un bimbo, affinché tu possa gioire di ogni respiro“. L’unico modo di fare ammenda è riscoprire l’innocenza perduta. Simbolismo o realtà? Non lo sapremo mai. Negli stessi anni di composizione dei poemi inizia a menzionare nei suoi diari un grande peccato ignoto.

Un’altra leggenda è che fosse legato ad Alice in modo sentimentale e sessuale. Chi contribuì ad alimentare il sacro fuoco di questo mito fu suo nipote, Stewart Dodgson Collingwood, il primo a scrivere una biografia su di lui (e a far sparire documenti), la poetessa e critica letteraria Florence Becker Lennon, dell’insegnante e scrittore scozzese Alexander Taylor. Collingwood speculò sulla relazione dello zio con la bambina, Lennon suggerì che fosse un rapporto romantico vicina ad una passione sessuale, e Taylor affermò che non ci fosse dubbio sull’amore di Dodgson per lei. Nei diari non ci sono indizi a riguardo. Sono sbucate solo due “prove” molto contestabili. Una voce di corridoio dei tardi anni Settanta, quando Alice era ormai ventiseienne ed adulta, in una frase canzonatoria in una lettera privata di Lord Salisbury che suggeriva che Charles avesse chiesto di recente la mano di Alice, fosse stato rifiutato e “uscito di testa”. L’altra è più criptica. In un’annotazione di diario del 17 ottobre 1866 si legge: “Sabato zio S. ha cenato con me e domenica ho cenato con lui al Randolph e in ognuna delle due occasioni abbiamo parlato un bel po’ di Wilfred e di A.L. – è un argomento molto delicato”. Wilfred era il fratello squattrinato di Charles che corteggiava una ragazza di quindici anni di meno di nome Alice Donkin. La L potrebbe essere un lapsus. Che c’entrava con Alice Liddell? Se fossero state due cose distinte, Charles avrebbe usato le parole “due argomenti delicati”.

Veri o meno i pettegolezzi, e non si sa se a causa di questo peccato per cui Charles riteneva di dover fare penitenza, smise nel 1863 per sei mesi di fare visita ai Liddell e si tenne distante da loro in pubblico. Ci riallacciò brevemente i rapporti tra dicembre e gennaio 1864, che poi precipitarono per questioni politiche interne al college di Christ Church. Nel breve periodo in cui si rifrequentò con loro, il suo diario era pieno di osservazioni come “Dio aiutami ad emendare la mia vita, in nome di Gesù Cristo”, “le mie prediche non siano una beffa solenne, dato che le mie parole istigano gli altri a fare buone azioni mentre io per primo sono un reietto”. La sua relazione con loro non cessò definitivamente ma furono mantenuti rapporti formali. Un anno dopo la spaccatura con i Liddell Charles scriverà la sua ultima poesia d’amore, The Valley of the Shadow of Death, che racconta di un uomo che ha finalmente imparato a lasciarsi alle spalle i propri peccati.

L’altra metà della sua vita fu caratterizzata da un turbinio di donne eclettiche ed intelligenti di cui amava circondarsi. Parlava apertamente di sessualità e si discostava dall’atteggiamento pruriginoso della sua epoca nei confronti di tale argomento. Non si sposò mai e si autodefinì un “vecchio scapolone dal cuore spezzato”. Scrisse poesie sulla nostalgia per ciò che era stato e non poteva tornare più. Nell’ultimo periodo della sua vita fu ossessionato dalla morte, convinto che fosse vicina. Morì il 14 gennaio 1898 di polmonite, portando il suo segreto per sempre con sé. Lorina proibì al biografo di suo marito (morto quattro giorni dopo Charles) di citare il nome di Dodgson, si spense nel 1909.

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La leggenda di Lewis Carroll pedofilo è una fake news

“Charles te ne devi andare”, la donna in piedi di fronte a lui lo scrutava con severità tanto da farlo sentire piccolo nella poltrona che aveva accolto molte volte le sue letture. “Cosa succede, Ina? “, si alzò afferrandole le mani impaurito. Lorina Hannah Liddell si scostò senza guardarlo come se stesse per compiere un qualcosa di odioso ai suoi occhi. “Girano voci”, gli riferì, “Su di noi?”, la incalzò. “No, sul fatto che usi i miei figli per corteggiare la governante e che tenti di fare la corte anche ad Ina”. Charles Dodgson abbozzò un sorriso per quanto fossero assurde quelle dicerie ma poi ritornò serio per il viso accigliato di Lorina. “Se Henry lo scopre…”. “Non scoprirà mai niente, te lo prometto”, la rassicurò stringendole piano una spalla. Lei annuì e si scostò congiungendo le mani davanti a lei. “Devi stare lontano da noi per un periodo, almeno finché le voci non si saranno calmate”. L’uomo la squadrò perplesso come se non fosse preparato a questa risoluzione. Sospirò e chinò la testa per un attimo come per assimilare la notizia. “Sia”, acconsentì ed uscì dalla stanza per prendere il suo soprabito.

Lewis Carroll, al secolo Charles Dodgson, è uno dei personaggi più misteriosi della letteratura inglese dopo Shakespeare. Sulla sua vita privata ricade un vero e proprio giallo, in parte risolto in tempi recenti con il ritrovamento di un riassunto di una pagina mancante di un suo diario. I discendenti della sua famiglia hanno fatto sparire cinque anni e mezzo dei suoi taccuini grigi. Karoline Leach, attrice, autrice e regista teatrale, mentre conduceva delle ricerche per una sceneggiatura, ritrovò nel 1996 nell’archivio Dodgson un documento indicato in catalogo come “Pagine di Diario Tagliate”. Attorno a queste, dopo la sua morte, si erano scatenate delle vere e proprie leggende, la più diffusa delle quali era quella che parlassero della sua relazione proibita con Alice Liddell, protagonista di Alice nel Paese delle Meraviglie. Tuttavia, il riassunto della pagina del 27 giugno 1863, redatto probabilmente da una delle nipoti di Charles, descrive una giornata in cui Alice è scorbutica per essersi fatta male alla gamba e riporta la seguente frase: “L.C. (Lewis Carroll) viene a conoscenza dalla signora Liddell che si dice in giro che lui usa i bambini come strumento per fare la corte alla governante e anche che [illeggibile] farebbe la corte a Ina”.

