Cappuccetto Fetish

Into the Woods by Mert Alas & Marcus Piggot, Vogue US Sept 2009

 

C’era una volta una ragazza che stava tornando a casa infagottata nel suo cappotto scamosciato nero, il cappuccio bordato di pelliccia calato sul viso. Ad un tratto sentì un rumore di passi risuonare sui sanpietrini dietro di lei. Qualcuno la stava seguendo. Accelerò la camminata tentando di seminare l’inseguitore. Svoltò di fretta l’angolo fiondandosi verso il portone della sua abitazione. Scosse la testa ansimando appoggiata ad esso. Non era la prima volta che capitava. – tratto da Una moderna Cappuccetto Rosso

Ho sempre notato lo sguardo maschile quando una donna indossa elementi di pelliccia o pelle. Un guizzo primordiale si accende nel fondo della sua pupilla. Come se fosse attratto o volesse possedere la donna solo per i vestiti che porta. E’ una reazione normale, principio base del feticismo, tipica del genere maschile. “Ma come, noi donne siamo maniache delle scarpe!”- direte. Come afferma Valerie Steele nel suo libro Fetish – Fashion, Sex & Power, la differenza tra uomo e donna sta nel significato del loro comportamento. Le donne indossano capi per moda, praticità, formalità, non per ottenere una soddisfazione erotica diretta. Vi sarà capitato di fare sesso con addosso un particolare tipo di calzature, scarpe col tacco alto a stiletto o stivali, senza che l’altro ve li togliesse. Voi non ci avete fatto caso, però il vostro uomo sì e l’avrà trovato più eccitante dell’intera nudità. La pelle d’animale agisce da seconda pelle (così come gomma, latex, pelliccia e satin). Trasmette sicurezza a chi la indossa e a chi la guarda, sensualità, aggressività e consapevolezza sessuale.

Il problema insorge solo quando si sostituisce la cosa alla persona. Se questa diventa un’ossessione, il fetish vira verso la patologia.

La pelliccia era l’ossessione di Leopold von Sacher-Masoch, autore di Venere in pelliccia. Il protagonista, Severin, non si “emozionava” senza che Wanda von Dunajew adagiasse sulle sue forme una stola di pelliccia. Il richiamo al pelo pubico è piuttosto esplicito, metafora sostenuta anche da Freud. Per alcuni studiosi le scarpette della favola originaria di Cenerentola erano delle pantofole di pelliccia. Charles Perrault le descrisse di vetro perchè all’epoca era un materiale molto ricercato e prezioso che poteva ben rappresentare la verginità di una ragazza.

L’essere attirati dal pelo artificiale in questi giorni può sfociare in certe forme estreme come la Furry Community. In delle pratiche che sfiorano superficialmente la zoofilia, le persone di questa comunità si eccitano nel farlo mascherati da animali umanoidi (volpi, cani e lupi sono i più gettonati) e a guardare pornografia disegnata con i suddetti soggetti. Esistono addirittura dei sex toys chiamati yiffy, specifici per gli amanti del genere. Hanno pure un festival tutto loro, il Midwest FurFest in Illinois.

D’un tratto il classico mondo fetish vi sembra rassicurante, vero?

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L’indipendenza della Strega

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Streghe al sabba di Luis Ricardo Falero (1878)

 

Ben diverso è Satana quando esce dal seno ardente della strega (…) per quanta paura se ne abbia, si deve ammettere che senza di lui si morirebbe di noia. – Jules Michelet

 

La donna indipendente ha incusso sempre paura in tutte le epoche. Nonostante ci sia una visione idillica dell’epoca prepagana, esclusion fatta per i popoli nordici e dell’età della pietra, il genere femminile non è mai stato libero dal giogo dell’uomo se non per brevi illusori periodi. Lo stesso nome “femmina” è dispregiativo in latino, deriva da “a fe et minus“, “sprovvista di fede”.

La strega era un’idea, una chimera nell’occhio dell’uomo pio, sfuggita alle catene dei ruoli precostituiti. Una visione mitica corrispondente a pochi profili storici. In realtà era una donna comune, una popolana, che aveva fatto un torto a qualcuno ed era stata denunciata per ripicca. Bellezza e conoscenza spesso condannavano l’imputata a morte certa. Bastavano poche prove per accusare qualcuno di stregoneria in un periodo tremendo dilaniato da regolari pestilenze e carestie. Gli eretici erano la valvola di sfogo delle comunità e il passatempo preferito di clerici e nobiluomini. In un contesto sessuofobico la tortura era la scusa migliore per esprimere le proprie perversioni. La culla di Giuda prevedeva di legare gli imputati a delle corde in trazione e di posizionarli a gambe divaricate su un cuneo di ferro. Con l’allentamento delle corde il peso del corpo si rilasciava facendo penetrare il cuneo nell’ano o nella vagina. La fustigazione era uno spettacolo da sadici estimatori che pagavano i torturatori per assistervi.

Le streghe erano considerate delle creature troppo sessuate. Satana faceva continuamente l’amore con loro per reclamare i suoi favori negli incantesimi. Questi si impadroniva della sua creatura attraverso i due orifizi alla base del ventre. Per questo gli inquisitori ribaltavano l’accusato come un calzino per scoprire i segni e i marchi del demonio usando dei manuali appositi di identificazione. La strega compariva ai malcapitati in sogno nuda cosparsa di grasso di bambino a cavallo di una scopa. Il simbolismo esplicito è evidente. Era una succube che cavalcava l’uomo causandogli polluzioni notturne.

L’elemento più affascinante per il pubblico che ascoltava le confessioni era il sabba. Una riunione notturna dove uomini e donne copulavano insieme presieduta dal Diavolo. Si scendeva nei particolari come se fosse il paradiso più che l’inferno in terra. I sabba ricorrevano ogni equinozio e solstizio come le antiche feste della semina e del raccolto. Le sue modalità di svolgimento specifiche però richiamavano il rito pagano del Calendimaggio in cui ci si accoppiava per favorire la fertilità della terra.

La strega nell’età contemporanea sembra sia lentamente uscita dalla sua nicchia maledetta in un’accezione quasi positiva. Le varie serie e film sul soprannaturale l’hanno resa una macchietta rassicurante. L’anno scorso Maleficent della Disney ha scardinato la sua immagine fantastica negativa rendendola capace di amare e quindi umana come il resto di noi.

Tuttavia nel nostro quotidiano, la donna sola e indipendente è ancora guardata in maniera sospetta. E’ lesbica, mangiatrice di uomini, acida e dal ventre sterile. Un essere senza un progetto di vita che rifiuta di avere bambini e di sposarsi. Sono sensazioni offuscate dal pregiudizio e da una mentalità ancora abituata a vedere la femmina programmata per la riproduzione. Spesso si tratta di persone dal carattere forte e energico, motivate, dalla vita sessuale autonoma, difficili da gestire per partner che nutrono un vistoso senso di inferiorità.

Se la descrizione sopra corrisponde al vostro modo di essere, non abbiate timore di sentirvi libere, non abbiate paura di sentirvi streghe.

Il sesso è una questione divina

Aspiration, Irina Karkabi

La parola sesso viene dal latino “secare“, “dividere” e mai parola fu meno adatta per quest’atto che invece sancisce l’unione tra due esseri.

I popoli della preistoria lo vedevano come un mistero da venerare e rispettare. Il sesso era un avvenimento magico e quindi sacro, nel corso del quale fluisce un’energia vitale che accomuna tutte le creature viventi. Per questo lo codificarono in un rituale di unione tra un uomo e una donna a rappresentare il principio divino femminile e maschile. Il cerimoniale, chiamato più tardi dai greci hieros gamos (nozze sacre), era attuato per la fertilità del terreno e delle donne del villaggio ad ogni inizio dell’anno o nel mezzo della festa del raccolto. I prescelti erano in genere due vergini, che potevano essere una sacerdotessa e un sacerdote. La verginità, intesa come preservazione creativa, era un elemento fondamentale perchè si diceva che così la Grande Madre avrebbe garantito una perenne rigogliosità alle messi. Il particolare interessante era che la parte dinamica era la donna e la parte ricettiva l’uomo. Lo scopo era celebrare l’enigma della creazione e non necessariamente raggiungere il piacere.