Carroll? Quello stesso Carroll che è stato tacciato più volte nella storia di smaccata pedofilia impugnando come evidenza le sue foto a bambine lascive dai volti inquietanti? Ebbene sì, l’uomo di famiglia ecclesiastica che non si fece mai prete, era uno scapolo amante delle donne. Di tutte quelle in età da marito per la legge dell’epoca, quindi dai sedici anni in su. Charles aveva ricci castani, occhi azzurri, un volto trasognato che piaceva al sesso femminile, gli unici suoi difetti erano la sordità dell’orecchio destro per una pertosse avuta da piccolo e il balbettio. Si accompagnava sia con donne sposate che single, che era consono chiamare “child-friends” (piccole amiche). Circolavano pettegolezzi sulle sue frequentazioni mature, dato che in genere usciva con artiste o donne occupate. I problemi riguardo alla veridicità del racconto della sua vita sono stati innescati dalla sua famiglia, fortemente conservatrice, che dopo la sua morte distrusse molte carte private e si rifiutò fino alla metà del ventesimo secolo (settant’anni dopo la sua morte nel 1898) di rendere pubblici i documenti che lo riguardavano. Due biografi in particolare misero alla berlina la sua reputazione. Langford Reed, sceneggiatore e umorista, disse che le sue amicizie con le bambine finivano in fase prepuberale, e Anthony Goldschimdt insinuò l’idea moderna che fosse sessualmente deviato e represso.

Il Novecento influenzato dall’invenzione della psicanalisi trasformò la sua predilezione per i bambini in pedofilia scordando l’epoca in cui era vissuto. L’epoca vittoriana adorava l’innocenza dell’infanzia. Il Bambino era un’invenzione del sentimentalismo vittoriano che riteneva l’amore per la compagnia dei bimbi sinonimo di integrità morale. La rappresentazione di bambine nude non era un’espressione pornografica ma un’immagine artistica popolare e comunemente accettata come gli angioletti nudi nei dipinti. La bambina senza veli era asessuata perché raffigurava la purezza così disperatamente cercata dalla borghesia. Il concetto di pedofilia e di “zio cattivo” sarebbe stato coniato relativamente più tardi da Krafft-Ebing negli anni Ottanta dell’Ottocento. Dopo la morte del padre, nel 1868, Charles cercò rifugio nell’immaginario fanciullesco in segno di redenzione per uno strappo che non era mai riuscito a ricucire col genitore: l’aver rinunciato al prelato ed essere un impenitente viveur. Il tempo che trascorreva con i bambini era un atto di espiazione, era per dimostrare a se stesso che il suo cuore fosse ancora puro. E il motivo probabilmente non risiedeva solo nell’essere stato un figlio degenere… —> Seconda parte

La perenne schiavitù di Hannah Cullwick

“Cosa stai facendo?”, disse l’uomo ritirando la scarpa dal volto della donna con un’ombra di disgusto. “Ti sto leccando”, rispose lei in stato confusionale. “Ora sei mia moglie, non devi fare più queste cose”, le disse stizzito. Hannah si rabbuiò, sembrava un’idra irta di serpenti. Si avvicinò al tavolo degli alcolici e si riempì il bicchiere. “C’è qualcuna che è già la tua serva vero?”, si massaggiò nervosamente la manica del vestito che nascondeva il bracciale di cuoio. “Non dire stupidaggini”, le intimò Arthur con nervosismo crescente. “Magari Ellen, andate così d’accordo insieme”, continuò Hannah imperterrita. Ellen era sua sorella e da quando si era installata a casa loro conversava amabilmente con Arthur. Bevve d’un fiato il contenuto alcolico del bicchiere. “Vai a quel paese, stronzo”, sputò verso di lui cogliendolo alla sprovvista. Arthur si alzò dalla poltrona dove era seduto a leggere il giornale e fu aggredito da una gragnola di spregevoli insulti. Hannah aveva il volto arrossato, gli occhi spiritati e non era più bella come prima. Era ora di prendere una decisione.

Hannah Cullwick

Hannah Cullwick nacque nello Shropshire il 26 maggio 1833 da persone povere. Il padre, alcolista, maltrattava madre e fratello ed Hannah si trovava spesso a dover fermare le sue violenze. Ad otto anni iniziò a lavorare come serva in famiglie aristocratiche e borghesi, nelle quali venne caricata di lavori pesanti ed umilianti. Scoprì presto che la dura fatica le piaceva, dato che era forte e robusta. A quattordici anni arrivò a Londra, in cui comprese la bellezza di  spalare il carbone, portare pesi, fare la sguattera in cucina e la contadina quando le famiglie per cui lavorava andavano in vacanza in campagna. Nella stessa città, il giorno del suo compleanno, fu abbagliata dal teatro. Rimase affascinata dal Sardanapalus di Lord Byron. La colpirono in particolare le parole della schiava Mirra, amante del re Sardanapalo, che vorrebbe farne la sua sposa: “Padrone, io sono la tua schiava”. Nella sua testa questo diventò il suo ideale di relazione perché annotò nel suo diario: “Ho pensato se mai dovessi amare qualcuno, è questo che vorrei: che lui sia sopra di me e io sua schiava”.

Arthur Munby

Scovò il suo Sardanapalo nella figura di Arthur Munby, un gentiluomo inglese che la adescò, sempre nel giorno del suo compleanno un anno dopo la pièce teatrale, mentre stava tornando dai signori dove prestava servizio. Munby doveva diventare avvocato per volere del padre, ma la sua vera passione era la poesia unita ad una smodata mania per le donne lavoratrici, che a volte pagava per farsi raccontare le loro mansioni o scattare una foto con la scusa dell’interesse socio-antropologico. Quest’ultimo era uno dei pretesti più usati per la produzione di fotografia pornografica ottocentesca. Hannah e Arthur si trovarono subito negli intenti ed iniziarono una relazione nascosta, dato che appartenevano a due classi sociali diametralmente opposte. Comunicavano attraverso la scrittura i loro desideri, organizzavano incontri furtivi nella stanza presa in affitto da lui a Temple, si davano appuntamenti in pubblico in cui fingevano di non conoscersi per aumentare il desiderio. La pratica feticista più amata dalla coppia era cospargere Hannah di olio e piombo sulla pelle per sembrare o un qualcosa di lurido, come uno spazzacamino, o di esotico, come le donne medio orientali, considerate conturbanti all’epoca. La pulitura del camino avveniva con Hannah nuda e un solo sacchetto in testa. Come atto rituale di ogni incontro, Hannah sgusciava da Arthur e gli leccava ripetutamente gli stivali in segno di sottomissione. Cominciò ad indossare un bracciale di cuoio al polso e una catena al collo, di cui solo lui aveva la chiave, come simbolo di appartenenza al suo padrone. Hannah era orgogliosa ma si piegava al volere di Munby perché le piaceva essere umiliata. I suoi segni di fatica erano simboli di amore e sacrificio per Arthur. Il loro godimento consisteva nello spingersi agli estremi resistendo finché potevano alle tentazioni per aumentare l’eccitazione sessuale.

Oltre alle pratiche reali, usavano come sfogo dei loro desideri la fotografia. Un fotografo professionista scattava foto ad Hannah vestita nelle mise più disparate: domestica, contadina, signora, ragazzo androgino, Maria Maddalena e molte altre. Le scarpe e le ginocchia di Munby apparvero solo in due scatti. Hannah avrebbe voluto vestirsi da uomo anche nella realtà per stare accanto ad Arthur più facilmente ma non sarebbe mai accaduto. Per il resto, Hannah ebbe carta bianca, perché era lei la vera regista della performance dietro la lente. Questo a dimostrazione che lo schiavo non è passivo nel BDSM, ma attivo, e può esistere uno “scambio” di ruoli col suo dominatore. Arthur richiese anche molte foto delle mani della sua serva preferita, grosse e callose. Il terzo sguardo di un estraneo che osservava la loro ossessione aggiungeva ulteriore eccitazione alla loro passione fotografica. 

Dopo quindici anni di relazione, Munby volle sposare Hannah. Comprò una licenza di matrimonio che permetteva di celebrare le nozze senza sparare mortaretti, ma il padre prese male la notizia e gli vietò di comunicarlo alla madre. Andarono quindi a convivere insieme, Hannah si finse domestica celando il fatto di essere una coppia a vicini e domestici. Finalmente convolarono a nozze il 14 gennaio 1873. Il matrimonio rovinò la loro relazione BDSM mettendo sullo stesso piano i loro ruoli. Hannah non era abituata a fare nulla e si diede al bere come suo padre. Iniziò ad essere gelosa della sorella Ellen che viveva in casa con loro e aveva instaurato un buon rapporto con Arthur. Al culmine di una crisi generata dall’alcool, in cui ricoprì suo marito d’insulti, fu spedita in campagna con la complicità del medico di famiglia. Hannah non torno più a Londra e Munby la visitò ogni tanto. Continuarono però a farsi fotografie fino alla morte di lei nel 1909. Arthur la seguì l’anno dopo. Donò foto, diari e scritti al Trinity College di Cambridge in scatole che avrebbero dovuto essere aperte solo il primo gennaio del 1960.

I costumi scabrosi di Colette, bisex e cougar ante litteram

La ragazza con le due lunghe trecce dietro la schiena si guardava nuda davanti allo specchio. Le piacevano le sue ciglia folte, i suoi occhi allungati dal leggero tocco orientale e il suo corpo longilineo, così diverso da quello delle sue compagne di classe, molte già formate. Fissò i suoi seni piccoli ma belli, ben modellati. Non le sarebbe dispiaciuto se fossero rimasti così. A volte sognava di essere un ragazzo, fare un mestiere da uomo, come il marinaio,  e salpare per luoghi esotici sconosciuti. Le si accesero le pupille per l’eccitazione. Ci sarebbe sicuramente riuscita! La porta della sua stanza si aprì. “Oh, Gabrielle!”, sbottò la madre sorpresa dalla sua nudità. La ragazza si rinfilò la camicia da notte rapida. “Come diavolo farai a trovarti un compagno se sei così innamorata della tua immagine?”. Sidonie-Gabrielle sorrise colpevole. 