A cambiare le carte in tavola furono i pastori nomadi provenienti dall’Est nel secondo millennio avanti Cristo, che introdussero il dominio di un dio guerriero e dispotico. Da qui in poi ben sappiamo che la società fallocentrica prese piede fino ai giorni nostri. L’utero divenne solo un involucro protettivo per il seme vitale dell’uomo. Il principio del sesso sacro si distorse nella prostituzione sacra e profana praticata nei templi come quello di Corinto dedicato ad Afrodite. Questa divenne un costume diffuso nell’antichità. A Babilonia nei santuari erano presenti tre tipi di prostitute (ishtaritu, qadishtu e hamritu) e spesso consisteva nell’unico modo di emanciparsi per il genere femminile. Infatti, sacerdotesse di questo tipo potevano possedere la propria terra e intrattenere rapporti commerciali. In India la categoria delle deva-dasi, le schiave di dio, è stata un’istituzione secolare abolita solo nel 1950.

L’estasi spirituale nella storia cristiana fu cercata per altre vie. Il sesso in sè e per sè era visto come un qualcosa di negativo e impuro, l’unica strada per la purezza era il misticismo. L’anima umana doveva ricongiungersi col divino attraverso la mortificazione della carne fino all’annicchilimento dei sensi. Una ricerca del dolore per raggiungere una pace superiore dal sapore sadomasochista.

Oggi sembra ci voglia essere una riscoperta della sacralità dell’atto sessuale col Tantra. Il punto che stride con questa tradizione esoterica è la volontà degli occidentali di trovare il piacere in un accoppiamento lungo ore. Nel vero tantra non ci si tocca e la donna deve avere un’ottima capacità prensile nei muscoli della vagina. Lo scopo è la fusione tra shiva (consapevolezza e coscienza) e shakti (creazione e cambiamento) per tornare ad un’unica entità trascendente. Se cercate una modalità esotica di provare piacere, siete sul binario sbagliato.

Ma come cercare la magia, il divino, in un’azione che vi sembra meccanica? Il modo migliore è sentire la persona che vi sta di fronte. La storia del “pezzettino di me e del pezzettino di te” non è completamente una sciocchezza da diario delle medie. La prima volta che fate sesso con una persona nuova e nelle occasioni in cui ne vivete una sessione intensa, il vostro essere assorbe una porzione dell’essenza dell’altro. A volte si parla come il proprio partner o si pensa come lui. In alcuni casi di ricezione ci si impregna della sua felicità (se vi va bene) e delle sue insoddisfazioni (se vi va male). E’ uno scambio magico che se non ben controllato può portare a: ossessione, vampirismo scambiato per infatuazione, depressione. State attraversando un periodo nero? Il sesso non è una soluzione ai vostri problemi, li aggrava. Siete sereni? Datevi alla pazza gioia. In particolar modo tentate di trasmettere il vostro buonumore e felicità al partner, che non è mai abbastanza. E dentro di voi, pensate di essere una dea o un dio. Il cambio di prospettiva è assicurato.