Sidonie-Gabrielle nacque a Saint-Sauveur-en-Puisaye in Borgogna nel 1873 e il suo nome di penna era Colette, dal cognome del padre Jules-Joseph. Visse un’infanzia ed un’adolescenza felici grazie ai genitori, liberi pensatori che le permettevano di andare nei boschi, assistere alla nascita del giorno, viaggiare a Parigi e Bruxelles e frequentare le scuole pubbliche. Innamorata della sua immagine, si autodefinì “ragazza-e-ragazzo” per il volto femminile e il fisico che non corrispondeva esattamente ai canoni di bellezza della sua epoca. Il suo fratellastro Achille, uno dei figli del primo matrimonio della madre, la diede in sposa a vent’anni al libertino trentaquattrenne Henry Gauthier-Villars, già con un figlio illegittimo a carico e proprietario di una casa editrice. Henry, detto Willy, aveva una predilezione particolare per le ragazze androgine e per un periodo si divertì a giocare con Colette al padre incestuoso che punisce la figlia cattiva. Poi tornò alle sue vecchie abitudini. Foglietti anonimi informavano la novella sposa sulle nuove conquiste del marito: Louise Willy, Charlotte Kinceler, Georgie Raoul-Duval. Gabrielle fece buon viso a cattivo gioco, diventò amiche delle amanti di Willy e con alcune, come Georgie, esplorò le sue tendenze omosessuali.  Nonostante ciò, soffrì moltissimo dell’infedeltà del marito e si ammalò fisicamente e mentalmente. La scrittura la salvò. Willy, che aveva una squadra di persone che scriveva per suo conto, attorno al 1894 le chiese di scrivere su dei quaderni le sue memorie delle scuole elementari infarcendole di particolari piccanti. All’inizio deluso dal risultato, ripose il lavoro in un cassetto per recuperarlo due anni più tardi.

Colette (2018)

Nel 1900 fu pubblicato da Olendorff “Claudine à l’école” firmato Willy. Nella prefazione Henry scrisse che si trattava di una sorta di diario intimo che gli era stato inviato da una ragazza. Ancora oggi non sappiamo quanto ci sia di Colette nel testo, dato che suo marito rimaneggiò l’opera e aggiunse di sicuro verve agli episodi lesbo, ed i primi due manoscritti originali furono distrutti. Fu un successo straordinario, soprattutto “Claudine en ménage”, dove si malcelava la storia tra Colette e Georgie. La scrittrice intensificò i rapporti con la scena culturale lesbica parigina, frequentando in una mezza relazione la musa ispiratrice Natalie Clifford-Barney, e acquisì il soprannome di Culotte per il suo stile di vita provocatorio. Willy la immerse nell’ambiente teatrale e Gabrielle si scoprì attrice in ruoli maschili: recitò il ruolo di seduttore che scambia un lungo bacio con una donna conquistata ad un caffè, fu quasi nuda nei panni di Pan, e fu uno scienziato che bacia una mummia femmina per riportarla in vita. Nel frattempo la sua relazione con Henry naufragò,  e nella primavera del 1906 conobbe Mathilde De Marny, detta Missy. Questa coltivava la riproduzione dell’aspetto maschile nell’estetica e negli abiti fino alla caricatura. Nel 1910 si separò definitivamente dal marito dopo aver scoperto che aveva stipulato un contratto che la privava di tutti i diritti sulle vendite annuali di Claudine.

Colette e Missy
Colette

I rapporti con Missy si allentarono nel 1911 quando intrecciò una relazione con Henry De Jouvenel, uno dei redattori capo del Matin, in cui Gabrielle aveva iniziato a lavorare. I due si sposarono un anno più tardi ed ebbero una figlia che Colette chiamò col suo nome omonimo. Sempre piena di impegni e dalla vita frenetica, la scrittrice fu di nuovo rimpiazzata dall’amante ufficiale del marito, Germaine Patat. La depressione di Colette per questo risvolto, però, non durò a lungo perché si consolò con il figliastro Bertrand, proveniente dal precedente matrimonio di De Jouvenel. Il ragazzo trascorreva vacanze e pranzi da lei, e la scrittrice gli fornì un’educazione sentimentale. Li separavano trent’anni di differenza ed il giovane non fu né primo né l’ultimo toy boy di Colette. Nel passato aveva avuto Auguste Hériot, figlio dei proprietari dei Grands Magasins du Louvre, con tredici anni di meno, e di seguito a Bertrand verrà Maurice Goudeket, di sedici più piccolo. Tuttavia il romanzo “Chéri”, in cui una cortigiana ritiratasi dalla scena seduce un venticinquenne, è stato scritto qualche mese prima della relazione con Bertrand e probabilmente è solo una fantasia incestuosa. Il racconto “Le Blé en herbe” invece parla in modo gioioso del loro rapporto sotto pseudonimi.

Dopo aver lasciato De Jouvenel e il Matin, viaggiò molto per il mondo, scrisse per Vogue e Marie-Claire, fu ambasciatrice di Francia in Belgio e incontrò Goudeket, che rimarrà suo amante ed amico fino alla morte. Sotto l’occupazione nazista, assunse una posizione ambigua, in bilico tra il collaborazionismo e la resistenza. Nonostante le molte proteste per questo motivo, Colette, ormai artritica sulla sedia a rotelle, ottenne nel 1953 la legione d’onore. Fu la sola donna nella storia della Repubblica Francese ad avere ricevuto le esequie ufficiali nella sepoltura al cimitero Perè-Lachaise di Parigi.

Colette é stata una donna dalle idee sfuggenti, inafferrabili. Fu restia a definirsi “scrittrice”, disse che la scrittura per lei non era un lavoro, altrimenti l’avrebbe detestata. Difatti  la usò spesso come strumento di autopsicanalisi: in romanzi da teatro vaudeville si vendicherà dei maltrattamenti ricevuti dai suoi ex mariti e descriverà la sua gelosia repressa in La Chatte . Tuttavia, Simone De Beauvoir, autrice del Secondo Sesso, pur condannandole il fatto di aver rifiutato il femminismo come idea, le riconobbe di essere stata la prima scrittrice francese ad aver sul serio vissuto della propria penna. Il 6 dicembre è uscita una sua biopic interpretata da Keira Knightley con la regia di Wash Westmoreland, regista che ha debuttato negli anni Novanta nel mondo del cinema pornografico gay,  in cui ha vinto awards per diversi film.

La vera storia della Signora delle Camelie, tra pedofilia ed indipendenza economica sessuale

La donna si alzò con circospezione dal tavolo. “Scusatemi”, mormorò, ma nessuno la ascoltò. Le persone al tavolo erano troppo occupate a gozzovigliare ed a disquisire sui mali del mondo per notare ciò che gli accadesse intorno. Un uomo dai freschi baffi però si accorse dell’assentarsi della dama e la seguì quasi subito, lasciando il tovagliolo sul tavolo. La trovò nell’atrio deserto della dimora in cui erano ospiti, sdraiata su un divano, il corpetto slacciato e la mano posata sul cuore. Ansava e Alexandre si guardò intorno per aiutarla in qualche modo, fu così che si accorse della lunga striscia di sangue che screziava l’acqua di un vaso d’argento vicino a lei. Sospirò in pena. Era tubercolosi. Scosse la testa non visto da Marie. Grazia e bellezza non fermavano nessuna malattia. Si sedette accanto a lei, visibilmente provato dalla scoperta, e le baciò la mano in lacrime.

La Signora delle Camelie è una delle più grandi storie tragiche di metà Ottocento. Abbandonata dalla madre, maltrattata, sfruttata sessualmente dal padre, usò la sua bellezza per conquistare un’indipendenza economica perennemente in bilico con la dipendenza. Alexandre Dumas creò la pantomima di una vita che aveva guardato per la maggior parte dalla finestra e la sacralizzò a teatro ispirando addirittura La Traviata di Giuseppe Verdi. I biografi della defunta romanzarono a tal punto la sua vicenda che ad un certo momento non fu più possibile distinguere tra finzione e realtà. Per fortuna però, grazie al lavoro della meticolosa giornalista Julie Kavanagh e Jean-Marie Choulet, curatore del Musée de la Dame aux camélias (Gacé, Normandia), sono riuscita a fare luce sulla sua infanzia e giovinezza. Marie Duplessis si chiamava Alphonsine Plessis, proveniva da Nonant in Normandia ed era nata il 15 gennaio 1824. Era la seconda figlia di una cameriera, Marie Deshayes, e un ambulante senza scrupoli, Marin Plessis. Quest’ultimo, generato dall’unione tra un prete e una prostituta, non aveva una buona opinione delle donne, era fedifrago, e costantemente ubriaco picchiava moglie e figlie. Quando tentò di gettare nel camino acceso Marie, questa se ne andò affidando le figlie agli zii. Siccome non riuscivano a mantenere entrambe, Alphonsine fu spedita da una loro cugina e poi di nuovo dal padre quando a questa nacque la terza figlia. Nonostante fosse riuscita ad ottenere un lavoro in una lavanderia, Marin pensò bene di venderla a quattordici anni al settantenne Plantier, un ex viveur. Il vecchio le insegnò le “arti amatorie” e la pagò profumatamente ma lei scappò quando le venne la prima mestruazione, forse perché non sapendo cosa fosse, pensò che a causarla fosse stato lui.

Dopo un breve periodo in un’ombrelleria, il padre la portò a Parigi e la lasciò ai cugini Vital. Alphonsine era nel pieno dell’adolescenza, un’età irrequieta ed esuberante, quindi fu licenziata dalla lavanderia per le sue uscite nel Quartiere Latino, al tempo luogo di studenti universitari. Madame Vital le trovò lavoro in un negozio di vestiti da signora dove conobbe Ernestine e Hortense. Queste erano delle lorette, ovvero ragazze che si procuravano uomini per farsi pagare una cena, dei vestiti o un biglietto per il teatro. Erano un gradino in basso a quello delle mantenute. Entrando con loro in un ristorante a pranzare, Alphonsine fece la conoscenza del vedovo cinquantenne gestore del locale Nollet che, stregato da lei, in appena un mese di frequentazione, le comprò un piccolo appartamento vicino ai giardini delle Tuileries. Lasciò il lavoro e i Vital che la bandirono dalla loro casa. Le fece trovare nel cassetto tremila franchi per le prime necessità ma alla ragazza piacevano già la moda ed il lusso e li sperperò tutti in poco tempo.  Per il ristoratore che guadagnava solo ventidue franchi al mese non era un grande affare, dunque smise di vederla e rifornirla di soldi.  Il ricco banchiere protettore di Ernestine sistemò la ragazza in un altro sontuoso appartamento però ormai Alphonsine non era più fatta per persone facoltose. Solo un nobile poteva mantenerla e stare al suo ritmo frenetico di spesa.

Nel 1840 incontrò nel salotto della nuova benestante Hortense il visconte De Méril che era assistente del ministro degli Interni. Si innamorò e rimase incinta. L’uomo promise di prendersi cura sia di lei che del figlio però quest’ultimo morì di polmonite poco dopo. O almeno è quello che le fece credere lui, dato che Alphonsine non chiese alcun certificato di morte. I suoi contributi cessarono e per un breve periodo fu costretta a tornare a lavorare in negozio. La proprietaria Mademoiselle Urbain era stata in passato una prostituta e capiva benissimo la situazione di alcune sue ragazze. Nel 1842 tuttavia ebbe un nuovo protettore, il duca Agénor de Guiche. Questi le diede lezioni di francese, disegno, musica e danza. La istruì talmente tanto che la ragazza fu in grado di sostenere conversazioni brillanti con la crème de la crème parigina al famoso Cafè de Paris. Si riuscì ad inserire anche nell’esclusivo simposio dei dodici, composto da celebri discepoli dell’eros che si riunivano assieme a ragazze, lorettes e mantenute in un salotto privato e su un tavolo decorato da statuine in acrobatiche posizioni sessuali si raccontavano le loro avventure con un linguaggio esplicito. Mentre Alphonsine era in vacanza balneare sul Baltico, nella città belga di Spa, conobbe il generale estone settantaseienne Gustav Ernst von Stackelberg che rimase folgorato dalla sua visione. La fisionomia della giovane gli ricordava le sue figlie morte di tubercolosi. La convinse a recitare la parte di una di queste dietro promessa di una rendita. Il duca la sistemò in un appartamento di rue d’Antin e il generale glielo arredò. Intanto le spese domestiche della mantenuta salirono a quarantamila franchi.