 

La passione ti coglie quando meno te lo aspetti

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“Serietà? Per piacere! La serietà non esiste. Sparisce appena incontri il tipo dal quale ti faresti strappare le mutande!” – Anonima Signora

Per quanto adesso le persone si atteggino a libertarie (N.B. sempre a spese degli altri) nei costumi e nelle relazioni, nessuno può negare che nostro malgrado siamo cresciuti con un tipo di educazione cristiano-cattolica. Non uguale a quella dei nostri genitori, ma la frase “Fai ciò che ti pare, basta sei prudente” l’abbiamo sentita spesso nel corso delle nostre giovani vite. Nella prudenza è racchiuso il mondo della serietà, una virtù ancora imprescindibile in diversi paesi e cittadine italiane. Questa coinvolge soprattutto il sesso femminile, che secondo usi antichi e bigotti, dovrebbe preservarsi integro fino al matrimonio. Oggi il concetto sembra si stia disintegrando però il cambio di mentalità è lento a progredire. Quando usciamo e un uomo si avvicina a noi con un unico intento, avvertiamo i freni inibitori nonostante un po’ di alcool o caffeina. Ci hanno insegnato che succederà qualcosa di terribile dopo. Ci hanno addestrato ad avere timore, non a proteggerci.

Del resto, i film incentrati sulla passione finiscono male. Il personaggio di Madonna in Body of Evidence muore gettandosi dalla finestra; Richard Gere in Unfaithful uccide con violenza l’amante della moglie; i due amanti di Como l’Agua Para Chocolate muoiono uno di gioia e l’altro si dà fuoco per la disperazione; il visconte di Valmont (John Malkovich) in Dangerous Liaisons è ferito a morte in un duello. La passione al massimo è ben vista dal grande schermo se si trasforma in amore.

L’unico elemento che la passione ha in comune con l’amore è che pare impossibile finché non capita. E non mi riferisco alla voglia che sale DOPO che avete fatto sesso con qualcuno per la prima volta. E’ una sensazione che coglie inaspettata con un individuo qualunque che non è il vostro tipo e che mai avreste considerato nella vostra “lista” mentale. Le esperienze variano da persona a persona. La percezione comune è il provare l’effetto di una calamita. Un’onda che ti spinge con forza verso l’altro senza un motivo logico. E’ una potente attrazione reciproca. E’ selettiva più dell’amore perché il vostro organismo sta scegliendo il partner per la riproduzione. *Puff* – Magia finita. Lo stordimento che sentite è per facilitarvi l’abbandono tra le braccia del vostro amante. E’ qui che si insinuano valori ed eventuali fattori esterni. Se siete impreparati, ci pensate su e perdete il momento. Pensare non è mai indicato nell’esplosione dei sensi: non ci si avvicina e si fa male l’amore. L’ideale è consumare subito. Viverla finché dura non perché YOLO – You Only Live Once (si vive una volta sola), ma per distruggere le proprie convinzioni. Preso nella maniera giusta, è un toccasana per la mente che evita di invischiarsi nell’inferno degli sputasentenze frustrati e oppressi.

A meno che non sia passione sapiosessuale ( sapiosessuale = persona attratta dall’intelligenza). In tal caso, siete fottuti.

Toy boy, Cougar, Manther & Co.

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Chéri (2009)

Toy boy e cougar sono termini associati insieme e dei quali viene spesso abusato oggi. Per esempio, cougar indica anche la donna attempata in tiro che non necessariamente è in cerca di un giovane uomo. Toy boy si usa anche per l’uomo che ha dai tre ai cinque anni di meno.
L’invenzione della parola toy boy sembra essere stata coniata dall’omonimo film del 2009 con Ashton Kutcher, di cui vi consiglio la visione perché riesce ad essere più esilarante e idiota di Magic Mike. Il toy boy è presentato come un giovane playboy senza fissa dimora a caccia di donne ricche che lo mantengano. Un parassita, la quale unica abilità pare essere l’arte amatoria. “A volte mi capita di immaginare il mio futuro con una donna ma solo prima dell’orgasmo.” In una frase si capisce di che pasta è fatto il ragazzo.
Poco lusinghiero verso il genere maschile. Perché a meno che non sia il tuo mestiere, è umanamente impossibile che tu faccia sesso così tante volte e con partner differenti nella stessa giornata. Pare sia questo il superpotere del toy boy:  farlo più volte senza avvertire stanchezza. “We had sex three times! Without you needing a nap or a pill or anything! How fun is that!“, esclama Courtney Cox nella serie Cougar Town. I ragazzi sono considerati privi di sentimenti profondi. Quasi si preferisce un Marlon Brando in Ultimo Tango a Parigi che non vuole sapere niente di Mary Schneider per non affezionarsi a lei, che una donna che zittisce con un “no more talking!” una domanda carina di un ragazzo assennato. Se sei piccolo non ragioni e non hai sentimenti. Bel messaggio.