Adottò il nome di Marie Duplessis, il primo ispirato alla Madonna, il secondo per il futuro intento di comprare il castello di Plessis a Nonant, nel quale aveva lavorato la madre, e magari un giorno di diventare aristocratica. Contrariamente a quanto si possa pensare date le cifre dei suoi conti, aveva uno stile sobrio ma ricercato nel vestire. Anche se il codice societario le impediva di pranzare con donne “rispettabili” e di rango, era molto ammirata da questa categoria per la sua apparenza virginale, pulita e non chiassosa come molte sue pari. Marie ebbe infatti in seguito accesso alla società mondana di più delle sue colleghe. Amava andare a teatro, sedersi sul suo palco riservato con un binocolo, un piccolo bouquet in mano e un fiore appuntato al suo corsage, una camelia. La sua predilezione per il fiore bianco è attestato sia da Dumas che da George Sand che ispirò La Isidora a lei. Ebbe due amant de coeur, ossia amanti che non le pagavano la rendita: l’ex cavaliere Edouard de Perregaux e Alexandre Dumas figlio. Il primo era buono, gentile ed onesto ma geloso di lei. Andarono a vivere insieme nel paese di Bougival vicino Parigi e vissero felici e contenti per un po’. Purtroppo però Ned (Edouard) non era stato completamente onesto con lei e aveva finito da tempo la sua rendita annuale, iniziando a sperperare il patrimonio di famiglia. Sul lastrico e con la paura di perdere Marie, accettò il suo suggerimento di sposarla, tuttavia lei non fu subito d’accordo perché voleva tornare alla sua vita di sempre a Parigi.

Il generale von Stackelberg era tornato nel frattempo e le regalò un appartamento in Boulevard de la Madeleine. Le faceva regali eccessivi proprio per il fatto che Marie iniziava a stare male ed è probabile avesse un presentimento che sarebbe andata a finire come le sue bambine. Nel marzo del 1844 Marie iniziò a soffrire di febbri notturne. All’epoca non si conoscevano rimedi per la tisi, tutte le prescrizioni erano blande. La medicina “romantica” e ciarlatana pensava che la tubercolosi fosse dovuta a passioni dolorose e che nelle donne attivasse un processo biochimico capace di aumentare la libido della paziente. È plausibile che Marie avesse contratto il contagio ad uno dei numerosi balli, feste e cene a cui andava quasi ogni giorno. In queste condizioni incerte incontrò Dumas ad una cena dopo una serata al Variétés. La scena che ho riportato sopra è il primo contatto tra i due, che erano coetanei e condividevano gli stessi passatempi. Stettero insieme per un breve periodo e poi Alexandre ruppe perché sospettava ci fosse un amante parallelo, particolare che non riusciva a sopportare.

Anche il celeberrimo tombeur de femmes Franz Liszt è nella lista dei suoi amanti. Si conobbero a teatro e lei gli chiese di portarla in tournée con lui ma Liszt gli disse che Weimar le sarebbe sembrata noiosa in confronto a Parigi e si lasciarono. La verità era che Liszt era ancora troppo uno spirito libero per legarsi a qualcuno, ma gli rimase nel cuore, tanto che molti anni dopo faceva ancora il suo nome nei suoi ricordi. Sposò finalmente Ned nel 1846 ma solo per ottenere il titolo di contessa. Il matrimonio non li rese vicini e Edouard si arruolò nella legione straniera. Il suo ultimo amante fu Olympe Aguado de Las Marimas, che ereditò dal padre tra i 35 e i 65 milioni di franchi. Stettero insieme finché la malattia glielo permise. Marie peregrinò per diverse stazioni balneari prima di tornare a Parigi, provò qualsiasi tipo di rimedio: nulla. La tubercolosi si avvicinava al suo stadio terminale in cui il male si estende ad altri organi del corpo: tosse convulsa, brividi, sudori notturni, pallore mortale. Fu abbandonata da tutti i suoi amici, tranne che da Olympe, Romain Vienne (amico personale di Nonant e biografo della sua vita) e Edouard (che negli ultimi mesi non voleva vedere). L’11 dicembre 1846 andò per l’ultima volta a teatro trasportata dai suoi servitori e a gennaio del 1847 danzò nel suo ultimo ballo di Carnevale. Il 15 gennaio gli ufficiali giudiziari vennero a bussare alla sua porta e le elencarono i beni sotto sequestro o impegnati. Fu Olympe a salvarla dai debiti, anche se erano troppi per essere saldati tutti. Morì il 3 febbraio di quell’anno all’età di 23 anni e fu seppellita nel cimitero di Montmartre. L’asta dei suoi beni fu un secondo funerale pubblico, tutta Parigi si recò a dare omaggio ad una delle sue più grandi cortigiane.

Le mille maschere di Claude Cahun

“Ci vengono a prendere”, la donna le strinse la mano timorosa. L’altra era seduta alla finestra e guardava fuori. Un piccolo manipolo di soldati nazisti stava arrivando dalla strada. I suoi testi sovversivi in tedesco erano stati evidentemente recepiti. Claude e Marcel avevano appeso per tutta l’isola fotomontaggi di dissenso contro il regime nazista da quando era iniziata la guerra. Claude era pallida in volto, pensava ossessivamente alla sua macchina fotografica e al fatto che l’avrebbero di sicuro presa di mira. Avrebbero bruciato tutte le sue fotografie? Avrebbe dovuto salvarle in una scatola sotto il pavimento ma il non essere stata considerata fino a quel momento l’aveva resa troppo sicura di se stessa. Le divise grigio verde presero a correre verso l’ingresso della loro dimora. Claude si voltò alzando la testa in direzione di Marcel. “Aprigli la porta”.