Eppure mi ricordo di aver avuto più sentimenti coinvolgenti e annullanti proprio a vent’anni. Quando tendi ad idealizzare tutto e ogni ferita del cuore sembra la fine del mondo. Sono sicura che lo stesso valga per gli uomini. E’ più facile associare la tenera età alla stupidità cosicché l’adulto è liberato da ogni responsabiltà. E’ lo sbaglio che commette Léa in Chéri di Colette.

“Saresti mai capace di dirmi la tua opinione? Ah! Avrai sempre dodici anni, tu.”

“Con te, Nounoune, rischio di aver dodici anni ancora per mezzo secolo!”

Film e libri famosi tendono a stereotipare il rapporto con le persone più piccole e, dall’altro lato, mostrano la perfetta capacità di ragionare del loro cervello, ribellandosi ad una relazione dal carattere frivolo. Fermo restando che esistano storie di questa natura, ci sono coppie dove lui o lei si portano una consistente differenza d’età che funzionano per la vita. L’amore, l’affetto e la comprensione sono sentimenti senza tempo. Le evidenze delle lancette che scorrono possono essere un ostacolo solo se uno dei due gli permette di prevalere.

La società capitalistica va a nozze con le nostre debolezze. Nel nostro secolo la paura più grande è invecchiare e il sentirsi giovani esteriormente a qualunque costo è uno stile di vita. La cougar è la trasformazione moderna della figura dell’arpia, della strega, della maliarda che attira sangue fresco nella sua capanna. Il mondo del consumo la legittima attraverso un libro di un’autrice canadese, Valerie Gibson, Cougar: A Guide for Older Women Dating Young Men (dal quale il termine proviene) e quello del gossip raccontando le “scappatelle” di celebrità come Demi Moore, Jennifer Lopez, Kris Jenner. Dal 2009, anno di esplosione del trend, sono fioriti decine e decine di siti di dating specializzati: Cougarlife, Toy Boy Dating, Cougar Italia, Toy Boy Warehouse. E’ legittimazione o sfruttamento? Sembra che una donna di quarantacinque, cinquant’anni o sessanta debba andare di procura con uno giovane. Come il corrispettivo maschile. Soltanto che quest’ultimo è autorizzato dall’inizio del patriarcato a fare ciò che vuole e non ha bisogno di un appellativo come Manther per essere sdoganato.

Se abbiamo bisogno di porre delle etichette ad un rapporto significa che ce ne vergogniamo, che non siamo sicuri di quello che stiamo facendo e che prendiamo alla leggera la situazione. Le relazioni non si suddividono in base all’età anagrafica e non seguono la moda del momento. Non cadiamo nella trappola di Sex & The City che ghettizza sia trentenni che quarantenni. Siamo liberi di avere avventure occasionali o innamorarci pure di un vecchio di novant’anni senza indossare la maglietta con la zampetta del puma.