Claude Cahun è lo pseudonimo per Lucy Schwob, artista surrealista francese di origini ebree nata a Nantes nel 1894. La sua figura è rimasta sconosciuta fino a quando negli anni Ottanta non è stata inclusa in due mostre sul surrealismo. Crebbe in una famiglia dove la sua esistenza era invisibile, caratterizzata da un rapporto difficile col padre, Maurice Schwob, e dalle continue assenze della madre, Victorine Marie Courbebaisse, costantemente ricoverata in istituti psichiatrici. Victorine era affetta da crisi nervose e depressioni croniche, che Claude considerò sempre una sorta di ribellione ad un ambiente famigliare ostile. La mancanza della genitrice le provocò una profonda ferita nell’adolescenza sfociata in anoressia e dipendenza da oppio. A salvarla dall’oblio fu l’arte che scoprì all’inizio all’università (Oxford e Sorbona) nella forma della letteratura. Assunse diversi pseudonimi per arrivare al suo definitivo Claude, scelto per il genere neutro del nome in francese, e Cahun, il cognome del fratello romanziere della nonna paterna, una variante di Cohen (prete in ebraico). Negli anni Dieci fu una delle prime a scrivere di libertà sessuale per omo ed eterosessuali sul giornale gay Amitié.

1928

Quando il padre si risposò conobbe la figlia della matrigna, Suzanne Malherbe, le due si innamorarono e diventarono inseparabili nella vita e nell’arte. Suzanne, acquisendo lo pseudonimo di Marcel Moore, scattò con una Kodak Pocket Camera tutti gli autoritratti di Claude. Foto in cui Claude mostrò il meglio della propria produzione artistica: se stessa. Ogni scatto è una continua affermazione della propria identità sessuale: una donna, un uomo, un essere “ibrido”. Dichiarò che il neutro fosse l’unico genere che le si adattasse ed infatti, a parte una serie dedicata alla natura, si fece vedere raramente nuda dimodoché l’anatomia fosse il più indefinita possibile. Per questo assunse qualsiasi genere di travestimento in una metamorfosi necessaria come un respiro vitale. Il suo testo Aveux non Avenus contiene un fotomontaggio fotografico dal titolo I.O.U Self-Pride (I owe you, sono in debito con te, riferito a Marcel) con la frase emblematica: “Sotto la maschera un’altra maschera. Non finirò mai di sollevare questi volti“.

1927

Claude e Marcel vissero per un periodo a Parigi e poi si trasferirono definitivamente sulle isole di Jersey nel 1937, dove già erano conosciute per fare il bagno di notte e prendere il sole nude, nella dimora chiamata La Rocquaise. Qui dettero libero sfogo alla loro creatività in perenne simbiosi. Sotto l’occupazione nazista finirono nei guai per i loro messaggi anonimi di propaganda antinazista scritti in tedesco e affissi per le vie del paese. Furono arrestate dalla Gestapo, che probabilmente distrusse le loro foto di argomento lesbico, e condannate a morte. Rimasero in prigione dal 25 luglio del 1944 all’8 maggio del 1945 e tentarono anche di suicidarsi senza esito. Claude morì l’8 dicembre del 1954, Marcel il 19 febbraio 1972.

1928

Claude è stata una persona all’avanguardia e sperimentale, anticipando di più di un secolo il narcisismo atavico che sta dietro ai nostri selfie. Si rase capelli, ciglia e sopracciglia a zero, si tinse la chioma di rosa, oro, argento, si vestì in modo stravagante e maschile, ostentò il monocolo, simbolo lesbico dei primi del Novecento, si colorò labbra e guance da clown e inventò la prima maglietta con due cerchietti in corrispondenza dei seni (I’m in training don’t kiss me, Autoritratto del 1927 in copertina), che va tanto di moda oggi. Ha abbattuto gli stereotipi sull’identità di genere dimostrando che non nasciamo con un genere ben definito finché non siamo noi a deciderlo. Ed infine, ha affrontato la sua invisibilità patologica rendendosi visibile per sempre sulla carta fotografica.

1927

Una menopausa da Papessa, ascesa e caduta di Olimpia Maidalchini Pamphili

Era furiosa. Iniziò ad urlare come un’ossessa molto prima che la sua portantina toccasse il suolo della sala delle udienze del Quirinale. Il cardinale Panciroli e papa Innocenzo X fissavano sbigottiti Olimpia Maidalchini Pamphili, la cognata del pontefice, sbraitare in mezzo a tutti abbandonato il senso di ogni decoro. Ad un certo punto Innocenzo si alzò dal suo scranno e tuonò: – Zitta! Stai zitta! Se non taci, ti butto in un convento, chiudo a chiave le porte dietro di te e non verrai più vista. – A quelle parole la donna gelò serrando automaticamente la bocca. Lui era l’unico uomo sulla faccia della terra ad avere il potere reale di segregarla in quel posto buio fuori dal mondo. Ma non avrebbe mai pensato che andasse proprio a minare il suo punto debole. La odiava così tanto? Proprio lei che l’aveva messo sul trono papale e aveva contribuito alla sua prosperità, ora veniva minacciata come una bambina isterica qualunque senza dote. Una fredda rabbia la invase mentre si riposizionava sulla sua portantina, il viso solo all’apparenza calmo. Si sarebbe vendicata.