Pin your selfie UP

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Quando Bunny Yeager si autoscattò una foto in body non avrebbe mai pensato che cinquantatre anni dopo il selfie sarebbe diventato il nuovo modo di affermarsi nel mondo e tutti sarebbero diventati delle pin up.
Essere una pin up era appannaggio esclusivo di attrici, cantanti e modelle degli anni Quaranta che necessitavano di promuovere la propria immagine. Oggigiorno sono tuttavia poche le persone in grado di ostentare la naturalezza spontanea davanti all’obiettivo di una Bettie Page. Prevale una sorta di autocompiacimento quasi ridicolo. Le stesse imitatrici delle pin up di un tempo come Bernie Dexter risultano noiose in pose artefatte da cartolina ammiccante. Non si gioca con la macchina fotografica o la fotocamera del cellulare. Si risulta prevedibili stringendo la bocca a cuore e strabuzzando gli occhi in una finzione di sensualità caricaturale.
Non si comprende che non si posa per lo sguardo degli altri ma per il proprio. Questo è direttamente collegato alla consapevolezza delle forme del nostro corpo, quindi alla nostra autostima. Se ci apprezziamo, lo esprimiamo in foto e…ci autoeccitiamo.
Lo sapeva Hannah Cullwick, modella sui generis del gentiluomo Arthur Munby a metà Ottocento. La passione di quest’ultimo per il suo fisico robusto di domestica abituata agli sforzi fisici appagava l’esibizionismo sottomesso di lei che era espresso in foto. La fotografia serviva per eccitare i due e aumentare la tensione nei loro giochi feticisti. L’imperfezione era la regola, come la cenere del camino non omogenea sparsa sul corpo di Hannah, i capelli scomposti o un seno semiscoperto. Il diavolo sta nel dettaglio “casuale”.

Oggi piace essere guardati. Siamo stati educati così. Non c’è nulla di male nel farsi una foto. Dai che stai benissimo. L’apprezzamento degli altri gonfia la nostra autostima. Studiamo il profilo e le pose migliori, anche quando vogliamo risultare defilati. Conferiamo importanza al mezzo fotografico pure quando non vogliamo farci vedere. Una volta la paura di risultare sgradevoli era limitata a rivedere immagini stampate di se stessi tra amici. Nell’epoca odierna il male più grande è essere taggati su Facebook in un’espressione poco lusinghiera. E’ per questo che la maggior parte di noi vuole risultare al meglio o toglie il tag per non essere visto. Inutile che alziate un sopracciglio scettico. Ci siamo cascati tutti, a seconda del grado di esibizionismo. Se avete paura ancora di essere fotografati, potreste essere più esibizionisti di chi si espone con disinvoltura. Siamo passati dai bagni di My Space, dove era in embrione il concetto di selfie, al salotto di Facebook. Ora sono tutti dei professionisti di sè. Ci sentiamo dei gran fighi e delle gran fighe. A seconda dei like e dei commenti. Giudichiamo una buona foto a seconda del riscontro che ha ricevuto in bacheca. Questa spesso diventerà la nostra prossima foto profilo.

Se ci sporgiamo oltre la tenda rossa dell’apparenza, intravediamo il buio del risvolto oscuro della medaglia. Succede a me dai tempi di My Space, in cui facevo la pin up da strapazzo (è sempre bello fare outing), e credo sia successo almeno una volta a voi, soprattutto alle femmine che stanno leggendo: vi è stato chiesto se avevate delle foto particolari, in intimo o nude. A prescindere dal fatto che le abbiate o meno, un brivido di quello che avete identificato come terrore vi ha scosse. In realtà si trattava di eccitazione. Il pensiero di essere apprezzate nell’occhio altrui vi ha emozionato. Poi siete state bloccate da vari fattori, tra cui, oltre al pudore, l’amico o la persona sconosciuta che può farle vedere al mondo. Un discorso legittimo ma ridicolo nell’universo della fotografia digitale. Basta uno schiocco di dita per rendere qualsiasi cosa che sta su un pc pubblica.

Nonostante la nostra vittoriana reticenza, siamo tutti dei guardoni. Con la diffusione del selfie ad ogni ora del giorno e della notte, con i più disparati outfit e non, e con la distruzione della sfera privata da parte di Facebook in cui siamo resi dei personaggio pubblici nostro malgrado, il pudore è andato a farsi friggere. Sono spuntati Instagram e Snapchat. Si combatte a suon di hashtag su chi abbia il sedere più bello (#assambition). Si inventa il termine “basic bitch” per indicare ragazze o ragazzi che si fotografano in trend passeggeri, con l’ultimo beverone Starbucks e le sneakers fighe del momento (con altrettanto account per prenderle in giro, brosbeingbasic). Si realizzano selfie erotico/artistici come quelli di Alexandra Marzella, che ti fanno ancora sperare nel mitico piano D. Ci si imbeve di immagini, ci si eccita, spesso si imita.

Fatele quelle foto. Per soddisfazione personale. E conservatele per ricordarvi quanto eravate e siete fighe. Autoeccitatevi.

Siamo tutte un po’ Lolite

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Lolita, Stanley Kubrick (1962)

 

Il libro di Vladimir Nabokov se pubblicato ai giorni nostri non avrebbe scatenato lo scalpore che fece negli anni Cinquanta. Un quasi quarantenne ossessionato da una ragazzina in piena pubertà? Lo abbiamo già letto migliaia di volte. Alcuni se la sono cavata, altri no. Oggi non fa sollevare nemmeno un sopracciglio una donna con ragazzo molto più piccolo di lei (vedi Demi Moore). Lewis Carroll avrebbe amato quest’epoca in cui avrebbe mascherato la sua attività fotografica da pedofilo incallito in scatti “innocenti” per book fotografici (Don Placido Greco, caso recente).

In una società in cui vogliamo sembrare in tutte le declinazioni più giovani, poco spazio è lasciato allo scandalo. I pedofili sono ancora in larga parte condannati perchè sono eccitati da esseri non ancora sessualmente formati e ignari di ciò che subiscono. E’ lecito, però, guardare gli adolescenti, sognare di stare con loro, voler somigliare a loro. E’ una fortuna per una donna sembrare una ragazza o una ragazzina ed è preso come un complimento lusinghiero. Mentre fino agli anni Sessanta era un onore il contrario. L’appellativo “Signora” ora offende. Come se fosse una colpa sembrare vissuti.

Dalla musica alla moda siamo influenzate dallo stile “tenero”, meglio conosciuto come “romantico“. Nicki Minaj all’inizio era una Barbie dai capelli rosa shocking e il viso bimbesco; Katy Perry ha costruito le sue canzoni su un mondo di zucchero filato; Lady Gaga al debutto era bionda con la frangetta da scolaretta. Portiamo shorts fino a quando possiamo e anche quando non possiamo. La maggioranza delle ragazze che si veste da Gothic Lolita, si butta nel genere Decora, gioca alla cosplayer, ha vent’anni e oltre ed ha superato da un pezzo i tormenti adolescenziali. Si è affamati di voglia di non crescere, eterne Trilly (Wendy era più coscienziosa) di Peter Pan e Capitani Uncino.

Il tornello di svolta c’è stato nel 2003 con il romanzo di Melissa P. – 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire, l’adolescente virago affamata d’amore che si fa usare in ogni modo e posizione prima di incontrare l’uomo della sua vita a sedici anni. Per la prima volta una vera Lolita si confessa al mondo in un romanzo erotico autobiografico. E’ stato il Cinquanta Sfumature di Grigio dell’epoca. La morbosità è il risvolto negativo della curiosità.

I media ci hanno reso appetibile il mito della Lolita, travestita da una falsa innocenza. Dolores (il vero nome di Lo, come la chiama Humbert, il protagonista) è dispettosa e sessualmente curiosa, come è naturale alla sua età. E’ questa la differenza tra il lolitismo, che è una malattia, e l’idea di Lolita. Oggi la finta purezza è considerata sexy. Acchiappa più una coniglietta che una pantera. Facciamo pompini con le treccine. Finchè è un gioco, può piacere. Ma ricordate sempre il monito della cara e terribile Lady Macbeth: “Prendi l’aspetto del fiore innocente ma sii il serpente sotto di esso“.