Olimpia Maidalchini Pamphili era una donna che non si faceva mettere i piedi in testa. Aveva iniziato col padre, Sforza Maidalchini, che voleva per forza inviarla in convento per non rovinarsi con la sua dote. Il Concilio di Trento aveva stabilito che i parenti non potevano costringere in alcun modo le figlie a farsi suore e chi era colpevole veniva scomunicato. Quindi la ragazza aveva scritto al vescovo di Viterbo, sua città natale, riferendogli la situazione ed aggiungendo che il prete teatino che doveva convincerla a cambiare vita aveva tentato di molestarla sessualmente. Una tipa astuta. La sua lamentela fu accolta dal tribunale dell’Inquisizione del Sant’Uffizio, il prete imprigionato a pane ed acqua, e al genitore fu proibito di forzarla. Rimasta vedova del primo ricco marito, Paolo Nini, si sposò una seconda volta a vent’anni con un uomo di cinquanta, Pamphilio Pamphili. Conobbe suo fratello, Giovanni Battista, trentotto anni, e fu intesa a prima vista. I due diventarono inseparabili, scarrozzavano insieme ovunque, e il marito chiudeva un occhio perché lei era quella col patrimonio cospicuo e avrebbe pagato per la candidatura a cardinale di Gianbattista.

Olimpia era decisa, amante della matematica, della scienza, degli affari e del gioco d’azzardo. Gianbattista era istruito e gentile ma indeciso fino al midollo, era a proprio agio con le donne perché non era in competizione con loro e forse vedeva in Olimpia una madre surrogato, visto che aveva perso la sua a sei anni. L’uomo chiedeva di continuo consiglio a sua cognata per qualsiasi decisione, tanto che quando fu inviato in missione in Spagna le scrisse: “Lontano da te sono come una nave senza timone, abbandonato all’incostanza del mare senza speranza per la propria felicità”. Sembra quasi una dedica romantica. Non è mai stato chiaro se, come riportavano numerose dicerie a Roma, i due dormissero insieme sul serio. Quando Gianbattista diventò papa, ad Olimpia fu vietato di prendere gli appartamenti adiacenti ai suoi nel Quirinale. Tutti sapevano del loro stretto rapporto, tanto che all’elezione di Innocenzo il cardinale Alessandro Bichi disse: “Abbiamo appena eletto un papa femmina”. Olimpia, non scoraggiata dal divieto, passava ogni notte per il giardino del palazzo papale, e ci restava da mezzanotte all’alba. Era noto che il pontefice fosse un lavoratore notturno, ma possibile che in sei ore parlassero solo di affari?

Alcuni dicono che Gianbattista abbia scelto il nome Innocenzo per dichiarare la sua estraneità alla relazione sessuale con Olimpia. Scrisse però un testamento in cui lasciava tutti i suoi beni alla donna, nominandola sua ereditiera, cosa piuttosto inusuale. Lo scandalo era anche generato dal fatto che nessuno dei due nascondesse il loro legame. La cognata si dirigeva in Vaticano in carrozza e portantina. Le dicerie sul loro conto erano talmente diffuse che alla corte del lord protettore di Inghilterra, Oliver Cromwell, era stata presentata la commedia “The Marriage of the Pope” che narrava la storia dei tentativi del papa di sposare la cognata. C’erano state già in passato cortigiane papali come Giulia Farnese, amante del cardinale Rodrigo Borgia, poi Alessandro VI, e la contessa di Turenne Cecilia, amante di Clemente VI tra il 1342 e il 1352, anche lei la mente dietro al suo amante, ma le loro figure erano state più nascoste. Queste vicende erano state rese possibili perché ciò che preoccupava la chiesa di allora non era il sesso ma l’istituzione del matrimonio che avrebbe potuto avanzare diritti di eredità sulla proprietà ecclesiastica. Fino all’undicesimo secolo, almeno quaranta papi erano stati figli di preti e alcuni figli di papi, e fino al 1917 i cardinali non dovevano essere preti ordinati.

La popolarità di Olimpia, che amministrava le finanze del papato, ordinava cardinali e curava le relazioni con le potenze straniere, crebbe talmente tanto durante il Giubileo del 1650 che Innocenzo iniziò ad essere irritato e a discostarsi da lei avvalendosi di altri consiglieri, come il cardinale Panciroli. Erano accaduti troppi episodi di scorno verso la sua autorità. Il picco massimo era stato toccato quando la scritta “Innocenzo X, Pontifex Maximus” nella chiesa di San Giovanni in Laterano, era stata parzialmente sostituita da “Olimpia I, Pontifex Maximus”. Olimpia diede in escandescenze e non trattò il cambiamento in maniera diplomatica, forse per gelosia più che per menopausa. Nel passato si entrava in quest’ultima anche prima dei cinquant’anni. L’ultima scenata fu quella che interruppe momentaneamente il suo rapporto col papa con la minaccia di rinchiuderla in convento. Pochi mesi dopo, esiliata a San Martino, ricevette il perdono papale perché la situazione politica ed economica senza di lei stava andando rapidamente a rotoli.

Nonostante la grazia ricevuta, alla morte del papa ebbe la sua vendetta non pagandogli il funerale e rubando al pontefice tutto l’oro presente nella sua camera da letto. Il Seicento era un secolo dove regnava la cleptocrazia, tutti rubavano quello che c’era da rubare, i nobili venivano risparmiati dalla giustizia, i poveri no. Essere una vedova senza protezione significava essere in balia di ogni vento contrario da parte della società e soprattutto non essere in autorità di possedere niente. Per questo Olimpia aveva accumulato denaro fino allo sfinimento, non solo per avidità. Con il papa Alessandro VII dovette anche rispondere di appropriazione indebita in un processo, restituendo parte delle sue somme. Morì anche lei qualche anno dopo di peste bubbonica con tre diamanti celati dentro la sua bocca, che bruciarono insieme a lei.